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martedì 30 marzo 2021

Martedì 30 marzo 2021: la settimana santa nel ricordo…

La settimana santa era un susseguirsi di riti e di preghiere, a cominciare dalla via crucis, che metteva, quotidianamente, a dura prova la mia pazienza nell’ascoltare e nel seguire, con meditazioni suggerite dal sacerdote e rinnovate litanie dei fedeli, tutto il cammino di Gesù condannato a morte dal Sinedrio fino al Golgota. Un cammino, suddiviso in quattordici “stazioni” con altrettante genuflessioni, in una chiesa gremita e penitente (adoramus te christe et benedicimus tiiibi… quia per sanctam crucem tuam redemisti muuundum…) mi ero riconciliata anche col latino lingua di Dio… Tu e la nonna seguivate con profondo trasporto tutte quelle riflessioni e preghiere, che si dilatavano tra le navate in una sorta di cantilena ipnotizzante. Alla fine anche i fedeli più fedeli erano stremati tanto che alle Litaniae Sanctorum la folla, dopo un po’, cominciava a rispondere non più “ora pro nobis”, ma “nobìs” e, infine, “bìs”, pur non avendo alcuna intenzione di bissare… (kyrie eleison… kyrie eleison… christe eleison… audinos… exaudinos… sancta maria… ora pro nobis… sancta dei genetrix… ora pro nobis… sancta virgo virginum… ora pro nobis… … sancte petre… nobìs… sancte paule… nobìs… … sancte andrea… nobìs… … sancte stephane… bìs… sancte vincenti… bìs… …). Io mi annoiavo. Mi chiedevo che efficacia potessero avere quelle preghiere smozzicate di cui nessuno capiva un’acca. Vagavo con i pensieri, andavo lontano, fantasticavo, mi consolavo. Qualche volta mi distraevo sui volti dei vicini di banco. Cercavo d’indovinarne pensieri e colpe per capire il motivo di tanta sfibrante espiazione. Durante la mattina del giovedì santo, poi, le strade del paese erano percorse dalla processione del “Misteri” con tutte le statue raffiguranti le varie torture inflitte a Gesù durante la via crucis. L’accompagnava la banda con le dolcissime nenie funebri di Carelli, Delle Cese, di Pasquale La Rotella, tutti i grandi musicisti del nostro paese; nenie, che creavano un’atmosfera di dolorosa attesa che la passione di Cristo si compisse.

Il rito dei “sepolcri”, invece, era affidato al crepuscolo dello stesso giorno ed era un rito che mi piaceva molto: si andava in giro per le strade in un percorso che comprendeva almeno sette chiese da visitare in misteriosa e mistica penombra. Ai piedi dell’altare maggiore c’era il sepolcro con vasi colmi di delicati cespugli dorati con lunghi steli di germe di grano, illuminati da fioche lampade in grandi coppe di vetro ambrato, le cui fiammelle rosse dipingevano sui gradini e sui muri inquietanti arabeschi d’ombre guizzanti. Si sostava in raccoglimento e in preghiera per un bel po’. Il tempo di guardarmi intorno intimidita e incuriosita, persa nell’ammirazione della bellezza di quei vasi e di quelle luci in una disposizione artistica che differiva da chiesa a chiesa, secondo l’estro del sacerdote, del fioraio e delle bigotte che avevano provveduto all’allestimento. Le donne fuori dalle chiese commentavano: “Madónnə, cə jèjrə béllə cùssə ànnə u səbbùlcrə də sàn Səlvìstrə e pórə cùrə də rə  Vìrgənə”… (“Madonna, quanto era bello, quest’anno, il sepolcro della chiesa di san Silvestro e pure quello delle Vergini…”). “A mè na’ m’è piaciótə pə nnùddə cùrə də sànd’Andre’, asséjə misirìnə chə dùə strìppuə səccàtə scəchìttə”… (“A me non è piaciuto per niente quello di sant’Andrea, così misero con quei due rami secchi soltanto”…).

Dal venerdì, poi, si entrava nel vivo della settimana santa con i panni viola che coprivano tutte le nicchie con i simulacri dei santi nelle chiese, e tutti gli specchi (in cui di sicuro abitava il diavolo, secondo una teoria di nonna Angelina, derivatale da secoli di medioevo) nelle nostre case. La mia vanità subiva un feroce colpo fino alla Domenica della Resurrezione. Il mio cruccio maggiore era non potermi specchiare per vestirmi e per pettinarmi a modo mio (jìndə au spécchiə stèjə u diàvuə e tu sì scəchìttə ‘na məndòsə ca nàn zàpə pənzà a nnùddə àltə… à dà scè drìttə drìttə au ‘mbìrnə…) (nello specchio c’è il diavolo e tu sei solo una vanitosa che non sa pensare a niente altro… devi andare dritto dritto all’inferno…). Ma mi consolavano di tanta rinuncia la processione della Vergine Addolorata della mattina e quella del Legno Santo della sera, rincuorandomi anche per il lungo silenzio delle campane, messe a tacere fino a Pasqua; silenzio, interrotto a intervalli da “rə tərròzzuə” (quei particolari arnesi molto strani che i ragazzini per strada facevano ruotare nell’aria con il polso e con la mano, perché emettessero il loro caratteristico suono cupo e greve, che sostituiva quello più squillante e morbido dei campanili) fino allo scampanio a distesa della mezzanotte del sabato santo. Le due processioni erano un capolavoro di tristezza, di bellezza, di fede. L’Addolorata era bellissima con il suo volto minuto e affilato, coperto dal pizzo nero e intriso di pianto. L’accompagnava una leggenda molto suggestiva. Pare che lo scultore, ad opera finita, venisse tramortito dalla voce della Vergine che lo ringraziava per tanta bellezza con le parole: “‘Ncìələ mə vədìstə ca ‘ndèrrə mə facìstə?” (“in Cielo mi hai vista ché in terra mi hai scolpita?”). Eri stato proprio tu a raccontarmi questa delicata leggenda la prima volta, lasciandomi incredula e incantata. E con la voglia di verificare di anno in anno la bellezza di quel volto in un canto d’anima che si univa al coro de “La Desolata”. Mi piace anche rivivere con te il racconto tenerissimo, che non conoscevo e che non so se faccia parte della tradizione popolare o della tua fertile fantasia: sta di fatto che raccontavi come, nella tristissima notte “du Scəvədìa Sandə”, il peregrinare della Madonna addolorata, nella ricerca spasmodica e dolente del figlio, avesse momenti di straordinaria crudezza e di meravigliosa pietà in quanto, uscendo dal paese, la Vergine dolente vedeva impiccato ad un albero il corpo di un giovane: quello di Giuda, il traditore di suo figlio, e con delicatezza gli si avvicinava, lo accarezzava, gli baciava la mano...

Quale perdono più grande, dunque: quello di un Dio immenso, che lascia crocifiggere suo figlio, fattosi uomo per redimere l’umanità, o quello di una madre del tutto “umana”, trafitta da tutto il dolore del mondo, che pure bacia con gesto delicato la mano di colui che proprio con un bacio aveva tradito Suo Figlio? Lei, minuscola donna come tante, con un cuore immenso più dell’immenso Suo Dio... (Probabilmente è per questo che noi tutti ci rivolgiamo a Lei perché interceda in nostro favore presso il Padre e il Figlio. Lei: Vergine madre, figlia del tuo figlio,/ umile ed alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio..., come recitano i primi versi della preghiera di San Bernardo alla Vergine nel Paradiso dantesco).

<Nella mente si affollano ricordi, lacerti d’infanzia, spaccati di vita paesana, parole in vernacolo in disuso, ma straordinariamente colorite e dense di significato, tradizioni da salvare, da valorizzare perché fanno parte di noi, del nostro sangue e della nostra anima, della nostra cultura contadina e della nostra fede. Della nostra stessa vita. Fatta anche di paura. Quella paura che serpeggiava nell’anima di tutti noi bambini quando entravamo nelle chiese con “scarsa luce e poca aria”, ma piene d’incenso, di lumini rossi, di lupini appena in germoglio. (…) la paura del buio delle chiese con le statue dei santi coperte con i panni viola della penitenza spesso era vinta dallo stupore. Meno piacevole, invece, era la sensazione della “bocca amara di digiuno” durante i riti della Settimana Santa.

“Eri bella come rosa...”: richiamo antico, che mi attanaglia il cuore, ancora oggi, al ricordo di quel volto come petalo lacerato che intensamente aspettavamo di guardare con un misto di venerazione, di pena e di curiosità per quella antica leggenda che voleva quel volto bellissimo causa della morte del suo scultore>.

(eri bella come roosa,/ là di Gerico sul praato./ Or sì mesta, sì pietoosa,/ dal sembiante scolorato/ sembri al suol reciso fioore,/ ricoperto di pallore! …). E Vitino, ormai diventato il prof Pasculli, da tutti amato e apprezzato, ne era diventato il direttore musicale, ma io non ero più riuscita ad incontrarlo dopo i nostri anni in via Maggiore angolo via De Rossi. A mezzanotte, infine, c’era la processione “du VenerdìaSàndə chə la nàchə d’òrə də Crìstə mùrtə” (“del Venerdì Santo con culla dorata di Gesù morto”), “də l’Addóloràtə” (“della Vergine in pianto”) nella vana ricerca del figlio, e “du Légnə Sàndə” (“del Legno Santo”), tutto luci e fiori. La piazza alberata, antistante alla chiesa di San Francesco da Paola, era illuminata solo dai falò nei vasi di terracotta e dalla fede di quanti sin dal pomeriggio portavano da casa le sedie sul sagrato della chiesa per assistere a quella triste rappresentazione senza stancarsi, dato che “rə statuìrə” (i portatori delle statue), vestiti di nero, con camicia, guanti bianchi e papillon neri, procedevano con studiata lentezza perché le tre statue non si incontrassero mai lungo i rettilinei di quel quadrilatero. Dopo ogni simulacro con lunghe candele accese, la banda suonava musiche dolcissime e tristissime come lo Stabat Mater, canto funebre attribuito a Jacopone da Todi con musica e coro del nostro Tommaso Traetta, e altre sinfonie. Anche io e Lizia portavamo le sedie per tempo perché tu e la nonna poteste stare comodi fino alla fine della lunghissima processione. Qualche volta anche al riparo dal vento freddo, intabarrati in cappotti e sciarpe per l’atteso inevitabile gelo (dicevate) di ogni venerdì santo, difficilmente riscaldato dal sole (u vənərdìa Sàndə fàcə sémbə brùttə tìmbə, da quànnə ‘mbrè crìstə sòpə a la cròcə…) (ad ogni venerdì santo, da quando è morto cristo sulla croce, è sempre brutto tempo…).

