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venerdì 21 maggio 2021

Venerdì 21 maggio 2021: un incontro magico: Roberta Lipparini e Bianca Solazzo...

Altissima e bianca la parola scavata nel fiume dei gigli - nulla è a caso nella scatola dei colori sei fanciulla e cammini su fili di rose tessi finestre alla luce cerchi l'ombra, poi la allontani. Le stanze del respiro si allargano nuove visioni chiedono asilo si scuciono dalla tua bocca… (Elina Miticocchio)

Mi piace cominciare da questa stupenda prosa altamente poetica per parlare della presentazione online di soli due giorni fa dell’Albo Illustrato di Roberta Lipparini e Bianca Solazzo dal titolo teneramente evocatico Ti ricordi di me? Perché ritengo che ogni parola sembra fare riferimento alle due autrici di questo libro per bambini, e per adulti col cuore bambino. A partire dalla copertina, sintesi perfetta del contenuto. Purtroppo, non posso riportare le parole preziose degli interventi molto interessanti di Gianna Lomangino, la infaticabile libraia della libreria Hamelin di Bitonto, e di Barbara Buttiglione, Presidente Presidio del Libro di Bitonto. Entrambe appassionate e competenti relatrici, che mi hanno preceduta dietro l’attenta e brillante introduzione di Raffaella Leone PR della SECOP edizioni e sapiente conduttrice della serata. Vi invito, perciò, a prendere visione del video della diretta per assaporare tutti gli imperdibili passaggi delle diverse voci, accomunate da un unico “sentire”.  Dunque, rimangono le mie parole perché ho annotato diligentemente quello che avrei dovuto dire del libro, essendo io preposta al ruolo di interlocutrice con le due Autrici. E così, in realtà, abbiamo dato vita ad una serata con due mamme e due figlie al centro della presentazione che, via via, si è fatta sempre più corale. Ma, al centro del centro, c’erano soprattutto loro: il magico Albo Illustrato, Roberta Lipparini, autrice dei testi, e Bianca Solazzo, autrice delle illustrazioni: un libro, una mamma, poetessa, incantata di fronte alla natura e al miracolo della vita, e una figlia giovanissima, che avvolge, con una carezza del cuore, le filastrocche materne attraverso immagini ricche di colori, che rivelano tanta complicità di esperienze e confidenze vissute insieme, talmente belle da avvertirne la totale aderenza al mondo trasognato che ogni parola ritmata e dolcemente musicale porta con sé all’interno dell’Albo.

Ed ecco il titolo: un caldo colore di sole e di terra, e una prima, tenera, accorata, ansiosa domanda evocativa, “Ti ricordi di me?, che comporta un presente che si volge al passato e, quindi, alla memoria per dischiudersi al futuro e, cioè, a nuovi incontri, nuovi orizzonti da ipotizzare ancora insieme, mamma e figlia, dopo ogni necessario, inevitabile distacco. Culla di luna, la prima, e mistero di stelle, la seconda, a creare un sodalizio di creatività per la vita…

Di qui la suggestiva copertina con l’avvolgente onda su una linea di terra/cielo che, simile a una barca o a una culla, ripropone il mare attraversato e le sospirate stelle per ritrovare il sogno, che ci affascina e ci cattura in quanto legato, a mio parere, al ritorno ai primi giorni di vita della figlia nel dipanarsi del tempo della madre fino ai nostri giorni e oltre.

1^ Domanda: come è nata l’idea di questo libro e come si è sviluppata in una sorta di patto d’amore e di alleanza tra mamma e figlia? (Desidero che mi rispondiate entrambe). Risposte rivelatrici di due personalità molto creative e impregnate di Amore per l’AMORE e di Poesia per la POESIA. (vedere video)

Continuando sulla stessa suggestione, nella quarta di copertina, la barchetta, scortata da due alberi, radici e fonte di amore e di sostegno per la bambina sempre presente nelle parole e nelle immagini anche quando è assente, nutre il desiderio di avventurarsi da sola alla scoperta del mondo, come è giusto che avvenga per ogni nuovo nato che cresce e deve percorrere sempre più con autodeterminazione la propria vita, e portare la vela al largo. Sulla vela un’altra tenerissima domanda: “E se un giorno partirò/ per andare lontano/ terrai il mio ricordo/ chiuso in una mano?”, che evidenzia una struttura del libro “ad anello”. Questo mi suggerisce la possibilità di un capovolgimento: e se prima partissimo dalla metafora figlia-barchetta per giungere alla domanda della mamma-culla: “ti ricordi di me?” non diventerebbe inizio e fine con un nuovo inizio della domanda iniziale? Alfa e Omega di questo rapporto d’amore che il tempo non scalfisce e che va oltre il tempo e lo spazio. Oltre.

Meravigliosa, a mio parere, è anche l’impaginazione: molti versi di quasi tutte le filastrocche evidenziano una scrittura giocosa, che visualizza il senso delle parole-chiave con lettere che si muovono, danzano, sussurrano, volano a rendere più dinamico e magico il loro significato interno, realizzato con molto amore dalla curatrice Raffaella Leone. La prima poesia ne è l’esempio lampante (lettura prima filastrocca da parte di Raffaella).

Ed è, per me, anche conferma di due genitori che formano un grande albero, l’albero della vita, nonostante siano di “aria” di cielo e “brezza” di mare, trasparenti, leggeri, portati verso l’alto. In realtà, formano un albero forte di rami e di foglie per il bimbo/a fragile, reso/a sicuro/a dalla loro protezione. E l’albero della vita si ripropone ancora perché in queste pagine è tutta la vita che si dipana come un filo di molti colori e di molte fantasie, di tanto mare e tanto cielo illuminati da miliardi di stelle ad accendere ogni buio perché nessuno abbia più paura o si senta solo. a questo proposito, basta leggere la splendida sinossi di Raffaella per scoprire tutto l’universo poetico che illustrazioni e filastrocche le hanno suggerito.

Particolare è poi, per quel che mi riguarda, l’illustrazione della casa fra le stelle perché mi riporta alla immagine di copertina della silloge di poesie di Francesca Romana Petrucci con la sua Casa tra le stelle, da lei sognata e poi ritrovata misteriosamente identica in una casa che è andata a visitare. C’è proprio da pensare che siamo una sola grande Anima nell’Universo. (lettura filastrocca da parte mia).

C’è, inoltre, in tutte le filastrocche il desiderio/bisogno di varie personificazioni/identità, che rivelano il nostro essere frammentati pur riconoscendoci nell’intero. Bellissime le filastrocche e le illustrazioni di queste personificazioni realizzate da Roberta e Bianca in un continuo guardarsi, fondersi, confondersi, scoprirsi e riconoscersi, così diverse, così uguali. E anche nella scrittura tutto questo viene visivamente curato nei minimi particolari perché tutto si risolva in puro incanto, meravigliosa magia. “E le stelle ci stanno a guardare”, come il romanzo di Cronin, di circa un secolo fa, ci suggerisce. Ma, oltre alla luce delle stelle a confortarci nel buio, la luce del giorno favorisce gli incontri, il guardarsi negli occhi per riconoscersi e sentirsi fratelli, oltre la tana, la casa, il nido, l’albero. Oltre ogni possibile esclusione dell’altro… Ed è questo volare oltre che rende la vita un’avventura con… destinazione ritorno! Ritorno come, quando, dove, perché? Oltre il tempo e lo spazio perché la creatività “ci fa rinascere infinite volte” (Fromm). Perché l’amore abbraccia tempo e spazio e si fa eternamente presente. (Lettura ultima filastrocca da parte dell’autrice).

