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domenica 15 settembre 2019

Domenica, 15 settembre 2019: Il potere della Poesia


Ora che la gioia viva dell’incontro ci ha lasciato una impalpabile malinconia per i cinque giorni trascorsi troppo in fretta per sentirli veri, ora mi piace riportare alla memoria, ancora breve, le meraviglie vissute lunedì scorso nella nostra Libreria Secopstore in quel di Corato. Serata magica, dunque, all’insegna della Poesia e della Letteratura italiana e internazionale con la straordinaria presenza (per la prima volta in Italia) di Gjeke Marinaj, il GRANDE poeta di origini albanesi, ma americano di adozione ormai da tanti anni. Tutto il suo ricchissimo, sorprendente, affascinante curriculum vitae e professionale è stato abbondantemente citato su varie Pagine di fb, su testate giornalistiche in formato cartaceo e via web, un po’ dappertutto, in Italia e all’estero, per cui non mi sembra il caso di riportarlo ancora sulla mia pagina. In pratica, basta cliccare il suo nome su Google per sapere tanto di lui.
Penso che sia giusto, invece, ripercorrere per sommi capi l’esperienza prodigiosa vissuta insieme lunedì.
E parto da Raffaella Leone e dalla sua chiara, colta, dettagliata, effervescente Introduzione alla serata di presentazione di Gjeke Marinaj tra noi. Con intensa partecipazione emotiva e tanta dovizia di particolari letterari e storici, ha focalizzato quale possa essere il significato della poesia ai nostri giorni, in un vastissimo e complesso panorama culturale, letterario, umano, e in una società che sembra vivere sui social una fittizia realtà parallela a quella che ci vede protagonisti in casa, nella comunità locale e planetaria in cui realmente e realisticamente viviamo.
Le ipotesi e le tesi, le argomentazioni e le contraddizioni.
Poi, ecco Gjeke Marinaj, seduto in mezzo al numeroso pubblico con la semplicità che si conviene ad un uomo di particolare umiltà e ad un poeta GRANDE di per sé. Con il suo tenero, luminoso, avvolgente sorriso che fa di lui la perfetta incarnazione della sua teoria, il Protonismo, che propugna il “pensiero positivo”, non soltanto nell’ambito della critica letteraria, ma anche in ogni rapporto relazionale e in ogni settore dell’umana esperienza, con la prospettiva di valorizzare quanto di buono possa esserci nella scrittura di ciascun autore, ma anche nella personalità di ciascun essere umano, che è fatto, come ciascun essere umano, di luci e di ombre, di virtù e difetti, di ardimenti e di limiti. Mettendo in pratica cinque semplici regole che Gjeke suggerisce per diventare migliori noi stessi e rendere migliori i nostri simili e l’intero nostro pianeta, oggi così devastato da guerre, palesi e sotterranee, da violenze di ogni genere, dall’imbarbarimento del linguaggio verbale e dello stesso animo umano. La paura serpeggia per ogni possibile (anche se improbabile) nemico, tanto è l’odio sempre più diffuso nel mondo verso ogni diversità, e persino verso ogni altro da noi. Laddove Gjeke viene chiamato, invece, quale ambasciatore di pace e fratellanza tra tutti gli esseri viventi.  E il suo sorriso coinvolgente si sposta tra i vari Continenti per diffondere quella teoria che, nel frattempo, è diventata una disciplina linguistico-filosofico-umanistica, insegnata anche in alcune Università.
Non a caso, alle domande di Raffaella c’è stata da parte del nostro ospite un volo per parlare di quanto gli stava più a cuore: il potere della Poesia e il Protonismo. E lo ha fatto come se rompesse gli argini, essendosi trasformato in un fiume in piena, con tutta la   sua passione viscerale per la parola poetica, con la forza dirompente della sua anima ribelle e libera, e con tutto il suo amore, accogliente e vitale, per gli altri, per la natura, i luoghi amati, la vita stessa.
Fremiti di emozione e commozione condivisa: da alcuni parenti albanesi del poeta, venuti per salutarlo ancora una volta, dopo trent’anni di attesa dal loro ultimo incontro, e dai tanti nostri amici SECOP, poeti, scrittori, docenti, giornalisti, fotografi, musicisti, chiamati da Raffaella, con un gioco divertente di parole “pescate” a caso, ad essere protagonisti tutti, sia pure per una manciata di minuti, della serata. Perché Gjeke Marinaj si sentisse avvolto dal calore e dall’ammirazione dei presenti, sempre più numerosi, attenti, coinvolti.
Giuseppe Fiorello, nostro amico e autore, nonché docente, fotografo e pittore, ha fatto l’elenco di chi ha potuto rendere omaggio al nostro meraviglioso ospite. Ve lo propongo, leggermente modificato per evitare qualche soggettiva interpretazione delle sue schiette parole (ma il testo originale è visibile su fb) perché ne rimanga traccia anche su questa mia pagina:

Il poeta albanese naturalizzato americano Gjekë Marinaj in giro per la nostra Puglia, a Santo Spirito e Lecce con serate organizzate dalla poetessa Rosalba Fantastico di Kastron e il suo compagno Franco Leccese, e a Bitonto e Corato con la SECOP edizioni, per presentare il suo primo libro di poesie in italiano "Schizzi di immaginazione", pubblicato dalla SECOP, e la sua teoria sul Protonismo.
Durante l’ultimo incontro, lunedì 9 settembre, è stato accolto ed omaggiato, nella Libreria Secopstore di Corato, da molti altri autori della stessa Casa editrice.


Angela De Leo
Giovanni Romano
Gabriella Basile
Rosalba Fantastico di Kastron
Dina Ferorelli
Zaccaria Gallo
Valentino Losito
Federico Lotito con la sua compagna Luciana De Palma
Alberto Tarantini
Mario Sicolo
Marino Pagano
Luisa Varesano
Maria Sforza
Mauro Massari
Gianni Brattoli
Giuseppe Tricarico
Tony Rizzo
Giuseppe Fioriello
Benny Caterina
Angela Strippoli
Besa Mone (docente di origine albanese)


                                                  Giuseppe Fioriello

E, dopo la felice Prolusione di Raffaella, ecco la Relazione della sottoscritta:

