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venerdì 8 marzo 2019

8 marzo: l’altra metà del cielo


La giornata della donna non mi vede sulle barricate delle rivendicazioni dei nostri diritti. Sono battaglie già fatte. Non mi vede puntare il dito contro gli uomini per la loro violenza e le loro frustrazioni che la alimentano. Non tutti gli uomini sono frustrati e non tutti gli uomini sono violenti. Non mi vede inneggiare alle nostre qualità contro le loro deficienze e inadempienze. Non mi vede firmarmi la “poeta”, come dal Sessantotto in poi tutte le poetesse femministe cominciarono a chiamarsi per rivendicare la loro identità e libertà di donna, non rendendosi conto, non ho mai capito il perché, data la loro intelligenza e cultura, come un nome maschile, che non le rivendicava affatto, con quell’articolo femminile stonasse cacofonicamente e maledettamente, rinunciando al femminilissimo e bellissimo “poetessa” che dava un sapore di maggiore morbidezza e di una estensione di sé più lunga e perciò più estesa verso orizzonti altri… Non mi vede, oggi più che mai, fare delle generalizzazioni che non mi appartengono. Occorre sempre fare dei distinguo perché ogni essere umano è “unico e irripetibile” e non potrà mai essere inserito nella massa anonima e amorfa di genere, comunità, gruppo, partito, sistema. Persino la stessa categoria potrebbe essere una generalizzazione. La tentazione è spesso forte: accomunare tutti negli stessi pregiudizi, negli stessi slogan, nelle stesse astrazioni mentali. È più facile, semplice, veloce. Ci impedisce di pensare, riflettere, “sentire” intimamente le emozioni a pelle che l’altro ci sollecita. Ci evita di riportare alla memoria importantissimi studi psicologici (cosa a molti indigesta per via della pessima fama degli “strizzacervelli”), che potrebbero aiutarci a comprendere il valore di ciascuna persona, le conseguenze dei molteplici condizionamenti endogeni ed esogeni che fanno di una persona quella persona e non un’altra e un’altra ancora, col rischio di omologarla in un tutto nebuloso e indistinto. Un agglomerato di inesistenti realtà umane.
E, allora, mi piace oggi parlare delle due metà del cielo, quasi fossero i due lobi del nostro cervello, decisamente diversi per funzioni e contenuti, ma sicuramente complementari, a formare l’intero. Un lobo è razionale, l’altro è creativo, ma entrambi s’incontrano a metà strada per lo scambio reciproco della mente e del cuore per dare consistenza e volo all’anima, perché singolarmente i due emisferi, come i due cieli, sarebbere mancanti di qualcosa di essenziale per essere completi e per completarsi. L’anima è molto di più della mente e del cuore uniti. C’è una fusione che dà prodigiosamente le ali fino a forare lo stesso cielo e andare oltre, dove è possibile persino incontrare Dio. La razionalità senza creatività potrebbe risultare fredda e arida e incolore. La creatività senza la razionalità potrebbe essere un illusorio fuoco d’artificio di breve durata. Certo, ci sono le eccezioni che confermano in certo qual modo la regola. Esistono, per esempio, i mancini: segno che l’emisfero destro è diventato preponderante su quello sinistro. Ma ciò non significa dover contrastare il mancino perché raddrizzi ciò che non va per il verso giusto nell’emifero incriminato; per me significa valorizzare al meglio quello che l’emisfero offre per ottimizzare il prodotto finale. Lo stesso vale per le due metà del cielo. Anche qui le eccezioni potrebbero confermare la