Lacrime commozione preghiere incanto tradizione.

(continua il racconto tratto dal primo volume de Le piogge e i ciliegi)

Ma mi giungono sul nostro blog bellissimi messaggi che vale la pena riportare. Ci aiutano a vivere insieme tormenti, paure, preoccupazioni, sofferenze fisiche e spirituali, ma anche gioie e sorprendenti raggi di sole a regalarci una incipiente quanto attesa primavera… Ecco il primo da parte di Caterina De Fusco con la sua consueta “penna ardente e traboccante amore”: Cara Angela, grazie per aver pubblicato un mio scritto ancora caldo perché nato il 21/03/2012. Probabilmente proprio l'amore incondizionato di Giovanni Gastel, elargito a piene mani a coloro che si sono trovati sul suo percorso è stato segno nel permettere la pubblicazione, con mia somma meraviglia, del mio scritto “Napoli-Venezia”. Sorpresa, stupore ed incanto (mi avete letteralmente "sorpresa") è il sapore di questo dono che mi avete elargito così, naturalmente. Ve ne sarò grata per sempre. È proprio un per sempre, "forever", che lega due anime appena incontrate, eppure sorelle da sempre, così io "sento" la tua anima, mia fraterna amica Angela. Una fratellanza che appartiene alla Volta Celeste così che mi sento a voi collegata. Un meraviglioso dono del Cielo a cui sarò per sempre grata... ed ecco "la gratitudine" del Retino delle parole della sensibilissima Angela De Leo. Con amore. Caterina (Riflessioni circa lo stupore nel leggere il mio testo pubblicato sul tuo blog). Poi, ancora di Caterina una intensa testimonianza: Angela fai riaffiorare tanti ricordi specie rispetto al tuo esordio... mia madre Rosita per Pasqua faceva il pane bucellato (pan dolce) a forma di bambolina, che teneva in grembo l'uovo, o a forma di papera che recava... nel dietro l'uovo, come lo covasse… una volta tirate fuori dal forno, ma ancor prima, la casa s'inebriava di un soave profumo e, appena fuori, la mamma le spennellava con il tuorlo d'uovo, per renderle lucide... erano una meraviglia ed erano ottime sia a colazione sia per accompagnare salumi, il cui sapore forte ben si coniugava con il dolce del pan buccellato. Bei tempi, mia madre, con i suoi sorrisi e lavori in cucina, inondava la casa che si riempiva di profumi. Io però non ho memoria di giaculatorie e astinenze. Proprio no per fortuna e, ho, poca memoria di uova pasquali; la memoria fa capolino invece a proposito della bontà di un coniglio, proveniente da Milano che la nostra famiglia ricevette in dono e che giunse nella nostra casa già tutto maciullato pronto solo ad esser mangiato. Nella memoria giacciono ancora i tailleur di mia madre costituiti da abito attillato e giacchettino o il morbido chiffon in seta specie di un abito di mamma che, da sopra il seno e nelle maniche, lasciava vedere la sua tremula trasparenza. Fattami più grande ricordo giornate di Pasqua a mangiare in zona flegrea, da me molto amata, sul mare o di quando ci raggiunsero miei allievi per sorseggiare un caffè insieme a tutti i miei familiari. Era bello che la primavera scaldasse le nostre spalle e con esse i nostri cuori. Caterina De Fusco

Come non dirti grazie, Caterina? Bellissimi e teneri ricordi dei nostri anni verdi come la speranza. E l’amatissima Rita Vecchi mi conforta e gratifica col suo grande cuore e con la modestia che la caratterizza: Come sempre leggerti è un Dono immenso! Grazie! r.v.

Ma il Retino ha catturato altri testi che riguardano la domenica delle Palme e la settimana santa:

“Domenica delle Palme 2021” di Lizia De Leo: Arrivasti all’ora di pranzo./ Fresca di parrucchiera./ Di buonumore.// Mi abbracciasti dicendo:/ “Noi staremo sempre in pace./ Nulla potrà dividerci.”// Invece è arrivata la morte/ a tessere i suoi fili tragici/ di separazione.// Ma oggi è Domenica delle Palme!/ E io ti abbraccio/ come l’anno scorso/ sicura della tua presenza.// La felicità è sempre altrove…

E non ci sono commenti. Ritengo che l’amore superi persino i confini del Cielo.

E, a questo punto, mi sembra doveroso proporre il libro particolarissimo di Vincenzo Mastropirro con le poesie in dialetto ruvese-italiano, e di Giuseppe Fiorello con le opere di grafica abbinate ai testi poetici: SUD…ario – Passio Christi-Passio hominis (SECOP edizioni, 2017). E vorrei proporvi la mia prefazione al libro. Mi sembra che rispecchi le meravigliose quanto amare pagine del libro, ma anche l’atmosfera di questa nostra difficile e… “distanziata” Settimana Santa: SUD…ario è la nuova, intensa, urlata raccolta di poesie in dialetto ruvese (con traduzionein italiano) di Vincenzo Mastropirro. Quasi un poema di quindici nenie funebri che si snoda lungo le 14 stazioni della Via Crucis, dal Getsemani al Golgota, in una riproposizione in chiave contemporanea delle terribili tribolazioni di Cristo prima di morire sulla Croce. Ma il titolo ci prende per mano e ci fa percorrere le strade del nostro Sud, che oggi più che mai è una sorta di sudario, panno che copre il volto di tanti conterranei, intriso di sangue, lacrime e sudore, come il velo della Veronica percorso di dolore. E l’immagine di copertina, opera del grande incisore bitontino Giuseppe Fioriello, ne definisce, con nocche al fazzoletto per non dimenticare, la triste verità del nostro tradimento verso l’enorme rinuncia di Dio alla sua Onnipotenza per Amore dell’umanità. E con gocce di sangue da raccogliere, perché non se ne disperda il senso e il significato fino ai nostri giorni e oltre. Con rapidi e densi tratti di inchiostro di china, l’Artista ci offre tavole grafiche che accompagnano i versi in tutta la loro drammaticità. E la parola si fa immagine e l’immagine s’incarna nella parola in un processo osmotico sorprendente, che ci coinvolge, ci turba, ci commuove. I tratti neri sul foglio bianco raccontano un mistero di luci e di ombre, checi affascinano e ci sconvolgono per la veridicità, plastica e dolente, della loro consistenza umana e divina. E ritroviamo paradossalmente le nostre radici in una tessitura grafica e poetica essenzialmente contemporanea. In qualche tavola ho ritrovato la ricchezza frantumata e polisemica di “Guernica” di Picasso, ma anche l’essenzialità del segno e del senso di alcuni pittori contemporanei, come Antonio Sanfilippo o Pepita Simon in alcune loro vibranti opere in china, essenziali e raffinate. Le tavole del nostro pittore sono, pertanto, ricche di suggestivi chiaroscuri, ora trasparenti come acqua di fonte, ora cupi e profondi come il peccato che c’imprigiona. L’esergo è un capolavoro di denuncia sociale e umana, un grido di dolore e di rabbia che squarcia il silenzio dell’omertà e dell’indifferenza:

… ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune

e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.

… chi nasce al Sud s’insudicia di passione

e condanna l’anima all’eternità.