Schizzi d’immaginazione (SECOP edizione) di Gjeke Marinaj

La raccolta poetica Schizzi d’immaginazione di Gjeke Marinai mi ha da subito affascinato per la “singolarità” e la “verità”, plurale e contraddittoria quest’ultima, l’ironia al limite dell’amaro sarcasmo, la tenerezza colma d’antica nostalgia, la visionarietà onirica e vera.  Sono queste alcune caratteristiche che ne fanno un’opera unica, originale, autentica.
E, del resto, Susan Sontag, scrittrice statunitense pluripremiata, sostiene che tutte le qualità che rendono pregevole o ammirevole uno scrittore possono essere individuate, appunto, nella “singolarità” della sua voce… e nella “verità molteplice” delle sue affermazioni contraddittorie.
“La letteratura - scrive Sontag - è la casa della sfumatura e della contraddizione, che si oppone alle voci della semplificazione”.
È quanto ampiamente connota Schizzi d’immaginazione, in cui c’è tutto Gjeke, con i suoi sogni e le sue perdizioni, il suo amore “affamato” per l’amatissima consorte Dusita e la sua anima buia e martoriata di esule e migrante, metà zingaro e metà eroe, con una visione della realtà tutta calata nelle sue verità più dure e aspre della condizione umana tra violenze, guerre, sradicamenti, lutti, ma anche fiorita di verità più lievi e incantate della bellezza e della speranza, che contempla fuori e dentro di sé. 
Marinaj aggruma spesso le prime con il suo pensiero filosofico, che mai lo abbandona e con la fine penetrazione psicologica nelle pieghe dell’animo umano, oppure le stempera con l’ironia e la poesia che gli appartengono come una seconda pelle, la sua stessa carne, il suo stesso sangue.
Vorrei, a questo proposito, ricordare che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il libro: “mare”, aperto e libero, che porta lontano e permette il lungo viaggio della scoperta e della conoscenza; “corpo”, carne della nostra stessa carne: se ci cattura diventa il nostro stesso corpo; “coltello”, perché dopo il primo colpo (fendente metaforico) per penetrare nelle sue pagine è lo stesso libro che ci ferisce, prendendosi l’anima e tutta la parte più nascosta di noi, perché in esso scopriamo la nostra lacaniana “lalange”: la nostra lingua interiore, il nostro “Io” più vero, quello che risale alle nostre radici e scende nell’humus più profondo della nostra terra.
Ecco qualche verso a testimonianza di tutto questo:
Un tempo col palmo delle mie mani la tua crescita misuravo,//ora altri dai versi che scrivi/ ti misurano.// Sei un poeta/ e oltre i limiti dello spazio giunge il braccio del poeta. (“Una madre parla al figlio poeta”, p. 83);  
 … La ragazza rese il mare più mare./ Il mare fece più poeta il poeta?/ Chi era il mare? - La ragazza, il mare o il poeta? (“Chi era il mare”, p. 115); 
… tutti gli affanni del mondo furono incisi/ sui globi oscuri dei nostri occhi, e i nostri cuori/ impotenti rimasero a segnalare il messaggio del decesso (“Sperando di trovare rifugio in America”, p. 61);
… Vado a portare rose nei cimiteri dei silenzi,/ ma i fiori si mutano in polvere ed io/ non riesco a trovare la via del ritorno… (“Quello che alla terra non ho detto” I, p.129).
… Tu, respiro che spirò la brezza vitale/ attraverso penosi rintocchi d’amore. (“Albania”, p. 47).
Erri De Luca, con Nazim Hikmet, afferma: “il libro dev’essere vento e aprire le tende”. In pratica, va lontano, si ferma e spalanca le tende alla luce del giorno per guardare, contemplare, indagare, scoprire, e restituire, nell’immancabile ritorno, la conoscenza del mondo arricchita di mondi altri, di altre meraviglie (le stesse categorie elaborate da Gjeke nella sua teoria protonica, linguistico-umanitaria, che lo ha reso famoso in tutto il mondo). Con in più la visionarietà, alla quale il nostro Autore si uncina, per sognare luoghi migliori, in cui abitare finalmente rasserenato e in pace con sé stesso, con la natura, con tutti gli esseri viventi, in una continua ansia d’amore, che è attenzione e cura. Un fondersi e confondersi con il Tutto che ci abita e che abitiamo.
Una delle creazioni embrionali di Dio, la baia di Ha Long:// Modello da contemplare e seguire per la natura tutta.// Tiepido magico guscio in cui la terra si fa nido/ di cielo simile al mare e di mare simile al cielo, fluttuante nel nostro universo.// Sono anime esse stesse e hanno anima queste minuscole isole./ Poesie nella poesia.(“Nella baia di Ha Long così appare il mondo, p.15).
E Ha Long è il luogo del cuore, il luogo della poesia e del ritrovarsi del poeta immerso nella bellezza della natura che tanto lo affascina in un abbraccio di sogni senza fine. Il LUOGO che apre e chiude la raccolta in una struttura ad anello che sembra, nella continuità del cerchio, racchiudere l’infinito…
In tutta la raccolta, del resto, si avverte questo respiro della bellezza e del sogno sempre in luminoso agguato. In tutta la raccolta, aleggia un continuo scambio osmotico circolare con i propri simili, fatto di valori perenni e di pensieri e parole sempre nuovi e diversi, che si riconducono alla giustizia sociale e alla solidarietà umana. Si avverte il soffio leggero dell’amore e l’uragano furioso della passione, la malinconica tristezza dei ricordi e la feroce solitudine dell’esule, il dolore per ogni perdita, per ogni orma persa sulla sabbia desolata del deserto del cuore che più volte Gjeke ravvisa nel mondo contemporaneo e che, per sé e i suoi “affini”, scongiura.
È una poesia che racconta il bene e il male, il bello e il brutto, l’odio e la tenerezza, tutti i sentimenti che l’esperienza esistenziale sommuove nell’animo umano. Per questo i versi di Marinaj sono lunghissimi: rivelano i passi numerosi di colui che va perché deve andare e lascia dietro di sé una scia di ricordi, il dolore dello strappo dalle braccia materne, dalla casa, dalle strade conosciute e amate, il vuoto di ogni assenza. E penso alle stupende statue bronzee dedicate ai migranti dallo scultore marocchino, ma francese di adozione, Bruno Catalano.
E ci sono, al contrario, versi che narrano anche i sorrisi incantati e pudichi dell’amore ragazzino e quelli più morbidi e pensosi dell’età matura, quando l’amore è un rifugio, una consolazione protettiva a rimarginare ferite, ad assicurare continuità e serenità di giorni da centellinare piano perché nulla più vada perduto. Stupendi quelli dedicati a Dusita, sua compagna di vita, a sua madre, alla sua terra, patria perduta e ritrovata perché “matria” (Calvino e altri) con braccia accoglienti d’amore e di perdono.
I pianeti sono perle sul tuo collo,/ splendenti della tua perfetta bellezza… Dalla nostalgia di te sono devastato./ Rimpianto vasto come il mare/ Sono gabbiano dalle ali spezzate… Terra mia./ (…) Quanto sento acuto il bisogno del tuo perdono./ Lascia la coppa ricolma dei miei peccati./ (…) solo promettimi che nel mio profondo sonno/ tu sarai la mia eterna/ trapunta di terra. (“Dusita”, p. 39; “Alla madre”, p. 145; “Quello che alla terra non ho detto” III, p.133).
E alla sua terra Gjeke Marinaj dedica un breve poemetto di accorata nostalgia, all’interno della raccolta. Un rimpianto d’anima che lo fa sentire colpevole per averla abbandonata, pur essendo stato costretto a farlo per evitare una morte certa. L’eccezionale delicatezza d’animo del poeta è fatta di “cristalli pieni di lacrime”, di “ali spezzate”, di “coppa ricolma di peccati” laddove tutto si veste, invece, d’innocenza e di “prematura… suadente maturità”. Contenuti profondi di un uomo dalla “biografia spezzata” (Enzo Biagi), che si porta dentro un vulnus di tutti i vuoti di ogni abbandono: c’è sempre un vuoto da colmare, scelto o subìto.
Versi, tutti, che hanno metafore insolite, affascinanti, ardite. A volte a raggiera, a volte a stella cometa; a volte, sono acqua sorgiva e zampillante, altre torrente in piena. Figure retoriche suggestive, dalle personificazioni alle anafore, dai chiasmi ai poliptoti…
E dai tanti versi senza versi esplode improvvisa e luminosa la Poesia.
… In maniche di camicia è uscita la notte… I ferri della calza della sera a maglia lavorano… dove le penne vengono a pensare… dal mare dagli occhi rossi/ che i vivi e i morti annega… anche la sovranità della neve/ sull’erba verde!
E gli spazi sapientemente lasciati per tutte le parole del silenzio, come sostiene Paul Èluard. Le parole mute dell’anima... gli infiniti dentro e fuori di noi che nessuna siepe può cancellare, ma solo leopardianamente dilatare perché il poeta “nel pensier si finge” mondi altri… E i voli, gli abissi, le vittorie, le sconfitte, gli orizzonti slargati e le stelle raggrumate per farsi nido di sogni… i sogni… i sogni che, come i bambini, “sono perle nella collana del tempo”.
Il poeta e aforista francese Alain Bosquet scrive: “La poesia è sangue diventato fiore”
Niente di più vero se leggiamo, commossi e trepidanti, le poesie di Gjeke Marinaj, grondanti sangue che si trasforma immediatamente in fiore, grazie al suo nobile e tenerissimo cuore… che sempre è in fuga e sempre ritorna all’incanto primigenio…
…
Baia di Ha Long.