2^ domanda: il senso del ritorno ha tante significazioni diverse. Nel suo significato più semplice e concreto è auspicabile? Magari per ritrovare la sicurezza nella casa, nel nido, nella tana o è il viaggio che dobbiamo augurare a noi, agli altri, ai figli, ai giovani, dopo ogni ritorno? Ma ritorno può anche significare il riportarsi anche dopo l’ultimo addio ai luoghi amati, alle persone che ci portano nel cuore e che ci “sentono” in ogni respiro del giorno; ci vedono in ogni stella che illumina il cielo; in ogni nuvola o fiore o canto d’usignolo, volo di rondine (solo a Roberta)

Conclusione:

E vorrei concludere con alcune metafore e similitudini catturate dal mio Retino dalla imperdibile quanto poetica Sinossi di Raffaella al libro.

Di questo splendido Albo Illustrato desidero allora sottolineare:

La “Leggerezza”: come onda di mare, nuvola di cielo, soffio di vento. 

La “Tenerezza”: come nido di ramo, volto di luna, acquerello di luce.

La “Solidità”: come albero di montagna, sguardo di quercia, cerchio d’universo. 

La “Incertezza”: come tutte le domande, come tutte le risposte, come tutta la vita intera. 

La “Sicurezza”: come matita che scrive, come parola sul foglio, come tana nel suolo.

La “Freschezza”: come rugiada che brilla di foglie, come mare che danza di onde, come alba che si schiude al giorno. 

E, infine, il “Volo”: come uccello verso il sole, canto verso l’alba, sguardo verso il cielo.

Con tutti gli orizzonti che potrà scoprire, raggiungere, cambiare per permettere a noi lettori di continuare a credere nella bellezza del Creato, con tutte le sue Creature, e continuare a sognare. 

Grazie. Angela


giovedì 21 febbraio 2019

21 febbraio: il primo giorno senza


È l’alba di un nuovo giorno. I lucernari sono pieni di brina che, al primo pallido sole di febbraio, si va sciogliendo in rigagnoli, vissuti immediatamente da me come silenziose ma evidenti lacrime. E, altrettanto immediatamente, fulmineo, mi è tornato alla mente un pensiero doloroso: già, un carissimo amico, all’alba di ieri, con il suo zaino carico di libri, si è librato nel cielo che si sfogliava di sole, quasi petali di rosa in caduta libera per bilanciare quel volo senza ritorno.
Livio Sossi ha intrapreso il suo ultimo viaggio, almeno sui binari di questo nostro mondo malandato e assordato da parole cattive, per intraprenderne di nuovi lungo scie di fiabe luminose e leggere da raccontare ai tanti bambini, fiori rinati in un prato senza fine, in attesa di un “pifferaio magico”, come io ero solita chiamarlo, in grado di incantarli. E lui ora è lì e si va accorgendo che il suo zaino ha la leggerezza delle nuvole, e sprigiona un profumo di nuove gemme, il canto delle allodole, e sorride a questo precoce inizio di primavera che sboccia su quelle bocche di innocenza e candore. E con loro sta dimenticando treni e stazioni, felice di potersi spostare, libero come il vento, nella immensità di tutti i cieli…
Livio è stato per me e la mia famiglia, per oltre un decennio, un amico discreto, sorridente, gentile, attento. E la cosa più insolita e inaspettata è che fu lui per primo a contattare Peppino, mio genero, e non viceversa come si potrebbe pensare. Peppino aveva pubblicato, nel 2007, il libro Abbecedario dei Diritti dell’Infanzia del grande scrittore serbo Ljubivoje Rsumovic, che il prof. Sossi faceva studiare in inglese ai suoi studenti universitari perché non era mai stato tradotto in italiano e pubblicato in Italia. Livio vide il libro alla Fiera di Bologna e volle conoscere l’editore che lo aveva pubblicato grazie alla traduzione del poeta serbo Dragan Mraovic, nostro grande amico. Di qui la nascita di un rapporto di lavoro e di amicizia che neppure la morte può interrompere. Livio in questi anni ha spesso soggiornando nella nostra casa, quasi fosse la sua. Sedeva alla nostra tavola. Condivideva il nostro pasto e le nostre abitudini quotidiane. Chiacchieravamo amabilmente di libri, cultura, scuola, insegnanti. Progettavamo insieme nuove avventure: libri per bambini da pubblicare, illustratori e scrittori da contattare, albi illustrati da completare. Entusiasta e infaticabile, ci contagiava con le sue narrazioni e la sua inconfondibile voce roca. Abbiamo anche lavorato tanto insieme per realizzare il suo capolavoro: l’Antologia della poesia italiana contemporanea per ragazzi Cieli Bambini dei più grandi autori per l’Infanzia della nostra Letteratura, a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo fino ai nostri giorni. Sono tantissimi gli autori italiani che vi fanno parte con le loro poesie suddivise per sezioni, in cui trovano spazio tutti i generi della poesia contemporanea, per ragazzi dai nove ai novant’anni. Un’antologia che ha avuto enorme successo grazie all’infaticabile opera di divulgazione e promozione in Italia e all’estero del sempre entusiasta suo Curatore.
E la nostra casa, in quell’anno della sua prima pubblicazione, 2012 appunto, si animò di scrittori, poeti e illustratori che lavoravano con noi, in un impensabile trascorrere di ore, sotto la bacchetta magica di quell’intransigente, imprevedibile, impareggiabile, stratosferico direttore d’orchestra, che Livio era ed è stato fino a ieri, alla ricerca delle parole poetiche, con cui giocare, riflettere, emozionarsi. La sua agenda era un pullulare di nomi, indirizzi, numeri di autori, che lo chiamavano continuamente e a cui rispondeva continuamente, con pazienza, gentilezza, generosità di giudizio. Sempre.
Aveva una compagna di viaggio, Maura, che condivideva con lui le sue passioni letterarie e non. Una Donna straordinaria, coraggiosa, autentica, libera. La sera, prima di andare a letto e dopo l’ultima sigaretta (ne fumava davvero tante!) Livio la chiamava: “Ciao, amòre”, con la o aperta tutta sua, per raccontarle della giornata. Si avvertiva nell’aria una filo indissolubile ad unirli, una chiave a doppia mandata di “amorosi sensi” a custodire il segreto della loro unione “incantata”.
Un giorno di qualche anno fa, ci siamo incontrati tutti a Matera, dove Maura ormai risiedeva per lunghi periodi. La piazzetta del nostro incontro si accese d’improvvisa fiamma di tenerezza negli occhi di Livio persi negli occhi della sua donna. Li univa un amore straordinario che si riverberava a comprendere Joshuà, il loro unico figlio. a loro oggi va il mio abbraccio più affettuoso.
Ma io non posso fare a meno ancora di ricordare. Ad ogni nuovo ritorno nella nostra casa o in libreria, mi veniva incontro a braccia spalancate per un abbraccio di cuore: “Angelaaaa”. Più volte mi diceva che avrebbe scritto la prefazione a qualche mio libro. L’ultima volta, qualche mese fa, ci siamo salutati con la promessa da parte sua di presentare da qualche parte il mio romanzo e con la “battuta d’arresto da parte mia: “Ci conto!”. Pur sapendo in cuor mio che difficilmente sarebbe accaduto. Troppi impegni, troppi viaggi, troppi voli della sua mente effervescente glielo avrebbero, come sempre, impedito. Il suo grande amore era per la letteratura per e dei bambini. Gli adulti potevano aspettare…
Bambini e adulti, da cui si è fatto tanto amare, da ieri in poi, purtroppo, non potranno più ascoltare la sua voce, ma continueranno a sentirsi migliori e più leggeri con le sue tante parole rimaste nel cuore.