vm

Si tratta di due versi che racchiudono parole di grande forza e veemenza, che s’innalzano fino al cielo non come un senso di liberazione, ma come il macigno di una condanna all’eternità in una condizione di atavica rozza passione, che non si riesce a vincere per restituire alla nostra gente, come meriterebbe, dignità e libertà. E i termini nel dialetto antico sono una scudisciata in pieno viso: zezzàisce, passiàune, cunnànne. Ed è un dialetto duro, imperioso, sanguigno, che mal si addice alla bellezza incantata della poesia, e che pure è Poesia.dell’anima. Non può che essere poesia. È la lingua che abbiamo ascoltato sin da quando siamo venuti al mondo, sussurrata con amore da nostra madre quando ci teneva al seno. È quella della ninnananna con cui nostra nonna cercava di farci addormentare. È la lingua dei primi giochi. Delle prime tenerezze. La lingua del cuore. Quella che riscopriamo dentro di noi ogni volta che una emozione ci sorprende, un dolore ci opprime, una gioia ci fa mettere le ali. È la nostra rabbia. Il nostro rancore. È il nostro ricordo. La nostra nostalgia. È il mondo sotterraneo che ci portiamo dentro e che affiora nei momenti difficili della nostra vita quando, senza maschere o convenevoli sociali, ci consegniamo agli altri nella nostra autenticità, nel nostro stupore di essere paradossalmente nudi eppure non riconosciuti nella nostra pelle, nella parte più scoperta e più vera, che è comunque, a ben vedere, anche la parte più intima e più oscura di noi. Quella che affonda le radici nell’humus fecondo dei nostri antenati, del loro modo di vivere, di esprimersi, di manifestare o contenere sentimenti, emozioni, pensieri. Una sorta di contenitore rustico, fatto di sarmenti intrecciati come le “sporte” che un tempo i contadini portavano in campagna per colmarle di tutto quanto la terra produceva e sapeva di buono: il profumo inebriante dei frutti delle nostre campagne mescolato con quello più aspro e forte dell’olio dei nostri ulivi. E da quel contenitore, simile al cilindro di un mago, noi tiriamo fuori, improvvisamente, la nostra antica storia che sa di zolle, di alberi e di germogli, di fiori e di foglie, di fatica e di sudore, di magri raccolti e di fiducia nella bontà divina o nella buona sorte. La nostra storia di neve mescolata la vincotto, mangiata intorno al braciere acceso nelle lunghe sere d’inverno. E, con i rosoli di diversi colori, u grattamariànne all’angolo della strada negli assolati pomeriggi estivi. Basta un richiamo. Una parola. Un gesto. Uno sguardo. Una ruga in più su un volto che ci sembra millenario e il mondo di oggi cede i suoi scenari vorticosi e spesso disumani a quelli più sofferti, ma forse anche più rassicuranti di un tempo solo apparentemente perduto, ma radicato nell’anima, scritto nei nostri comportamenti atavici, di cui, se siamo molto giovani o appena adulti, non conserviamo memoria. Eppure ci appartengono. Sono la storia dei nonni e dei bisnonni. Sono le loro voci, i loro proverbi (rә dәttériә), con cui si semplificavano la vita, da percorrere lungo carreggiate già segnate, e da indicare alle nuove generazioni per impedire loro di perdere la via maestra o il battuto sentiero e magari di imboccare scorciatoie a volte pericolose e fuorvianti. Le loro parole in dialetto sono la meta certa e il sicuro ritorno. Sono la casa, il focolare, il paiolo, le fave e le cicorie, la cena frugale e il ragù della domenica. Le strade col pietrisco e i carri con muli o cavalli e il cane che abbaiava al primo chiarore dell’alba. Sono la preghiera del mattino e il requiem per i morti recitato di sera, quando più acuto era il ricordo e più intenso il dolore, in un latino biascicato e incomprensibile che non era latino e neppure volgare o italiano, ma era una strana lingua, che oggi può farci anche sorridere, divertiti per tanta ingenua fiducia nelle parole apprese di bocca in bocca e ritenute intoccabili e sagge, degne di un miracolo o della benevolenza del Creatore. Il dialetto è la lingua che racconta la fede e l’affidarsi a Dio dei nostri vecchi. Ci è stata trasmessa con le parole imparate nella culla e cucite nel cuore per poterle ritrovare lì, dove l’amore le ha conservate e nascoste per ricordare a noi, che le abbiamo apparentemente dimenticate, chi realmente siamo. Solo il loro recupero potrà restituire alle nostre parole nuove il senso profondo delle cose, quella matericità che abbiamo perduto con l’astrazione dei nostri discorsi, fondati sui concetti e non più sulle esperienze, perché solo queste racchiudono significati antichi da ripercorrere a ritroso fino a ritrovare, intatta e vera, la storia dell’umanità…

Continuerò nei prossimi giorni. Vi abbraccio. E a più tardi con il nostro Retino e la diretta de Il Sentimento della Scrittura. A dopo. Ciao.

venerdì 25 settembre 2020

Recensione a: Maria Montessori di Valeria Rossini

Come fiume, che prende vita da una sorgente zampillante e piena di luce e che scorre luminoso e agile lungo argini ben definiti di un percorso che attraversa vallate spazio-temporali di ben centocinquant’anni per versarsi nel mare turbolento e ricco di tempeste sotterranee e a pelo d’acqua dei nostri giorni, così si snoda il saggio di Valeria Rossini, Maria Montessori - Una vita per l’infanzia. Una lezione da realizzare - appena pubblicato dalla San Paolo edizioni. Un nuovo libro “di formazione” (sono da ricordare della stessa Autrice altri due saggi molto interessanti e originali: Educazione e potere. Significati, rapporti, riscontri - Guerini 2015; Convivere a scuola. Atmosfere pedagogiche - FrancoAngeli 2018); libro, che racchiude, nel sottotitolo, la motivazione della scelta di un argomento difficile e complesso. Valeria Rossini, infatti, rimane folgorata e ammirata dalla grandezza scientifico-etico-sociale della scienziata e pedagogista anconetana, che ha dedicato tutta la sua vita a rendere “viva” e “libera” l’infanzia.  Lo scopo, invece, è quello di voler continuare sulla sua scia, con le dovute rinnovate interpretazioni, per far tesoro della sua lezione e per realizzare ancora l’utopia di una società più giusta e solidale, attraverso un bambino “padre dell’uomo”, costruttore cioè della sua stessa persona con una personalità libera, responsabile, aperta alla curiosità intellettuale ed etico-sociale. Un adulto sicuro di sé e proiettato verso gli altri. Rivolto a realizzare un “nuovo umanesimo” nella società interplanetaria del prossimo futuro.

Alfa e omega, dunque, sorgente e foce di quel fiume, a volte anche carsico, oscuro, pietroso, che è stata la vita e l’opera di Maria Montessori, dalla sua nascita fino ai nostri giorni. Tra la sorgente e la foce (a delta) un racconto chiaro, scorrevole, con guizzi interpretativi personali, che toccano la punta dell’iceberg per lasciare intravedere il vasto e indistricabile mondo sotterraneo che essa comporta, tra la   cultura di un tempo che sembra molto lontano, quello in cui si è formata, è vissuta ed ha operato l’Educatrice anconetana, e la cultura del nostro tempo. Con altre esigenze e altre contraddizioni da quelle tipiche degli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.

Simone Weil afferma che noi siamo abitati da inevitabili e perciò salutari contraddizioni perché solo dagli innumerevoli contrasti viene fuori una possibile verità su noi stessi, sugli altri, sul mondo, sulla vita. È quanto Valeria Rossini riesce a fare, con molta maestria e straordinaria competenza, raccontandoci la vita complessa e, per alcuni versi, oscura e insondabile di Maria Montessori, e l’opera vivificante delle sue scuole, le “Case dei bambini”, sparse in tutto il mondo, con tutti i chiaroscuri e le incrostazioni che, nell’arco di un secolo, ne hanno offuscato luminosità ed efficacia.

Ma le conclusioni, a cui perviene l’Autrice, smontando pregiudizi e costruendo, tessera dopo tessera, con un apprezzabile fil rouge tra un capitolo e l’altro, l’intero mosaico del “metodo” montessoriano nella sua unicità e nella sua validità anche ai nostri giorni, sono confortanti perché recuperano la vivida intelligenza, non disgiunta da un ironico senso dell’umorismo e da una profonda umanità della grande pedagogista che, pur temendo per la sorte delle sue scuole, spesso snaturate dalla rigida applicazione delle regole del suo metodo, costruito in corso d’opera e, quindi, sempre “in fieri” nelle sue intenzioni e aspirazioni, riesce a rendere “universale e imperituro” il suo messaggio: la “necessità di sostenere il bambino nel percorso di autorealizzazione e di socializzazione, educandolo all’amore per il lavoro e alla collaborazione con gli altri”. Educandolo soprattutto con amore.

E il fiume della sua opera continua a farsi mare e infine oceano. Un po’ come ci insegna la poesia “Il fiume e l’oceano” di Kahil Gibran:

Dicono che prima di entrare in mare/ il fiume trema di paura./ A guardare indietro/ tutto il cammino che ha percorso,/ i vertici, le montagne,/ il lungo e tortuoso cammino/ che ha aperto attraverso giungle e villaggi./ E vede di fronte a sé un oceano/ così grande/ che a entrare in lui può solo sparire per sempre./ Nessuno può tornare indietro./ Tornare indietro è impossibile nell’esistenza./ Il fiume deve accettare la sua natura/ e entrare nell’oceano./ Solo entrando nell’oceano la paura sparirà,/ perché solo allora il fiume saprà/ che non si tratta di scomparire nell’oceano/ ma di diventare oceano.

                                                   Angela De Leo 

giovedì 3 settembre 2020

E venne settembre (2020)

 ... e venne settembre (2020)

E venne il vento di settembre

e mi scoprì paura

mani di ruvida corda

passi di pietra incatenati

a scogli di mare scuro

catramato immobile di sale

Mi scompigliò i grilli dei capelli

Fuggirono pensieri su velieri

in secca e senza vele

Venne settembre e piansi

- occhi senza lacrime -

e sciolse ogni dolore nella sera

Accese un lampione di luna

- cielo in frantumi

stelle addormentate

sul filo del ricordo dimenticato:

ottobre di rose e di spine

E fui racconto di gloria appena cominciato

e già spezzato a metà di una notte rossovino

e scale precipitate

abisso di ogni inferno

mai abitato -

Lembi di sole ha settembre

in dono oltre il vento

su lacrime già piante

- prodigio che allaga il cuore

i primi passi a volo di gabbiano -

mare mare mare mare mare

nella mia casa sorriso di foglie

- oceano attraversato -

settembre sul tetto del cielo

     luna immensa luna

impazzita di stupore negli occhi

("Rondine" festosa di ritorno

con passi di danza... di me)

 Sì, è giunto anche per me settembre due giorni fa, con folate di vento e un senso di sperdimento e di attesa. Del già vissuto e di un inizio da vivere. Sempre così da quando le vacanze hanno chiuso i battenti del mare o dei monti, dei laghi e delle colline per riaprire quelli della scuola e di tante altre attività lavorative. Anche se sono in pensione da decenni, non ho mai smesso di lavorare. Soprattutto di scrivere, mia incontenibile e incontrollabile passione.

La scrittura mi è quotidiana compagna da quando imparai, bambina maldestra e piena di paure, a penetrare nel mistero di vocali e consonanti, suoni e significati delle parole. La parola riempì il mio mondo, ricco di nuvole e sogni. Da allora non ho smesso più. Le nuvole catturano i miei occhi per farmi scoprire tutto l’azzurro oltre. I sogni permettono allo sguardo dell’anima di innamorarsi di tutti gli orizzonti possibili e di intraprendere lunghi viaggi per attraversare ogni altro e “altrove da me” senza mai perdere la strada del ritorno alle voci della mente e ai richiami del cuore.