Epicentro di bellezza,
Tenerezza incantata,
Risurrezione clandestina
Della Torre di Babele.

                                                        Angela De Leo

                            Sketches in Imagination by Gjekë Marinaj

Gjekë Marinaj's book of poems Sketches in Imagination enthralled my imagination at first sight for its "uniqueness" and "truthfulness" – the latter multi-faceted and almost self-contradictory –, for its irony verging on bitter sarcasm, for its tenderness full of ancient nostalgia, its onirical, true dream-like quality. These are some of the features that make this book an unique, original, genuine work.
Susan Sontag, the multi-award winner american writer, maintains that all the qualities that make a writer laudable or worth of admiration can be pinpointed, indeed, in his/her "unique" voice... and in the "multi-faceted truth" in his/her contradictory statements.
"Literature", writes Sontag, "his the home of nuances and contradictions, opposing the sirens of simplification".
This is the main feature of Sketches in Imagination, a work that contains the whole of  Gjekë, with his dreams and perditions, his "hungry love" for his beloved wife Dusita, his darkened, tormented soul of exile and refugee, half gipsy and half hero, his outlook of reality fully immersed into the hardest, harshest truths of the human condition among violences, wars, forced displacements, griefs but also flourishing of the more delicate, enchanted truths of beauty and hope, which he contemplates both outside and inside himself.
Marinaj often lumps all the bitter truths in his ever-present philosophical thought with his keen psycological intuition of the flexions of the human mind, or dilutes them with the poetical irony that belong to him as a second nature, like his own flesh and blood.
I would like to remind that the Italian psichoanalist Massimo Recalcati describes a book like "a sea", an open, high sea, who opens unlimited horizons and makes possible the long voyage of discovery and knowledge; like "a body", flesh of our own flesh: if it captures us it becomes our own body; like "a knife", because after the first blow (a metaphorical cutting) we give to get through its pages, it is the book which wounds us, taking hostage our soul and the innermost part of us because we discover in it our Lacanian "lalange": our interior language, our real self, the self which goes to the roots and digs into the deepest humus of our soil.
Here are some verses as an example of the above:
... Once I measured your growth by the palms of my hands. / Now others measure it / by the lines you write. // You are a poet / and the poets’ reach extends beyond the edges of space.("A Mother Speaks to her Poet Son", p. 83);
... The maiden made the sea more sea-like./ The sea made the poet more of a poet. / Who was the sea? - the maiden, the sea, or the poet? ("Who Was the Sea", p. 115);
... All the cares of the world are etched / on the dark globes of our eyes, and our hearts / are powerless to signal the message of their decease. ("Hoping to Find Refuge in America", p. 61);
... I go to put roses in the cemetery of silences, / but the flowers turn into dust and I / cannot find my way back… ("Things I Had Not Told The Land", i, p. 129);
... You, the breath that blew the life's breeze / through  painful chimes of love. ("Albania", p. 47).
Erri De Luca, along with Nazim Hikmet, declares: "A book must be a wind which opens the courtains wide". Indeed, it travels far and wide, it stops to open the courtains wide in broad daylight watching, contemplating, inquiring, discovering, and giving back, in its inevitable return voyage,  a knowledge of the world enriched by diverse worlds, diverse marvels (the same categories developed by  Gjekë with his linguistic-humanitarian Protonistic theory which made him famous all over the world). Adding the poet's visionary capability, to which our Author is firmly hooked, dreaming of better places in which to dwell at last, calmed down in peace with himself, with Nature, with all living beings, in a perpetual yearning for a caring, attentive love. Melting and blending himself in the Whole which dwells into us, and where we dwell.
Ha Long Bay must have been one of God's embryonic creations / A model for the rest of the natural world to see and follow / A warm magic shell for the Earth to incubate its core / Made of sea-like sky and sky-like sea floating in our universe. // These tiny islands have distinct souls and are souls themselves / They are poetic compositions and compose poetry of their own. ("So It Seems, at Ha Long Bay", p. 15).
Ha Long is a place of the heart, the place for poetry where the poet recovers, immersed in the natural beauty that so fascinates him, in an unending embrace of dreams. This is the opening and closing Place for the book, enclosing it in a ring-like structure which seems, in its circularity, to enclose Infinity itself...
Along the whole book, indeed, one can feel this breath of beuty and dreams, always ready to surprise us with their bright ambushes. Along the whole book lingers a circular, osmotic exchange with the other fellow creatures, an exchange of perennial values and ever new, different thoughts and words, rooted into social justice and human solidarity. One feels both the light breeze of love and the furious tempest of passion, the melancholic sadness of the memories and the harsh loneliness of the exile, the grief for every loss, for every trace lost on the desolate sand of heart's desert which  Gjekë recognizes many times in the contemporary world and which wards off for himself and his "kindreds".
His poetry narrates of good and evil, of beauty and ugliness, of hate and tenderness, of all the feelings that the existential experience agitates inside the soul. That's the reason why Marinaj's verses are so long: they reveal the many steps of who goes because he has to go, leaving behind a furrow of memories, the pain of being ripped from his mother's arms, from his home, from the familiar, loved streets, thrown in the void of every absence. I am thinking of the magnificent bronze statues of migrants by the Moroccan sculptor, but French citizen, Bruno Catalano.
There are, conversely, the poems which narrate also of the enchanted, modest smiles of adolescent love, beside the softer, more pensive ones of maturity, when love is a refuge, a protective solace for healing the wounds, for assuring a quiet perennity of days to savor one by one so that nothing goes lost anymore. Splendid are the poems dedicated to Dusita, his wife, the ones dedicated to his mother, to his land, a fatherland lost and found again because it's the "motherland" (according to Italo Calvino and others) ready to embrace him with love and forgiveness.
The planets are like beads on your neck, / luminous with your wholesome beauty. ... I’m devastated by the longing for you / A longing broad as the sea / And I am a broken-winged gull... Land of mine, / (...) As keenly as I need your forgiveness. / Leave the brimming cup of my sins / (...) only promise me that in my deep sleep / you will be my permanent / earthen quilt. ("Dusita", p. 39; "To Mother", p. 145; "Things I Had Not Told The Land", iii, p. 133).
To his motherland, Marinaj dedicates a short poem full of aching notalgia. A regret of his soul that makes him feel guilty of having abandoned it, in spite of having been forced to do so in order to avoid certain death. The poet's extraordinary sensitivity of character is made of "crystals full of tears", "broken wings", "a coup brimming with sins", where all is made, on the contrary, of innocent and "premature... mellowing maturity". These are the innermost subjects of a man with "a broken biography" (Enzo Biagi) who carries into himself the vulnus of all the voids, of every abandonment: there is always a void to be filled, either chosen or suffered.
All these verses contain unusual, fascinating, bold metaphors. Sometimes like a sunburst, sumetimes like a comet's tail; sometimes they are like springing, gushing water, sometimes like an overwflowing torrent. Evocative rethorical figures, from personifications to anaphoras, from chiasms to politpthotes...
From all those verses without verse, Poetry explodes, sudden and bright.
The night stepped out in short sleeves ... / Evening’s knitting needles stitch foggy fabrics... /  Where the pens come to think / in the red-eyed sea / that drowns the living and the dead... even the sovereignty of snow / over the green grass!
Not to speak of the spaces skillfully left for all the words of silence, as Paul Eluard claims. The silent words of the soul... the infinities outside and inside us that no hedge can obliterate, only broaden Leopardi-like because the poet "fakes himself in his thoughts" otjer worlds... And the flights, the abysses, the defeats, the boundless horizons and the stars lumped together to became a nest of dreams... dreams... dreams that, like the children, "are the pearls in the necklace of time".
The French poet and aphorist Alain Bosquet writes: "Poetry is blood become flower".
Nothing is more true if we read, as touched and trepidatious readers,  Gjek・' Marinaj's poems, dripping blood immediately becoming flower, thanks to his noble, sensitive heart... always on the run and always returning to his pristine lure:
...