regola: gli squilibri che purtoppo accadono per troppi vuoti o troppi pieni. Ma quella del vuoto e del pieno ci porterebbe a riflettere su un’altra mia ipotesi che dà maggiore valore al vuoto che non al pieno. Il primo si dovrebbe riempire (e, dunque, equivale all’azione del costruire), mentre il secondo sarebbe da svuotare (e, cioè, occorrerebbe togliere, distruggere), ma questo è un altro discorso, per me molto affascinante, che potremmo affrontare, avendone voglia, un’altra volta. Si potrebbe, comunque,   forse raggiungere un nuovo equilibrio e avremmo, forse, unioni sempre più proiettate a migliorarsi per migliorare l’intero cielo. Dunque, singolarità e identità + diversità e complementarità: reciprocità: armonia: felicità. Badando a superare i troppi vuoti e i troppi pieni. Non è impresa facile: ci diciamo perplesse per via delle nostre esperienze personali, e spaventate per via di quanto apprendiamo dai mezzi di comunicazione e di informazione. Ma non per questo dobbiamo abbandonare l’impresa: cioè tentare di capire cosa interrompe il possibile equilibrio. Personalmente, ritengo che molto possa dipendere proprio dall’incontro: non sempre è vero che s’incontra “l’anima gemella”, quella giusta per noi. Mi è capitato spesso, dati i miei lunghi anni, di vedere le stesse coppie comportarsi in maniera del tutto diversa con partner diversi, in momenti diversi della loro vita. Dunque, è possibile che sia necessario incontrare proprio la persona giusta per noi e viceversa. E, poi, sono convinta (e questa è davvero una convinzione, l’unica della mia vita, e non più una ipotesi!) che è l’AMORE (quello vero con la A maiuscola, quello che è rivolto all’altro e mai a sé stessi, che non fa conti di dare e avere, ma fa sconti sulle debolezze dell’altro, sulle sue fragilità, sulle sue miserie umane!) a tenere insieme in armonia due o più persone. Se c’è AMORE, c’è rispetto, passione, tenerezza, comprensione. Ci sono carezze per il corpo e per l’anima. E tutto viene vinto, tutto superato nel reciproco aiuto. E   l’amore può durare un giorno o una vita e andare oltre la vita. Quando c’è, nel momento che lo sentiamo palpitare dentro, è pienezza, compiutezza, appagamento, sicurezza. Lealtà. Forse Verità. riconoscimento vero di sé e dell’altro da sé. Laddove viene a mancare l’amore, l’altro ci divena indifferente, sconosciuto, disturbante, forse anche nemico. Si diventa ostili, diffidenti, permalosi, ottusi ad ogni richiamo, amoroso o meno.
Ma per fortuna i sentimenti forti ritornano e ci salvano.
E, a questo proposito, mi piace riportare qui quanto ho scritto nel secondo volume del mio quasi romanzo Le piogge e i ciliegi (SECOP edizioni) che tra non molto sarà pubblicato:
“Anche quando inevitabilmente ci lasciano ferite perché sono tanto grandi da segnarci per sempre e tanto fragili da non resistere, a volte, alle ingiurie del tempo.
(Forse un rapporto dura nel tempo se viene bruscamente interrotto e non si realizza appieno, lasciando uno strascico d’incompiuto; oppure se ci si “consegna” reciprocamente per essere in due nella condivisione di ogni   esperienza di vita. Gli stessi universi ce lo dimostrano: si rigenerano nel loro eterno e reciproco innamorarsi per tenere coeso il Creato... nella circolarità che disegna l’Infinito. Niente di scientifico, per carità! Terreno minato per me. Ma mi piace pensarlo. Nell’uno o nell’altro caso “l’amore basta all’amore”, come mi pare abbiano scritto Khalil Gibran e altri poeti famosi, rifacendosi soprattutto al Cantico dei Cantici di Salomone, meraviglioso inno alla vita contenuto nella Bibbia, in cui l’amore vive e palpita di spiritualità, ma s’inebria di profumo materico e di sensualità).