Dunque, ieri il vento di settembre mi ha incontrato a metà strada tra la paura di osare e il coraggio di tentare. Dopo il franare delle ossa non è stato facile snidare la paura, ancora oggi tarlo invisibile che scava notturne gallerie e di giorno si manifesta con nuovi buchi nel legno antico e polvere di sabbia e segatura a ostacolare passi e stampelle (e se inciampo? E se scivolano? E se mi schianto di nuovo al suolo senza più scampo? I miracoli non sono a ripetizione né a comando. Accadono quando accadono). La Paura mi blocca. “ Ti basta poter camminare e fare attenzione a dove metti piedi e stampelle. Ogni fessura può farti inciampare. Ogni buca cadere, ogni goccia farti scivolare”. E io le do ascolto. Le do ragione. Cammino guardando il pavimento e mi dimentico del cielo, come mi è stato insegnato. Mi basta, così, contare passi che credevo non dovessero più appartenermi. Ogni giorno qualche passo in più. Penso ad Alex Zanardi, al suo coraggio e alla sua determinazione, alla sua impresa di vivere, nonostante tutto. E vado avanti… altri dieci passi… altri venti… trenta e ho il fiato corto e un dolore sempre più forte alle gambe. Al ginocchio inchiodato e placcato. Al femore ricostruito. Ai due arti ricuciti dentro e fuori. Ossa e muscoli. Nervi e arterie. Pelle e Vene. La carta geografica del mio corpo martoriato. “Ce la devo fare”. Il mio mantra dal 20 ottobre 2019. E Centri ospedalieri per gli interventi (due difficilissimi a distanza di cinque giorni e con più mani espertissime). E Centro di igienizzazione per sopravvivere (tre mesi di immobilità quasi assoluta e piaghe da decubito e ozonoterapia e mani solerte ad alleviare atroci dolori fra mille allergie e una sola speranza: ritornare dagl’inferi). E Centri di riabilitazione per rinascere uno-due (isolamento totale causa coronavirus, fisioterapia mattina e pomeriggio, mascherine e scafandri di angeli tutelari. Sedia a rotelle, girello alto sotto-ascellare, girello basso, stampelle: tutte le stazioni della via crucis, vissute “con molta molta molta cautela” per non franare ancora).

Giorno dopo giorno, notte dopo notte. Poesia dopo poesia.  Sul cellulare. Per vincere buio e paura. Per bloccare il tempo del dolore. Per lasciarlo scivolare nella clessidra argentata a contenere un mare verde smeraldo e sabbia rosa che, invece di precipitare come è normale che sia, sale a riportarmi indietro nel tempo (dono di mia figlia, la più giovane) perché ogni giorno sia un giorno nuovo: a salutare il mio primo vagito, la mai spenta giovinezza del cuore.

Sette mesi di clausura forzata con oltre duecentodieci poesie scritte di notte per non morire. E tre mesi e mezzo a casa. Nel tentativo di dimenticare tra braccia d’amore a lungo deserte per il covid 19 che non perdona...

E venne settembre. Con scompigli di nuvole improvvise e di tempeste rapide come il respiro, devastanti come gli uragani.

Giunto è settembre con una nuova speranza sulla mai sconfitta paura. Mia figlia Raffaella si è alleata con il vento di questo mese (tutto fuori la spenta stagione/tutto dentro la nuova stagione) e mi ha spinto a osare: “dai, il vento ti farà mettere le ali. Le gambe ti reggeranno e poi riuscirai ad andare da sola. Prendi la sedia. Lascia le stampelle e metti i primi passi come fanno i bambini lasciati dalla mamma presso il muro, felici di raggiungerla al suo richiamo. Dai, non aver paura. Dai, ci sono io qui. Dai, allontana la sedia e raggiungila! Allarga le mani e i piedi per sentirti in equilibrio come fanno i funamboli, che a te piacciono tanto perché camminano tra le nuvole”.

                                                          “Vaiiiii!”.

Ed io, con un tremore da non potersi dire, ho lasciato le verdi stampelle, ho spinto la sedia blu avanti per quanto possibile, ho fatto delle braccia ali e delle gambe remi e, barcollando, ubriaca di paura bevuta a litri, ho mosso i primi passi senza cadere. Esplosione di lacrime di gioia tra le braccia di mia figlia ad accogliermi tremante, mentre filmava la mia commozione, la mia vittoria, la mia gratitudine al suo coraggio/vento impetuoso più del vento di settembre. Ha inviato ai miei figli “romani” il video della temeraria impresa e subito la magia della videochiamata ha mescolato lacrime e incredulità. Daniela, a causa del mio svolazzante vestito nero e bianco, ha visto una rondine spiccare il volo di ritorno verso i Paesi ancora caldi di sole. Io ho visto il mare inondare la casa e farsi vela fino a forare il tetto e confondersi con la luna piena tra gli alberi del giardino, illuminando a giorno lo stupore dei miei occhi, le mie mani in preghiera, la mia anima che già trasformava le emozioni intense in Poesia.

E questa notte ho ripreso il cellulare e ho scritto i versi del dolore dischiuso alla gioia. Ancora un miracolo vissuto da raccontare…

 Che sia un buon settembre per tutti. Tempo di inizio, rigenerazione, rinnovate attese, ritrovati sogni, riaccese speranze. Oltre ogni sperdimento. Oltre ogni paura…  


