Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

giovedì 4 marzo 2021

Giovedì 4 marzo 2021: in risposta ad alcuni suggerimenti come carezze d'anima...

Mi sono giunti in questi ultimi giorni dei messaggi molto belli e significativi da alcuni amici affezionati al Retino e a questo blog. Sono per me gocce di rugiada che l’alba mi regala per continuare a scrivere e a sollecitarvi a scrivere perché desidero che il mio spazio diventi in “nostro” spazio per stare insieme nella stessa casa, dove è fermento la parola di tutti e faciliti nuovi incontri verso orizzonti sempre più ampi e ricchi di magia. Quest’ultima per me è indispensabile quanto il coraggio, per andare avanti con forza e leggerezza.

Giulia Basile, riferendosi a quanto detto l’altro ieri, mi scrive: Grazie Angela, non potevo meglio cominciare questo mese di marzo se non con questo tuo corposo e meraviglioso scritto nel quale la parola poetica "naviga", come tu dici, in un'aria leggera carica di promesse. Grazie anche alle poete da te scelte portatrici di grande luminosità, e alla prossima.

Come non far tesoro di questa “navigazione” insieme. Il libro di racconti di Giulia è uno straordinario esempio di coraggio e leggerezza che connota le tante protagoniste di Naviga la parola e consuma Amore  (SECOP edizioni 2021): un viaggio fisico, psicologico, metafisico in altre direzioni e dimensioni in un andare senza meta alla ricerca di sé. Bellissima è la condivisione: il ritrovarci in unità d’intenti, ognuno/a con la sua voce. E “navigare” è un verbo che si è impigliato nel mio retino ed è innanzitutto un infinito presente o un presente infinito che mi piace molto di più, mi dà l’idea dell’andare per mare in un tempo che rende infinito e quindi senza tempo il presente.

E Vito Di Chio mi suggerisce: Come non condividere le tue impressioni e riflessioni sull’AMICIZIA. Angela? Con delicate pennellate poetiche hai messo bene in risalto la dimensione etica che caratterizza questa meravigliosa, forte e fragile relazione tra le persone. Avrei pubblicato tutto il testo poetico di Khalil Gibran, dal quale traspare la ricchezza della mistica e della poesia orientale. L’amore gioca un ruolo importante in questa relazione. C’è una osservazione di Theodor W. Adorno che fa luce su questo ruolo: “Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza”. La debolezza e la forza si trovano nella relazione amicale in un momento di tensione altissima, laddove sia l’una che l’altra sono in grado di far frantumare quel miracolo di leggerezza che è l’essere amato o di portarlo alla luce, esaltandolo e dandone testimonianza. Il mostrarsi (… dove puoi mostrarti debole) è legato al linguaggio dei segni, a ciò che rinvia quindi al di là di sé stesso, che non ha nulla a che fare con ciò che celebra l’io e lo isola. Solo in questo modo la debolezza non è una forma di svilimento servile, ma di superamento di sé stessi, di coinvolgimento dell’altro. Non è neppure una forma strategica di tenersi in riserva la forza per momenti più opportuni, ma la consapevolezza che la relazione affettiva è segnata da un dono reciproco, raccolto da mani che sanno accogliere - non da mani che sanno costruire solo funzionalmente un rapporto. Questa “meditazione della vita offesa” tradisce con chiarezza il bisogno di trascendere una semplice forma di convivenza, che umilia i rapporti: quel mettersi in gioco per sopravvivere ed emergere; quel tipo di comunicazione che è dominato dagli affari, dai ruoli, dalla funzione, per cui ogni relazione tra le persone rischia di essere mercificata. La riflessione di Adorno contiene in sé la sfida ad aprirsi, disarmato, all’altro - senza condizioni, ciò che include la fede nel totalmente Altro, nel quale solo la debolezza è forza e la forza è capacità di amore. (Vito Di Chio)

E raccolgo il suggerimento di Vito di pubblicare il resto della poesia di Gibran che tanta parte ha avuto, la volta scorsa, nelle mie e nelle sue riflessioni:

Quando l'amico vi confida il suo pensiero,

non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.