A tratti, ci ritrovavamo nelle nostre perdute sintonie o nel desiderio di noi che improvvisamente si riaccendeva per farci sentire ancora vicini e innamorati. Poi ci percorrevano nuove distanze. E nuovi silenzi.
(Ma probabilmente accade a tutte le coppie che vivono a lungo insieme senza, però, giungere alla tarda vecchiaia. Diventa naturale, negli anni, distaccarsi emotivamente. Vivere senza più incontri serrati di corpi e di anime. Altri forse si rassegnano. Io ho avuto il torto di non rassegnarmi mai, di non smettere mai di sognare.
                              Di sentirmi viva, sempre e comunque…
Ora, però, so che, se si ha la fortuna di superare il giro di boa degli “anta” in due, allora è facile che ci si ritrovi in quella rinnovata comprensione di lunghi anni di quotidianità condivisa, spesso amara, ma addolcita da un affiatamento nuovo, nella consapevolezza di essere giunti al guado dei comuni problemi di salute. Bisogna tendersi reciprocamente la mano per andare oltre. Nasce un modo nuovo di stare insieme in quell’incontro di sguardi sulla propria intimità che solo a quell’uomo o a quella donna conosciuti da sempre è possibile affidare. Si impara ad accettare sul volto del partner le rughe e le offese al suo corpo, che diventano respingenti su un corpo e su un volto datati ed estranei. E s’impara ad offrire la propria spietata vecchiaia agli occhi, che un tempo non perdonavano o ignoravano e che, dopo, nella comune quieta rassegnazione, rispecchiano un’  affettuosa accettazione).
Oggi ritengo che anche per te e la nonna o per mamma e babbo sia stato così. Per tutti forse giunge il tempo della rinnovata carezza a lenire un dolore che non è più neppure tale. E non si sa dare nome a quel filo di ricordi riannodato alla necessità di riscoprirsi uniti contro i propri mali e tutti i mali del mondo. Senza più l’attesa di un esaltante accadimento.
                   Dopo tanto frastuono di voci altre, la tregua del cuore.
La tregua non è disarmo. È pausa di riarmo. Per trovare nuovi appigli. E scoprire che si può, si deve ricominciare. E l’amore necessario si ripropone. Servono parole vere. Pronunciate a fior di labbra e già ascoltate dentro, ma con una compiutezza nuova perché dai passati errori si scoprono i punti di forza da valorizzare e le debolezze da superare.
                                                E si è finalmente “noi”
È così che il cielo, ora presente, rimescola le carte e non fa più rumore del filo d’erba che rinasce nel prato dopo tanto gelo e tanta neve. Le coppie di lunga navigazione, allora, imparano a guardare con tenerezza i reciproci paesaggi innevati, fisici e mentali, riscoprendo il ricordo di altri più verdeggianti e fioriti orizzonti, attraversati nel tempo e mai sfioriti del tutto.
Imparano a mettere la giusta distanza da tutto ciò che ha fatto e fa male. O quasi. Sono convinta che, se fossimo vissuti più a lungo insieme, anche io e Primo ci saremmo salvati dai rami spogli dell’inverno nella dolcezza di rinate primavere”.
Ma, infine, nella coppia (senza voler escludere ogni altra forma di coppia), la donna è la Luna in tutto il suo splendore, fascino e mistero, ma non è mai satellite del Sole, solo un corpo celeste a sé stante di cui il Sole è eternamente innamorato e nel cui amore la Luna è felice di rispecchiarsi…