giovedì 2 luglio 2020

2 luglio: Raffaella conta le sue estive primavere



Oggi è il compleanno di Raffaella. Raffaella è nata proprio in quel 1968 che tanti ideali voleva realizzare con i giovani studenti che stavano decidendo di cambiare il mondo in meglio, non prevedendo il peggio, che di lì a poco sarebbe arrivato, con la loro rivoluzione contro il passato, strumentalizzata politicamente. Il Sessantotto, dunque, mi vide già madre dell’unica figlia, che mi sarebbe rimasta accanto fino ai nostri giorni.
Fu un’estate molto calda quell’anno di cinquantadue anni fa. La mattina del 2 luglio, verso le 9 le prime avvisaglie. Qualche colpetto per dirci di aprire perché era il tempo giusto di spalancare gli occhi sul mondo. Né prima né dopo. E da un mesetto era tutto pronto, come tradizione voleva a quei tempi. Avevo confezionato, con ferri e uncinetto, ma soprattutto con infinito amore, tutine, salopette, golfini di lana dai colori rosso, giallo, blu,verde acqua, che potessero andare bene sia per un maschietto che per una femminuccia, non conoscendo allora il sesso del nascituro, ma quasi tutto il corredino privilegiava il celeste per via di Primo che sognava, come tutti i maschi, il figlio maschio. La culletta era laccata di rosso con già gli uccellini e carillon a volteggiare sul capo del nascituro. Dopo le 9, un po’ frastornati e “impediti”, raccogliemmo la valigia del corredino e il borsone con la mia roba e, dopo una telefonata a mamma perché si preparasse a venire con noi in clinica, e una telefonata a Lizia per lo stesso invito, ci avviammo alla casa del gelso e delle rose, per incontrarci e andare via insieme. Nel cortile tanto amato, Primo volle immortalarmi con lo scamiciato blu premaman e quell’aria un po’ stupita, fiduciosa, disorientata che solo le primipare hanno. Alle 11 eravamo a Bari nella clinica Divella, dove avevo fatto un Corso di psicoprofilassi al parto e dove avevo incontrato la bravissima ostetrica, signora Chiella, che avrebbe fatto nascere tutti e Quattro i miei figli. Lei mi aspettava. Avevamo prenotato una camera privata ed eravamo, io, Lizia e mamma, in attesa che i dolori si accentuassero, invano. Mamma cominciò a preoccuparsi: “Ma che dici, è stato un falso allarme? Ce ne dobbiamo tornare a casa?”. A queste sue parole, invece di preoccuparmi anch’io, scoppiai a ridere. Fu così che tra una battuta e l’altra, tra le le mie proteste che i dolori ad intervalli regolari c’erano e le perplessità di mamma (“Nàn zò chìssə rə dəlòrə chiù fùrtə. Hònnə ancòurə vəné rə calcassə”!!!) e di  Lizia, e le mie rinnovate risate perchè nessuno mi credeva, alle ore 20 Raffaella venne al mondo: un batuffolo rosa con tanti capelli neri e lunghi e due occhioni di bruna oliva a salutare la vita. Bellissima e con una pelle rosea di pesca vellutata. Una femminuccia. La signora Chiella, dopo aver tagliato il cordone ombelicale, averla lavata, pesata (3,600 gr.) e vestita d’azzurro, la portò in giro per la clinica a mostrarla a tutti tanto era bella e luminosa. Un raggio di sole a illuminare le prime ombre della sera.
“La rosellina di papa”, fu il commento di suo padre, dopo aver superato la delusione del mancato figlio maschio. Raffaella era troppo bella per non amarla da subito. Io la amavo già. Si precipitarono I nonni e gli zii da Surbo. E nella nostra casa lei illuminò stanze e cuori. Ci facemmo compagnia a lungo io e lei. A nessun altro figlio ho potuto dedicare il tempo a lei riservato con duplice nodo d’amore. Fino alla nascita di Ombretta circa due anni dopo. E lei mi corrispondeva con I suoi occhioni, le sue manine, vibranti farfalle sempre in volo, I suoi balbettii che ben presto si trasformarono in parole: ba-bbo, ma-mma, zi-a. Aveva solo pochi mesi. Mamma si preoccupava, mi rimproverava: “Non la sforzare, la bambina è troppo piccola”.  Precocissima, a un anno, sollecitata dal padre, sapeva tutte le capitali del mondo. A due si inventava storie di amori lontani, in una Parigi mai vista, neppure in cartolina. Bimba di parole e di baci. Di fremiti di vita, da me ben presto spenti perchè facesse subito da mamma ai fratellini che sono piovuti in casa come pioggia di inatteso, ma  subito esploso amore nel mio cielo sempre dimidiato tra piacere e dovere: ero già preparatrice di allieve, candidate ai vari Concorsi nella scuola. Raffaella si ribellava al suo nuovo ruolo di bambina-madre e rivendicava la mia presenza di madre. Ad ogni trillo di campanello correva a rispondere: “Andate via, la mia mamma non c’è per nessuno”. Poi si rassegnava e si prendeva cura dei piccoli che io incautamente le affidavo. Così per decenni o quasi. Un rapporto simbiotico, il nostro, ma con una assenza/presenza da parte mia che ha sovvertito per anni, fino ai nostri giorni, ruoli e funzioni. Una reciprocità fatta di vuoti da colmare. Per anni le ho dato ciò che non possedevo, acuendo in lei la “fame” di sua madre, mai più vissuta come madre.
 Con lei, oggi, condivido la quotidianità, nella nostra casa, del giardino, del verde degli alberi, della luminosità del nostro cielo, quando il cielo è terso come una cartolina. Ma è difficile condividere con lei problemi e dispiaceri. Sa tenerseli dentro per non darmi pensieri e ansie. Ha per me protezione di madre. E io per lei ho segreti di figlia che mai direbbe alla propria madre, perché non capirebbe, si allarmerebbe, si dispererebbe per la propria impotenza a risolvere situazioni che più non le appartengono, data l’età, il mondo capovolto, una cultura che crea distanze abissali tra passato e presente. Tra me e Raffaella i ruoli sono stati vissuti, dunque, nella più impensabile delle anomalie, fuori dall’ordinario, a cui siamo per atavica convinzione e tradizione abituati.
Da sempre io sono figlia di mia figlia. Lei madre di sua madre.
E, come ogni madre, desidera un amore esclusivo da parte di sua figlia. E, come ogni figlia, desidera un amore esclusivo da parte di sua madre.
È questo il suo tormento palese, il mio tormento celato. E anche qui i ruoli si ribaltano. Lei, che non mi confida mai le sue pene, reclama a viva voce un “amore che faccia la differenza”. Io, che le dico tutto dei miei affanni e delle mie paure e delusioni, taccio sull’amore che le porto perché “l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Ma oggi non posso fare a meno di dirglielo, dopo le parole accorate, sia pure velate di tenera ironia, che mi ha rivolto, coordinando, nel “magico cortile” della nostra antica casa, la bellissima serata di presentazione del mio romanzo (seconda parte), di cui hanno parlato magnificamente due meravigliosi amici e relatori: Valentino Losito e Mario Sicolo. Entrambi giornalisti. Il primo di lungo corso e all’apice di ruoli e compiti a livello nazionale, meritati a suon di penna; il secondo, più giovane ma non meno esperto e più romanticamente grintoso. Entrambi anche scrittori e poeti.
Ebbene, ancora una volta, durante la serata in cui si è parlato tanto del nonno, che ci ascoltava attentamente un po’ in ombra sotto il pergolato, ecco Raffaella che mi afferra l’anima con la sua invocazione d’amore. “Un amore che misuri la differenza tra presenza e distanza, tra il qui e ora e la lontananza e l’inevitabile procrastinare delle risposte attese”.
E io finalmente le rispondo:
“Bambina mia, l’amore provato e vissuto e donato è sempre un amore imperfetto, mancante della certezza della sua pienezza e intensità, perché recepito in maniera soggettiva, che fa i conti con l’attesa e le attese, con il proprio metro di misurazione e di valutazione, e con il senso di inappagamento che ogni amore lascia in chi lo riceve perché è incerta la quantità d’amore in possesso di chi lo dona.
L’unico amore certo è quello che si possiede, dunque?
Ma poi, si possiede davvero l’amore?
Ma allora come mai più lo lasciamo andare più diventa radicato nel cuore? E più lo tratteniamo e più ci sfugge, a volte soffocato proprio dalla stretta che non lascia libertà di essere e di agire?
Perché più viene dichiarato e più viene diluito il suo significato più profondo? Eppure, se non lo diciamo, rimane impredicato, nascosto, non recepito, non ascoltato, non compreso nella sua reale esistenza. Esiste solo per chi lo prova ma non esiste per chi non ascolta le parole che lo rendono visibile, anche se mai certo.
Come ogni cosa che non ha corpo, non occupa spazio, non ha una o più dimensioni visibili, anche l’amore non può essere toccato con mano, pesato, quantificato, percepito nella sua essenza, nelle sue qualità.
Possiede qualità l’amore? È frazionabile in bellezza, costanza, vicinanza, accudimento passione, tenerezza, forza, fiducia, protezione, esuberanza, allegria, complicità, molteplicità, singolarità, unicità?
Ed è riconducibile davvero alla sola parola AMORE?
Siamo tutti concordi nel definirlo come tale per poterlo vivere senza essere tratti in inganno da ogni pensiero soggettivo, dagli innumerevoli condizionamenti endogeni ed esogeni, che inevitabilmente lo snaturano, lo sviliscono, lo esaltano, lo mascherano, lo esibiscono, lo urlano o lo soffocano nelle spire della paura e nel bosco di ogni fuga e di ogni perdita dell’unico sentiero per fare ritorno al punto di partenza: l’improvviso batticuore nel conoscersi e riconoscersi tra migliaia di simili con l’infinito negli occhi e tra le mani?
E che dire del personale punto di vista: per me, per te, per lui, per lei…?
Quanto complesso e complicato l’amore. C’è persino chi nega la sua esistenza. Oppure gli fa uno sberleffo di scettico sarcasmo.
Alla luce di tutte queste considerazioni, diventa davvero impossibile conoscere e riconoscere l’AMORE.
E, se ci pensiamo un po’ di più, una tristezza senza fine ci assale… e un senso sconfinato di solitudine ci pervade.
 SIAMO SOLI. NELL’IMMENSITA’ DELL’UNIVERSO CHE CI SPAURA.
Sentiamo che abbiamo bisogno d’AMORE. Di amare ed essere amati. E sentiamo che solo l’AMORE ci rende felici. Ci rigenera. Ci dona nuova nascita e nuova vita.
Dunque, questo sentimento esiste? Ed è vivificatore?
Sì. Esiste. ll batticuore è là. Esplode quando meno te lo aspetti. Sia che si tratti del primo palpito di un semino sotto il cuore di una donna chiamata ad essere mamma. Sia che si tratti del primo attimo di vita tra le braccia di un uomo che s’innamora della sua paternità. Sia che avvenga tra due esseri umani l’esplosione del Big Bang che è tumulto incoercibile del cuore in andata e ritorno… e in espansione…
 E ci accorgiamo che l’AMORE è semplice come l’aria che respiriamo. È.
Che duri un attimo o una vita non importa.
Rimane un punto vivo, incancellabile, nell’eternità.
Per questo oggi voglio dedicarti, bimba mia, questi versi che ho scritto per te questa notte per dirti finalmente quello che vuoi sapere. Sì, esiste oggi il mio intimo, silenzioso sorriso, che tanto ti preme cogliere sulle mie labbra, per sapermi finalmente felice.
Ti regalo oggi il mio sorriso
luce di colorata felicità
da sempre attesa negli occhi
a farsi specchio della tua ansia
perché in gioia si tramutasse
il riflesso di mille e mille stelle,
per me raccolte su terrapieni
inventati, nel vuoto della mia sera
per accenderla di risate.
Clamore assordante fu
il battito del tuo cuore
vicino al mio in un palpitare
di giorni di stanca malinconia.
Ma complici io e mia madre
di un segreto dolcissimo
sotto un cielo che sapeva
di noi
riprendemmo a ridere,
dimentiche del tempo
e le stagioni del silenzio.
Rinacque l'incanto
delle tue parole ali di allodole
a ricamare i miei mattini
che ombre attraversarono
tra nuvole scure di pensieri
distanti e prigionieri.
Sogni mai afferrati
dalle tue mani
protese a farmene dono.
E oggi, vedi, solo per te sorrido
a rendere visibile l’Amore
che ti devo.
Con il sole che bacia i tetti
della tua mai spenta speranza
a sapere della mia gioia
di vivere.
(Nel giardino arso di sole
papaveri di fragili corolle ridono
a restituirci rinnovate intese d'allegria)
 Per te, Raffaella, e le tue mai contate primavere perché nata d’estate...”.

Ma scrissi questa lettera a Raffaella l’anno scorso, subito dopo quell’invocazione muta. Ma era estate ed io ero già partita per le irrinunciabili vacanze nel Salento. Non la strinsi al cuore. Non le detti il bacio atteso. Le parole volarono via web e si depositarono tra le spighe azzurre della lavanda in fiore e l’intrico delle lantane rosse e gialle che invadono l’aiuola più grande del giardino. Giunsero mai a lei? Non lo so. Neppure gli ostinati papaveri, che ostinatamente continuano a rinascere (dopo una sotterranea inondazione di acque divorate dalle idrovore) fra i mattoni del nostro passaggio tra i cancelli e la casa, mi hanno mai confidato della consegna delle mie parole attese e forse mai ricevute. Ancora una mancata risposta tra noi. Nonostante l’Amore.
Te le ripeto oggi con Amore. Ogni mamma in cuor suo sa la differenza, come ogni figlia, in cuor suo, la sa. Ma rimane racchiusa nel profondo del cuore perché ogni mamma e ogni figlia e ogni essere umano dà ciò che può perché quello che è “di più” non è il frutto di quello che è. Ogni altro di più è un inganno in quanto è uno sforzo che mina  l’autenticità e la veridicità del sentimento. Diamo agli altri quello che possiamo perché è il solo modo per dare quello che siamo. Autenticamente noi. E di questo dobbiamo essere fieri e appagati. È questo tutto l’Amore possibile. Forse mai misurabile. Ma è Amore. E se è, non necessita di alcuna differenza, alcuna misurazione. È.
A te, mia Raffaella, con l’Amore imperfetto che mi vive dentro.
                                                       mamma