Sei volato in cielo con i palloncini. Ciao, Livio con amore


 Ecco alcune testimonianze di tanto affetto lasciato lungo le strade dei suoi passi come briciole di pane (di immagini e poesie) per assicurarsi sempre il ritorno…
È così
eterno Peter Pan policromatico, ora hai un vestito di cielo anche tu.
Avrai già preso a respirare d'azzurro ogni nuvola disegnata dal vento.
E sarai fiume di parole in piena per i tuoi nuovi interlocutori di sempre.
Ci saranno anche lì, nell'invisibile, visibile ora ai tuoi occhi, stormi ecumenici di angeli danzanti, elfi e figure mitologiche già in fila per venirti a salutare con le tavole illustrate tra le mani e i sogni tra i capelli.
Anche Gianni, con il suo verde orecchio, cerca di raggiungerti per raccontarti l'ultima su quel tale che di bambini, con i libri che aveva aiutato a fare, ne aveva resi felici più di un milione.
Compresa me che ti sarò per sempre grata, Livio, generoso enigmatico amico mio straordinario.
 Grazie per l'avventura bella nei nostri giorni felici a tessere fili immaginifici per riscrivere e ricolorare il mondo.

Raffaella Leone

Ogni volta mi facevi fare il giro del mondo della letteratura per l’infanzia in un pomeriggio. E ne uscivo frastornato sì, ma felicissimo di aver imparato tante cose in un tempo così breve. Una sera andammo a cena a Sant’Onofrio. Mangiammo insieme i ravioli dolci di carnevale, da Claudio. Eravamo stanchi e affamati e tu li divorasti tutti direttamente dal vassoio, continuando a raccontare e raccontare e raccontare storie mirabili di autori, illustratori, editori piccoli e grandi, celebri e dimenticati.
Quando ti chiedevo “Livio, quanti libri hai?”, mi rispondevi che avevi dovuto cambiare casa per tenerli tutti insieme, e comunque lo spazio era ancora insufficiente. “È un problema, sai?...” mi ripetevi sempre, con quella tua indimenticabile e bellissima voce rauca.
Stamattina non abbiamo perso solo un grande studioso italiano, un maestro esemplare, un saggista brillante, un autentico intellettuale di impegno civile, ma un pezzo enorme della cultura mondiale dedicata all’infanzia, in tutte le sue forme, di cui tu stesso eri «promotore instancabile», come si legge nel Dizionario della letteratura per ragazzi (Fabbri) alla voce che la scrittrice Teresa Buongiorno ti aveva dedicato già qualche anno fa. Che la memoria di te, dei tuoi libri, dei tuoi insegnamenti e delle tue innumerevoli iniziative rimanga per sempre viva. Ciao Livio! E grazie!
Davide Francioni

Cari amici vicini e lontani, questo è uno di quei post che non si vorrebbero mai scrivere. Oggi ero al lavoro e ho ricevuto un messaggio accorato da una delle mie più care amiche. Silvia sa che sono spesso in riunione oppure in viaggio di lavoro e si era immaginata che non mi fossi ancora accorta di quello che stava succedendo su Facebook. Una miriade di messaggi di cordoglio stava costellando il diario di Livio Sossi e di quello di sua moglie Maura Picinich su Facebook perché il Professore ci ha lasciati improvvisamente a causa di un infarto. Sono rimasta stranita. Il mio pensiero è andato subito al post che Livio aveva scritto proprio ieri sera sul libro “È tempo di andare", quasi fosse un triste presagio.
Sono affranta. Non riesco ancora a crederci. Eravamo amici io e lui. Io lo stimavo profondamente.
Tutti noi abbiamo perso una persona speciale, dall'animo gentile.
Livio era uomo pieno di speranza, che con la sua particolare sensibilità riusciva a tirare fuori il meglio da tutti e in ogni situazione. Nonostante avesse conosciuto bene anche l’avidità, l’invidia la cattiveria degli esseri umani, continuava a sognare di vedere crescere e migliorare la civiltà umana grazie ai bambini.
Sotto quelle enormi sopracciglia, nei suoi occhi attenti e fiduciosi c'erano sempre comprensione, ottimismo, tenerezza, gioia di vivere e di condividere. Era una persona libera da pregiudizi, che amava non solo il suo prossimo, ma il genere umano in generale. Era un uomo giusto ed equilibrato che non diceva mai nulla di banale.
Il contributo di Livio al mondo culturale
italiano e specialmente a quello della letteratura per l'infanzia è enorme. Così come l’aiuto ed il supporto che ha generosamente prestato non solo a scrittori, illustratori e case editrici, ma anche ad iniziative culturali come il Notte di Fiaba Illustration Contest, che è nato proprio grazie a Livio. Grazie Livio. Grazie davvero.
Purtroppo te ne sei andato. Ma certamente te ne sei andato perché eri caro a Dio. Ciao Livio! Vivrai sempre dentro di noi! Alla cara moglie Maura e all’amato figlio Joshua vanno le più sentite condoglianze di tutti noi di Notte di Fiaba.
Chiara Tomasi

MI PIACE RICORDARTI COSI.
Da "Lettera a Franco Villani" di Livio Sossi
Sono commosso. E quando sono commosso le parole stentano ad arrivare. Si frantumano in una sarabanda di pensieri che si inseguono e si rincorrono senza interruzione: non è facile esprimere la gioia e l’emozione che ho provato nell’aprire la busta che conteneva l’edizione privata della tua Lettera a Livio con la bella introduzione di Rocco Trivigno. In esergo, un pensiero di Wittgenstein: “Solo con lo zaino colmo di libri posso scalare l’enorme montagna della cultura”. E lo zaino ricolmo di libri, il mio zaino, quello che porto sempre con me per condividere con gli altri le mie letture, è in fondo il protagonista di questo libro che tu, Franco, hai voluto dedicare al mio lavoro: una grande testimonianza di affetto e di riconoscenza; un saggio sull’importanza dell’atto di lettura nella scuola che risponde alle domande: “Che cosa, come, perché leggere?” e che sviluppa quella metodologia di lavoro che ormai da anni applico nei miei incontri con docenti, bibliotecari e ragazzi, in Basilicata e nelle altre regioni italiane.
Franco Villani