E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:

Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa

nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.

Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:

La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate,

come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.

E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.

Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero

non è amore,

ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.


E il meglio di voi sia per l'amico vostro.

Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea,

fate che ne conosca anche la piena.

Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?

Cercatelo sempre nelle ore di vita.

Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.

E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.

Poiché nella rugiada delle piccole cose

il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

Niente di più vero quando l’amicizia è vera. E niente è più misteriosa e profonda della nostra essenza più intima e nuda che solo l’amico/amica può e sa cogliere senza stupirsi o scandalizzarsi e senza fare domande per dare risposte: entrambe sono racchiuse nel silenzio che urla o racconta o sussurra per chi sa ascoltare.

E Maria Pia Latorre mi raggiunge col seguente “capogiro” reciproco di parole: E per me giostra da capogiro la tua analisi. Angela, hai questo dono straordinario di penetrare le parole! Entri nella profondità del testo e nel sentimento di chi scrive con una naturalità che continuamente sorprende. Lo stupore che viene dalle tue parole, dalla tua sensibilità è nel mio cuore. Grazie!

Grazie, Maria Pia carissima, ti confido un segreto, che forse segreto più non è, ma è la mia verità in quanto “mia percezione” della realtà: da quando sono stata tra la vita e la morte in questi ultimi due anni spesso ho ancora dei vuoti di memoria improvvisi, ma per fortuna brevi, che io tento con tutte le mie forze di colmare, convinta come sono che i vuoti sono una sfida per rinascere con sensi e segni da reinventare giorno dopo giorno. Ebbene, questa premessa serve a dirti che la mia capacità di lettura del pensiero altrui è una “dono magico” che mi ritrovo “per grazia ricevuta” sin da quando ho cominciato a scrivere per me e per gli altri. Prestissimo. Praticamente da ragazzina, commentando all’improvviso i versi dei grandi poeti che studiavamo a scuola. E oggi, nonostante i momentanei vuoti che a volte mi fanno paura e mi creano indicibile ansia, basta sedermi al computer con un testo da analizzare per “ricevere” le parole che scrivo di getto e che quasi mai modifico (perché subito diventano un altro pensiero che naviga in me parallelo al primo), senza soluzione di continuità, ma non per merito mio. E non lo dico per falsa modestia. I miei di casa di ieri e di oggi possono tranquillamente confermare. Il merito è del Suggeritore che mi dona sistematicamente le Sue Parole, che quasi sempre “leggono” nella emozione della mia anima per farsi conoscenza profonda dell’anima degli altri, celata nelle loro varie scritture. Di qui recensioni e prefazioni a profusione e saggi critici, moltissimi dei quali mai pubblicati. Per innumerevoli ragioni. Ed io mi sorprendo davvero ancora oggi di questo DONO IMMENSO e ringrazio quotidianamente il buon Dio e mi sento un frammento infinitesimale del suo Amore, che vorrei donare agli altri, pur sentendomi sempre in debito con tutti per l’amore che ricevo a piene mani…

E Francesca Pice mi fa dono del seguente capolavoro che mi lascia senza parole, sopraffatta dall’emozione: Carissima Angela, ti ringrazio per avermi dedicato i bei versi di Raffaella, ma ancor più per avermi concesso, degli stessi, una interpretazione così puntuale, che fa cogliere nelle sue sinestetiche immagini tutti i sentori della Primavera che è alle porte. Il tuo retino è sempre ricco di magico in-canto, cattura silenzi che avvolgono parole e veicola un messaggio che mi sta molto a cuore, ovvero che la Poesia educa alla complessità, al dialogo e al confronto, perché l’interpretazione di un testo è una finestra aperta su ciò che è multidimensionale, problematico, non concluso, e sprona a fare i conti con l’incertezza e la pluralità delle suggestioni.

Veniamo alla poesia di Amelia Rosselli su cui ti sei soffermata, cogliendo i tratti luminosi e vivificanti di una pioggia ‘appesa nell’aria’ di un tempo indefinito, a cavallo tra presente e passato.