giovedì 8 marzo 2018

ULTIMA UNA


E che cosa è una rosa, ora si sa, ora, passata l’età delle rose. Sullo spino ne brilla ultima una. È tutta sola tutti i fiori ha in sé. (J.W. Goethe)


Siamo in pieno terzo millennio. L’età delle romantiche rose è già passata. E anche delle ben più solari mimose. O fioriscono ancora col loro delicatissimo persistente profumo di donna? Non so. Fino a ieri ero convinta che le lotte femministe avessero conquistato diritti, resi inalienabili da alcune leggi in favore delle donne dal Sessantotto in poi, e che la “questione femminile”, che aveva messo “in discussione l’intera società nel suo divenire storico, nelle sue strutture economico-politiche, nei suoi contenuti culturali” (Chiara Saraceno 1971), non avesse più alcun senso, dati gli equilibri personali e collettivi faticosamente raggiunti. Oggi, a distanza di circa cinquant’anni, tutto mi sembra ancora precario, discutibile, spaventosamente lontano dai nostri sogni e progetti di allora. Tante sono le donne, umiliate, offese, ferite, distrutte, che ancora oggi la cronaca ci fa conoscere e ce le rende amiche in un moto di solidarietà postuma e di indignazione virale, spesso però senza destinatari e senza voce.
Ma oggi non voglio parlare di loro, di cui giustamente si parla così tanto.  Voglio attardarmi sulle altre donne. Quelle che hanno raggiunto tutti i loro sogni di autorealizzazione, i loro ideali, i loro progetti di vita. In realtà, sono ancora squarci di luce nel buio di ogni silenzio. Ma si fanno sempre più spazio e hanno raddoppiato anni di giovinezza e moltiplicato esperienze di lavoro a tutti i livelli e rifiutato imposizioni, rivendicato il loro diritto ad essere “PERSONA”. Con intelligenza, cultura, competenza, non disgiunte dall’esercizio cuore. Affermano con forza la loro creatività e colorano il mondo con i mille pastelli della loro fantasia e immaginazione. Molte oggi scrivono. Ed hanno riconoscimenti nel piccolo paese o in tutto il mondo.
È di queste donne che voglio parlare. Miscuglio sapiente di dolcezza e fermezza, di fragilità e forza, di vulnerabilità e coraggio, di tenerezza e aggressività, di intuito e razionalità. Di intelligenza di anima e di cuore. Misteriose e chiare. Semplici e complicate. Lunatiche e pazienti. In perenne attesa di un accadimento e insofferenti ad ogni accadimento previsto o annunciato. Amano l’imprevedibile, l’imponderabile, l’inarginabile. Amano emozionarsi al mistero incantato della luna piena perché, oltre Lilith, la luna nera che le rende notturne e imprendibili, hanno anche occhi di splendore e vesti chiare, e pensieri luminosi e lontani. E, così, tra ricami di madreperla e ciglia socchiuse afferrano la realtà e la trasformano, con sensibilità e stupore, in un altrove che ha luogo tra le stelle e si fa innocente o sensuale palpito di poesia.
Certo, non sono nate oggi. Hanno ereditato i germogli dei loro innumerevoli fiori dalle tante donne forti che in tempi difficili e ostili hanno avuto il coraggio di osare con i loro talenti.  E di vincere. Tralascio le donne dell’antichità greco-latina o quelle del nostro meraviglioso Rinascimento per ricordare alcune più vicine a noi. Unico faro di scrittura narrativa e poetica, che ci illumina tutte.
Virginia Woolf, la madre di tutte le scrittrici. La britannica Jane Austen, le francesi Simone de Beauvoir e Marguerite Duras, e in Italia Sibilla Aleramo, scrittrice e poetessa. Matilde Serao, giornalista e scrittrice. Grazia Deledda, Nobel 1926. Gianna Manzini e il motivo della solitudine femminile. Natalia Ginzburg, e le piccole vicende d’ogni giorno. Elsa Morante e la sua visione poetica della storia. Anna Maria Ortese dalla impronta bontempelliana del “realismo magico” e del surrealismo fantastico e persino saggistico. Oriana Fallaci e le sue coraggiose cronache di guerra e le sue interviste ai potenti della terra, i suoi romanzi autobiografici, spesso di forte denuncia sociale. Dacia Maraini e il suo battersi per i diritti delle donne e di quanti non hanno voce. E, con lo stesso spirito, non ultima la nostra Maria Marcone…
E, tra le poetesse, la statunitense Emily Dickinson, la francese Judith Gautier, la polacca Wislawa Szymborska, la serba Desanka Maximovic, e, via via, fino alla nostra grande Ada Negri e poi ancora Amelia Rosselli, Antonia Pozzi, Silvana Folliero, Margherita Guidacci, Patrizia Valduga e Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Bianca Maria Frabotta, Paola Lucarini, Mariella Bettarini, Maria Luisa Spaziani, Alda Merini… L’elenco sarebbe ancora lunghissimo e giungerebbe a racchiudere le tante autrici della SECOP Edizioni, le quali rappresentano, nelle diverse tipologie testuali, un interessante esempio di scrittura al femminile nel panorama letterario italiano e straniero dei nostri giorni.
È vero. L’età delle rose è forse passata, ma sullo spino spunta una gemma, forse l’ultima. Io, però, non ne sono convinta perché in essa coesistono tutti i fiori possibili. E la luna illumina ancora il deserto del nostro tempo e i prati, scintillanti di rinnovata rugiada, fioriti sulla nostra anima di infinita e mai spenta Poesia.