Al mio amico caro Livio che ha seminato parole e immagini di bellezza...che il viaggio sia leggero, che le nuvole siano lievi, che il cielo sia pulito, che la primavera sia vera. Con affetto e stima. L
Loredana Frescura

Ero una ragazzina, allora si era piccoli a lungo. Amavo profondamente il mio lavoro. Sentivo sì una specie di dolore, mancanza di ali, pesantezza. Ma cercavo di non farci caso. La cosa più bella era quando riuscivo a far lavorare gli illustratori per la prima volta. Sognavo di essere così, come loro. Libera. Gioivo della loro gioia. Sapevo di avere tanto dalla vita ma quel rischio, quell’avventura colma di espressività era la cosa più bella del mondo e non osavo neanche desiderarla. Livio arrivò col suo vocione allo stand della casa editrice. Doveva intervistare mia madre sulle novità. Mi chiese se io fossi “quell’Arianna dei gatti grassi”. Arrossii violentemente come ancora adesso riesco a fare e gli risposi di sì. Cominciò a scuotere la testa in quel suo modo buffo un po’ storto e mi disse “lo sai che se vuoi puoi uscire dalla gabbia? Le tue illustrazioni sono magnifiche e lavorando sodo diventerai una grande illustratrice”. Grazie Livio non posso credere che non ci sei più. Maura ti abbraccio con tutto l’amore che sai.
Arianna Papini

"Il problema non è far leggere i ragazzi, ma far sì che incontrino i libri giusti"
LIVIO SOSSI (1951-2019)

Abbiamo conosciuto e incontrato un galantuomo della parola, nella persona di Livio Sossi, grande scrittore di letteratura per l'infanzia. Più volte a Bitonto, Corato e in Puglia. Oggi lo abbiamo improvvisamente perso. Resta il suo messaggio di autentica cultura. Una lezione pedagogica destinata in realtà a tutte le età. Un abbraccio dalla redazione di Primo piano a sua moglie, a tutta la sua famiglia e ai suoi amici pugliesi, in particolare Angela De Leo, Raffaella Leone e Peppino Piacente, grazie a cui Sossi è stato tante volte ospite nelle nostre città.
PRIMO PIANO

This morning died Livio Sossi, one of the brightest and the most charming people I know. I'm SO, SO, SO SAD!
You always stay in my heart, dear Livio
RIP my dear professor and friend
Livio Sossi  (Trieste 18 ottobre 1951 - Trieste 20 febbraio 2019)
Questa mattina è morto Livio Sossi, una delle persone più brillanti e affascinanti che conosca. Sono così, così, così triste!
Tu rimani sempre nel mio cuore, caro Livio
RIP mio caro professore e amico 
Viive Noor

Il nostro grande Livio Sossi non è più tra noi. Un uomo e un amico straordinario, ma soprattutto il maggiore saggista, esperto di letteratura per l’infanzia, editoria e illustrazione. Punto di riferimento per tutti gli illustratori per l'infanzia italiani e stranieri. Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia). Conduttore del programma radiofonico sulla letteratura per ragazzi Doroty & Alice in onda per radio Capodistria. Direttore artistico del polo museale dello Spazio Brazzà a Moruzzo (Udine).
Collaborava con l’Agenzia letteraria Ti Press di Roberto Toso e con diverse case editrici come consulente, direttore editoriale di collana (Falzea, Edicolors, Arianna Secop, Albalibri, Euno, Campanotto, Lupo e altri).
Curatore, consulente scientifico e direttore artistico di mostre e manifestazioni culturali sulla letteratura per l’infanzia e sul mondo dell’illustrazione.
Livio parlava ai ragazzi come nessuno.Promuoveva la lettura, l’illustrazione e la letteratura giovanile in Italia e all’estero. Teneva corsi di aggiornamento. seminari e workshop per docenti, bibliotecari, operatori culturali, genitori e ragazzi . Ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il Premio Fantasia d’Oro per la critica e la Medaglia d’Oro del Ministero della Cultura della Repubblica Slovacca per la sua opera di promozione della letteratura slovacca per l’infanzia in Italia. Potremmo dire ancora tante cose bellissime di lui; ma in questo momento sentiamo un grande vuoto per una grande perdita
Bianca Maria Tricarico

Questa mattina è volato in cielo Livio Sossi, un amico, un uomo buono, una persona estremamente competente che ha lasciato un'impronta indelebile nella letteratura per bambini e ragazzi.
Ciao, Livio, non sarai dimenticato.
Dino Ticli

 ...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
...stamattina ci ha lasciato improvvisamente Livio Sossi, Professore di Storia e Letteratura per l’Infanzia all’Università di Udine e all’Università del Litorale di Capodistria (Slovenia), saggista ha ricoperto molti altri incarichi. Ne ha dato annuncio la sua cara moglie Maura Picinich che abbraccio.
Nato a Trieste 67 anni fa, dai primi anni '70 si è dedicato alla letteratura per l'infanzia, illustrazioni ed editoria per i più piccoli.
Ebbi il piacere di incontrarlo a Corato al Festival Fiero del libro organizzato da Raffaella e Peppino Piacente della Secop editore e il suo volto scavato mi conquistò subito come anche il suo eloquio, la sua passione per l'arte della parola e dell'immagine. Parlammo di poesia e di musica. Di certo è la perdita di un uomo di grande generosità e di grande cultura.
Vincenzo Mastropirro
 · 
"Arrivo
sulle rive
di Trieste
appena un poco
triste
di doverti dire addio.
Se si potesse chiudere
il mare in una rima
starebbe intero dentro
amare"
Scelgo questi versi di Chiara Carminati, friulana come lui, per dare un saluto a chi l'amore lo portava sullo sguardo e sul sorriso: quel grande amore verso la letteratura per l'infanzia che è come un mare, capace di farti sognare, sempre, ad ogni età.
Grazie Livio Sossi, per quell'entusiasmo contagioso che è la linfa vitale di chi crede nella potenza dell'arte, e un abbraccio pieno di affetto a Maura Picinich: se è vero che la poesia va "oltre" lo spazio e il tempo rimanendo immortale, sono sicura che Livio Sossi sta sorridendo e abbracciando tutti noi.
Chiara Sallemi

Rosanna Maranto E posso ancora vederti, sentirti, progettare, fissare, studiare, scoprire, imparare e imparare e imparare.
Quanto hai ancora da dirmi?
Oggi sono stata circondata e travolta dal tuo affetto, attraverso le tante persone che tu mi hai fatto conoscere, attraverso le persone che io ti ho fatto conoscere. Una girandola di lacrime, di dolore, tutti orfani, tutti in reciproche condoglianze.
A tutti hai lasciato la tua carica, la tua passione, la tua sapienza.
La mia famiglia è cresciuta con te, in questi brevissimi 7 anni, volati e troppo pochi ma talmente intensi da averci donato l'amore per il libro illustrato ed è in ogni dove che ti troveremo Livio, perchè sono certa non ci lascerai mai.
Non puoi, non devi.