Ha Long Bay.

Beauty’s epicenter,
Serenity’s affection,
Tower of Babel’s
Covert resurrection.
                             Giovanni Romano
Ringrazio dal profondo del cuore il prof. Giovanni Romano per la pronta disponibilità nell’accettare senza esitazioni la mia richiesta di tradurre il testo; per la solerzia davvero sorprendente nel consegnare il non facile lavoro, svolto con competenza e passione, in appena due giorni; per la puntuale e preziosa traduzione. 
“Sia lode al merito”!
                        (Fine prima parte)


lunedì 4 giugno 2018

4 giugno 2008 - 4 giugno 2018

Il tempo è una tela di ragno che ci imbriglia in ogni direzione. Parliamo di tempo lineare (gli anni che passano) e di tempo circolare (il riproporsi delle stagioni), di tempo presente (il battito di ciglia di un attimo), del tempo passato che si attualizza in un ricordo e del tempo futuro che ci prefiguriamo senza alcuna certezza o verità. Forse è il tempo della speranza o di una promessa, ma esiste soltanto perché noi possiamo pensarlo e prefigurarcelo. Tu sei ormai tempo coniugato al passato come presenza fisica e tempo coniugato al presente come “ingombro” nel cuore: occupi buona parte dello spazio nel mio quotidiano andare e sei un nodo che fa ancora male. Per fortuna, ho un cuore di riserva (i nostri figli qualche tempo fa mi regalarono un libro meraviglioso intitolato “E la chiamavano due cuori”). Non so se ce l’ho mai avuto o sono stati i miei ragazzi a farmelo sentire battere nel petto. Doppio battito, dunque. E nel cuore di riserva c’è spazio per tutti quelli che amo, per quelli che mi corrispondono, per quelli che via via bussano ai miei giorni per entrare a farne parte. Loro non sanno del mio cuore di riserva. Sanno che vi trovano spazio e qualche volta si meravigliano. Non tutti sanno di te. E quelli che sanno pensano che sono passati 10 anni. E ignorano quel nodo che ogni giorno mi riporta non ai nostri quasi cinquant’anni trascorsi più o meno insieme, ma a quell’ultimo giorno che non si fece mai alba per te. Rivivo attimo per attimo le due frenetiche ore che resero la tua storia irrimediabilmente al passato. E il nodo strangola strangola strangola per tutti i giorni che poi sono venuti dopo di te. Giorni difficili. Amari. Vulnerabili. Tutti mi danno premure attenzioni baci e sorrisi. Ma spesso io sento quel nodo non solo come il pianto della tua mancanza al mio fianco quanto piuttosto come ferita per tutto quello che a te è venuto a mancare proprio nel momento in cui avresti potuto averne più bisogno. È questo il mio tormento. Qualche volta, perciò, mi si rimprovera per una malinconia che non riesco a nascondere, per un’amarezza di fondo che non dovrei provare, per un pensiero che mi fa sentire più vicina alla tua promessa prima di andar via (il mio futuro sempre più breve): “ci vediamo di là”. Sì, è una promessa che gli altri che mi amano sentono come minaccia, mentre per me, che ho sempre avuto terrore, e non solo timore, della morte si fa segreto motivo di riconciliazione da sempre desiderata, di adesione serena se non proprio attesa, di accettazione tranquilla perché “di là” ci sei tu ad attendermi e tutti quelli che mi hanno amato. E siete ormai tanti. Proprio tanti… Quando sarà, faremo una grande festa con tutte le musiche e le canzoni che abbiamo ascoltato insieme. Con tutte le poesie che mi hai dedicato, che ti ho dedicato. Con tutta l’allegria del nostro ritrovarci…
Intanto, vivo il nostro dopo e riascolto le tue poesie che mi hai dedicato quando eri certo di andare via prima di me. L’avevi sempre previsto. Sempre saputo. Ed è dolcissimo oggi rileggerti. Le tue rinnovate carezze per il mio doppio cuore. Tu ignori il cuore di riserva. Me lo avresti strappato e buttato via. Lo sai. Lo sappiamo.

A LINA, DOPO

Capricorno Selvaggio

Capricorno Selvaggio
sono nato prima di nascere
assurdo capricorno
di uno zodiaco senza cielo;
inseguivo tropici
con sangue di ghiaccio
lungo i confini del vento
che cerca la sua ragione
accusando le foglie
di bruciare l’autunno.
     Per rincorrere
briciole di sabbia
colme di niente
ho rischiato la mia dignità
               E
intanto ignoravo
la spiaggia immensa,
come unico rifugio 
per le mie ansie
che si apriva sui confini
del mio cuore.
Mi son giocato me stesso
con dadi truccati,
mi sono giocato il tempo
da scontare senza più equilibrio
-         Assurdo clown
che insegue il suo segno zodiacale -
Mi ritrovo selvaggio
come sono nato
inchiodato
come un povero cristo
dalle mani di pietra
incapace
di rovesciare la clessidra
e di sfogliare
i petali del vento
o inventare
un natale di dolcezza…



Ti vestirò di pane e fiori
E di fragranza dolce
Di prato e di fresco mattino
Ti vestirò di pane
Per sapere il tuo cuore
       Ti vestirò di fiori
Per sapere il tu amore
Per mangiarti
Con la mia fame di te
Per coglierti
Petalo su petalo
        Mio pane quotidiano
        Mia primavera.
        Ti vestirò di pane
Soffice e caldo
Per i denti del mio cuore
Ti vestirò di fiori
Per le mie mani ansiose.
E sulla mia pelle
        Pane e fiori
La festa non avrà mai fine.


Per la gloria dei gabbiani
         
       Le conchiglie hanno sogni
Di acqua tenera
E di sole azzurro e verde
Lungo le orme
Di sabbia mai stanca
      Mai vinta.
      E il tuo canto
Ha vele di nostalgia
Per la gloria dei gabbiani in volo.
         Il tuo respiro
È un giorno profondo
Di luce e di stelle
Antico e immenso
Come un guerriero
Senza storia.
      E la tua presenza
È un canto senza fine
Come specchio di tempo
E di memoria.


