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giovedì 2 luglio 2020

2 luglio: Raffaella conta le sue estive primavere



Oggi è il compleanno di Raffaella. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe rimasta accanto fino ai nostri giorni.
Fu un’estate molto calda quell’anno di cinquantadue anni fa. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di lana dai colori rosso, giallo, blu,verde acqua, che potessero andare bene sia per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro, ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del nascituro. Dopo le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci avviammo alla casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e Quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero, invano. Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io, scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le le mie proteste che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Nàn zò chìssə rə dəlòrə chiù fùrtə. Hònnə ancòurə vəné rə calcassə”!!!) e di  Lizia, e le mie rinnovate risate perchè nessuno mi credeva, alle ore 20 Raffaella venne al mondo: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di pesca vellutata. Una femminuccia. La signora Chiella, dopo aver tagliato il cordone ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio di sole a illuminare le prime ombre della sera.
“La rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla da subito. Io la amavo già. Si precipitarono I nonni e gli zii da Surbo. E nella nostra casa lei illuminò stanze e cuori. Ci facemmo compagnia a lungo io e lei. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato con duplice nodo d’amore. Fino alla nascita di Ombretta circa due anni dopo. E lei mi corrispondeva con I suoi occhioni, le sue manine, vibranti farfalle sempre in volo, I suoi balbettii che ben presto si trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo piccola”.  Precocissima, a un anno, sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai vista, neppure in cartolina. Bimba di parole e di baci. Di fremiti di vita, da me ben presto spenti perchè facesse subito da mamma ai fratellini che sono piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma  subito esploso amore nel mio cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve, candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente le affidavo. Così per decenni o quasi. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre, mai più vissuta come madre.
 Con lei, oggi, condivido la quotidianità, nella nostra casa, del giardino, del verde degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre. E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti, dunque, nella più impensabile delle anomalie, fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione abituati.
Da sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.
E, come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.
È questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un “amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ma oggi non posso fare a meno di dirglielo, dopo le parole accorate, sia pure velate di tenera ironia, che mi ha rivolto, coordinando, nel “magico cortile” della nostra antica casa, la bellissima serata di presentazione del mio romanzo (seconda parte), di cui hanno parlato magnificamente due meravigliosi amici e relatori: Valentino Losito e Mario Sicolo. Entrambi giornalisti. Il primo di lungo corso e all’apice di ruoli e compiti a livello nazionale, meritati a suon di penna; il secondo, più giovane ma non meno esperto e più romanticamente grintoso. Entrambi anche scrittori e poeti.
Ebbene, ancora una volta, durante la serata in cui si è parlato tanto del nonno, che ci ascoltava attentamente un po’ in ombra sotto il pergolato, ecco Raffaella che mi afferra l’anima con la sua invocazione d’amore. “Un amore che misuri la differenza tra presenza e distanza, tra il qui e ora e la lontananza e l’inevitabile procrastinare delle risposte attese”.
E io finalmente le rispondo:
“Bambina mia, l’amore provato e vissuto e donato è sempre un amore imperfetto, mancante della certezza della sua pienezza e intensità, perché recepito in maniera soggettiva, che fa i conti con l’attesa e le attese, con il proprio metro di misurazione e di valutazione, e con il senso di inappagamento che ogni amore lascia in chi lo riceve perché è incerta la quantità d’amore in possesso di chi lo dona.
L’unico amore certo è quello che si possiede, dunque?
Ma poi, si possiede davvero l’amore?
Ma allora come mai più lo lasciamo andare più diventa radicato nel cuore? E più lo tratteniamo e più ci sfugge, a volte soffocato proprio dalla stretta che non lascia libertà di essere e di agire?
Perché più viene dichiarato e più viene diluito il suo significato più profondo? Eppure, se non lo diciamo, rimane impredicato, nascosto, non recepito, non ascoltato, non compreso nella sua reale esistenza. Esiste solo per chi lo prova ma non esiste per chi non ascolta le parole che lo rendono visibile, anche se mai certo.
Come ogni cosa che non ha corpo, non occupa spazio, non ha una o più dimensioni visibili, anche l’amore non può essere toccato con mano, pesato, quantificato, percepito nella sua essenza, nelle sue qualità.
Possiede qualità l’amore? È frazionabile in bellezza, costanza, vicinanza, accudimento passione, tenerezza, forza, fiducia, protezione, esuberanza, allegria, complicità, molteplicità, singolarità, unicità?
Ed è riconducibile davvero alla sola parola AMORE?
Siamo tutti concordi nel definirlo come tale per poterlo vivere senza essere tratti in inganno da ogni pensiero soggettivo, dagli innumerevoli condizionamenti endogeni ed esogeni, che inevitabilmente lo snaturano, lo sviliscono, lo esaltano, lo mascherano, lo esibiscono, lo urlano o lo soffocano nelle spire della paura e nel bosco di ogni fuga e di ogni perdita dell’unico sentiero per fare ritorno al punto di partenza: l’improvviso batticuore nel conoscersi e riconoscersi tra migliaia di simili con l’infinito negli occhi e tra le mani?
E che dire del personale punto di vista: per me, per te, per lui, per lei…?
Quanto complesso e complicato l’amore. C’è persino chi nega la sua esistenza. Oppure gli fa uno sberleffo di scettico sarcasmo.
Alla luce di tutte queste considerazioni, diventa davvero impossibile conoscere e riconoscere l’AMORE.
E, se ci pensiamo un po’ di più, una tristezza senza fine ci assale… e un senso sconfinato di solitudine ci pervade.
 SIAMO SOLI. NELL’IMMENSITA’ DELL’UNIVERSO CHE CI SPAURA.
Sentiamo che abbiamo bisogno d’AMORE. Di amare ed essere amati. E sentiamo che solo l’AMORE ci rende felici. Ci rigenera. Ci dona nuova nascita e nuova vita.
Dunque, questo sentimento esiste? Ed è vivificatore?
Sì. Esiste. ll batticuore è là. Esplode quando meno te lo aspetti. Sia che si tratti del primo palpito di un semino sotto il cuore di una donna chiamata ad essere mamma. Sia che si tratti del primo attimo di vita tra le braccia di un uomo che s’innamora della sua paternità. Sia che avvenga tra due esseri umani l’esplosione del Big Bang che è tumulto incoercibile del cuore in andata e ritorno… e in espansione…
 E ci accorgiamo che l’AMORE è semplice come l’aria che respiriamo. È.
Che duri un attimo o una vita non importa.
Rimane un punto vivo, incancellabile, nell’eternità.
Per questo oggi voglio dedicarti, bimba mia, questi versi che ho scritto per te questa notte per dirti finalmente quello che vuoi sapere. Sì, esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto ti preme cogliere sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.
Ti regalo oggi il mio sorriso
luce di colorata felicità
da sempre attesa negli occhi
a farsi specchio della tua ansia
perché in gioia si tramutasse
il riflesso di mille e mille stelle,
per me raccolte su terrapieni
inventati, nel vuoto della mia sera
per accenderla di risate.
Clamore assordante fu
il battito del tuo cuore
vicino al mio in un palpitare
di giorni di stanca malinconia.
Ma complici io e mia madre
di un segreto dolcissimo
sotto un cielo che sapeva
di noi
riprendemmo a ridere,
dimentiche del tempo
e le stagioni del silenzio.
Rinacque l'incanto
delle tue parole ali di allodole
a ricamare i miei mattini
che ombre attraversarono
tra nuvole scure di pensieri
distanti e prigionieri.
Sogni mai afferrati
dalle tue mani
protese a farmene dono.
E oggi, vedi, solo per te sorrido
a rendere visibile l’Amore
che ti devo.
Con il sole che bacia i tetti
della tua mai spenta speranza
a sapere della mia gioia
di vivere.
(Nel giardino arso di sole
papaveri di fragili corolle ridono
a restituirci rinnovate intese d'allegria)
 Per te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate...”.