Joshua ed io ringraziamo tutti per le testimonianze di affetto che stiamo ricevendo. Livio avrebbe voluto che io rimanessi lucida. Io l'ho trovato senza vita e me lo sono stretto a lungo parlandogli e sussurrandogli grazie. Abbiamo camminato 47 anni insieme, a volte separati da impegni, ma condividevamo tutte le idee.Magari io più turbolenta, lui più pacato
Oggi Joshua mi ha detto "Nemmeno immagini quanto bene ti voleva. Me lo diceva sempre,"
Ho lasciato sempre che inseguisse i suoi sogni, perché lo vedevo realizzato e felice. Non mi sono mai pentita anche se ero sola.
È giusto così e così sia.
Ciao Livio, ciao Amore.
Maura Picinich






mercoledì 4 aprile 2018

Ancora di lei





Sì. È ancora tempo di parlare di lei.
‘Come si fa a sopravvivere alla propria madre?’, mi chiesi mentre la portavano via e sapevo che era per sempre. Il tempo mi ha insegnato che si può. Si diventa improvvisamente orfani e adulti. Irrimediabilmente. E si diventa orfani dei miti e degli eroi. Delle voci che non riesci più ad ascoltare o a ricordare, delle canzoni che non sai più cantare e delle strade che non puoi più percorrere, degli amici che ti lasci alle spalle per sempre…
                          Di qui la solitudine di ciascuno, orfano tra la folla…
Ed ora puoi solo parlare di lei. Ed è sempre il tempo giusto per farlo. E lo faccio ogni volta che posso. Troppo è il rimpianto, soffocante la nostalgia. Perché solo dopo, solo dopo ho capito molte più cose di lei. Della sua sofferenza silenziosa. Solo dopo ho sgranato i miei tanti rosari dei comportamenti sbagliati con lei, anche con lei. I lunghi silenzi. I rarissimi incontri. La solitudine dolente che le procuravo
(ti ho persa vivente… non ti preoccupare fai le cose che devi fare… vieni quando puoi venire… chissà se ti rivedo ancora…)
Ed ora che mi manca come il respiro, lei non c’è nella sua casa per andarla a cercare e coccolarla con tutte le confidenze mai più sussurrate, con i baci mai più dati, con le carezze che avrei voluto depositare sulle sue guance di pesca chiara. Mi conforta a malapena il ricordo dei rari incontri nella sua casa e del mio prenderle la mano per coprirla di teneri tocchi leggeri con le labbra e i suoi occhi si slargavano di luminosa accoglienza in uno sguardo di illimitato perdono…

Mia madre la sconosciuta amata
l’isola del tesoro la benvenuta
il giorno della festa
biglietto di sola andata
giorni d’estate voglia di mare
(mia madre solo sogno da sognare)

Mia madre suonava da ragazzina
note di mandolino stelle da contare
capriccio in si minore
scarsa voglia di studiare
voli di risate incontro al sole
(mia madre è ricordo di viole)

Mia madre cantava ogni mattina
ugola d’argento e ombra della sera
Lilì Marlen e luce dei fanali
strade nei boschi tango di capinera
voce di pioggia pallida signorinella
(mia madre era la canzone più bella)

Mia madre giocava con le amiche
giochi di vento tra cuscini in volo
di bicchieri colmi d’acqua da versare
giochi di doppi sensi giochi di ruolo
giochi di divise e folli divertimenti
(mia madre regina di travestimenti)

Mia madre ballava anche da sola
un valzer blu mazurka spensierata
tango argentino sguardo malioso
in un bolero malinconia ingoiata
foxtrot polka gonna onda di mare
(mia madre labbra dolci da baciare)

Mia madre risata lunga di sua madre
malizia di parole dette o taciute
complicità di segreti mai rivelati
in passeggiate solitarie e mute
e nodi al fazzoletto passi di neve
(mia madre era una favola lieve)

Mia madre era pianto trattenuto
lieve piuma di nido mai partita
e tenere promesse alla stazione
lacrime nascoste e festa finita
andava via sul finire del giorno
(mia madre rondine senza ritorno)

Mia madre cucinava acqua e sale
angurie rossofuoco fagiolini da bollire
profumo di ragù frittate e pomi d’oro
focaccia con patate torte da farcire
forno acceso e paura di sbagliare
(mia madre una ricetta da conservare)

Mia madre era pianto silenzioso 
versava lacrime di solitarie stelle
lacrime di spine lacrime di vento
tristezza e rimpianto sulla pelle
e labbra mute da non potersi dire
(mia madre era lacrima da intuire)

Mia madre era bella più che mai
pelle di pesca occhi di luna scura
capelli neri e labbra di rose e miele
cipria profumata d’ambra pura

passo leggero e seni di velluto
(mia madre bella fino all’ultimo saluto)

Mia madre era la sconosciuta amata
l’isola del tesoro la benvenuta
il giorno della festa
biglietto di sola andata.
(“La ballata della madre”, da Le piogge e i ciliegi, romanzo inedito)