Favola
        
              E tu
Scioglievi i rami
Dei tuoi sogni
Sulle note della nostalgia
Mentre il giullare
Inseguiva la noia
Alla Corte del Re
     La notte era fredda
E tu
Fata e poi strega
Con fiori di luna
Nei tuoi capelli
Parlavi di pianto
E di amori perduti.
     Poi, l’alba
Raggiunse il castello
Pietra su pietra
Fino ai tuoi occhi
Ciglia su ciglia
Fino al desiderio
Del Re
Tu Regina e Schiava
Con la tua pelle
Nuda di rugiada
Tra fiore e foglia.
     Dormivano i cavalli
Con le criniere stanche
Come sogni lasciati
 E mai vissuti.
          E tu
 Corda di mille chitarre
   Tu la notte
   Tu il giorno
   Tu favola di ieri
        Tu favola
        Di sempre.


Se un giorno ti diranno

Se un giorno ti diranno
di amarti tanto,
pensami e saprai
che ti amo più di tanto.

Se un giorno ti diranno
di amarti un mondo,
pensami e saprai
che ti amo più
di un mondo.

Se un giorno ti diranno
di amarti immensamente,
pensami e saprai che
ti amo di più
tanto di più
un mondo di più
immensamente di più …                
                      Primo Leone


A te (dieci anni dopo)

Sul precipizio mi fermai a guardare il vuoto…
Fu tutto in un istante
il dirsi arrivederci ed era addio
in quel presentimento
che mai m’abbandona
e fissa istanti
in cui tutto accade ed è eternità
I tuoi occhi lontani e già altrove
il silenzio nel giardino
il grido inorridito a metà gola
perché nessuno scoprisse l’inganno
del tuo dover andare senza appigli
ad ogni filo di luce che ti lanciavo
e farti un nodo al dito a rammentarti
il ritorno e la strada e il vento e la ruga
da baciare per levigare un pensiero
più di una ferita
a esorcizzare il tempo che esonda
la pena di ogni nuova sconfitta
Ritorno sui miei passi stanchi
e ho scarpe rotte e tasche di buchi
e uno scoramento di lacrime
a inondare la soffitta senza la possibilità
di contrastare le stelle
e trattenere
il tuo viaggio fino all’ultima dimora
dove è più adeguato il tempo
alla tua arsura di libertà
(respiro immenso ha la nostra vela
con mani intrecciate
a un cielo al tramonto che sa ancora di noi…)
                                                   Lina


NB: le poesie, dedicatemi da Primo su un quadernetto nero col bordo rosso come quello che usavamo tra i banchi di scuola dove ci incontrammo la prima volta nel 1958, sono dieci. E sono meravigliose poesie d’amore da leggere “dopo”. A Lina, dopo.
Alcune sono inserite nel libro “per oro e per sempre” (SECOP Edizioni, 2017), dono di Raffaella e Peppino per il giorno delle nostre Nozze d’Oro, il 20 settembre 2017. Altre sono ancora inedite. Avevo deciso di tenerle solo per me, ma poi sono talmente belle che mi sembra giusto farle conoscere anche agli altri… Primo, ottimo poeta, scrittore, pittore… e tanto altro ancora…                                  