Ma scrissi questa lettera a Raffaella l’anno scorso, subito dopo quell’invocazione muta. Ma era estate ed io ero già partita per le irrinunciabili vacanze nel Salento. Non la strinsi al cuore. Non le detti il bacio atteso. Le parole volarono via web e si depositarono tra le spighe azzurre della lavanda in fiore e l’intrico delle lantane rosse e gialle che invadono l’aiuola più grande del giardino. Giunsero mai a lei? Non lo so. Neppure gli ostinati papaveri, che ostinatamente continuano a rinascere (dopo una sotterranea inondazione di acque divorate dalle idrovore) fra i mattoni del nostro passaggio tra i cancelli e la casa, mi hanno mai confidato della consegna delle mie parole attese e forse mai ricevute. Ancora una mancata risposta tra noi. Nonostante l’Amore.
Te le ripeto oggi con Amore. Ogni mamma in cuor suo sa la differenza, come ogni figlia, in cuor suo, la sa. Ma rimane racchiusa nel profondo del cuore perché ogni mamma e ogni figlia e ogni essere umano dà ciò che può perché quello che è “di più” non è il frutto di quello che è. Ogni altro di più è un inganno in quanto è uno sforzo che mina  l’autenticità e la veridicità del sentimento. Diamo agli altri quello che possiamo perché è il solo modo per dare quello che siamo. Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E se è, non necessita di alcuna differenza, alcuna misurazione. È.
A te, mia Raffaella, con l’Amore imperfetto che mi vive dentro.
                                                       mamma



domenica 15 settembre 2019

Domenica, 15 settembre 2019: Il potere della Poesia


Ora che la gioia viva dell’incontro ci ha lasciato una impalpabile malinconia per i cinque giorni trascorsi troppo in fretta per sentirli veri, ora mi piace riportare alla memoria, ancora breve, le meraviglie vissute lunedì scorso nella nostra Libreria Secopstore in quel di Corato. Serata magica, dunque, all’insegna della Poesia e della Letteratura italiana e internazionale con la straordinaria presenza (per la prima volta in Italia) di Gjeke Marinaj, il GRANDE poeta di origini albanesi, ma americano di adozione ormai da tanti anni. Tutto il suo ricchissimo, sorprendente, affascinante curriculum vitae e professionale è stato abbondantemente citato su varie Pagine di fb, su testate giornalistiche in formato cartaceo e via web, un po’ dappertutto, in Italia e all’estero, per cui non mi sembra il caso di riportarlo ancora sulla mia pagina. In pratica, basta cliccare il suo nome su Google per sapere tanto di lui.
Penso che sia giusto, invece, ripercorrere per sommi capi l’esperienza prodigiosa vissuta insieme lunedì.
E parto da Raffaella Leone e dalla sua chiara, colta, dettagliata, effervescente Introduzione alla serata di presentazione di Gjeke Marinaj tra noi. Con intensa partecipazione emotiva e tanta dovizia di particolari letterari e storici, ha focalizzato quale possa essere il significato della poesia ai nostri giorni, in un vastissimo e complesso panorama culturale, letterario, umano, e in una società che sembra vivere sui social una fittizia realtà parallela a quella che ci vede protagonisti in casa, nella comunità locale e planetaria in cui realmente e realisticamente viviamo.
Le ipotesi e le tesi, le argomentazioni e le contraddizioni.
Poi, ecco Gjeke Marinaj, seduto in mezzo al numeroso pubblico con la semplicità che si conviene ad un uomo di particolare umiltà e ad un poeta GRANDE di per sé. Con il suo tenero, luminoso, avvolgente sorriso che fa di lui la perfetta incarnazione della sua teoria, il Protonismo, che propugna il “pensiero positivo”, non soltanto nell’ambito della critica letteraria, ma anche in ogni rapporto relazionale e in ogni settore dell’umana esperienza, con la prospettiva di valorizzare quanto di buono possa esserci nella scrittura di ciascun autore, ma anche nella personalità di ciascun essere umano, che è fatto, come ciascun essere umano, di luci e di ombre, di virtù e difetti, di ardimenti e di limiti. Mettendo in pratica cinque semplici regole che Gjeke suggerisce per diventare migliori noi stessi e rendere migliori i nostri simili e l’intero nostro pianeta, oggi così devastato da guerre, palesi e sotterranee, da violenze di ogni genere, dall’imbarbarimento del linguaggio verbale e dello stesso animo umano. La paura serpeggia per ogni possibile (anche se improbabile) nemico, tanto è l’odio sempre più diffuso nel mondo verso ogni diversità, e persino verso ogni altro da noi. Laddove Gjeke viene chiamato, invece, quale ambasciatore di pace e fratellanza tra tutti gli esseri viventi.  E il suo sorriso coinvolgente si sposta tra i vari Continenti per diffondere quella teoria che, nel frattempo, è diventata una disciplina linguistico-filosofico-umanistica, insegnata anche in alcune Università.
Non a caso, alle domande di Raffaella c’è stata da parte del nostro ospite un volo per parlare di quanto gli stava più a cuore: il potere della Poesia e il Protonismo. E lo ha fatto come se rompesse gli argini, essendosi trasformato in un fiume in piena, con tutta la   sua passione viscerale per la parola poetica, con la forza dirompente della sua anima ribelle e libera, e con tutto il suo amore, accogliente e vitale, per gli altri, per la natura, i luoghi amati, la vita stessa.
Fremiti di emozione e commozione condivisa: da alcuni parenti albanesi del poeta, venuti per salutarlo ancora una volta, dopo trent’anni di attesa dal loro ultimo incontro, e dai tanti nostri amici SECOP, poeti, scrittori, docenti, giornalisti, fotografi, musicisti, chiamati da Raffaella, con un gioco divertente di parole “pescate” a caso, ad essere protagonisti tutti, sia pure per una manciata di minuti, della serata. Perché Gjeke Marinaj si sentisse avvolto dal calore e dall’ammirazione dei presenti, sempre più numerosi, attenti, coinvolti.
Giuseppe Fiorello, nostro amico e autore, nonché docente, fotografo e pittore, ha fatto l’elenco di chi ha potuto rendere omaggio al nostro meraviglioso ospite. Ve lo propongo, leggermente modificato per evitare qualche soggettiva interpretazione delle sue schiette parole (ma il testo originale è visibile su fb) perché ne rimanga traccia anche su questa mia pagina:

Il poeta albanese naturalizzato americano Gjekë Marinaj in giro per la nostra Puglia, a Santo Spirito e Lecce con serate organizzate dalla poetessa Rosalba Fantastico di Kastron e il suo compagno Franco Leccese, e a Bitonto e Corato con la SECOP edizioni, per presentare il suo primo libro di poesie in italiano "Schizzi di immaginazione", pubblicato dalla SECOP, e la sua teoria sul Protonismo.
Durante l’ultimo incontro, lunedì 9 settembre, è stato accolto ed omaggiato, nella Libreria Secopstore di Corato, da molti altri autori della stessa Casa editrice.


Angela De Leo
Giovanni Romano
Gabriella Basile
Rosalba Fantastico di Kastron
Dina Ferorelli
Zaccaria Gallo
Valentino Losito
Federico Lotito con la sua compagna Luciana De Palma
Alberto Tarantini
Mario Sicolo
Marino Pagano
Luisa Varesano
Maria Sforza
Mauro Massari
Gianni Brattoli
Giuseppe Tricarico
Tony Rizzo
Giuseppe Fioriello
Benny Caterina
Angela Strippoli
Besa Mone (docente di origine albanese)


                                                  Giuseppe Fioriello

E, dopo la felice Prolusione di Raffaella, ecco la Relazione della sottoscritta:

Schizzi d’immaginazione (SECOP edizione) di Gjeke Marinaj

La raccolta poetica Schizzi d’immaginazione di Gjeke Marinai mi ha da subito affascinato per la “singolarità” e la “verità”, plurale e contraddittoria quest’ultima, l’ironia al limite dell’amaro sarcasmo, la tenerezza colma d’antica nostalgia, la visionarietà onirica e vera.  Sono queste alcune caratteristiche che ne fanno un’opera unica, originale, autentica.
E, del resto, Susan Sontag, scrittrice statunitense pluripremiata, sostiene che tutte le qualità che rendono pregevole o ammirevole uno scrittore possono essere individuate, appunto, nella “singolarità” della sua voce… e nella “verità molteplice” delle sue affermazioni contraddittorie.
“La letteratura - scrive Sontag - è la casa della sfumatura e della contraddizione, che si oppone alle voci della semplificazione”.
È quanto ampiamente connota Schizzi d’immaginazione, in cui c’è tutto Gjeke, con i suoi sogni e le sue perdizioni, il suo amore “affamato” per l’amatissima consorte Dusita e la sua anima buia e martoriata di esule e migrante, metà zingaro e metà eroe, con una visione della realtà tutta calata nelle sue verità più dure e aspre della condizione umana tra violenze, guerre, sradicamenti, lutti, ma anche fiorita di verità più lievi e incantate della bellezza e della speranza, che contempla fuori e dentro di sé. 
Marinaj aggruma spesso le prime con il suo pensiero filosofico, che mai lo abbandona e con la fine penetrazione psicologica nelle pieghe dell’animo umano, oppure le stempera con l’ironia e la poesia che gli appartengono come una seconda pelle, la sua stessa carne, il suo stesso sangue.
Vorrei, a questo proposito, ricordare che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il libro: “mare”, aperto e libero, che porta lontano e permette il lungo viaggio della scoperta e della conoscenza; “corpo”, carne della nostra stessa carne: se ci cattura diventa il nostro stesso corpo; “coltello”, perché dopo il primo colpo (fendente metaforico) per penetrare nelle sue pagine è lo stesso libro che ci ferisce, prendendosi l’anima e tutta la parte più nascosta di noi, perché in esso scopriamo la nostra lacaniana “lalange”: la nostra lingua interiore, il nostro “Io” più vero, quello che risale alle nostre radici e scende nell’humus più profondo della nostra terra.
Ecco qualche verso a testimonianza di tutto questo:
Un tempo col palmo delle mie mani la tua crescita misuravo,//ora altri dai versi che scrivi/ ti misurano.// Sei un poeta/ e oltre i limiti dello spazio giunge il braccio del poeta. (“Una madre parla al figlio poeta”, p. 83);  
 … La ragazza rese il mare più mare./ Il mare fece più poeta il poeta?/ Chi era il mare? - La ragazza, il mare o il poeta? (“Chi era il mare”, p. 115); 
… tutti gli affanni del mondo furono incisi/ sui globi oscuri dei nostri occhi, e i nostri cuori/ impotenti rimasero a segnalare il messaggio del decesso (“Sperando di trovare rifugio in America”, p. 61);
… Vado a portare rose nei cimiteri dei silenzi,/ ma i fiori si mutano in polvere ed io/ non riesco a trovare la via del ritorno… (“Quello che alla terra non ho detto” I, p.129).
… Tu, respiro che spirò la brezza vitale/ attraverso penosi rintocchi d’amore. (“Albania”, p. 47).
Erri De Luca, con Nazim Hikmet, afferma: “il libro dev’essere vento e aprire le tende”. In pratica, va lontano, si ferma e spalanca le tende alla luce del giorno per guardare, contemplare, indagare, scoprire, e restituire, nell’immancabile ritorno, la conoscenza del mondo arricchita di mondi altri, di altre meraviglie (le stesse categorie elaborate da Gjeke nella sua teoria protonica, linguistico-umanitaria, che lo ha reso famoso in tutto il mondo). Con in più la visionarietà, alla quale il nostro Autore si uncina, per sognare luoghi migliori, in cui abitare finalmente rasserenato e in pace con sé stesso, con la natura, con tutti gli esseri viventi, in una continua ansia d’amore, che è attenzione e cura. Un fondersi e confondersi con il Tutto che ci abita e che abitiamo.
Una delle creazioni embrionali di Dio, la baia di Ha Long:// Modello da contemplare e seguire per la natura tutta.// Tiepido magico guscio in cui la terra si fa nido/ di cielo simile al mare e di mare simile al cielo, fluttuante nel nostro universo.// Sono anime esse stesse e hanno anima queste minuscole isole./ Poesie nella poesia.(“Nella baia di Ha Long così appare il mondo, p.15).
E Ha Long è il luogo del cuore, il luogo della poesia e del ritrovarsi del poeta immerso nella bellezza della natura che tanto lo affascina in un abbraccio di sogni senza fine. Il LUOGO che apre e chiude la raccolta in una struttura ad anello che sembra, nella continuità del cerchio, racchiudere l’infinito…
In tutta la raccolta, del resto, si avverte questo respiro della bellezza e del sogno sempre in luminoso agguato. In tutta la raccolta, aleggia un continuo scambio osmotico circolare con i propri simili, fatto di valori perenni e di pensieri e parole sempre nuovi e diversi, che si riconducono alla giustizia sociale e alla solidarietà umana. Si avverte il soffio leggero dell’amore e l’uragano furioso della passione, la malinconica tristezza dei ricordi e la feroce solitudine dell’esule, il dolore per ogni perdita, per ogni orma persa sulla sabbia desolata del deserto del cuore che più volte Gjeke ravvisa nel mondo contemporaneo e che, per sé e i suoi “affini”, scongiura.
È una poesia che racconta il bene e il male, il bello e il brutto, l’odio e la tenerezza, tutti i sentimenti che l’esperienza esistenziale sommuove nell’animo umano. Per questo i versi di Marinaj sono lunghissimi: rivelano i passi numerosi di colui che va perché deve andare e lascia dietro di sé una scia di ricordi, il dolore dello strappo dalle braccia materne, dalla casa, dalle strade conosciute e amate, il vuoto di ogni assenza. E penso alle stupende statue bronzee dedicate ai migranti dallo scultore marocchino, ma francese di adozione, Bruno Catalano.
E ci sono, al contrario, versi che narrano anche i sorrisi incantati e pudichi dell’amore ragazzino e quelli più morbidi e pensosi dell’età matura, quando l’amore è un rifugio, una consolazione protettiva a rimarginare ferite, ad assicurare continuità e serenità di giorni da centellinare piano perché nulla più vada perduto. Stupendi quelli dedicati a Dusita, sua compagna di vita, a sua madre, alla sua terra, patria perduta e ritrovata perché “matria” (Calvino e altri) con braccia accoglienti d’amore e di perdono.
I pianeti sono perle sul tuo collo,/ splendenti della tua perfetta bellezza… Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano dalle ali spezzate… Terra mia./ (…) Quanto sento acuto il bisogno del tuo perdono./ Lascia la coppa ricolma dei miei peccati./ (…) solo promettimi che nel mio profondo sonno/ tu sarai la mia eterna/ trapunta di terra. (“Dusita”, p. 39; “Alla madre”, p. 145; “Quello che alla terra non ho detto” III, p.133).
E alla sua terra Gjeke Marinaj dedica un breve poemetto di accorata nostalgia, all’interno della raccolta. Un rimpianto d’anima che lo fa sentire colpevole per averla abbandonata, pur essendo stato costretto a farlo per evitare una morte certa. L’eccezionale delicatezza d’animo del poeta è fatta di “cristalli pieni di lacrime”, di “ali spezzate”, di “coppa ricolma di peccati” laddove tutto si veste, invece, d’innocenza e di “prematura… suadente maturità”. Contenuti profondi di un uomo dalla “biografia spezzata” (Enzo Biagi), che si porta dentro un vulnus di tutti i vuoti di ogni abbandono: c’è sempre un vuoto da colmare, scelto o subìto.
Versi, tutti, che hanno metafore insolite, affascinanti, ardite. A volte a raggiera, a volte a stella cometa; a volte, sono acqua sorgiva e zampillante, altre torrente in piena. Figure retoriche suggestive, dalle personificazioni alle anafore, dai chiasmi ai poliptoti…
E dai tanti versi senza versi esplode improvvisa e luminosa la Poesia.
… In maniche di camicia è uscita la notte… I ferri della calza della sera a maglia lavorano… dove le penne vengono a pensare… dal mare dagli occhi rossi/ che i vivi e i morti annega… anche la sovranità della neve/ sull’erba verde!
E gli spazi sapientemente lasciati per tutte le parole del silenzio, come sostiene Paul Èluard. Le parole mute dell’anima... gli infiniti dentro e fuori di noi che nessuna siepe può cancellare, ma solo leopardianamente dilatare perché il poeta “nel pensier si finge” mondi altri… E i voli, gli abissi, le vittorie, le sconfitte, gli orizzonti slargati e le stelle raggrumate per farsi nido di sogni… i sogni… i sogni che, come i bambini, “sono perle nella collana del tempo”.
Il poeta e aforista francese Alain Bosquet scrive: “La poesia è sangue diventato fiore”
Niente di più vero se leggiamo, commossi e trepidanti, le poesie di Gjeke Marinaj, grondanti sangue che si trasforma immediatamente in fiore, grazie al suo nobile e tenerissimo cuore… che sempre è in fuga e sempre ritorna all’incanto primigenio…
…
Baia di Ha Long.

Epicentro di bellezza,
Tenerezza incantata,
Risurrezione clandestina
Della Torre di Babele.