venerdì 8 marzo 2019

8 marzo: l’altra metà del cielo


La giornata della donna non mi vede sulle barricate delle rivendicazioni dei nostri diritti. Sono battaglie già fatte. Non mi vede puntare il dito contro gli uomini per la loro violenza e le loro frustrazioni che la alimentano. Non tutti gli uomini sono frustrati e non tutti gli uomini sono violenti. Non mi vede inneggiare alle nostre qualità contro le loro deficienze e inadempienze. Non mi vede firmarmi la “poeta”, come dal Sessantotto in poi tutte le poetesse femministe cominciarono a chiamarsi per rivendicare la loro identità e libertà di donna, non rendendosi conto, non ho mai capito il perché, data la loro intelligenza e cultura, come un nome maschile, che non le rivendicava affatto, con quell’articolo femminile stonasse cacofonicamente e maledettamente, rinunciando al femminilissimo e bellissimo “poetessa” che dava un sapore di maggiore morbidezza e di una estensione di sé più lunga e perciò più estesa verso orizzonti altri… Non mi vede, oggi più che mai, fare delle generalizzazioni che non mi appartengono. Occorre sempre fare dei distinguo perché ogni essere umano è “unico e irripetibile” e non potrà mai essere inserito nella massa anonima e amorfa di genere, comunità, gruppo, partito, sistema. Persino la stessa categoria potrebbe essere una generalizzazione. La tentazione è spesso forte: accomunare tutti negli stessi pregiudizi, negli stessi slogan, nelle stesse astrazioni mentali. È più facile, semplice, veloce. Ci impedisce di pensare, riflettere, “sentire” intimamente le emozioni a pelle che l’altro ci sollecita. Ci evita di riportare alla memoria importantissimi studi psicologici (cosa a molti indigesta per via della pessima fama degli “strizzacervelli”), che potrebbero aiutarci a comprendere il valore di ciascuna persona, le conseguenze dei molteplici condizionamenti endogeni ed esogeni che fanno di una persona quella persona e non un’altra e un’altra ancora, col rischio di omologarla in un tutto nebuloso e indistinto. Un agglomerato di inesistenti realtà umane.
E, allora, mi piace oggi parlare delle due metà del cielo, quasi fossero i due lobi del nostro cervello, decisamente diversi per funzioni e contenuti, ma sicuramente complementari, a formare l’intero. Un lobo è razionale, l’altro è creativo, ma entrambi s’incontrano a metà strada per lo scambio reciproco della mente e del cuore per dare consistenza e volo all’anima, perché singolarmente i due emisferi, come i due cieli, sarebbere mancanti di qualcosa di essenziale per essere completi e per completarsi. L’anima è molto di più della mente e del cuore uniti. C’è una fusione che dà prodigiosamente le ali fino a forare lo stesso cielo e andare oltre, dove è possibile persino incontrare Dio. La razionalità senza creatività potrebbe risultare fredda e arida e incolore. La creatività senza la razionalità potrebbe essere un illusorio fuoco d’artificio di breve durata. Certo, ci sono le eccezioni che confermano in certo qual modo la regola. Esistono, per esempio, i mancini: segno che l’emisfero destro è diventato preponderante su quello sinistro. Ma ciò non significa dover contrastare il mancino perché raddrizzi ciò che non va per il verso giusto nell’emifero incriminato; per me significa valorizzare al meglio quello che l’emisfero offre per ottimizzare il prodotto finale. Lo stesso vale per le due metà del cielo. Anche qui le eccezioni potrebbero confermare la regola: gli squilibri che purtoppo accadono per troppi vuoti o troppi pieni. Ma quella del vuoto e del pieno ci porterebbe a riflettere su un’altra mia ipotesi che dà maggiore valore al vuoto che non al pieno. Il primo si dovrebbe riempire (e, dunque, equivale all’azione del costruire), mentre il secondo sarebbe da svuotare (e, cioè, occorrerebbe togliere, distruggere), ma questo è un altro discorso, per me molto affascinante, che potremmo affrontare, avendone voglia, un’altra volta. Si potrebbe, comunque,   forse raggiungere un nuovo equilibrio e avremmo, forse, unioni sempre più proiettate a migliorarsi per migliorare l’intero cielo. Dunque, singolarità e identità + diversità e complementarità: reciprocità: armonia: felicità. Badando a superare i troppi vuoti e i troppi pieni. Non è impresa facile: ci diciamo perplesse per via delle nostre esperienze personali, e spaventate per via di quanto apprendiamo dai mezzi di comunicazione e di informazione. Ma non per questo dobbiamo abbandonare l’impresa: cioè tentare di capire cosa interrompe il possibile equilibrio. Personalmente, ritengo che molto possa dipendere proprio dall’incontro: non sempre è vero che s’incontra “l’anima gemella”, quella giusta per noi. Mi è capitato spesso, dati i miei lunghi anni, di vedere le stesse coppie comportarsi in maniera del tutto diversa con partner diversi, in momenti diversi della loro vita. Dunque, è possibile che sia necessario incontrare proprio la persona giusta per noi e viceversa. E, poi, sono convinta (e questa è davvero una convinzione, l’unica della mia vita, e non più una ipotesi!) che è l’AMORE (quello vero con la A maiuscola, quello che è rivolto all’altro e mai a sé stessi, che non fa conti di dare e avere, ma fa sconti sulle debolezze dell’altro, sulle sue fragilità, sulle sue miserie umane!) a tenere insieme in armonia due o più persone. Se c’è AMORE, c’è rispetto, passione, tenerezza, comprensione. Ci sono carezze per il corpo e per l’anima. E tutto viene vinto, tutto superato nel reciproco aiuto. E   l’amore può durare un giorno o una vita e andare oltre la vita. Quando c’è, nel momento che lo sentiamo palpitare dentro, è pienezza, compiutezza, appagamento, sicurezza. Lealtà. Forse Verità. riconoscimento vero di sé e dell’altro da sé. Laddove viene a mancare l’amore, l’altro ci divena indifferente, sconosciuto, disturbante, forse anche nemico. Si diventa ostili, diffidenti, permalosi, ottusi ad ogni richiamo, amoroso o meno.
Ma per fortuna i sentimenti forti ritornano e ci salvano.
E, a questo proposito, mi piace riportare qui quanto ho scritto nel secondo volume del mio quasi romanzo Le piogge e i ciliegi (SECOP edizioni) che tra non molto sarà pubblicato:
“Anche quando inevitabilmente ci lasciano ferite perché sono tanto grandi da segnarci per sempre e tanto fragili da non resistere, a volte, alle ingiurie del tempo.
(Forse un rapporto dura nel tempo se viene bruscamente interrotto e non si realizza appieno, lasciando uno strascico d’incompiuto; oppure se ci si “consegna” reciprocamente per essere in due nella condivisione di ogni   esperienza di vita. Gli stessi universi ce lo dimostrano: si rigenerano nel loro eterno e reciproco innamorarsi per tenere coeso il Creato... nella circolarità che disegna l’Infinito. Niente di scientifico, per carità! Terreno minato per me. Ma mi piace pensarlo. Nell’uno o nell’altro caso “l’amore basta all’amore”, come mi pare abbiano scritto Khalil Gibran e altri poeti famosi, rifacendosi soprattutto al Cantico dei Cantici di Salomone, meraviglioso inno alla vita contenuto nella Bibbia, in cui l’amore vive e palpita di spiritualità, ma s’inebria di profumo materico e di sensualità).
A tratti, ci ritrovavamo nelle nostre perdute sintonie o nel desiderio di noi che improvvisamente si riaccendeva per farci sentire ancora vicini e innamorati. Poi ci percorrevano nuove distanze. E nuovi silenzi.
(Ma probabilmente accade a tutte le coppie che vivono a lungo insieme senza, però, giungere alla tarda vecchiaia. Diventa naturale, negli anni, distaccarsi emotivamente. Vivere senza più incontri serrati di corpi e di anime. Altri forse si rassegnano. Io ho avuto il torto di non rassegnarmi mai, di non smettere mai di sognare.
                              Di sentirmi viva, sempre e comunque…
Ora, però, so che, se si ha la fortuna di superare il giro di boa degli “anta” in due, allora è facile che ci si ritrovi in quella rinnovata comprensione di lunghi anni di quotidianità condivisa, spesso amara, ma addolcita da un affiatamento nuovo, nella consapevolezza di essere giunti al guado dei comuni problemi di salute. Bisogna tendersi reciprocamente la mano per andare oltre. Nasce un modo nuovo di stare insieme in quell’incontro di sguardi sulla propria intimità che solo a quell’uomo o a quella donna conosciuti da sempre è possibile affidare. Si impara ad accettare sul volto del partner le rughe e le offese al suo corpo, che diventano respingenti su un corpo e su un volto datati ed estranei. E s’impara ad offrire la propria spietata vecchiaia agli occhi, che un tempo non perdonavano o ignoravano e che, dopo, nella comune quieta rassegnazione, rispecchiano un’  affettuosa accettazione).
Oggi ritengo che anche per te e la nonna o per mamma e babbo sia stato così. Per tutti forse giunge il tempo della rinnovata carezza a lenire un dolore che non è più neppure tale. E non si sa dare nome a quel filo di ricordi riannodato alla necessità di riscoprirsi uniti contro i propri mali e tutti i mali del mondo. Senza più l’attesa di un esaltante accadimento.
                   Dopo tanto frastuono di voci altre, la tregua del cuore.
La tregua non è disarmo. È pausa di riarmo. Per trovare nuovi appigli. E scoprire che si può, si deve ricominciare. E l’amore necessario si ripropone. Servono parole vere. Pronunciate a fior di labbra e già ascoltate dentro, ma con una compiutezza nuova perché dai passati errori si scoprono i punti di forza da valorizzare e le debolezze da superare.
                                                E si è finalmente “noi”
È così che il cielo, ora presente, rimescola le carte e non fa più rumore del filo d’erba che rinasce nel prato dopo tanto gelo e tanta neve. Le coppie di lunga navigazione, allora, imparano a guardare con tenerezza i reciproci paesaggi innevati, fisici e mentali, riscoprendo il ricordo di altri più verdeggianti e fioriti orizzonti, attraversati nel tempo e mai sfioriti del tutto.
Imparano a mettere la giusta distanza da tutto ciò che ha fatto e fa male. O quasi. Sono convinta che, se fossimo vissuti più a lungo insieme, anche io e Primo ci saremmo salvati dai rami spogli dell’inverno nella dolcezza di rinate primavere”.
Ma, infine, nella coppia (senza voler escludere ogni altra forma di coppia), la donna è la Luna in tutto il suo splendore, fascino e mistero, ma non è mai satellite del Sole, solo un corpo celeste a sé stante di cui il Sole è eternamente innamorato e nel cui amore la Luna è felice di rispecchiarsi…