“Soffiati nuvola, come se nello stelo / arricciato nella mia bocca / fosse quell’esaltazione d’una primavera / in pioggia, / che è il grigio che ora è / era appeso nell’aria… / … E se paesani zoppicanti sono questi versi / è perché siamo pronti per un’altra storia / di cui sappiamo benissimo faremo / al dunque a meno, / perso l’istinto per l’istantanea rima / perché il ritmo t’aveva al dunque / già occhieggiata da prima”.

Voglio offrirti un’altra misteriosa corrispondenza, forse inattesa.

Quel collegamento straniante tra la nuvola, lo stelo in bocca e la primavera piovosa, riconducono ad un quadro memorabile, tra i massimi capolavori del Rinascimento italiano: La Primavera di Botticelli. Se si legge il dipinto da destra, si nota Zefiro che raggiunge e abbraccia Clori. La Ninfa poi appare nuovamente, a sinistra, nelle forme di Flora vestita di fiori. Al centro sono raffigurati Venere e Cupido che scaglia il dardo d’amore. Le tre Grazie danzano sulla sinistra vestite con veli trasparenti. Mercurio infine alza il braccio destro e con il caduceo tocca una nuvola. E così il prato è cosparso di fiori ed erbe: è davvero giunta la Primavera!

Una bellissima allegoria della fecondazione, che dipinge le capacità generative di una stagione che trova nella pioggia un elemento propulsore. Ut pictura poesis. I versi della Rosselli sono un tumulto di parole che trovano nel brillio della pioggia il senso dell’attesa, e dicono tutta l’inquietudine di chi aspetta il risveglio della vita. Perché, come dice Pasolini, la pioggia ti cala nel mare dell’inconscio e ti spinge a cogliere il nuovo che comincia per tutti, imponendoci di rinascere, di rifiorire sempre a nuova vita.

“[…] Ora sento in me un sapore di pioggia caduta,

ogni vivacità della vita ha uno sfondo di pianto.

Solo una forza confusa mi dice che un nuovo tempo

comincia per tutti e ci obbliga ad essere nuovi.”

Angela, mettiamola così... In linea con il ciclo idrologico, ovvero quel flusso continuo di acqua tra cielo e terra, mi piace pensare che la poesia della pioggia evapori, condensi e ricada ad alimentare gli animi assetati di vita attraverso nuova poesia. Non è forse questo il senso del tuo retino? Poesia genera poesia 

E io le ho risposto con tutta la mia ammirazione: Mia immensa Francesca, ho dovuto inforcare gli occhiali per poterti rispondere. Ma non potevo più rimandare a domani. Sono senza parole davvero dopo le tue favolose integrazioni al mio commento. Sì, è proprio questo l'intento ultimo del mio Retino. Certo, il confronto perché poesia generi Poesia. Ma tu mi hai letteralmente travolta con la tua cultura non soltanto letteraria, ma anche pittorica, con la tua sensibilità poetica che ha reso visibile l'invisibile, raccontabile l'ineffabile, andando alla radice di ogni possibile interpretazione di versi, intenzioni, emozioni. Devo riportare tutto questo profluvio di stupefacenti gocce d'acqua dissetanti e coinvolgenti nel mio blog. Sono appagata, felice, ammirata. Ancora GRAZIE. Ti abbraccio forte forte.

 Ho risposto a Francesca, ma desidero rispondere a tutti perché tutti voi mi donate una grande ricchezza, di cui faremo insieme tesoro nel blog e nel Retino. Niente accade invano. Anche gli incontri avvengono perché devono accadere. Io ne sono certa. Ed è una delle pochissime certezze che quotidianamente vado conquistando. Certe corrispondenze sembrano casuali e invece, a distanza, ci accorgiamo che sono causali. C’è un perché in tutte le nostre esperienze terrene. Almeno io ne sono sempre più convinta. Avremo modo di riparlarne. Buona giornata e a domani. Ciao.