                                                        Angela De Leo

                            Sketches in Imagination by Gjekë Marinaj

Gjekë Marinaj's book of poems Sketches in Imagination enthralled my imagination at first sight for its "uniqueness" and "truthfulness" – the latter multi-faceted and almost self-contradictory –, for its irony verging on bitter sarcasm, for its tenderness full of ancient nostalgia, its onirical, true dream-like quality. These are some of the features that make this book an unique, original, genuine work.
Susan Sontag, the multi-award winner american writer, maintains that all the qualities that make a writer laudable or worth of admiration can be pinpointed, indeed, in his/her "unique" voice... and in the "multi-faceted truth" in his/her contradictory statements.
"Literature", writes Sontag, "his the home of nuances and contradictions, opposing the sirens of simplification".
This is the main feature of Sketches in Imagination, a work that contains the whole of  Gjekë, with his dreams and perditions, his "hungry love" for his beloved wife Dusita, his darkened, tormented soul of exile and refugee, half gipsy and half hero, his outlook of reality fully immersed into the hardest, harshest truths of the human condition among violences, wars, forced displacements, griefs but also flourishing of the more delicate, enchanted truths of beauty and hope, which he contemplates both outside and inside himself.
Marinaj often lumps all the bitter truths in his ever-present philosophical thought with his keen psycological intuition of the flexions of the human mind, or dilutes them with the poetical irony that belong to him as a second nature, like his own flesh and blood.
I would like to remind that the Italian psichoanalist Massimo Recalcati describes a book like "a sea", an open, high sea, who opens unlimited horizons and makes possible the long voyage of discovery and knowledge; like "a body", flesh of our own flesh: if it captures us it becomes our own body; like "a knife", because after the first blow (a metaphorical cutting) we give to get through its pages, it is the book which wounds us, taking hostage our soul and the innermost part of us because we discover in it our Lacanian "lalange": our interior language, our real self, the self which goes to the roots and digs into the deepest humus of our soil.
Here are some verses as an example of the above:
... Once I measured your growth by the palms of my hands. / Now others measure it / by the lines you write. // You are a poet / and the poets’ reach extends beyond the edges of space.("A Mother Speaks to her Poet Son", p. 83);
... The maiden made the sea more sea-like./ The sea made the poet more of a poet. / Who was the sea? - the maiden, the sea, or the poet? ("Who Was the Sea", p. 115);
... All the cares of the world are etched / on the dark globes of our eyes, and our hearts / are powerless to signal the message of their decease. ("Hoping to Find Refuge in America", p. 61);
... I go to put roses in the cemetery of silences, / but the flowers turn into dust and I / cannot find my way back… ("Things I Had Not Told The Land", i, p. 129);
... You, the breath that blew the life's breeze / through  painful chimes of love. ("Albania", p. 47).
Erri De Luca, along with Nazim Hikmet, declares: "A book must be a wind which opens the courtains wide". Indeed, it travels far and wide, it stops to open the courtains wide in broad daylight watching, contemplating, inquiring, discovering, and giving back, in its inevitable return voyage,  a knowledge of the world enriched by diverse worlds, diverse marvels (the same categories developed by  Gjekë with his linguistic-humanitarian Protonistic theory which made him famous all over the world). Adding the poet's visionary capability, to which our Author is firmly hooked, dreaming of better places in which to dwell at last, calmed down in peace with himself, with Nature, with all living beings, in a perpetual yearning for a caring, attentive love. Melting and blending himself in the Whole which dwells into us, and where we dwell.
Ha Long Bay must have been one of God's embryonic creations / A model for the rest of the natural world to see and follow / A warm magic shell for the Earth to incubate its core / Made of sea-like sky and sky-like sea floating in our universe. // These tiny islands have distinct souls and are souls themselves / They are poetic compositions and compose poetry of their own. ("So It Seems, at Ha Long Bay", p. 15).
Ha Long is a place of the heart, the place for poetry where the poet recovers, immersed in the natural beauty that so fascinates him, in an unending embrace of dreams. This is the opening and closing Place for the book, enclosing it in a ring-like structure which seems, in its circularity, to enclose Infinity itself...
Along the whole book, indeed, one can feel this breath of beuty and dreams, always ready to surprise us with their bright ambushes. Along the whole book lingers a circular, osmotic exchange with the other fellow creatures, an exchange of perennial values and ever new, different thoughts and words, rooted into social justice and human solidarity. One feels both the light breeze of love and the furious tempest of passion, the melancholic sadness of the memories and the harsh loneliness of the exile, the grief for every loss, for every trace lost on the desolate sand of heart's desert which  Gjekë recognizes many times in the contemporary world and which wards off for himself and his "kindreds".
His poetry narrates of good and evil, of beauty and ugliness, of hate and tenderness, of all the feelings that the existential experience agitates inside the soul. That's the reason why Marinaj's verses are so long: they reveal the many steps of who goes because he has to go, leaving behind a furrow of memories, the pain of being ripped from his mother's arms, from his home, from the familiar, loved streets, thrown in the void of every absence. I am thinking of the magnificent bronze statues of migrants by the Moroccan sculptor, but French citizen, Bruno Catalano.
There are, conversely, the poems which narrate also of the enchanted, modest smiles of adolescent love, beside the softer, more pensive ones of maturity, when love is a refuge, a protective solace for healing the wounds, for assuring a quiet perennity of days to savor one by one so that nothing goes lost anymore. Splendid are the poems dedicated to Dusita, his wife, the ones dedicated to his mother, to his land, a fatherland lost and found again because it's the "motherland" (according to Italo Calvino and others) ready to embrace him with love and forgiveness.
The planets are like beads on your neck, / luminous with your wholesome beauty. ... I’m devastated by the longing for you / A longing broad as the sea / And I am a broken-winged gull... Land of mine, / (...) As keenly as I need your forgiveness. / Leave the brimming cup of my sins / (...) only promise me that in my deep sleep / you will be my permanent / earthen quilt. ("Dusita", p. 39; "To Mother", p. 145; "Things I Had Not Told The Land", iii, p. 133).
To his motherland, Marinaj dedicates a short poem full of aching notalgia. A regret of his soul that makes him feel guilty of having abandoned it, in spite of having been forced to do so in order to avoid certain death. The poet's extraordinary sensitivity of character is made of "crystals full of tears", "broken wings", "a coup brimming with sins", where all is made, on the contrary, of innocent and "premature... mellowing maturity". These are the innermost subjects of a man with "a broken biography" (Enzo Biagi) who carries into himself the vulnus of all the voids, of every abandonment: there is always a void to be filled, either chosen or suffered.
All these verses contain unusual, fascinating, bold metaphors. Sometimes like a sunburst, sumetimes like a comet's tail; sometimes they are like springing, gushing water, sometimes like an overwflowing torrent. Evocative rethorical figures, from personifications to anaphoras, from chiasms to politpthotes...
From all those verses without verse, Poetry explodes, sudden and bright.
The night stepped out in short sleeves ... / Evening’s knitting needles stitch foggy fabrics... /  Where the pens come to think / in the red-eyed sea / that drowns the living and the dead... even the sovereignty of snow / over the green grass!
Not to speak of the spaces skillfully left for all the words of silence, as Paul Eluard claims. The silent words of the soul... the infinities outside and inside us that no hedge can obliterate, only broaden Leopardi-like because the poet "fakes himself in his thoughts" otjer worlds... And the flights, the abysses, the defeats, the boundless horizons and the stars lumped together to became a nest of dreams... dreams... dreams that, like the children, "are the pearls in the necklace of time".
The French poet and aphorist Alain Bosquet writes: "Poetry is blood become flower".
Nothing is more true if we read, as touched and trepidatious readers,  Gjek・' Marinaj's poems, dripping blood immediately becoming flower, thanks to his noble, sensitive heart... always on the run and always returning to his pristine lure:
...