giovedì 21 febbraio 2019

21 febbraio: il primo giorno senza


È l’alba di un nuovo giorno. I lucernari sono pieni di brina che, al primo pallido sole di febbraio, si va sciogliendo in rigagnoli, vissuti immediatamente da me come silenziose ma evidenti lacrime. E, altrettanto immediatamente, fulmineo, mi è tornato alla mente un pensiero doloroso: già, un carissimo amico, all’alba di ieri, con il suo zaino carico di libri, si è librato nel cielo che si sfogliava di sole, quasi petali di rosa in caduta libera per bilanciare quel volo senza ritorno.
Livio Sossi ha intrapreso il suo ultimo viaggio, almeno sui binari di questo nostro mondo malandato e assordato da parole cattive, per intraprenderne di nuovi lungo scie di fiabe luminose e leggere da raccontare ai tanti bambini, fiori rinati in un prato senza fine, in attesa di un “pifferaio magico”, come io ero solita chiamarlo, in grado di incantarli. E lui ora è lì e si va accorgendo che il suo zaino ha la leggerezza delle nuvole, e sprigiona un profumo di nuove gemme, il canto delle allodole, e sorride a questo precoce inizio di primavera che sboccia su quelle bocche di innocenza e candore. E con loro sta dimenticando treni e stazioni, felice di potersi spostare, libero come il vento, nella immensità di tutti i cieli…
Livio è stato per me e la mia famiglia, per oltre un decennio, un amico discreto, sorridente, gentile, attento. E la cosa più insolita e inaspettata è che fu lui per primo a contattare Peppino, mio genero, e non viceversa come si potrebbe pensare. Peppino aveva pubblicato, nel 2007, il libro Abbecedario dei Diritti dell’Infanzia del grande scrittore serbo Ljubivoje Rsumovic, che il prof. Sossi faceva studiare in inglese ai suoi studenti universitari perché non era mai stato tradotto in italiano e pubblicato in Italia. Livio vide il libro alla Fiera di Bologna e volle conoscere l’editore che lo aveva pubblicato grazie alla traduzione del poeta serbo Dragan Mraovic, nostro grande amico. Di qui la nascita di un rapporto di lavoro e di amicizia che neppure la morte può interrompere. Livio in questi anni ha spesso soggiornando nella nostra casa, quasi fosse la sua. Sedeva alla nostra tavola. Condivideva il nostro pasto e le nostre abitudini quotidiane. Chiacchieravamo amabilmente di libri, cultura, scuola, insegnanti. Progettavamo insieme nuove avventure: libri per bambini da pubblicare, illustratori e scrittori da contattare, albi illustrati da completare. Entusiasta e infaticabile, ci contagiava con le sue narrazioni e la sua inconfondibile voce roca. Abbiamo anche lavorato tanto insieme per realizzare il suo capolavoro: l’Antologia della poesia italiana contemporanea per ragazzi Cieli Bambini dei più grandi autori per l’Infanzia della nostra Letteratura, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo fino ai nostri giorni. Sono tantissimi gli autori italiani che vi fanno parte con le loro poesie suddivise per sezioni, in cui trovano spazio tutti i generi della poesia contemporanea, per ragazzi dai nove ai novant’anni. Un’antologia che ha avuto enorme successo grazie all’infaticabile opera di divulgazione e promozione in Italia e all’estero del sempre entusiasta suo Curatore.
E la nostra casa, in quell’anno della sua prima pubblicazione, 2012 appunto, si animò di scrittori, poeti e illustratori che lavoravano con noi, in un impensabile trascorrere di ore, sotto la bacchetta magica di quell’intransigente, imprevedibile, impareggiabile, stratosferico direttore d’orchestra, che Livio era ed è stato fino a ieri, alla ricerca delle parole poetiche, con cui giocare, riflettere, emozionarsi. La sua agenda era un pullulare di nomi, indirizzi, numeri di autori, che lo chiamavano continuamente e a cui rispondeva continuamente, con pazienza, gentilezza, generosità di giudizio. Sempre.
Aveva una compagna di viaggio, Maura, che condivideva con lui le sue passioni letterarie e non. Una Donna straordinaria, coraggiosa, autentica, libera. La sera, prima di andare a letto e dopo l’ultima sigaretta (ne fumava davvero tante!) Livio la chiamava: “Ciao, amòre”, con la o aperta tutta sua, per raccontarle della giornata. Si avvertiva nell’aria una filo indissolubile ad unirli, una chiave a doppia mandata di “amorosi sensi” a custodire il segreto della loro unione “incantata”.
Un giorno di qualche anno fa, ci siamo incontrati tutti a Matera, dove Maura ormai risiedeva per lunghi periodi. La piazzetta del nostro incontro si accese d’improvvisa fiamma di tenerezza negli occhi di Livio persi negli occhi della sua donna. Li univa un amore straordinario che si riverberava a comprendere Joshuà, il loro unico figlio. a loro oggi va il mio abbraccio più affettuoso.
Ma io non posso fare a meno ancora di ricordare. Ad ogni nuovo ritorno nella nostra casa o in libreria, mi veniva incontro a braccia spalancate per un abbraccio di cuore: “Angelaaaa”. Più volte mi diceva che avrebbe scritto la prefazione a qualche mio libro. L’ultima volta, qualche mese fa, ci siamo salutati con la promessa da parte sua di presentare da qualche parte il mio romanzo e con la “battuta d’arresto da parte mia: “Ci conto!”. Pur sapendo in cuor mio che difficilmente sarebbe accaduto. Troppi impegni, troppi viaggi, troppi voli della sua mente effervescente glielo avrebbero, come sempre, impedito. Il suo grande amore era per la letteratura per e dei bambini. Gli adulti potevano aspettare…
Bambini e adulti, da cui si è fatto tanto amare, da ieri in poi, purtroppo, non potranno più ascoltare la sua voce, ma continueranno a sentirsi migliori e più leggeri con le sue tante parole rimaste nel cuore.


Sei volato in cielo con i palloncini. Ciao, Livio con amore


 Ecco alcune testimonianze di tanto affetto lasciato lungo le strade dei suoi passi come briciole di pane (di immagini e poesie) per assicurarsi sempre il ritorno…
È così
eterno Peter Pan policromatico, ora hai un vestito di cielo anche tu.
Avrai già preso a respirare d'azzurro ogni nuvola disegnata dal vento.
E sarai fiume di parole in piena per i tuoi nuovi interlocutori di sempre.
Ci saranno anche lì, nell'invisibile, visibile ora ai tuoi occhi, stormi ecumenici di angeli danzanti, elfi e figure mitologiche già in fila per venirti a salutare con le tavole illustrate tra le mani e i sogni tra i capelli.
Anche Gianni, con il suo verde orecchio, cerca di raggiungerti per raccontarti l'ultima su quel tale che di bambini, con i libri che aveva aiutato a fare, ne aveva resi felici più di un milione.
Compresa me che ti sarò per sempre grata, Livio, generoso enigmatico amico mio straordinario.
 Grazie per l'avventura bella nei nostri giorni felici a tessere fili immaginifici per riscrivere e ricolorare il mondo.

Raffaella Leone

Ogni volta mi facevi fare il giro del mondo della letteratura per l’infanzia in un pomeriggio. E ne uscivo frastornato sì, ma felicissimo di aver imparato tante cose in un tempo così breve. Una sera andammo a cena a Sant’Onofrio. Mangiammo insieme i ravioli dolci di carnevale, da Claudio. Eravamo stanchi e affamati e tu li divorasti tutti direttamente dal vassoio, continuando a raccontare e raccontare e raccontare storie mirabili di autori, illustratori, editori piccoli e grandi, celebri e dimenticati.
Quando ti chiedevo “Livio, quanti libri hai?”, mi rispondevi che avevi dovuto cambiare casa per tenerli tutti insieme, e comunque lo spazio era ancora insufficiente. “È un problema, sai?...” mi ripetevi sempre, con quella tua indimenticabile e bellissima voce rauca.
Stamattina non abbiamo perso solo un grande studioso italiano, un maestro esemplare, un saggista brillante, un autentico intellettuale di impegno civile, ma un pezzo enorme della cultura mondiale dedicata all’infanzia, in tutte le sue forme, di cui tu stesso eri «promotore instancabile», come si legge nel Dizionario della letteratura per ragazzi (Fabbri) alla voce che la scrittrice Teresa Buongiorno ti aveva dedicato già qualche anno fa. Che la memoria di te, dei tuoi libri, dei tuoi insegnamenti e delle tue innumerevoli iniziative rimanga per sempre viva. Ciao Livio! E grazie!
Davide Francioni