Angela De Leo

martedì 24 aprile 2018

23 aprile: giornata mondiale del Libro

“Tutti i libri del mondo/ non ti danno la felicità,/però in segreto/ ti inviano a te stesso./ Lì c’è tutto ciò di cui hai bisogno,/ sole stelle luna./ Perché la luce che cercavi/ vive dentro di te./ La saggezza che hai cercato/ a lungo in biblioteca/ ora brilla in ogni tuo foglio/ perché adesso è tua”. (Herman Hesse)
<Amo stare tra i libri. Sentirne il profumo. Prenderli tra le mani, accarezzarli, far scorrere le dita sui loro contorni spigolosi, sui loro fogli avoriati e setosi oppure spessi e ruvidi
(aprimi. leggimi. assaporami. ascoltami. entra dentro le mie pagine. ci sono parole. entra dentro le parole. ci sono storie. entra nelle storie e vi troverai personaggi veri o inventati. incontrerai le loro voci. spesso provengono dal passato. incontrerai il dolore e la gioia. incontrerai la vita. tua. degli altri. ascolta il mormorio delle parole che proviene dalle pagine. musica e silenzio. canto e incontro. emozione. colore di tempo e di spazi minimi o sconfinati. di eternità)
Le copertine mi guardano, mi sorridono, m’invitano. Sono loro a scegliermi. Mi conoscono. Sanno i miei gusti, le mie preferenze. Le parole mi parlano. Me ne bastano poche per intuire le storie che mi vogliono narrare. Mi catturano o mi respingono. E ogni lettura è una nuova narrazione. È racconto in cui quotidianamente t’incontro. E nel racconto mi piace incontrare anche gli altri. Il raccontare presuppone l’ascolto da parte dell’altro. Essere “con” e “per” e “verso”. Non essere mai soli. Stare in mezzo agli altri per dire di sé e ascoltare le loro storie. È un imparare a conoscersi. A diventare amici. Come accadeva un tempo “attùrnə a la frascèjrə” (intorno al braciere) o all’ombra del gelso rosso>.
Ancora un piccolissimo stralcio del mio libro/romanzo (e non solo) “Le piogge e i ciliegi”, ma non è del mio libro che voglio parlare oggi, preferisco tornare col pensiero a sabato sera per ritrovare l’emozione della bellissima serata trascorsa insieme a tantissimi amici per la presentazione della silloge di versi e prose “E’ passato un silenzio” di Federico Lotito.
Sono passati circa tre anni dalla pubblicazione del primo libro di poesie di questo nostro autore, timido e audace insieme. Ebbene, se nella prima silloge “Gocce d’anima” scoprimmo un poeta ancora insicuro dei propri mezzi espressivi, anche per via di un periodo di confusione e dolore e ansia e ricerca di sé, ma comunque “votato” alla poesia, (con versi fratti, brevi, tutti in verticale e con un percorso discendente più che ascendente perché determinato ad inabissarsi nelle pieghe più profonde della sua anima per scoprirvi le possibilità di riappropriarsi di sé e della agognata serenità), in questo secondo libro ritroviamo un uomo ancora più deluso e disincantato, ma sempre proteso a riprendere tra le mani la propria vita per farne cammino di conoscenza e di autorealizzazione (“riesco ancora a camminare”).
Il lungo silenzio gli ha permesso, però, di maturare un linguaggio poetico più solido, corroborato dalla lettura dell’amato Bukowski, che gli ha dato il coraggio di liberarsi dagli antichi pudori per ritrovare la freschezza di un linguaggio più libero, più denso e amaro di ribellione ai condizionamenti di una società, in cui non si ritrova e nelle cui regole sembrava muoversi a stento già in passato. Certo, anche il silenzio è passato. Il poeta è riuscito a metterlo in standby per crearsi le distanze dai ricordi e dal dolore perché vuole rinascere dalle sue ceneri come un uomo nuovo.
Ecco: “vuole” con tutto sé stesso affrancarsi da tutto ciò che gli ha procurato disagio, silenzio, paura. E, se alla lettura iniziale della silloge mi era sfuggito il senso profondo dei suoi versi in termini di “volontà” a superare sé stesso e il tempo degli inganni, che gli aveva proibito una più libera adesione alla vita, in tutte le sue sfaccettature e dimensioni, improvvisamente, rileggendo dopo alcuni mesi i testi (anche per me è passato più di un silenzio!), ecco farsi strada l’idea del “desiderio” che è motivazione e scopo di quella volontà. E, così, rileggendo più attentamente, ho scoperto un fil-rouge davvero sorprendente, perché seguito da Federico nei suoi versi quasi a sua insaputa, eppure così tangibile nelle cinque sezioni delle sue poesie da farmi teorizzare ben cinque momenti in cui questo desiderio prende corpo e si fa compagno di viaggio di tutta la silloge. Desiderio di “ESSERE”, innanzitutto. Ed essere è per ciascun uomo realizzarsi nel sentimento fondamentale della vita: l’Amore. In termini di amare ed essere riamato. Fino ad accogliere l’altra e di farsi accogliere. Con semplicità, fiducia, abbandono. Nella autenticità e verità di un sentimento che non deve sciogliersi come neve al sole, in una società liquida (Bauman) che tutto disperde e lascia scivolare via, ma deve resistere alle intemperie, ai silenzi e alle parole, nella straordinarietà delle sintonie e nella banalità delle divergenze che quotidianamente possono mettere a dura prova l’affiatamento e la passione.
E la prima sezione s’intitola proprio “amore” in minuscolo, come del resto tutto il poema, perché è un amore vissuto in negativo, con le ferite che sanguinano ancora per le distonie che hanno sovrastato troppo spesso le sintonie fino alle dolorose conseguenze delle delusioni e degli addii.
Anche il desiderio, perciò, vive questa prima fase, macerandosi nel “silenzio” e nella palude statica dell’“attesa” di un accadimento che possa scompaginare la routine e l’abitudine a non chiedere e a non osare più di tanto, nonostante i pensieri ribollenti di una vita da vivere nella pienezza della vita stessa e di sé. Alla base la “fottuta paura” di non farcela ad evitare rifiuti, discrepanze tra reale ed ideale, solitudini, eterni ripensamenti e contrasti interiori (“ho una paura fottuta del silenzio,/ invocato un suono tante volte/ che chiudere ora gli occhi è terrore (…) ho una paura fottuta di tutto quello/ che continua ancora ad essere realtà.” da “La realtà che resta”), ma anche (“credi che saresti stato più felice se non l’avessi vista?/ se avessi girato lo sguardo altrove?/ se avessi alzato gli occhi al cielo?// questo mio maledetto vizio di guardare per terra!/ alla ricerca di che poi…/ forse della voglia di un dolore nuovo.” Da “Minnie”). Bellissima questa chiusa che evidenzia quanto difficile sia estirpare dai nostri comportamenti le abitudini, anche quelle che ci fanno male. E non si tratta di masochismo, ma della forza che ci manca, nonostante la “voglia” del cambiamento!
La seconda sezione: “ricordi e distanze” è il primo vero tentativo di andare oltre la memoria di ciò che stato attraverso l’urgenza di guadagnare nuovi spazi per allontanarsi anche dalla stessa attesa. Non più ristagnanti paludi dove affiorano spesso ripensamenti, esperienze con promesse non mantenute, contraddizioni e dubbi e interrogativi senza fine, e affermazioni per rivendicare un ruolo non ancora scoperto e ricoperto e rimanere eternamente sconosciuti a sé stessi e agli altri. In alcune inconsce presunzioni che rivelano possibili velleità che possono sfociare nell’arroganza di sapere.
Ed ecco il grido del desiderio che urla (ottativo, che è esortazione e invocazione) il bisogno di ogni essere umano e, nello specifico, del nostro poeta di essere desiderato per riconoscersi finalmente nel proprio desiderio, che non deve più aver paura di manifestarsi e di chiedere, non più essere vissuto nel silenzio e nell’attesa, ma richiesto ad alta voce perché altra voce gli risponda e lo corrisponda (“coglimi!/ posami sul tuo seno,/ stanotte è passata la vita da qui/ con occhi di favola a raccontare storie,/ a cantare nenie, a spargere parole.” da “La giostra”. Oppure: “dormimi addosso/ con tutto il peso dei tuoi perché (…) è questo peso tutto ciò che voglio.” da “Dormimi addosso”. E ancora: “e tu!/ dammelo ancora un motivo/ per coltivare rose. (…) dammelo comunque quel fiore da piantare/ nella speranza possa rifiorire/ tra le zolle di questo campo arato,/ lasciato così da tempo/ ad attendere una nuova semina.” da “E tu! E, infine: “… sì! gira! perché voglio che giri ancora/ e ancora più forte (…) è inutile tenere il futuro/ legato a una catena di sogni/ che puntualmente s’infrangono all’alba.” da “Sì! gira forte”).
Sono ancora i versi della prima sezione che preludono già alla seconda, dove immediatamente compare di nuovo il desiderio (“… voglio tutte/ le traiettorie possibili, costi quel che costi,/ da qui stasera non mi muovo./ nessuno mi fermerà, nessuno mi sbatterà via…” da “Rosa dei venti ad un semaforo giallo”) di venire accolto (“nessuno mi sbatterà”) per confermarsi nel suo modo di essere.
Ci sono ancora sconfitte confinate nel passato (“Un po’ in ritardo”), ma il desiderio del cambiamento lo proietta verso il futuro (“Tu”).
Ed è nel “disincanto” (terza sezione) che il poeta tocca il fondo di ogni negatività. Ma dietro la rabbia serpeggia sempre la ribellione e la voglia di riscatto. E così, come sempre accade, l’ora più buia prelude alla luce. Ora Federico sta imparando a conoscersi e a riconoscersi e sta imparando a dare al suo desiderio di cambiamento quella forza propulsiva che gli deriva da ciò che gli manca (“… ora è vuoto ancora/ ma l’affitto ai miei rinnovati sogni.” da “Sfratto al silenzio”)
Bellissima è la prosa che conclude questa buia sezione: “(è passato un silenzio) incanto e disincanto”). È finalmente la prosa della consapevolezza di sé e della pienezza della propria vita che il poeta vuole vivere fino in fondo, nel bene e nel male (“Io nel mio tempo, che altro non è che me stesso, voglio starci tutto: sarà consapevolmente bello sentirsi, allo stesso modo, fuori e dentro il suo scorrere. Bello sarà renderlo tempo di una esistenza piena e non di sola presenza; bello sarà renderlo tempo di partecipazione. (…). È il mio tempo che resta, è il mio tempo finalmente amato.”). Ed è finalmente l’esaltazione di una promessa di felicità. Esaltazione che diventa forza e coraggio e si fa desiderio di autodeterminarsi. Ha voglia di essere sé stesso ora più che mai. “Bello sarebbe” cos’altro è se non il prorompere di un desiderio troppo a lungo taciuto, rimandato, vissuto come irrealizzabile e, perciò, confinato nel silenzio di ogni attesa?
Ora la “vita” (quinta sezione) è tutta da vivere, da centellinare, da assaporare perché è tempo della pienezza di sé e di ogni istante vissuto con impeto, forza, sicurezza dei desideri da realizzare, delle mete da raggiungere. Il viaggio nella vita serve ora proprio a volere di più e, perciò, a chiedere di più (“… io uomo, sono pronto/ in questo viaggio consapevole./ vado.”). E ora Federico si accorge persino di tutti i desideri del cuore, che è nomade e, dunque, sempre in viaggio fino a che non darà sicuro dell’approdo (“è lì che vuole pulsare”, ripetuto anaforicamente più e più volte, perché ora vuole sentirsi vivere in tutti i luoghi più impervi, più sporchi, maleodoranti; perché ora “vuole” osare l’inosabile, appunto, perché è colmo di certezza e di speranza). Addirittura quel suo cuore nomade osa l’ardimento del volo e afferra con mani più salde anche la poesia nella consapevolezza che non lo abbandonerà più perché ora sa anche tutti gli “appigli” giusti della parola, di quella alata soprattutto. E tutto è profumo di rinnovata vitalità (“senti che calore ha questa pioggia,/ stempera il più freddo degli inverni,/ mi attraversa con lo sapore che sa di gioco,/ con lo stupore che ha un desiderio nuovo (…) pioggia di follia a dissetare la vita,/ a dileguare ombre stanche da tempo al mio fianco,/ pioggia di follia che domina la paura del tuono lontano.// e corro a bagnarmi piedi, mani e anima/ nei rivoli lungo la via della vita./ e folle corro da te, ti prendo per mano/ in strada saltiamo a goderci questa pioggia di follia/ tra lacrime di gioia,/finalmente giunte a solcarci il viso.// non l’asciugheremo più/ questa pioggia, questa follia,/ questa vita.”. Ma non basta questa meravigliosa “follia”, c’è di più ora nella vita di Federico Lotito: “sento una nuova novella (…). Voglio e sono/ devo e voglio/ sento vita ancora.” da  “Sono”).
E finalmente egli osa persino guardare il cielo da guerriero che sa lottare e vincere. Guarda le amiche stelle perché il suo cielo ora è tutto un palpito di luci: “Splendete stelle!/ controlla fuori/ che non pianga il cielo./ le mie amiche stelle/ vogliono splendere per me/ questa notte.”.   
Come potevo, allora, io, sabato sera, nello spazio di un quarto d’ora-venti minuti, dire tutto questo del nuovo libro di poesie e prose di Federico Lotito, che segna la sua straordinaria autoaffermazione come uomo e consacrazione come scrittore e poeta? E quanto ho omesso anche qui? Lo dirò la prossima volta… non ne potrò fare a meno. Purtroppo per chi mi segue, io amo svisceratamente i Libri. La Poesia.