Ha Long Bay.

Beauty’s epicenter,
Serenity’s affection,
Tower of Babel’s
Covert resurrection.
                             Giovanni Romano
Ringrazio dal profondo del cuore il prof. Giovanni Romano per la pronta disponibilità nell’accettare senza esitazioni la mia richiesta di tradurre il testo; per la solerzia davvero sorprendente nel consegnare il non facile lavoro, svolto con competenza e passione, in appena due giorni; per la puntuale e preziosa traduzione. 
“Sia lode al merito”!
                        (Fine prima parte)


domenica 22 aprile 2018

E ancora su “Poesia anima e respiro dell’universo”

Mi piace, oggi, trasmettere la meravigliosa emozione provata nell’ascoltare le splendide poesie dei cinque poeti coinvolti nel Progetto interculturale “Poesia anima e respiro dell’universo”, recitate nella lingua originale da ciascun autore e poi replicate dai bravissimi “lettori ad alta voce” (Mariella Sivo, Alberto Tarantini, Luciana De Palma, Franco Tempesta e in più, lettrice per una sera, Raffaella Leone), sapientemente capitanati dal nostro poeta e scrittore Zaccaria Gallo, che ha prestato la sua voce ad una poesia di Dragan e ad alcuni versi di Bratislav.
Serate magiche, magistralmente organizzate, coordinate e condotte (quasi sempre) da Raffaella Leone, Pr. della SECOP Edizioni.
La prima serata ha preso suono e ritmo e senso e significato con “I miei cento”, versi di Angela De Leo, che non riguardano gli anni o i chili dell’autrice, anche se non si discostano più di tanto dalla realtà, ma i suoi passi, i suoi sorrisi, i suoi sogni… e soprattutto la sua insonnia…
I versi sono stati interpretati in modo molto convincente e coinvolgente da un insolito Tarantini, che ha rinunciato alla sua istrionica ironia per modulare la voce in termini più morbidi e suadenti in consonanza con lo stile poetico dell’autrice.

“I miei 100”
                                                   Il mondo è nelle mani di coloro
                                                                 che hanno il coraggio di sognare
                                                                 e di correre il rischio di vivere i propri sogni
                                                                 ciascuno con il proprio talento.
                                                                 Non desistere mai dai tuoi sogni,
                                                                               segni e segnali.
                                                                                                           (Paulo Coelo)                                                                                                                                                                   
Ho ancora 100 passi
per attraversare le mie ombre
e giungere alla riva dell’approdo.
O andare a caccia di stelle
col retino delle farfalle
quando dal lucernario scendono
nel mio prato e inventano la notte.
                                              (quando di notte io)
Ho ancora 100 mani
per ingabbiare sogni/illusioni
e con perni e chiodi e filo spinato
fissarli sul cuscino dell’indifferenza.
100 mani ancora
per aggrapparmi alle funi
del mio mai spento sorriso
e risalire ai giorni dei papaveri
e delle rose in gara nel mio cortile.
                                                  (quando di notte io)
Ho 100 conchiglie di richiami
a portarmi l’eco di cento amori
vissuti e mai dimenticati
e ancora cento da dimenticare
e amori che tornano e amori che vanno
e si disperdono con le ombre della sera
e nebbie di memorie svanite nell’andare.
                                                   (quando di notte io)
Ho 100 bocche
per tacere un segreto
storie di misteri e di follie
quando tumulto ribollivano
ricami di parole e risa d’uvaspina.
Ho 100 pupille
e cento sguardi amari
per fissarti l’anima in fuga
a specchiarsi dentro il cuore
che arde ancora di antiche rovine
e sa la pena e l’allegria un cedere
di ali alla deriva di ogni appiglio.
                                                   (quando di notte io)
100 canti mi rimangono
per impedirti d’andare via
quando s’azzera il tempo
sul nostro cielo incredulo
del tuo passarmi oltre senza
riconoscermi senza voltarti
a inseguire orme di passi perduti
E scoprire il senso di cento parole
perse nei campi del plumbago in fiore
in una festa di turchina nostalgia
e si era appena a maggio.
Poi venne giugno e tu voltasti pagina.
Si spensero i cento addii tra un solo
No
che uccise anni e sorrisi.
          Inutili le 100 carezze tra dita
          sfioranti il tuo volto di luna
          e cento lacrime mai versate
          disperse radici in cento fiumi
          Nel mare della dimenticanza
          cancellarono il sogno sfinito
                                        (non più di notte io)
Era d’estate…
… stelle ancora muoiono e rinascono
         squarciano cieli di luce…
 (almeno cento stelle ridono ancora l’alba)                        
(Angela De Leo, da L’ora dell’ombra e della riva)
Sono state lette, poi, in tutte e tre le serate due poesie di Bratislav Milanovic, tratte dal poema “Lettere da un futuro remoto”, due poesie di Kayoko Yamasaki, due di Ljubica Rajchic e due di Dragan Mraovic. Qui ne do solo un piccolo assaggio per una grande emozione.