Cari amici vicini e lontani, questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Oggi ero al lavoro e ho ricevuto un messaggio accorato da una delle mie più care amiche. Silvia sa che sono spesso in riunione oppure in viaggio di lavoro e si era immaginata che non mi fossi ancora accorta di quello che stava succedendo su Facebook. Una miriade di messaggi di cordoglio stava costellando il diario di Livio Sossi e di quello di sua moglie Maura Picinich su Facebook perché il Professore ci ha lasciati improvvisamente a causa di un infarto. Sono rimasta stranita. Il mio pensiero è andato subito al post che Livio aveva scritto proprio ieri sera sul libro “È tempo di andare", quasi fosse un triste presagio.
Sono affranta. Non riesco ancora a crederci. Eravamo amici io e lui. Io lo stimavo profondamente.
Tutti noi abbiamo perso una persona speciale, dall'animo gentile.
Livio era uomo pieno di speranza, che con la sua particolare sensibilità riusciva a tirare fuori il meglio da tutti e in ogni situazione. Nonostante avesse conosciuto bene anche l’avidità, l’invidia la cattiveria degli esseri umani, continuava a sognare di vedere crescere e migliorare la civiltà umana grazie ai bambini.
Sotto quelle enormi sopracciglia, nei suoi occhi attenti e fiduciosi c'erano sempre comprensione, ottimismo, tenerezza, gioia di vivere e di condividere. Era una persona libera da pregiudizi, che amava non solo il suo prossimo, ma il genere umano in generale. Era un uomo giusto ed equilibrato che non diceva mai nulla di banale.
Il contributo di Livio al mondo culturale
italiano e specialmente a quello della letteratura per l'infanzia è enorme. Così come l’aiuto ed il supporto che ha generosamente prestato non solo a scrittori, illustratori e case editrici, ma anche ad iniziative culturali come il Notte di Fiaba Illustration Contest, che è nato proprio grazie a Livio. Grazie Livio. Grazie davvero.
Purtroppo te ne sei andato. Ma certamente te ne sei andato perché eri caro a Dio. Ciao Livio! Vivrai sempre dentro di noi! Alla cara moglie Maura e all’amato figlio Joshua vanno le più sentite condoglianze di tutti noi di Notte di Fiaba.
Chiara Tomasi

MI PIACE RICORDARTI COSI.
Da "Lettera a Franco Villani" di Livio Sossi
Sono commosso. E quando sono commosso le parole stentano ad arrivare. Si frantumano in una sarabanda di pensieri che si inseguono e si rincorrono senza interruzione: non è facile esprimere la gioia e l’emozione che ho provato nell’aprire la busta che conteneva l’edizione privata della tua Lettera a Livio con la bella introduzione di Rocco Trivigno. In esergo, un pensiero di Wittgenstein: “Solo con lo zaino colmo di libri posso scalare l’enorme montagna della cultura”. E lo zaino ricolmo di libri, il mio zaino, quello che porto sempre con me per condividere con gli altri le mie letture, è in fondo il protagonista di questo libro che tu, Franco, hai voluto dedicare al mio lavoro: una grande testimonianza di affetto e di riconoscenza; un saggio sull’importanza dell’atto di lettura nella scuola che risponde alle domande: “Che cosa, come, perché leggere?” e che sviluppa quella metodologia di lavoro che ormai da anni applico nei miei incontri con docenti, bibliotecari e ragazzi, in Basilicata e nelle altre regioni italiane.
Franco Villani

Al mio amico caro Livio che ha seminato parole e immagini di bellezza...che il viaggio sia leggero, che le nuvole siano lievi, che il cielo sia pulito, che la primavera sia vera. Con affetto e stima. L
Loredana Frescura

Ero una ragazzina, allora si era piccoli a lungo. Amavo profondamente il mio lavoro. Sentivo sì una specie di dolore, mancanza di ali, pesantezza. Ma cercavo di non farci caso. La cosa più bella era quando riuscivo a far lavorare gli illustratori per la prima volta. Sognavo di essere così, come loro. Libera. Gioivo della loro gioia. Sapevo di avere tanto dalla vita ma quel rischio, quell’avventura colma di espressività era la cosa più bella del mondo e non osavo neanche desiderarla. Livio arrivò col suo vocione allo stand della casa editrice. Doveva intervistare mia madre sulle novità. Mi chiese se io fossi “quell’Arianna dei gatti grassi”. Arrossii violentemente come ancora adesso riesco a fare e gli risposi di sì. Cominciò a scuotere la testa in quel suo modo buffo un po’ storto e mi disse “lo sai che se vuoi puoi uscire dalla gabbia? Le tue illustrazioni sono magnifiche e lavorando sodo diventerai una grande illustratrice”. Grazie Livio non posso credere che non ci sei più. Maura ti abbraccio con tutto l’amore che sai.
Arianna Papini

"Il problema non è far leggere i ragazzi, ma far sì che incontrino i libri giusti"
LIVIO SOSSI (1951-2019)

Abbiamo conosciuto e incontrato un galantuomo della parola, nella persona di Livio Sossi, grande scrittore di letteratura per l'infanzia. Più volte a Bitonto, Corato e in Puglia. Oggi lo abbiamo improvvisamente perso. Resta il suo messaggio di autentica cultura. Una lezione pedagogica destinata in realtà a tutte le età. Un abbraccio dalla redazione di Primo piano a sua moglie, a tutta la sua famiglia e ai suoi amici pugliesi, in particolare Angela De Leo, Raffaella Leone e Peppino Piacente, grazie a cui Sossi è stato tante volte ospite nelle nostre città.
PRIMO PIANO

This morning died Livio Sossi, one of the brightest and the most charming people I know. I'm SO, SO, SO SAD!
You always stay in my heart, dear Livio
RIP my dear professor and friend
Livio Sossi  (Trieste 18 ottobre 1951 - Trieste 20 febbraio 2019)
Questa mattina è morto Livio Sossi, una delle persone più brillanti e affascinanti che conosca. Sono così, così, così triste!
Tu rimani sempre nel mio cuore, caro Livio
RIP mio caro professore e amico 
Viive Noor

Il nostro grande Livio Sossi non è più tra noi. Un uomo e un amico straordinario, ma soprattutto il maggiore saggista, esperto di letteratura per l’infanzia, editoria e illustrazione. Punto di riferimento per tutti gli illustratori per l'infanzia italiani e stranieri. Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia). Conduttore del programma radiofonico sulla letteratura per ragazzi Doroty & Alice in onda per radio Capodistria. Direttore artistico del polo museale dello Spazio Brazzà a Moruzzo (Udine).
Collaborava con l’Agenzia letteraria Ti Press di Roberto Toso e con diverse case editrici come consulente, direttore editoriale di collana (Falzea, Edicolors, Arianna Secop, Albalibri, Euno, Campanotto, Lupo e altri).
Curatore, consulente scientifico e direttore artistico di mostre e manifestazioni culturali sulla letteratura per l’infanzia e sul mondo dell’illustrazione.
Livio parlava ai ragazzi come nessuno.Promuoveva la lettura, l’illustrazione e la letteratura giovanile in Italia e all’estero. Teneva corsi di aggiornamento. seminari e workshop per docenti, bibliotecari, operatori culturali, genitori e ragazzi . Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il Premio Fantasia d’Oro per la critica e la Medaglia d’Oro del Ministero della Cultura della Repubblica Slovacca per la sua opera di promozione della letteratura slovacca per l’infanzia in Italia. Potremmo dire ancora tante cose bellissime di lui; ma in questo momento sentiamo un grande vuoto per una grande perdita
Bianca Maria Tricarico

Questa mattina è volato in cielo Livio Sossi, un amico, un uomo buono, una persona estremamente competente che ha lasciato un'impronta indelebile nella letteratura per bambini e ragazzi.
Ciao, Livio, non sarai dimenticato.
Dino Ticli

 ...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
Nato a Trieste 67 anni fa, dai primi anni '70 si è dedicato alla letteratura per l'infanzia, illustrazioni ed editoria per i più piccoli.
Ebbi il piacere di incontrarlo a Corato al Festival Fiero del libro organizzato da Raffaella e Peppino Piacente della Secop editore e il suo volto scavato mi conquistò subito come anche il suo eloquio, la sua passione per l'arte della parola e dell'immagine. Parlammo di poesia e di musica. Di certo è la perdita di un uomo di grande generosità e di grande cultura.
Vincenzo Mastropirro
 · 
"Arrivo
sulle rive
di Trieste
appena un poco
triste
di doverti dire addio.
Se si potesse chiudere
il mare in una rima
starebbe intero dentro
amare"
Scelgo questi versi di Chiara Carminati, friulana come lui, per dare un saluto a chi l'amore lo portava sullo sguardo e sul sorriso: quel grande amore verso la letteratura per l'infanzia che è come un mare, capace di farti sognare, sempre, ad ogni età.
Grazie Livio Sossi, per quell'entusiasmo contagioso che è la linfa vitale di chi crede nella potenza dell'arte, e un abbraccio pieno di affetto a Maura Picinich: se è vero che la poesia va "oltre" lo spazio e il tempo rimanendo immortale, sono sicura che Livio Sossi sta sorridendo e abbracciando tutti noi.
Chiara Sallemi

Rosanna Maranto E posso ancora vederti, sentirti, progettare, fissare, studiare, scoprire, imparare e imparare e imparare.
Quanto hai ancora da dirmi?
Oggi sono stata circondata e travolta dal tuo affetto, attraverso le tante persone che tu mi hai fatto conoscere, attraverso le persone che io ti ho fatto conoscere. Una girandola di lacrime, di dolore, tutti orfani, tutti in reciproche condoglianze.
A tutti hai lasciato la tua carica, la tua passione, la tua sapienza.
La mia famiglia è cresciuta con te, in questi brevissimi 7 anni, volati e troppo pochi ma talmente intensi da averci donato l'amore per il libro illustrato ed è in ogni dove che ti troveremo Livio, perchè sono certa non ci lascerai mai.
Non puoi, non devi.


Joshua ed io ringraziamo tutti per le testimonianze di affetto che stiamo ricevendo. Livio avrebbe voluto che io rimanessi lucida. Io l'ho trovato senza vita e me lo sono stretto a lungo parlandogli e sussurrandogli grazie. Abbiamo camminato 47 anni insieme, a volte separati da impegni, ma condividevamo tutte le idee.Magari io più turbolenta, lui più pacato
Oggi Joshua mi ha detto "Nemmeno immagini quanto bene ti voleva. Me lo diceva sempre,"
Ho lasciato sempre che inseguisse i suoi sogni, perché lo vedevo realizzato e felice. Non mi sono mai pentita anche se ero sola.
È giusto così e così sia.
Ciao Livio, ciao Amore.
Maura Picinich