 

martedì 5 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021

 Ancora una volta la poesia arriva dove non arriva la ragione. Angela sono stupendi i versi che qui hai riportato, e ne godo. Aggiungo per quel che mi riguarda che il tempo non è cosa che si possa definire razionalmente e chi ha inventato l'orologio lo ha fatto per illudere l'uomo di avere in mano (o al polso o nel taschino o sul comodino) qualcosa di suo, da leggere, guardare, usare o distruggere. A me succede per es. di spostare di notte le lancette in dietro e sono felice perché così penso di avere più ore da dormire prima che spunti il giorno. E davvero al mattino mi alzo più riposata pensando di aver dormito a lungo. Ma sono trucchetti, che non so se potrò sostenere quando sopraggiungerà sorella morte, ahahah!

Così Giulia Basile che, simpaticamente sorniona, mi ricorda che il tempo in fondo è una nostra invenzione, magari per darci tempo. Ne sono convinta anch’io tanto è vero che parlo di tempo vissuto e di tempo percepito, tempo inventato e tempo usato per accendere la memoria appunto e ricordare: tempo individuale e tempo universale. Il tempo vissuto non è mai uguale a quello percepito. Il primo conta le ore e i minuti sul quadrante dell’orologio e si fa misura del nostro tempo reale; il tempo percepito, invece, si accorcia o si dilata a seconda di quello che stiamo vivendo: se siamo in armonia con quello che ci circonda e ci abita dentro, il tempo vola in un attimo, lasciando spesso il rimpianto che tutto sia stato molto breve. Al contrario, il tempo non passa mai se stiamo ascoltando una lezione che non ci interessa; se il relatore in un convegno è noioso, monotono, arrogante, scontato; se il dibattito, a cui stiamo partecipando, non approda a nulla perché gli interlocutori non ascoltano debitamente gli altri e non intervengono pertinentemente ma solo per ribadire il proprio punto di vista, e così via. Il tempo inventato è proprio quella che Giulia si ricava mettendo indietro le lancette del suo orologio creandosi l’illusione benefica di aver maggior tempo per riposare. E il potere della mente è tale da darle un senso di benessere reale al suo risveglio. Poi il suo senso straordinario di autoironia prevale sull’illusione e stempera l’ultima battuta dell’ultimo inganno che vorrebbe/vorremmo perpetrare contro la francescana “sorella morte”, che non si lascerà certamente imbrogliare da noi comuni mortali, ma riuscirà in qualche modo ad imbrigliarci. E neppure il ricorso alla poesia come nostra ultima àncora di salvezza ci darà ragione. Ma, intanto, noi ci proviamo. Almeno con qualcosa che “vince di mille secoli il silenzio” (Foscolo).

E ritorno al mio articolo sul tempo, la memoria, i ricordi.

Parte II: La Memoria

La memoria è un faro che accende di luce il nostro passato: resterebbe buio e indistinto se non conservassimo a tratti squarci di visioni antiche che si nutrono di voci, immagini, suoni, odori, sapori, emozioni, parole… illuminando anche il presente: dalla invisibilità alla visibilità degli oggetti e delle decisioni riguardanti quegli “oggetti”, dalla indecidibilità alla decidibilità delle situazioni, dall’inaspettato prodigio o disastro all’attesa o alla scongiura dell’accadimento, dalla impalpabilità dei sentimenti alla palpabilità del cuore. 

Ecco perché memoria è “tutto ciò che si deve ricordare ma soprattutto quello che non si può dimenticare”, tanto è inciso nella mente e nell’anima.

Segno e senso del nostro brevissimo passaggio esistenziale su questo pianeta.