domenica 1 aprile 2018

1° aprile 2018: Canto di rinascita


1° aprile. È Pasqua e non è un pesce d’aprile. 1° aprile. 17 anni fa mamma volò tra gli angeli. E non fu un pesce d’aprile. Della Pasqua ho già raccontato. Oggi voglio raccontare di lei. Stretta al cuore. Rinascita nel suo cuore. Aveva un cuore immenso, mia madre.
<Il ricordo
Fu una primavera fredda anche quell’anno. Stanchi d’aspettarti venimmo da te a febbraio con la neve. E a marzo. Nell’arco di poco più di un mese avevi subito due interventi e ti accingevi a sottoporti al terzo. Ti trovammo smagrita, impaurita, rassegnata. Era un marzo esasperato e senza fiori. Ti raggiungemmo il 21 per portarti un inizio di primavera e, magari, un raggio di sole. Sarebbe servito a scaldarti, a illuminare pensieri e cuore. E un raggio di sole, il giorno dopo, si fermò a fissarti dalla grande vetrata della corsia dove eri insieme ad altre degenti, tutte più giovani di te e attente ai mali di tutte.
  “Mamma”, ti dissi sorridendoti, “vedi? C’è il sole. È venuto pure lui a visitarti. Sorridigli. È di buon auspicio. Vedrai che starai meglio. Presto ti porteremo a casa”.
Non sorridesti. E non lo guardasti. Guardasti me con occhi vuoti e cuore stanco. E una tristezza infinita ti rese piccolo il volto, bianco più del lenzuolo.
“Possibile che neppure il sole ti dà un pizzico di sollievo? E dai, mamma, guardalo! Finalmente è una bella giornata e tu neanche te ne accorgi. Non vuoi accorgertene!”
Guardasti di nuovo me, ignorando il sole e la bella giornata. E avevi occhi di lacrime e di muto rimprovero. Io, il cuore stretto e un disappunto non detto in quel silenzio che ci fece male.
Due giorni dopo ti portarono nella clinica nuova per il terzo intervento. Avevi in testa un copricapo di lana rosa che ti rendeva una bimba impaurita e sperduta. Non avresti voluto subire quel nuovo massacro alle tue carni, alla tua anima. Ma, ubbidiente come sempre agli altri, alla sorte, al volere di Dio, eri là. Ti lasciasti portare, agnello sacrificale al macello. Inerme. Sola. Nonostante i tuoi figli (quattro di sei: due impossibilitati a raggiungerti) accanto a te. Ci fu la paura a farti compagnia. Poi venne il coraggio. Speravamo ancora di portarti a casa.
“Intervento riuscito”, ci dissero, “tra qualche giorno la dimettiamo”. Partimmo in attesa di riaverti con noi. Lungo il viaggio di ritorno facevamo progetti per te, con te.
Ti riportarono dopo due giorni in condizioni disperate. Una dottoressa coraggiosa percorse con te mille chilometri in ambulanza per riportarti a casa. Viva. Ti fece estenuata compagnia la figlia più giovane, da tre mesi con te a Monza. Insieme raccolsero il tuo dolore e le stente parole. Ti portarono nella tua casa sospesa in un lenzuolo e ti adagiarono nel lettino che avevamo preparato per te al centro della camera. Ci sorridesti, riconoscendoci tutti: figlie e generi, figli e nuore, i nipoti. Tentasti qualche parola, un gesto d’amore per dirci addio. Così per due giorni. Ci chiedevi esausta: “ancora?”. Eri stanca di soffrire. E cominciò l’attesa: tua, nostra. Volevi andar via. Volevamo lasciarti andar via. Per amore. Troppo era lo strazio che ci avvolgeva nella tua casa. Io scappai prima che accadesse. Ti voltai le spalle come da ragazzina quando ogni tuo raro ritorno era già un addio e, per non vederti andar via, ti lasciavo prima, scoppiando in lacrime solo dopo, sapendo la tua presenza già un ricordo.
                                           Ora sei ricordo.
Alle otto del 1° aprile mi giunse l’attesa telefonata che mi sparò nell’anima la notizia. Sapevo che era vera ma pensai ad uno scherzo. Era la mia mente che andava in deviazione per non arrendersi alla realtà. Non c’eri più. E non c’era neppure il sole. Sin d’allora mi serpeggiò dentro il rimorso, mai più soffocato, di non aver compreso fino in fondo il tuo dolore, che t’impediva di godere persino di un raggio di sole. Parecchi anni dopo, anch’io in una corsia d’ospedale, lottando tra la vita e la morte con lo stesso dolore, un misto d’ansia e di paura, un tormento che già mi proiettava oltre la vita, non guardavo il sole che m’invitava a godere di un autunno mite e buono. Non volevo vederlo.
Oggi, sabato 30 marzo, ripercorro il tuo calvario e il rimanente giorno con noi. Tornasti di giovedì sera, dopo un allucinato viaggio lungo quanto lunga l’Italia. E siamo stati avvolti dal tuo dolore, visibile nel fremito scosso del tuo braccio destro e nello spropositato gonfiore della gamba sinistra, nel tuo corpo di uccellino senza ali, nel tuo stanco sorriso a dirci con appena sussurrate e biascicate parole che ci sapevi là con te, ancora per poco. Ci alternavamo al tuo sguardo, alle tue mani. Fu proprio di sabato sera quando, fissandomi preoccupata di vedermi ancora nella tua casa, io che non c’ero stata mai, mi mormorasti a stento, “vai a casa se no…”. Preoccupata fino alla fine di non crearmi problemi nella mia casa.
“Non ti preoccupare”, ti dissi affranta. Poi, andai via. Già. Appunto come da bambina. Ti voltai le spalle per anticipare il tuo lasciarmi. Sono stata tutta la notte a pregare perché ti venissero risparmiate altre sofferenze. E, alle otto di quella domenica senza cielo e senza speranza, il trillo del telefono…
Mi rimane di te feroce questo tormento e il rimorso di aver per anni rimandato all’infinito i nostri rari incontri: per un lavoro ingrato/amato che mi attanagliava, logorando/divorando i miei giorni. Non avevo tempo neppure per te e sistematicamente deludevo la tua ansia di vedermi. Mi riprende anche oggi lo sconforto di aver ignorato i tuoi giorni di solitudine. E di attesa dei miei passi a confortarti di un ritorno. Mi rimangono le carezze alla tua mano, quando un soffio di tempo e di nostalgia mi riportavano da te in una fretta di minuti che ignoravano le ore.
“Avremo tempo”, ti dicevo, tra lacrime non piante.
Non c’è stato più il tempo.
Solo il ricordo.
Presente come la tua anima ai miei giorni>.
(da Le piogge e i ciliegi, romanzo inedito)

martedì 27 marzo 2018

Canto antico di rinnovata Speranza


Con la settimana santa il ricordo va alle atmosfere pasquali di tanto tempo fa. E allora ecco un altro stralcio del mio libro Le piogge e i ciliegi.