II

Ti scrivo dal fondo dell'abisso, all'antica,
a mano, prima che le dita diventino rigide per il gelo
perché nessuna posta elettronica riesce
a raggiungerti - tanto hai reso incolmabile lo spazio...

E tu non rispondi, ferma sulla città,
sul monte di ogni magia, dove con un sospiro
in due abbiamo sciolto le ore e svegliato le magnolie
in primavera, d’estate, in autunno e durante l’inverno...

Ti scrivo a mano perché solo così posso
di nuovo toccarti la pelle e le labbra,
eccitare il punto nevralgico dei tuoi sensi
che stimolano il corpo, la mente e la voglia,

solo così mi abbraccerà il tuo respiro
umido invece del vento nell’abisso tra il nulla
e il vuoto, questa notte... ancora questa...
che mi solleverà da questo sotterraneo luogo come un’esplosione.

Lì, nel tempo ancora troppo giovane, la speranza resta speranza.

Ti scrivo: qui, dal fondo, il sole conquista ogni palmo
di questo corpo che è ancora un giardino colmo di sfide
laggiù, da te, nel passato, solo laggiù ancora...
E desidero solo d'esser divorato dal deserto.

Voce di un amore folle e appassionato, quella di Bratislv Milanovic, ma anche fortemente onirica e visionaria, pur nel realismo che misteriosamente pervade di grande sensualità e tenero erotismo tutto il poema. Le lettere, scritte rigorosamente a mano come le lettere d’amore di un tempo che ignorava la posta elettronica e il linguaggio sincopato e privo di ardore, si distendono in tutta la pienezza di un sentimento tenace e testardo, a dare una dimensione altra dello spazio e del tempo che va oltre lo spazio e il tempo, quando s’ingemma d’infinito, tanto è grande da sfidare anche la morte. E un fremito di commozione ha sfiorato la pelle e il cuore del numeroso pubblico in sospensione. In un silenzio che sapeva di ascolto e condivisione…
Poi ecco i versi della dolcissima e meravigliosa Kayoko Yamasaki Vukelic, letti con molto pathos da Mariella Sivo, emozionata e felice.

“La scala, due angeli”
Siamo venuti a porgere
Un pezzettino dell’amore
Con le manine
Che abbiamo teso
Il giorno
Della nostra nascita

Con un pianto forte,
Con un sorriso silenzioso,
la vita si sostiene
alla vita:
saliamo
le scale.

Quando ci rapinano
Acqua e aria,
quando ci spengono la luce,
ci teniamo per mano.

La vita ascolta la vita:
e senza
in silenzio
saliamo.

Questa mattina,
da quando gli angeli
sono tornati al cielo,
brillano nel buio
solo le orme
dei nostri piedini.

Per questo saliamo
Le scale
Da cui loro
Hanno preso il volo.

È la tristissima storia di due bimbi fatti prigionieri e poi uccisi durante la rivoluzione del 1999 nel loro Paese. E la tenerezza della coraggiosa autrice nel denunciare il misfatto è tutta nei diminutivi che usa per descrivere la prigionia e la morte dei due piccoli angeli: “pezzettino”, “manine”, “piedini” e, ancora, nel “tenersi per mano” dei due bambini mentre nel silenzio si confortavano per la mancanza del cibo e l’assenza della luce. Quale condanna più crudele verso l’innocenza e il candore? Solo gli angeli li sollevano in volo lungo la scala dorata che porta al Cielo.
Denuncia sociale e aderenza alla realtà molto forti con una delicatezza e lievità di grande impatto emotivo e poetico. E, tra l’altro, Kayoko canta come un usignolo.

 La ribollente, spumeggiante, bravissima Ljubica Rajkic, rumena, invece, recita due poesie dolenti, amare, ironiche, che vengono replicate, la prima sera, dalla poetessa e scrittrice Luciana De Palma; la seconda, da Raffaella Leone (che legge anche due poesie della sottoscritta), e la terza sera da una lettrice romana, di cui purtroppo non ricordo il nome.
“In questo amore faccio tutte le parti”

In questo amore faccio tutte le parti.
Non per motivi artistici.
Anzi, confesso che lui è un attore migliore di me.
Perché non confessarlo?
Ma è molto, proprio molto più negligente.
Sbaglia le repliche. Spesso. Si ritira.
Perde tempo per le sciocchezze.
Cambia volentieri le parti e gli avvenimenti.
La cosa peggiore è che lui odia gli happyend.
Essendo un intellettuale di razza,
lui ritiene che ogni lieto fine sia banale e non reale.
Per questo non gli permetto di mettere in pericolo
della mia vita l’avvenimento centrale.
                                    Finale.
(il mio primo monodramma si è svolto così:
mia nonna mi ha chiesto di prendere in prestito
un tritacarne.
Ho aperto il portone dei vicini,
ho chiamato la padrona e le ho detto:
bacio le mani, nonna Angelica!
Sii benvenuta, pulcino mio!
Mi manda mia madre Ljubica per farmi prestare
il tritacarne,
il nostro non funziona più…
te lo do subito, mia cara, e portalo alla mamma
e chiedile se ha fatto del formaggio,
mica quelle mucche sceme hanno pascolato
inutilmente, e grazie e arrivederci, pulcino mio…
Dopo aver parlato tutto d’un fiato, lei mi ha consegnato
il tritacarne
e mi ha baciato sulla fronte).
È la via più sicura verso il successo nella vita.
Ma questo monodramma oggi è un po’ diverso.
Niente pubblico né applausi, ma che m’importa?
Neppure lui è rimasto fino al sipario calato.
Non gl’interessava.
Questo monodramma non è stato rappresentato su questa terra.
Ma se in cielo contano i fatti, e contano,
io, quando non conterò più i miei giorni…
andrò a ritirare il mio premio.
“ljubica” in italiano significa  “amore”. E Ljubica è davvero una creatura d’amore. Da amare. Nonostante una vita contrassegnata da tante lacrime per un rapporto coniugale miseramente finito e per tante altre vicissitudini non sempre serene, Ljubica ha sempre un sorriso a illuminare il giorno. Ha sempre un dono tra le mani, una battuta divertita e divertente per sdrammatizzare ogni esperienza negativa. E, anche se nel suo Paese ricopre incarichi di grande prestigio e responsabilità a livello ministeriale, è di una semplicità incredibile e di una grande attenzione agli altri. E solo i Grandi sanno essere umili e attenti ai propri interlocutori.
Poesia allusiva, la sua, con una sorta di simpatica pruderie, che non ha niente di affettato, ma solo di disincantato divertissement perché tutto risulti giocaso e gioioso per minimizzare la delusione e il pianto.
E un Grande attento a tutti è Dragan Mraovic, il traduttore in serbo della “Divina Commedia”, del “Decameron” di Boccaccio, dei “Canti” leopardiani e potrei continuare all’infinito…
Di lui ecco una poesia d’amore dedicata alla sua splendida compagna di vita da molti anni ormai. È tratta da: “Libro bohémien”.
“So, cara” (a quella che mi amerà per ultima)

So, cara, che goccia dopo goccia un giorno in meno mi rimane;
lasciami brindare, non hai colpa, tu, fatta di marzapane.