domenica 22 aprile 2018

E ancora su “Poesia anima e respiro dell’universo”

Mi piace, oggi, trasmettere la meravigliosa emozione provata nell’ascoltare le splendide poesie dei cinque poeti coinvolti nel Progetto interculturale “Poesia anima e respiro dell’universo”, recitate nella lingua originale da ciascun autore e poi replicate dai bravissimi “lettori ad alta voce” (Mariella Sivo, Alberto Tarantini, Luciana De Palma, Franco Tempesta e in più, lettrice per una sera, Raffaella Leone), sapientemente capitanati dal nostro poeta e scrittore Zaccaria Gallo, che ha prestato la sua voce ad una poesia di Dragan e ad alcuni versi di Bratislav.
Serate magiche, magistralmente organizzate, coordinate e condotte (quasi sempre) da Raffaella Leone, Pr. della SECOP Edizioni.
La prima serata ha preso suono e ritmo e senso e significato con “I miei cento”, versi di Angela De Leo, che non riguardano gli anni o i chili dell’autrice, anche se non si discostano più di tanto dalla realtà, ma i suoi passi, i suoi sorrisi, i suoi sogni… e soprattutto la sua insonnia…
I versi sono stati interpretati in modo molto convincente e coinvolgente da un insolito Tarantini, che ha rinunciato alla sua istrionica ironia per modulare la voce in termini più morbidi e suadenti in consonanza con lo stile poetico dell’autrice.

“I miei 100”
                                                   Il mondo è nelle mani di coloro
                                                                 che hanno il coraggio di sognare
                                                                 e di correre il rischio di vivere i propri sogni
                                                                 ciascuno con il proprio talento.
                                                                 Non desistere mai dai tuoi sogni,
                                                                               segni e segnali.
                                                                                                           (Paulo Coelo)                                                                                                                                                                   
Ho ancora 100 passi
per attraversare le mie ombre
e giungere alla riva dell’approdo.
O andare a caccia di stelle
col retino delle farfalle
quando dal lucernario scendono
nel mio prato e inventano la notte.
                                              (quando di notte io)
Ho ancora 100 mani
per ingabbiare sogni/illusioni
e con perni e chiodi e filo spinato
fissarli sul cuscino dell’indifferenza.
100 mani ancora
per aggrapparmi alle funi
del mio mai spento sorriso
e risalire ai giorni dei papaveri
e delle rose in gara nel mio cortile.
                                                  (quando di notte io)
Ho 100 conchiglie di richiami
a portarmi l’eco di cento amori
vissuti e mai dimenticati
e ancora cento da dimenticare
e amori che tornano e amori che vanno
e si disperdono con le ombre della sera
e nebbie di memorie svanite nell’andare.
                                                   (quando di notte io)
Ho 100 bocche
per tacere un segreto
storie di misteri e di follie
quando tumulto ribollivano
ricami di parole e risa d’uvaspina.
Ho 100 pupille
e cento sguardi amari
per fissarti l’anima in fuga
a specchiarsi dentro il cuore
che arde ancora di antiche rovine
e sa la pena e l’allegria un cedere
di ali alla deriva di ogni appiglio.
                                                   (quando di notte io)
100 canti mi rimangono
per impedirti d’andare via
quando s’azzera il tempo
sul nostro cielo incredulo
del tuo passarmi oltre senza
riconoscermi senza voltarti
a inseguire orme di passi perduti
E scoprire il senso di cento parole
perse nei campi del plumbago in fiore
in una festa di turchina nostalgia
e si era appena a maggio.
Poi venne giugno e tu voltasti pagina.
Si spensero i cento addii tra un solo
No
che uccise anni e sorrisi.
          Inutili le 100 carezze tra dita
          sfioranti il tuo volto di luna
          e cento lacrime mai versate
          disperse radici in cento fiumi
          Nel mare della dimenticanza
          cancellarono il sogno sfinito
                                        (non più di notte io)
Era d’estate…
… stelle ancora muoiono e rinascono
         squarciano cieli di luce…
 (almeno cento stelle ridono ancora l’alba)                        
(Angela De Leo, da L’ora dell’ombra e della riva)
Sono state lette, poi, in tutte e tre le serate due poesie di Bratislav Milanovic, tratte dal poema “Lettere da un futuro remoto”, due poesie di Kayoko Yamasaki, due di Ljubica Rajchic e due di Dragan Mraovic. Qui ne do solo un piccolo assaggio per una grande emozione.

II

Ti scrivo dal fondo dell'abisso, all'antica,
a mano, prima che le dita diventino rigide per il gelo
perché nessuna posta elettronica riesce
a raggiungerti - tanto hai reso incolmabile lo spazio...

E tu non rispondi, ferma sulla città,
sul monte di ogni magia, dove con un sospiro
in due abbiamo sciolto le ore e svegliato le magnolie
in primavera, d’estate, in autunno e durante l’inverno...

Ti scrivo a mano perché solo così posso
di nuovo toccarti la pelle e le labbra,
eccitare il punto nevralgico dei tuoi sensi
che stimolano il corpo, la mente e la voglia,

solo così mi abbraccerà il tuo respiro
umido invece del vento nell’abisso tra il nulla
e il vuoto, questa notte... ancora questa...
che mi solleverà da questo sotterraneo luogo come un’esplosione.

Lì, nel tempo ancora troppo giovane, la speranza resta speranza.