Ma era la Pasqua vissuta nella nostra casa che ricordo con grande nostalgia. E ancora prima della Pasqua la Settimana Santa.
Ho ricordi vividissimi della Settimana Santa e dei suoi riti perché ero già più grandicella e perché rendono presente ai miei giorni la fede certa, tua e della nonna. La vostra fede di straordinaria umanità. Fede generosa e pura.
Ricordo dolcissimo che si ripropone in un dialogo mai interrotto tra me e te sul nostro paese, le case, le cose, il colore, il profumo, il sogno, le credenze, che caratterizzavano la nostra terra di quegli anni: quasi un canto antico, recupero di parole, di modi di dire, di voci mai spente.
La voce della nonna che ci esortava ad andare in chiesa per la messa delle sette per il primo venerdì del mese, con indulgenze plenarie comprese.
“Dobbiamo andare alla messa delle sette che è la prima messa il primo pensiero deve essere rivolto a gesù cristo…”
“Ma è mai possibile che pure quando è festa a scuola ci devi costringere ad alzarci presto?”
“Ecco è sempre che lei deve parlare altrimenti non è contenta ho detto alle sette e alle sette dobbiamo essere in chiesa per guadagnarci il paradiso”….
Poi si doveva andare in chiesa per la via crucis, per i “sepolcri” e per tutti gli altri riti della santa Pasqua, attesa non soltanto per sfoggiare l'abito nuovo inno alla primavera
(trionfo di gonna a campana di panno-lenci azzurro come la lacca del cielo d’aprile e di gonna plissettata di un verde prato da far impallidire le siepi del nostro giardino e camicette bianche come leggere nuvole di orli ricamati),
ma anche per rivivere quel mistero di morte e di resurrezione vecchio di millenni, e riscoperto ogni anno nella commozione del cuore, come esigenza di rinnovato perdono. Per i veri cristiani la Pasqua era davvero una rinascita d’amore. Un atto di umiltà nella certezza del perdono.
Squarcio di festosa serenità era la Domenica delle Palme con gli ulivi benedetti e il bacio affettuoso di autentica rappacificazione.
Tu portavi in chiesa, sempre alla messa delle sette, un gran fascio di rami d'ulivo per farli benedire e per poi distribuirli a parenti, amici, conoscenti, vicinato
(la pace sia con voi… e con il tuo spirito!, ad ogni scambio di bacio con rametto di ulivo benedetto…).
Nell'aria c'era il profumo di peschi, mandorli e ciliegi in fiore in netto contrasto con l'intenso odore d'incenso che respiravo nelle chiese: fuori, esplosione di sole e di vita a mettermi una pazza allegria nelle vene; in chiesa, la penombra silenziosa e incombente di un Dio punitore che piegava in ginocchio i miei pensieri di libertà.
E fiati di donne e uomini che il digiuno rendeva pesanti.
Per quel perdono barattavo la mia libertà con una settimana santa densa di genuflessioni e giaculatorie e rosari.
Ma era sempre nonna Angelina a sollecitare i miei pentimenti.
La settimana santa era un susseguirsi di riti e di preghiere, a cominciare dalla via crucis, che metteva, quotidianamente, a dura prova la mia pazienza nell’ascoltare e nel seguire, con meditazioni suggerite dal sacerdote e rinnovate litanie dei fedeli, tutto il cammino di Gesù condannato a morte dal Sinedrio fino al Golgota. Un cammino, suddiviso in quattordici “stazioni” con altrettante genuflessioni, in una chiesa gremita e penitente
(adoramus te christe et benedicimus tiiibi… quia per sanctam crucem tuam redemisti muuundum…)
mi ero riconciliata anche col latino lingua di dio…
Tu e la nonna seguivate con profondo trasporto tutte quelle riflessioni e preghiere, che si dilatavano tra le navate in una sorta di cantilena ipnotizzante. Alla fine anche i fedeli più fedeli erano stremati tanto che alle Litaniae Sanctorum la folla, dopo un po’, cominciava a rispondere non più “ora pro nobis”, ma “nobìs” e, infine, “bìs”, pur non avendo alcuna intenzione di bissare…
(kyrie eleison… kyrie eleison… christe eleison… audinos… exaudinos… sancta maria… ora pro nobis… sancta dei genetrix… ora pro nobis… sancta virgo virginum… ora pro nobis… … sancte petre… nobìs… sancte paule… nobìs… … sancte andrea… nobìs… … sancte stephane… bìs… sancte vincenti… bìs… …)
Io mi annoiavo. Mi chiedevo che efficacia potessero avere quelle preghiere smozzicate di cui nessuno capiva un’acca. Vagavo con i pensieri, andavo lontano, fantasticavo, mi consolavo. Qualche volta mi distraevo sui volti dei vicini di banco. Cercavo d’indovinarne pensieri e colpe per capire il motivo di tanta sfibrante espiazione.
Durante la mattina del giovedì santo, poi, le strade del paese erano percorse dalla processione del “Misteri” con tutte le statue raffiguranti le varie torture inflitte a Gesù durante la via crucis. L’accompagnava la banda con nenie funebri dolcissime, che creavano un’atmosfera di dolorosa attesa che la passione di Cristo si compisse. Il rito dei “sepolcri”, invece, era affidato al crepuscolo dello stesso giorno ed era un rito che mi piaceva molto: si andava in giro per le strade in un percorso che comprendeva almeno sette chiese da visitare in misteriosa e mistica penombra. Ai piedi dell’altare maggiore c’era il sepolcro con vasi colmi di delicati cespugli dorati con lunghi steli di germe di grano, illuminati da fioche lampade in grandi coppe di vetro ambrato, le cui fiammelle rosse dipingevano sui gradini e sui muri inquietanti arabeschi d’ombre guizzanti. Si sostava in raccoglimento e in preghiera per un bel po’. Il tempo di guardarmi intorno intimidita e incuriosita. (…)  
Dal venerdì, invece, si entrava nel vivo della settimana santa con i panni viola che coprivano tutte le nicchie con i simulacri dei santi nelle chiese, e tutti gli specchi (in cui di sicuro abitava il diavolo, secondo una teoria di nonna Angelina, derivatale da secoli di medioevo) nelle nostre case.
La mia vanità subiva un feroce colpo fino alla Domenica della Resurrezione. Il mio cruccio maggiore era non potermi specchiare per vestirmi e per pettinarmi a modo mio. (…)
Ma mi consolavano di tanta rinuncia la processione della Vergine Addolorata della mattina e quella del Legno Santo della sera, rincuorandomi anche per il lungo silenzio delle campane, messe a tacere fino a Pasqua; silenzio, interrotto a intervalli da “rə tərròzzuə”
(quei particolari arnesi molto strani che i ragazzini per strada facevano ruotare nell’aria con il polso e con la mano, perché emettessero il loro caratteristico suono cupo e greve, che sostituiva quello più squillante e morbido dei campanili)
fino allo scampanio a distesa della mezzanotte del sabato santo.
Le due processioni erano un capolavoro di tristezza, di bellezza, di fede.
L’Addolorata era bellissima con il suo volto minuto e affilato, coperto dal pizzo nero e intriso di pianto. L’accompagnava una leggenda molto suggestiva. Pare che lo scultore, ad opera finita, venisse tramortito dalla voce della Vergine che lo ringraziava per tanta bellezza con le parole:
“‘Ncìələ mə vədìstə ca ‘ndèrrə mə facìstə?”
(“in Cielo mi hai vista ché in terra mi hai scolpita?”).
Eri stato proprio tu a raccontarmi questa delicata leggenda la prima volta, lasciandomi incredula e incantata. E con la voglia di verificare di anno in anno la bellezza di quel volto in un canto d’anima che si univa al coro de “La Desolata”.
Mi piace anche rivivere con te il racconto tenerissimo, che non conoscevo e che non so se faccia parte della tradizione popolare o della tua fertile fantasia: sta di fatto che  raccontavi come, nella tristissima notte “du Scəvədìa Sandə”, il peregrinare della Madonna addolorata, nella ricerca spasmodica e dolente del figlio, avesse momenti di straordinaria crudezza e di meravigliosa pietà in quanto, uscendo dal paese, la Vergine dolente vedeva impiccato ad un albero il corpo di un giovane: quello di Giuda, il traditore di suo figlio, e con delicatezza gli si avvicinava, lo accarezzava, gli baciava la mano...
Quale perdono più grande, dunque: quello di un Dio immenso, che lascia crocifiggere suo figlio, fattosi uomo per redimere l’umanità, o quello di una madre del tutto “umana”, trafitta da tutto il dolore del mondo, che pure bacia con gesto delicato la mano di colui che proprio con un bacio aveva tradito Suo Figlio?
Lei, minuscola donna come tante, con un cuore immenso più dell’immenso Suo Dio...
(eri bella come rooosa…). (…)
 A mezzanotte, infine, c’era la processione “du Venerdìa Sàndə chə la nàchə d’òrə də Crìstə mùrtə”
(“del Venerdì Santo con culla dorata di Gesù morto”),
“də l’Addóloràtə” (“della Vergine in pianto”) nella vana ricerca del figlio,
e “du Légnə Sàndə” (“del Legno Santo”), tutto luci e fiori.
La piazza alberata, antistante alla chiesa di San Francesco da Paola, era illuminata solo dai falò nei vasi di terracotta e dalla fede di quanti sin dal pomeriggio portavano da casa le sedie sul sagrato della chiesa per assistere a quella triste rappresentazione senza stancarsi, dato che “rə statuìrə” (i portatori delle statue), vestiti di nero, con camicia, guanti bianchi e papillon neri, procedevano con studiata lentezza perché le tre statue non si incontrassero mai lungo i rettilinei di quel quadrilatero. Dopo ogni simulacro con lunghe candele accese, la banda suonava musiche dolcissime e tristissime come lo Stabat Mater, canto funebre attribuito a Jacopone da Todi con musica e coro del nostro Tommaso Traetta, e altre sinfonie. (…)
                       Lacrime commozione preghiere incanto tradizione    
                                             Poi la festosa Pasqua
Le campane a gloria della mezzanotte e le mille chiese del nostro paese a salutare “la Rəsòscətə”, (la Resurrezione di Cristo), e la nostra gioia per l'avvenuta riconciliazione tra Dio e gli uomini. Noi c'inginocchiavamo per ringraziarLo. La nonna batteva i pugni sul tavolo per scacciare il diavolo e fare entrare Cristo risorto. E ci baciavamo tutti in segno di rinnovato amore. Con tenera riconoscenza. A pranzo, tu benedicevi l'abbondante tavolata e “u bənədìttə” (il benedetto) col ramo d'ulivo e l'acqua santa, che prendevamo dalla pila della chiesa e portavamo a casa in una bottiglietta
(e mai il timore di un'infezione a sfiorarci e mai una malattia a colpirci per la nostra incoscienza, ben sapendo di tutte le mani, più sporche che pulite, a calarsi quotidianamente in quella pila per il segno della croce in ingresso e in uscita dalla chiesa!).
Il benedetto era (e forse è) la specialità del pranzo pasquale nel nostro paese: uova sode tagliate a metà, arance con la buccia tagliate a fette (piccoli soli ad illuminare il giorno del perdono), ricotta dura e salata, salumi vari. E il ragù e l'agnello e la frutta secca e quella di stagione, e i dolci di Pasqua e il rosolio. E la lettera sotto il piatto come a Natale e tanta tanta ingenuità tra le mani negli sguardi nel cuore. Ci sentivamo davvero più buoni. Riconciliati con il mondo intero e con la vita
(e… buona pasqua a pasqualino/ buona pasqua a nicolino/ buona pasqua anche a torino/ ah sì bè/ buona pasqua pure a te!/… vedi poi che in fondo in fondo/ fa la pace tutto il mondo/ fa i capricci/ fa i pasticci/ ma alla fine devi dir…
ah sì bè/ buona pasqua pure a me!
Carosone dalla radio cantava anche per noi…)
Il giorno dopo era ancora un giorno di festa, condito di verde spensieratezza. Si andava in campagna per vivere “u pascəcónə” (la Pasquetta) con parenti e amici e lunghe tavolate con altri cibi tradizionali, l’immancabile “vərdéttə”
(non credo sia traducibile in italiano, ma era una sorta di pastina in ragù d’agnello allungato in brodo con dentro carne sfilacciata e uova rapprese e piselli…)
e altro buon vino e chiacchiere e risate.
Tu raccontavi...