martedì 19 dicembre 2017

IL NATALE: UN ETERNO RITORNO


Il Natale con te e la nonna mi rimaneva nel cuore senza passare mai. Non tutto passa? Chissà. Anche il Natale è un “eterno ritorno”…
Costruivi ogni anno un presepe grandissimo di carta spessa per le montagne e le vallate, che venivano sovrastate da rami di mandarini con i loro solari frutti. Un profumo inebriante si spandeva per la casa. Tappezzavi, poi, di muschio fresco e odoroso lo spiazzo davanti alla grotta e le stradine che s'inerpicavano fino alle stelle, dipinte su una lunga e larga stoffa di satin blu. E i pastori giganti di terracotta e di cartapesta. E le pecorelle e i cani. E la stella cometa e gli angeli. E un brulichio di luci a rendere magica l'atmosfera dell'Attesa. Il presepe portava in casa prati e montagne. E un senso antico di silenzio e di preghiera.
Durante l'anno, mettevi da parte quelle carte spesse e ruvide, di un colore marroncinoverdemarcio, con cui i negozianti di generi alimentari incartavano i maccheroni, che venivano venduti a peso, sfusi e senza involucro e non a pacchetti da mezzo chilo o da un chilo che, oggi, hanno tanto di etichetta sulla scadenza, che poi magari scopri contraffatta o sostituita per ringiovanire un prodotto scaduto da vari mesi o anni, ma dicono più sicuri (?) dal punto di vista igienico, più belli esteticamente.
Era un presepe grande che occupava una intera parete della sala da pranzo e che completavi, improrogabilmente, entro l'8 dicembre per la festa dell'Immacolata, con lunghi rami di pino ai quali appendevi quei piccoli soli, disseminati tra i verdi aghetti. Quel vellutato tappeto di muschio, dal profumo di terra bagnata, avrebbe agevolato poi il cammino di pastori e re magi verso la grotta. Lucette colorate e la stella cometa, sospesa al filo di nylon invisibile, che andava da una parete all'altra dell'ampia sala.
Il laghetto con le paperelle. La cascata di carta stagnola tagliata a striscioline. Le pecorelle sparse qua e là tra ciuffi d'erba vera e fiocchi di neve finti, di soffice ovatta. E il bue e l'asinello inginocchiati davanti alla mangiatoia con Giuseppe e Maria di terracotta in atto di preghiera. E, in fondo alla grotta, vuoto, il giaciglio dorato in attesa di Gesù Bambino.
Quanto stupore! Quanta soffusa bellezza! Quanto fiduciosa e vibrante quell’Attesa!
In tutta la casa un profumo mai dimenticato e mai più ritrovato di dolcetti natalizi: le cartellate (brune rose di vincotto), i calzoncelli o cuscinetti di Gesù Bambino con pasta di mandorle e cannella, i taralli “inginocchiati” e i tarallini col gileppo, e ciottolini di pasta a ricordarmi d'inverno il mare e il gioco delle cinque pietre sulla spiaggia, i mostaccioli con mandorle, cacao e vincotto, altra delizia di marmorea grazia!
Quel profumo impregnava le stanze e le chiacchiere delle donne che abitavano nel quartiere e venivano ad aiutare mamma e la nonna: Sabellina, Marietta, Angelina. Non si stancavano mai di raccontare fatti e misfatti del vicinato.
Ma il Natale con te era anche bello da vivere perché occupava di sé tutto il mese di dicembre.
Il presepe da far fiorire come un libro dell’Arte Pop-up nei primi otto giorni del mese e, poi, l’Immacolata, Patrona del nostro paese, e il digiuno interrotto la sera della Vigilia con le focaccine della Madonna, formate da pani schiacciati e tagliuzzati in superficie in tanti quadratini e con dentro i semi di anice o di finocchio;
ed ecco Santa Lucia, molto amata e venerata per la sua incrollabile fede
(che porta luce a chi fede non ha).
Dal 16 dicembre, infine, la novena che precedeva il Santo Natale:
Tempo di Attesa e di Preghiera. Tempo di rinnovata Speranza.
Prima della mezzanotte andavamo in chiesa per vedere nascere Gesù Bambino tra preghiere, canti, incenso.
Nella nostra casa nasceva sempre fuori orario: o molto prima o molto dopo.
In chiesa cantavamo insieme con le “signorine della parrocchia”, accompagnate solennemente da un pianista che suonava il maestoso organo, “Tu scendi dalle stelle” e altri canti natalizi…
Non c'erano allora quelli d’importazione americana, “Silent Night”, “White Christmas”, “Jingle Bells” che allietano il nostro Natale nei disincantati giorni dell’attesa.
Né c'era l'albero pieno di luci, di festoni scintillanti con fiocchi argentati, rossi, dorati... Né panettoni in eserciti composti e colorati sugli scaffali dei supermercati. Non c’erano neppure supermercati, ma negozietti alla buona, gestiti alla buona con tanta gente che andava alla buona “con un quadernino” - antesignano dell’attuale taccuino - su cui l’esercente scriveva la somma da pagare appena possibile, nonostante il cartello in bella vista “quì non si fà credensa".