Guai se quel faro si spegnesse, saremmo tutti naufraghi alla deriva, senza più contezza di noi, del tempo, dei giorni, delle ore; del mare e del suo splendore, delle notti rischiarate dalla luna o ricamate dalle stelle; dei nostri amori e dei nostri rancori, dei sogni e dei desideri; dei passi d’erba e delle orme cancellate sulla sabbia del tempo che dimentica. Del vuoto della mente e del deserto del cuore. Niente di più disumano del perdere la memoria e con essa identità e dignità. Chi restituirà al malato di Alzheimer la memoria dei giorni vissuti, degli affetti radicati nel cuore e smarriti nelle tenebre del non ricordare? E non sapere più di essere madre/padre, figlia/figlio, moglie/marito? Non ESSERE perché essere SENZA. Disperazione, al loro fianco, di quanti sanno e ricordano. Senza attesa. Senza speranza. Senza storia. SENZA. Un senza che apre un baratro, un abisso, il nulla.

La memoria, invece, è una pagina piena di ricordi che la mente traduce in parole per definire una storia al passato. È pienezza, non mancanza. È, paradossalmente, presenza, non assenza.

La memoria di cui parlo, infatti, non si veste del fragile tessuto della nostalgia o non si curva sulle linee esauste di un corpo ripiegato e sconfitto, né si rifugia nei secchielli colmi di mare dell’infanzia, magica e dorata, nei riccioli al vento degli aquiloni che mai più saranno, ma si fonda sul presente e sul futuro perché riscopre in ogni passato il Valore irrinunciabile della sacralità della vita in tutte le sue innumerevoli foglie, che rinascono ad ogni attesa primavera. In ogni stagione vissuta. Da vivere.

E, oggi, è un Valore, che colma l’attuale disagio del “pensiero debole” (Vattimo-Rovatti) per farsi, nel terzo millennio, “forza” e “pienezza”, che irradiano, nella nostra società planetaria, nuovi stati di coscienza individuali nel loro farsi “consapevolezza collettiva” in una sorta di “correlazione universale” (come ci ha suggerito la compianta Silvana Folliero nel sostenerci a realizzare il Sogno/Progetto di aprire una “Casa editrice altra” più di quindici anni fa), attraverso un rinnovato “pensiero forte”, titano della conoscenza del mondo. “Scienza e Coscienza”, dunque, sempre più si dilatano fino a comprendere la “coscienza delle cose” e la “fiducia nella tecnologia e nella comunicazione digitale”, che diventa, utopisticamente forse, fiducia in possibili coinvolgimenti di tutti e di ciascuno per realizzare una umanità migliore. Una umanità, che dovrebbe fare della solidarietà e della speranza i suoi punti di forza; dell’intelligenza e della comunicazione di massa i solidi ponti di “inter-esistenza” tra gli uomini, perché la memoria si faccia possibilità di “rinascita” e di “rigenerazione” (vedi il Protonismo di Gjeke Marinaj).

Ma potrebbe accadere il contrario e sarebbe la distruzione della intera umanità.

Una possibilità che non voglio neppure prendere in considerazione perché ho fiducia nella coscienza dell’uomo, che saprà fare tesoro della scienza, come è sempre accaduto nella storia dell’umanità, altrimenti ci saremmo già estinti da lungo tempo.

Ritengo, però, che la storia non sia “magistra vitae” (Cicerone) perché ancora oggi vale per l’uomo contemporaneo il grido di dolore di Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo…”. Pure, nonostante la sua natura immutabile, l’uomo ha risorse di mente e di cuore per scongiurare di volta in volta, nei millenni, la sua autodistruzione.

La memoria, allora, si fa attimo di ogni presente che vive il possente fulgore dei guizzi di conoscenza del passato e si affaccia al futuro. Nel passato, i germogli del presente, e degli scenari che si potrebbero configurare lungo i passi che il tempo concede ai nostri domani. Ci saranno sempre nuovi viandanti a proseguire il viaggio lungo i sentieri ritrovati della nostra storia oppure cercati e scoperti o, ancora, via via tracciati perché si facciano storia.

La memoria è, dunque, paniere di tutti i fiori e i frutti, vitali e propulsivi, dell’umana esperienza, individuale e universale.

La memoria è anche, o forse soprattutto, forza catartica, invincibile emozione, profondo sentimento. Chiaroveggenza e Speranza. Epopea di epiche risonanze di terre e di universi.