venerdì 2 marzo 2018

LE VOTAZIONI


Dopo una campagna elettorale avvilente, che finalmente si è solo in apparenza placata nel “silenzio pre-elettorale” e nei bizantinismi sotterranei della caccia all’ultimo voto, costi quel che costi, io provo nuovamente il desiderio di tornare al passato, in quel mondo della mia infanzia, sicuramente difficile e tumultuoso, ma dignitoso e onesto, dove la parola data era una sola, e veniva sancita con una stretta di mano. E il mio ricordo si ferma questa volta sulla paura vissuta da me e da mia sorella Lizia nel giorno del Referendum del 1946. Il brano è tratto ancora una volta dal mio libro di prossima pubblicazione “Le piogge e i ciliegi”. “Certo, avevamo pasticciato con le alleanze durante la guerra, ma il fascismo era stato spazzato via in un bagno di sangue dagli Alleati e da quella terribile guerra civile tra fascisti e partigiani che alla fine ci vide tutti sconfitti nella nostra dignità di esseri umani. Il re aveva abdicato in favore del figlio, ma anche questo giovane rampollo di casa Savoia, il “re di maggio”, fu obbligato a scegliere, non senza polemiche e per evitare nuovi lutti, la via dell'esilio, essendo stata proclamata in Italia la Repubblica con il Referendum del 2 giugno 1946. Ricordo ancora, come un incubo, la paura che mi sorprese, subdola e infinita, quando tu, mamma, nonna e babbo foste costretti a lasciarci da sole in casa per andare a votare. Avevamo, Lizia e io, cinque e quattro anni appena compiuti. Le donne votavano per la prima volta e non sapevano come fare. Avevano bisogno di voi uomini per farsi coraggio e dare il loro voto. In casa già nei giorni precedenti lievitò una grande nebbia di incertezza e di tensione. L’unico ad avere le idee chiare forse era babbo, chiuso nel laconismo di chi è sopravvissuto all’orrore. E don Mincucciouno, il nostro amico sacerdote, che curava tutte le pratiche burocratiche delle tue proprietà e che vi aveva suggerito più e più volte come votare, dove apporre la firma o la croce, ma voi respiravate perplessità e ingoiavate preoccupazione e dubbi e paure. Nonna Angelina dichiarava che lei non ci capiva niente e che avrebbe preferito non votare tanto avrebbe comunque sbagliato e che, alla fine, “non era col suo voto che si salvava l'Italia”. Mamma si sforzava di mantenere la calma, ma si tagliava a fette il suo timore per qualcosa che le sembrava oscuro e minaccioso per il nostro futuro. Io e Lizia attendemmo impaurite che usciste di casa per quella missione per noi misteriosa, oltre che carica d'insidie. Ricordo che ci stringemmo vicine vicine in attesa del vostro ritorno, aggrappandoci al davanzale della finestra della cucina, dopo essere salite sulle sedie, per guardare attraverso i vetri la strada e i rari frettolosi passanti. Io e lei, pendoli silenziosi del tempo con il cuore pulsante in tutta la casa Spaventate dai passi che sentivamo pesanti lungo la via e da quelli ancora più minacciosi e vicini che ci assalivano alle spalle, ci ghermivano, c'impedivano di respirare, di parlare, di piangere. Un secolo. Due secoli. Tutto il tempo del silenzio, della paura e dell'angoscia. Poi tornaste e ci sembrò il miracolo atteso per le nostre preghiere soffocate “Angelo di Dio...”. Mai avevamo tremato tanto. Forse solo quando, stando sempre appollaiate sulle sedie, dietro i vetri della finestra della cucina, nostro quotidiano rifugio quando volevamo “guardare fuori”, vedemmo piovere cenere dal cielo. Tutti in casa si spaventarono. E noi con loro per contagio. Si disse poi che era stata l’eruzione del Vesuvio. E noi scoprimmo un nuovo fenomeno del tutto sconosciuto. Io avevo appena due anni, ma quella cenere mi piovve tra la strada e gli occhi e si fermò nella memoria. La pioggia di cenere finì. La paura rimase.”