Ti scrivo: qui, dal fondo, il sole conquista ogni palmo
di questo corpo che è ancora un giardino colmo di sfide
laggiù, da te, nel passato, solo laggiù ancora...
E desidero solo d'esser divorato dal deserto.

Voce di un amore folle e appassionato, quella di Bratislv Milanovic, ma anche fortemente onirica e visionaria, pur nel realismo che misteriosamente pervade di grande sensualità e tenero erotismo tutto il poema. Le lettere, scritte rigorosamente a mano come le lettere d’amore di un tempo che ignorava la posta elettronica e il linguaggio sincopato e privo di ardore, si distendono in tutta la pienezza di un sentimento tenace e testardo, a dare una dimensione altra dello spazio e del tempo che va oltre lo spazio e il tempo, quando s’ingemma d’infinito, tanto è grande da sfidare anche la morte. E un fremito di commozione ha sfiorato la pelle e il cuore del numeroso pubblico in sospensione. In un silenzio che sapeva di ascolto e condivisione…
Poi ecco i versi della dolcissima e meravigliosa Kayoko Yamasaki Vukelic, letti con molto pathos da Mariella Sivo, emozionata e felice.

“La scala, due angeli”
Siamo venuti a porgere
Un pezzettino dell’amore
Con le manine
Che abbiamo teso
Il giorno
Della nostra nascita

Con un pianto forte,
Con un sorriso silenzioso,
la vita si sostiene
alla vita:
saliamo
le scale.

Quando ci rapinano
Acqua e aria,
quando ci spengono la luce,
ci teniamo per mano.

La vita ascolta la vita:
e senza
in silenzio
saliamo.

Questa mattina,
da quando gli angeli
sono tornati al cielo,
brillano nel buio
solo le orme
dei nostri piedini.

Per questo saliamo
Le scale
Da cui loro
Hanno preso il volo.

È la tristissima storia di due bimbi fatti prigionieri e poi uccisi durante la rivoluzione del 1999 nel loro Paese. E la tenerezza della coraggiosa autrice nel denunciare il misfatto è tutta nei diminutivi che usa per descrivere la prigionia e la morte dei due piccoli angeli: “pezzettino”, “manine”, “piedini” e, ancora, nel “tenersi per mano” dei due bambini mentre nel silenzio si confortavano per la mancanza del cibo e l’assenza della luce. Quale condanna più crudele verso l’innocenza e il candore? Solo gli angeli li sollevano in volo lungo la scala dorata che porta al Cielo.
Denuncia sociale e aderenza alla realtà molto forti con una delicatezza e lievità di grande impatto emotivo e poetico. E, tra l’altro, Kayoko canta come un usignolo.

 La ribollente, spumeggiante, bravissima Ljubica Rajkic, rumena, invece, recita due poesie dolenti, amare, ironiche, che vengono replicate, la prima sera, dalla poetessa e scrittrice Luciana De Palma; la seconda, da Raffaella Leone (che legge anche due poesie della sottoscritta), e la terza sera da una lettrice romana, di cui purtroppo non ricordo il nome.
“In questo amore faccio tutte le parti”

In questo amore faccio tutte le parti.
Non per motivi artistici.
Anzi, confesso che lui è un attore migliore di me.
Perché non confessarlo?
Ma è molto, proprio molto più negligente.
Sbaglia le repliche. Spesso. Si ritira.
Perde tempo per le sciocchezze.
Cambia volentieri le parti e gli avvenimenti.
La cosa peggiore è che lui odia gli happyend.
Essendo un intellettuale di razza,
lui ritiene che ogni lieto fine sia banale e non reale.
Per questo non gli permetto di mettere in pericolo
della mia vita l’avvenimento centrale.
                                    Finale.
(il mio primo monodramma si è svolto così:
mia nonna mi ha chiesto di prendere in prestito
un tritacarne.
Ho aperto il portone dei vicini,
ho chiamato la padrona e le ho detto:
bacio le mani, nonna Angelica!
Sii benvenuta, pulcino mio!
Mi manda mia madre Ljubica per farmi prestare
il tritacarne,
il nostro non funziona più…
te lo do subito, mia cara, e portalo alla mamma
e chiedile se ha fatto del formaggio,
mica quelle mucche sceme hanno pascolato
inutilmente, e grazie e arrivederci, pulcino mio…
Dopo aver parlato tutto d’un fiato, lei mi ha consegnato
il tritacarne
e mi ha baciato sulla fronte).
È la via più sicura verso il successo nella vita.
Ma questo monodramma oggi è un po’ diverso.
Niente pubblico né applausi, ma che m’importa?
Neppure lui è rimasto fino al sipario calato.
Non gl’interessava.
Questo monodramma non è stato rappresentato su questa terra.
Ma se in cielo contano i fatti, e contano,
io, quando non conterò più i miei giorni…
andrò a ritirare il mio premio.
“ljubica” in italiano significa  “amore”. E Ljubica è davvero una creatura d’amore. Da amare. Nonostante una vita contrassegnata da tante lacrime per un rapporto coniugale miseramente finito e per tante altre vicissitudini non sempre serene, Ljubica ha sempre un sorriso a illuminare il giorno. Ha sempre un dono tra le mani, una battuta divertita e divertente per sdrammatizzare ogni esperienza negativa. E, anche se nel suo Paese ricopre incarichi di grande prestigio e responsabilità a livello ministeriale, è di una semplicità incredibile e di una grande attenzione agli altri. E solo i Grandi sanno essere umili e attenti ai propri interlocutori.
Poesia allusiva, la sua, con una sorta di simpatica pruderie, che non ha niente di affettato, ma solo di disincantato divertissement perché tutto risulti giocaso e gioioso per minimizzare la delusione e il pianto.
E un Grande attento a tutti è Dragan Mraovic, il traduttore in serbo della “Divina Commedia”, del “Decameron” di Boccaccio, dei “Canti” leopardiani e potrei continuare all’infinito…
Di lui ecco una poesia d’amore dedicata alla sua splendida compagna di vita da molti anni ormai. È tratta da: “Libro bohémien”.
“So, cara” (a quella che mi amerà per ultima)

So, cara, che goccia dopo goccia un giorno in meno mi rimane;
lasciami brindare, non hai colpa, tu, fatta di marzapane.

Tu, la migliore, peccato che non sia stata la prima ad avermi,
non piangere e mandami un bacio nel bel mondo dei vermi.  

Poi, quando i fiori avranno il mio volto sotto il cielo sereno,
Dirai che se fossi stato migliore, mi avresti amato di meno.

Anche Dragan, come Ljubica, ama la poesia che nasce da ogni esperienza vissuta sulla propria pelle, ma con un’adesione più goliardica e sorridente alla concretezza delle cose, delle situazioni, delle atmosfere. Anche Draga gioca con le parole e le piega alla sua mordente ironia, con lo straordinario vitalismo, tipico dell’uomo bohémien, che ama la libertà, la fantasia, il coraggio di osare l’inosabile. E si perde nella malinconia della notte. Dragan ama le “piccole stradelle” della sua Belgrado addormentata e sa brindare alla suadade che il buio fa lievitare nel cuore con un baccale di birra tra le mani e una sorta di fatalità nell’accettare la vita che passa “goccia dopo goccia” e scivola sotto i ponti del Danubio e della Sava, da sempre stretti in un abbraccio di acque prima che l’alba canti il nuovo inno alla vita.
E noi ci siamo sentiti abbracciati e vivificati dal respiro di tanta Poesia, recitata con sacro rispetto, tanta grazia, immenso amore…
                                                                                       Angela De Leo