lunedì 4 dicembre 2017

Ancora una volta Donna


“Sono nessuno! E tu?
Sei - nessuno - anche tu?
Siamo in due!
Non dirlo! Farebbero rumore, sai!”
Così Emily Dickinson.
Per definire la condizione femminile fino solo a poco più di un secolo fa. Condizione che - come sappiamo - per molte donne continua ancora oggi. Ma per molte altre, per fortuna, non più.
Il nostro universo troppo a lungo ignorato dall’altra metà del cielo.
Poi, il riscatto.
In passato, solo qualche voce isolata faceva sentire il suo canto.
Oggi, è un coro sempre più ampio e forte e alto e glorioso. Le donne contano e… cantano.
Perché tutti possano sentire. Ascoltare. Capire.
Le donne valgono.
Ieri facevano la storia dietro le quinte. Oggi sono la storia.
Graffiano rimorsi. Percorrono strade. Lasciano orme. Di forza. Di tenerezza. Di poesia.
Anche di Poesia. E tanta.
La donna ha percorsi interiori che l’uomo ignora.
Ha cieli di emozioni che l’uomo sfiora appena.
Ha parole per raccontare il proprio cuore, che l’uomo soffoca e tradisce.
In linea di massima, naturalmente. Non si possono fare - è chiaro - generalizzazioni.
Ma succede. E spesso avviene proprio così.
Da Saffo ad Emily Dickinson.
Appunto. E oltre.
Virginia Woolf è la madre di tutte le donne che scrivono.
A lei dobbiamo il coraggio delle parole e l’urlo per dirle. A lei, il coraggio dell’attesa e silenzio per ascoltarle.
In quella “stanza” segreta che nessuno ci può rubare.
Che nessuno può profanare.
Neppure se mille coltelli dovessero squarciare il sogno dell’alba o l’oro del tramonto.
Il canto di noi donne ha vinto la notte.
Il buio dei secoli bui …
E la donna …
… Non perderà più le rotte azzurre del mare. La libertà di osare. Di sognare. Viaggiare … con la mente … con il cuore … con l’anima …
Di progettare nuovi cieli. Di inventare nuove storie. Di tentare nuovi percorsi. Di vivere nuovi amori. Di costruire nuovi  e più gratificanti rapporti alla pari con l’uomo, fianco a fianco, mano nella mano, cuore dentro il cuore. In due. Con coraggio. Rispetto. Volontà di farcela. Per non essere mai sola. Per non essere mai solo. Per non essere mai soli.
Il coraggio di reinventare la vita.
È tutto qui il mistero di essere donna, di essere uomo, oggi: continuare a dare la vita, potendola quotidianamente reinventare. Potendo quotidianamente reinventarsi.
Per non avere più colpe.
Per non avere più rimorsi.
Per non avere più rimpianti.
Per non avere più nostalgie.
Per non avere più solitudini da raccontarsi. Da raccontare.
Per avere ogni nuovo domani tra le mani.
Come foglio bianco ancora tutto da scrivere. Col gusto di apporvi in calce la propria firma.

(non ho voluto parlare della violenza sulle donne e del femminicidio. Si è già fatto un gran parlare. Ho cantato, invece, la sua voce e la sua identità di donna del terzo millennio. Una donna che può, sa e deve scegliere con chi condividere i suoi giorni).