Scultura di Volti di uomini incisi nelle pietre che raccontano innumerevoli storie che, come fiumi aventi sorgenti lontane, si riversano insieme, dopo lunghi viaggi individuali, nel grande oceano della Storia universale.

Di solito, queste innumerevoli storie non ambiscono a ritrovarsi nella grande Storia, si accontentano di poco: fare tenera compagnia alle persone anziane che vivono di ricordi più che di progetti.   

E, del resto, la storia non è mai come viene raccontata, ma come viene vissuta; si ha persino paura di dover fare i conti con una storia dell'umanità mai vera e sempre inventata dal cronista di turno o dal saggista di parte (per ideologia politica o partitica, per formazione culturale, per convinzioni personali…) e dall’archivista che la ricostruisce con pazienza certosina, mai realmente libero di approdare alla “verità storica”, eterna utopia.

Dove la “verità storica”, allora? La storia è o non è fondata sulla memoria? Ma la memoria, come già osservato, non sempre racconta la verità. E, dunque? Quando si può parlare di “verità storica”? Quando si va a cercarla nei racconti dei nonni o quando ci affidiamo a documenti più concreti e oggettivi come graffiti nelle grotte millenarie dei nostri progenitori, scavi e reperti di una certa era storica, monete antiche, iscrizioni, epigrafi, stele funerarie e monumenti che resistono al tempo o alle loro stesse rovine? Cercare costantemente eventi con effetto “domino” di cause e conseguenze e sentirsi autorizzati ad avere certezze sui comportamenti umani che sortiscono sempre gli stessi effetti, se motivati dalle stesse cause, sia pure in tempi e luoghi diversi, oppure nutrirsi di dubbi sulle interpretazioni perlopiù soggettive di eventi raccontati in maniera del tutto arbitraria e spesso con opposte testimonianze e dichiarazioni sui vari accadimenti?

Forse sarebbe opportuno, come sosteneva Benedetto Croce, rifarsi alle fonti dirette e indirette degli accadimenti storici, evitando ogni coinvolgimento emotivo in riferimento all’“oggetto studiato” per consegnarlo al lettore come pura “conoscenza dei fatti”, ma questo metodo non mi convince molto. Non amo la cronaca triste ed essenziale della “conoscenza dei fatti” che ne fanno i cronisti sulle pagine di un Quotidiano locale o nazionale, oppure gli studiosi nei loro libri di storia.  Ciò vale soprattutto per la cronaca quotidiana di altri periodi storici alle prese con varie emergenze per la salute e per il pericolo di decimazione dell'umanità: la peste, la lebbra, la spagnola, la malaria,   l'asiatica, la terribile SARS, diffusasi nel 2002, quindi nel XXI secolo, dalla Cina e definita già coronavirus, con le stesse caratteristiche di sofferenza polmonare a chiudere alveoli e cuore, ormai disperatamente note, del Covid 19.

La stessa aridità è riscontrabile anche cercando notizie di guerra, altro flagello per il genere umano. La Prima e la Seconda guerra mondiale, per esempio. Per delimitare la ricerca al "secolo breve" eppure lungo di lutti e di dolore, e arrossato dal sangue di tutte le altre guerre devastanti nei vasti territori del pianeta Terra. Tutte le cronache sono uguali. Narrano i fatti. Che sembrano veri, tanto sono dettagliati con luoghi, vittime, circostanze, indici statistici. Fatti non fanfaluche... E il tempo azzerato, quello che vogliamo non esista per via delle nuove teorie sulla relatività o sulla quantistica, d’improvviso ci assale alle spalle e ci inchioda al nostro tempo o al tempo passato tanto simile al nostro tempi, sia pure tanto diverso.

Tutto sembra chiaro e inoppugnabile. Eppure, in quegli articoli così bene articolati, non è difficile rilevare l'assenza della paura o la mancanza di qualsiasi altro sentimento negativo o positivo che sia.