Tu, la migliore, peccato che non sia stata la prima ad avermi,
non piangere e mandami un bacio nel bel mondo dei vermi.  

Poi, quando i fiori avranno il mio volto sotto il cielo sereno,
Dirai che se fossi stato migliore, mi avresti amato di meno.

Anche Dragan, come Ljubica, ama la poesia che nasce da ogni esperienza vissuta sulla propria pelle, ma con un’adesione più goliardica e sorridente alla concretezza delle cose, delle situazioni, delle atmosfere. Anche Draga gioca con le parole e le piega alla sua mordente ironia, con lo straordinario vitalismo, tipico dell’uomo bohémien, che ama la libertà, la fantasia, il coraggio di osare l’inosabile. E si perde nella malinconia della notte. Dragan ama le “piccole stradelle” della sua Belgrado addormentata e sa brindare alla suadade che il buio fa lievitare nel cuore con un baccale di birra tra le mani e una sorta di fatalità nell’accettare la vita che passa “goccia dopo goccia” e scivola sotto i ponti del Danubio e della Sava, da sempre stretti in un abbraccio di acque prima che l’alba canti il nuovo inno alla vita.
E noi ci siamo sentiti abbracciati e vivificati dal respiro di tanta Poesia, recitata con sacro rispetto, tanta grazia, immenso amore…
                                                                                       Angela De Leo

domenica 19 novembre 2017

UN FILO ROSSO, SOLO UN FILO DI LANA ROSSO


Filo è una parola breve, che dà subito l’idea del suo essere sottile, quasi di poco conto, di scarsa durata e di cui si può fare anche a meno. E, invece, è di una incredibile utilità. Serve. A cucire due lembi di stoffa separati ma combacianti; a legare tanti steli di fiori per farne un bouquet; a ricamare lenzuola da sposa e tovaglie per i giorni di festa; a stringere altri fili o tutto quello che va messo insieme e tenuto ben unito. Il filo regge un palloncino o un aquilone. Se è di perle, diventa ornamento. Se è di olio, diventa nutrimento. Se è di parole, diventa discorso. Se è colorato, diventa segno di confine. Se è di sangue, diventa incidente, malessere, timore, paura. Se è di corrente, diventa luce. Se è del telefono, diventa comunicazione a distanza. Se è di lana, diventa un maglione o un cappellino. Se è un rossetto, diventa un papavero sulle labbra e accende un sorriso. Se è sospeso tra due muri, diventa stendipanni con tante nuvole bianche prigioniere di mollette quasi becchi affamati di uccelli senza volo; se si tende su case e vallate, diventa l’ardimento del funambolo che  cammina sul filo del suo sogno…
Ma il filo può anche legare due polsi e unire due persone, due pensieri, due cuori, due sentimenti, due percorsi di vita in uno. Ed è bello pensare che un esile filo possa diventare così resistente da legare due vite, con tutto quello che in una vita è compreso, moltiplicato due o anche dieci cento mille volte.
Basta un filo e sembra quasi che si possa andare alla conquista del mondo: del cielo e della terra, del gioco di un bambino, del lavoro di un adulto.
Ma il filo, se è di semplice cotone o di preziosa seta, può anche spezzarsi e riannodarsi. Nel primo caso, separa ciò che aveva unito; nel secondo, ripropone la cucitura, il ricamo fiorito di bianco o di innumerevoli colori, il legame tra due o più persone e lo rafforza perché offre, a chi lo possiede e ne fa uso, la consapevolezza della precarietà della sua consistenza e resistenza, sollecitando all’attenzione e alla cura per salvaguardare la sua forza, la sua generosa solidarietà.
Se si spezza, è importante ricorrere al nodo.
E il nodo può essere un legame più forte, ma anche un ostacolo. Una promessa o solo un ricordo. Diventa la misura del tempo e dello spazio. O il punto fermo.
Se, poi, è anche rosso, diventa dialogo, filo diretto, che crea consuetudine, intimità, riconoscimento, amore, allegria. Ma anche errore di poco conto, peccato veniale o, piuttosto, ferita.
Se, infine, è di lana ed è rosso, allora diventa inequivocabilmente il libro “Un filo di lana rosso” di Raffaella Leone per i tipi della Secop Edizioni con illustrazioni di Massimiliano Di Lauro.
E il libro di Raffaella Leone è un racconto lungo che si dipana in un percorso che dalla Puglia porta a Milano e ritorno, legando due polsi in fuga, che si attraggono e si respingono senza tregua e senza sosta, perché sono uniti non solo da quel filo di lana che si spezza e viene riannodato, ma da un sentimento d’amore che lega quasi novant’anni di vite, l’una nell’altra; di gioco, confidenze, voglia di libertà e rifugio sicuro del cuore perché non c’è distanza che tenga, né altro divario o dissonanza quando è semplicemente una storia d’amore indissolubile, oltre ogni possibile apparenza. A raccontare questa storia affascinante è pur sempre il filo rosso, che segna un limite e la misura di ogni possibile rapporto umano. Che è, a volte, senza limiti e senza misure, perché riguarda sentimenti che vivono di vita propria oltre il tempo e lo spazio anche se si nutrono di tempo (gli anni) e di spazio (la propria casa), da cui sconfinare aiutati da quel semplice filo,  che un’autrice straordinaria ha dipinto di rosso appassionato come il suo cuore e che sa riannodare continuamente perché non si spezzino mai i capi e non si disperdano mai quegli amori “unici”, che hanno profonde radici nell’anima.
E tutto ricomincia…  anche ritornando a leggere dalla prima pagina il libro perché non se ne perda neppure una parola. Nel tentativo di scoprirne il senso, la profonda verità.