sabato 25 novembre 2017

LE DONNE DELLA MIA INFANZIA

Nel giorno in cui si parla della violenza contro le donne, mi piace ricordare le donne della mia infanzia, che mi sono rimaste nel cuore.
Le ricordo, quasi tutte, molto pratiche e molto sole. Ma anche molto ingenue. Ignoranti. Analfabete quasi tutte. Non sapevano. E si accontentavano di non sapere. Quasi fosse normale, giusto così. Erano brave massaie. Semplici. Tristi o ciarliere e tutte timorate di Dio. Attribuivano a Lui ogni calamità, ogni malattia, ogni dispiacere. E si rassegnavano alla loro sorte e alla Sua volontà. Sembrava non avessero ansie né dubbi. Vivevano come respiravano. Accettavano la vita così come veniva ed anche la loro fede era così come veniva. Senza ribellioni. Senza ripensamenti.
Ho molto amato quelle donne semplici, rassegnate, forse anche scontente, forse anche rancorose, ignare della problematicità dell'esistenza, ma sempre pronte a portare sulle loro fragili (in apparenza) spalle il mondo, sempre pronte a farsi un segno di croce per propiziarsi Dio per sé e soprattutto per gli altri, per scongiurare un pericolo, una malattia, la morte. Sempre pronte a darsi una mano.
Donne senza tempo. Senza età. Senza storia. Forse. O, molto più probabilmente, ero io che non sapevo dare loro un'età, che ignoravo il loro tempo, che fantasticavo sulle loro per me inesistenti o inconsistenti storie, che sicuramente erano, invece, storie di lutti, di dolore, di rinunce, sacrifici, silenzi.
Le loro storie. In realtà, solo apparentemente uguali, ma quanto diverse?
Probabilmente erano giovani o quantomeno non molto anziane, ma per me erano tutte irrimediabilmente vecchissime. Nelle loro case vecchissime con i vecchissimi pavimenti di cemento raramente lavati e travi a vista sotto i soffitti, da cui pendevano le carte moschicide (non avevano neppure il tempo di scacciare le mosche) accanto al piatto di vetro plissettato, come una vezzosa gonna, a coprire la smilza lampadina con fioca luce.
E sedie impagliate e madie infarinate e santi e morti sul comò e sui comodini con lampade votive e lumini. E voci di preghiera nella sera.
Andavano in giro coperte alla bell’e meglio con vecchie sciarpe, sferruzzate con lana grezza, che ricordavano vecchi corpi e vecchie stagioni di velli di pecore tosati e di fusi e conocchie tra mani rugose e stanche
(la bella addormentata con il principe a salvarla era una fiaba da loro ignorata).
E quasi tutte quelle donne, ricche o povere, giovani o vecchie, erano vestite di nero per un lutto che non riuscivano mai a dismettere nel cuore e nelle vesti. Tre anni per la madre o il marito, due per il padre, l’intera vita per un figlio…
Erano queste le donne della mia infanzia: molte poverissime e analfabete, pochissime le ricche e istruite. E nessuna proprio nessuna che cantasse mai. Le sentivo cantare solo in chiesa e dietro le processioni e mai mai in casa o per la strada. Troppa miseria e troppo dolore per lasciarsi andare al canto.
Le ho descritte e cantate tutte, sempre, le donne di quel lontano passato.
In mille modi. In prosa. In poesia.
Le tante donne della mia infanzia sono ancora qui, in me. Donne che non fanno storia, che pure hanno vissuto, amato, odiato, riso, pianto, chiacchierato, ubbidito, ricordato, sperato, pregato. Donne lontanissime nel tempo e a cui tento di dare una storia perché non si perdano del tutto nel loro tempo.
(Potere della memoria e della parola scritta. Ma potere anche della fantasia che a quella memoria aggiunge parole mai dette e vite mai vissute.
La narrazione fa rivivere il passato e appaga la mia gioia di raccontare…).
“Scrivere vuol dire farsi eco di ciò che non può cessare di parlare…” (Maurice Blanchot)
Oggi, è vero, di loro non rimane che un labile ricordo. Diafano. Trasparente. Vago. Lontano. Incerto.
Rimane in chi, come me, ha anni addossati agli anni e vive e rivive anche il passato cercando di riattualizzarlo nella memoria perché non muoia del tutto. 
Ma neppure il ricordo serve a riportarle ai nostri giorni. Sono anacronistiche. Sono distanti anni-luce dai modelli che le ragazze amano, seguono, contestano. Sembrano vissute invano e, quindi, non vissute. Si perdono in quella caligine oscura che il passato trasmette alla mente di chi c’era. Erano solo croci su croci: una croce, il marito; una croce, i tanti figli nati e altri da mettere al mondo “come conigli”; una croce, ogni dolore muto, ogni ribellione repressa, ogni parola ingoiata. Una croce, l’unica identità come firma da apporre sui rari documenti che affermavano civicamente il loro essere al mondo.
                                                   Spreco di vite
Davvero inutili? Non voglio crederlo. Non posso crederlo. Distruggerei quella gòmena d'amore e di rapporti che ha legato e lega le generazioni al femminile perché non si perda la storia dell'umanità.
Per questo io amo ricordare e raccontare lacerti di storie che la mente mi restituisce a tratti, e volti e nomi e parole, sottraendoli alla dimenticanza.
Rimpasto quelle donne per farle rivivere…

(sono brevissimi stralci dei tanti che riguardano quelle donne tradite dalla storia e vinte da una cultura che le voleva serve, mentre erano padrone di sé e dei loro giorni per la forza titanica dimostrata nelle loro case, prive degli uomini andati in guerra, e affollate di bocche da sfamare per sopravvivere…  brevissimi stralci, dicevo, tratti dal mio libro di prossima pubblicazione Le piogge e i ciliegi).