Quando a scuola studiammo  la storia della Grande Guerra non rilevammo, al di là dei fatti narrati con asettica precisione, la tentazione di una fuga, il fremito di una lacrima, la commozione di un incontro, il sollievo per lo scampato pericolo, lo strazio di sapersi vivo mentre una granata squarciava il cuore del compagno appena a un palmo dai pantaloni alla zuava del soldato in trincea; non il canto nostalgico di chi guardava le stelle e si accendeva una sigaretta per abitudine, subito spenta per precauzione col nemico appena a pochi passi oltre la trincea, e pensava alla sua ragazza lontana "ohi vita ohi vita mia". E i partigiani e la Resistenza "oh bella ciao, bella ciao, bella ciao". E il Vietnam con "c'era un ragazzo che come me" e giù lacrime di solitudine.

Solo numeri, dati, statistiche in quell'apparente verità obbiettiva dei fatti narrati. Senza fremiti, lacrime, sorrisi. Senza. Anche qui il “SENZA” mi spaventa.

Io ho fatto sempre tesoro dei racconti di Guerra di mio nonno: nelle sue parole senza lacrime, ma evocative e sicure, c’era la verità da me sempre cercata invano nei libri di storia, nelle lezioni dei proff. di Storia e Filosofia.

L’unica verità possibile era racchiusa nei suoi racconti che avevano per noi sapore di fiabe antiche per non turbare la festa innocente dei nostri giorni ignari di violenze e lutti e dolore.

Sì, per fortuna, la memoria viene rigenerata continuamente dai ricordi, che fanno parte della storia individuale e riportano al cuore (ri-corda-re) storie vissute in prima persona nel passato.

E la memoria, come mamma amorevole, nutre i ricordi quasi fossero suoi bambini, a cui ogni sera racconta fiabe, cominciando con quel “c’era una volta” che indicava un tempo indeterminato perduto nella notte dei tempi o nel bosco della dimenticanza (tempo sognato più che vissuto). Ma, in reciprocità amorosa, anche i piccoli, i ricordi appunto, offrono alla mamma, sempre più smemorata con gli anni che passano in fretta, il loro sollecito aiuto, sostenendola nel far rifiorire, nel tempo, le tante storie da rivivere perché non muoiano mai del tutto.

E anche per oggi chiudo qui con questo tempo zigzagato, mai vero mai falso, nella speranza che queste apparenti digressioni non vi annoino al punto da percepire il tempo della loro lettura come tempo noioso e dilatato a dismisura. Come una inutile, soporifera “perdita di tempo”. Ma io,   egoisticamente, solo così so riempire il mio tempo, con la felice illusione di donarlo agli altri… Pardon.

A domani. Ciao. Angela

domenica 29 novembre 2020

La magia delle FINESTRE

 5 minuti con poesia: II incontro: le finestre. Ho tentato di parlarne venerdì scorso. Ma come si fa a parlare di magiche emozioni, con la voglia di comunicarle e condividerle, in soli cinque minuti? Proprio quando avevo cominciato a farlo il trillino mi ha dato il segnale di STOP, che naturalmente non sono riuscita a rispettare…

Allora continuo a parlare qui della magia delle mie FINESTRE, magia di cui abbiamo bisogno oggi più che mai. Per alleggerire il cuore oppresso da tanto dolore, angoscia, paura per un virus pandemico che sta sconvolgendo tragicamente questo nostro corrucciato e indifeso pianeta. Come è facile notare, io ho bisogno di tempi lunghi e di “parole distese” per comunicare i miei pensieri.

Dunque, dicevamo. Le finestre, così semplicemente quotidiane e necessarie alla nostra vita conservano il mistero di buona parte della nostra vita: le apriamo di buon mattino per fare respirare la nostra casa col farvi entrare aria pura (almeno dovrebbe esserlo!) e luce e il mondo con le sue voci e suoni e rumori di strade e piazze e case che si risvegliano. Ma per me è quotidiano stupore notare come la luce penetri nelle nostre casa a illuminarle, dissipando il buio, come neve al sole. Mentre non   una sola ombra vola verso l’esterno ad oscurare il cielo. La casa conserva, non dissipa; trattiene, non caccia via. La stessa luce, se l’accendiamo la sera nella nostra casa non esce dalle finestre, si fermano dietro i vetri e, anche se le spalanchiamo, la luce rimane dentro, non si espande per le strade. Ditemi se questa non è magia! Solo noi possiamo entrare e uscire da casa, ma dipende da noi umani (compresi gli animali): è un atto di libertà e di volontà che appartiene a ciascuno di noi, a meno che non ci siano delle costrizioni o degli impedimenti a vietarcelo. Ma per entrare ed uscire abbiamo bisogno di un varco: la porta con una soglia che facilmente attraversiamo perché i nostri passi possano andare alla conquista del nostro piccolo mondo quotidiano o molto più lontano, magari non più a piedi ma con i tantissimi mezzi di locomozione che il secolo scorso ha conquistato per noi. Persino per farci andare alla conquista dello spazio: la “casta diva” luna o Marte, il pianeta che rosseggia, e via via sempre più su fino a sfidare le stelle.

Fuori dalla nostra casa lo spazio si fa infinito e noi rischiamo di disperderci.

Lo scrittore Antonio Tabucchi, che amo tanto, scrive: “La vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna chiuderlo in un rettangolo, la geometria si oppone al caos, per questo gli uomini hanno inventato le finestre”. E Emily Dickinson: “Un vuoto, la finestra, che può essere metafora dell’infinito”. Non è magia anche questa?

La nostra casa, dunque, è la risposta rassicurante dell’uomo alla sua ansia d’infinito e alla sua paura dell’infinito. È il nostro punto di ritorno, il nostro rifugio sicuro, la nostra protezione. Ma anche, come dicevo venerdì, la nostra segregazione, che ben presto ci rende insofferenti a quel nostro mondo asfittico che limita i nostri passi e le nostre esperienze da vivere. Ed ecco la finestra venire incontro a questo nostro bisogno/desiderio: guardare fuori, riappropriarci dello spazio, dell’orizzonte oltre le case, dei campi oltre il paese, del respiro del cielo, stando però nei limiti di quel rettangolo che ci salva dall’infinito sperdimento. La finestra ha un davanzale a cui appoggiarci o un balcone da cui affacciarci. E, altra magia, parla di noi e per noi con gli altri; dei nostri modi di essere. Ci definisce meglio agli occhi di chi è curioso di conoscerci. Comunica in silenzio le nostre intenzioni: può essere chiusa, semichiusa, spalancata, aperta, oscurata, serrata, rotta. Per queste caratteristiche è ambiguamente simbolica: si apre e si chiude, unisce e separa, permette di vedere e di essere visti, ma anche di nascondere e nascondersi. Indica dunque un atteggiamento e diventa metafora psicologica della vita stessa.

(Cfr. Monica Mazzolini, Appunti d’Arte, blogspot.com, 23 novembre 2020)

Dipende dalla nostra capacità di comunicare con gli altri o meno. Dall’ottimismo e dalla diffidenza, dall’indifferenza o dalla curiosità verso il mondo esterno. Dal bisogno di aprirci o di chiuderci agli altri.

Può fare da sfondo o essere l’oggetto principale di osservazione.

Eterna dualità della natura materica e umana.

Ed è su tale dualità che si gioca appunto la nostra vita: la dialettica costante tra la soggettività dell’IO e l’oggettività del MONDO. Il vano/davanzale della finestra abbraccia l’una e l’altra. Ed è in tale abbraccio l’illuminazione poetica! Dovuta, come sostiene il filosofo Bergson, all’“intelligenza”, che osserva le cose dall’esterno, e l’“intuizione”, che sente il “reale” dall’interno, e si identifica con esso.

Ed è questa, secondo me, la magia più grande a cui non può sottrarsi chi è amante del linguaggio poetico. Ma non solo. Nelle diverse declinazioni della creatività umana, tutti gli Artisti sono stati illuminati dalla magia della finestra.

Ma questo altro respiro d’infinito ve lo racconto domani. Buona domenica.