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lunedì 25 giugno 2018

Giovanni Gastel e la sua personalità complessa di Uomo e di Artista - parte prima

Giovanni Gastel ha una personalità così complessa che sfugge ad ogni definizione perché è eternamente cangiante, contraddittoria, sorprendente. Ma sono forse proprio queste peculiarità a renderlo così affascinante e amabile, amato. E tutte le sue Opere servono a darci di lui una idea veritiera e sempre apparente perché l’Artista guizza continuamente tra l’essere e il non essere. Ossimoro di sé stesso sempre.
Così in “Duetto Profano” (SECOP Edizioni, Corato-Bari), “che dà voce a due voci (duetto) che dovrebbero andare in sintonia perché sono strettamente legate al canto “ad una voce” e, invece, divergono per “estraneità” tra i due mondi in cui vivono e agiscono i personaggi Sono due voci legate, ma divise. Forse dei protagonisti, forse delle storie narrate. Forse dello stesso pensiero dell’autore: un giovanissimo, geniale, diciassettenne che vuole cimentarsi con la scrittura, ma è ancora nella fase della ricerca di sé in un mondo che lo vuole incasellare nelle regole del bon ton sociale (e la foto di copertina in bianco e nero, ma con la metà più buia e misteriosa sfumata di rosso, ne è la straordinaria conferma). In una girandola di situazioni e di luoghi che ben si addicono alla dispersione/disperazione adolescenziale, e alla tela di ragno di vite solo all’apparenza tranquille e appagate, ma quanto distanti dall’ideale di sé nella verità del proprio “Io” più profondo e quasi sempre ferito e sconfitto.
Di qui l’eterno ritorno nietzschiano all’infanzia e ai luoghi del cuore: il giardino delle meraviglie, la grande villa silenziosa, la Milano della domenica e della messa.
Ed era ancora un bambino che guardava il mondo con occhi spalancati, senza fiabe certo, ma un mondo ancora da scoprire, da vivere. E, invece, la morte in agguato lo condizionerà per tutti gli anni a venire. Da quelle immagini in poi nulla sarà come prima. Neppure le parole. Neppure i silenzi che spesso urlano parole mute. Ma il romanzo non può restare senza parole. E il romanzo nel romanzo neppure. Il male di vivere corrode le menti più sensibili.
La quotidianità ha le sue leggi intransigenti sia che si viva in un mondo dorato sia che ci si arrabatti in un ambiente senza pretese e senza voli alti.
Anche Dio, nell’uno e nell’altro caso, è un costante appiglio più per renderlo reo di una sconfitta che àncora di ogni salvezza”.
Dualità profonda sempre in Giovanni Gastel anche di fronte a Dio che ricerca e rinnega in ogni suo pensiero, in ogni sua poesia, in ogni scatto ad eternare l’attimo.
Lo stesso avviene nella raccolta di poesie “Io sono una pianta rampicante” (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo-Milano).
“Qui i versi sono liberi, eppure ricchi di figure retoriche per un senso innato del bello, che il poeta avverte in sé e trasferisce nelle parole a rendere, nonostante il continuo disincanto, un’atmosfera incantata per l’armonia interna che vi regna”. Soprattutto quando rammemora l’adolescenza e il suo splendore ancora intatto.
Ma è un idillio che non può durare. Le contraddizioni hanno subito la meglio e quella che sembrava un’età felice si veste di mille apprensioni e di presentimenti che tolgono smalto e fervore di vita ai giovanili anni, e tutto diventa cupo, buio, misterioso. Il corpo langue e la mente è soggiogata da tetri pensieri di morte, ritenuta assassina e responsabile di tante immense paure.
“Con Gastel è come viaggiare eternamente sulle montagne russe, niente è scontato e sempre uguale, neppure lo stato d’animo di un attimo prima corrisponde alla certezza dell’attimo dopo. Tutto viene affermato e smentito, pur nella realtà del momento, pur nell’incubo che ne consegue. Il passare del tempo gli procura angoscia, ma anche il dover vivere ancora una notte gli pesa tanto quanto i demoni a visitarlo, oltre le barriere del buonsenso e dei freni inibitori per vivere con gli altri, in mezzo agli altri”. Eppure, non vorrebbe mai una vita regolare, semplice, serena, sarebbe in antitesi con i tumulti del cuore e della mente: “la storia degli uomini è/ nell’angoscia della foresta”.
Per fortuna, la scrittura. Necessità di vita è scrivere con le prime ombre della sera per salvare un giorno “vuoto” che finisce, e per salvarsi da quel vuoto che è voragine e disperazione.
“… ad addolcire un altro giorno vuoto/ di cui non conserverei memoria/ se non per i neri segni che a sera/ inciderò su un foglio bianco.
Ed ogni parola, sia pure inconsciamente o intenzionalmente, è scelta con cura, calibrata nella sua profondità. “Incidere”, per esempio, è azione molto più “incisiva” più forte e determinata di vergare o scrivere. I “neri segni”, piuttosto che i segni neri, riguardano una locuzione che ha una diversa valenza semantica: è una sorta di anastrofe che rende più leggero il segno e lo connota come scrittura.
Io sono un disperso (…) che (…) affida se stesso/ alle parole che scrive.
Ed è un affidarsi totale, quasi un “naufragare” di leopardiana memoria.
C’è una sorta di eternità delle parole nelle voci che ci appartengono, che riconosciamo e teniamo per noi. Ci sembra quasi di averle dimenticate. Poi, basta un richiamo, una frase, una eco ed ecco ritornare prepotentemente a farci gioire o soffrire e la nostalgia ci prende, come per ogni ritorno (nòstos), che è gioia, ma anche dolore (àlgos).
E, del resto, … All’origine tutto era parola.
E qui il richiamo biblico è forte. E il richiamo al Verbo che era presso Dio ed era Dio. Il Verbo ha una parola sola. Una sola Verità. Basta riconoscerla. Ma con presunzione gli uomini la cercano nella scienza, che non possiede verità, ma parziali porzioni di conoscenza, suscettibili di essere confutare e capovolte, nel tempo e nello spazio. La cercano nella propria mente, ma non è la razionalità a dare risposte chiare e definitive. Nel cuore che è un “guazzabuglio” di sentimenti e di risentimenti. Forse solo “oltre il muro d’ombra”. Ma forse sarà troppo tardi per credere e per sperare. La fede, unica ancora di salvezza? Forse. Se avessimo il coraggio di credere. È più facile negare che ammettere. Dice lo stesso Gastel, in versi, in prosa, con gli scatti delle sue foto che vibrano di bellezza ma non di verità. Perché ciò accada, Giovanni Gastel cerca nelle sue modelle l’anima. E l’anima cerca nelle parole. La cerca in sé stesso. Non si lascia influenzare dalle regole e dalle mode. Scrive come in quel momento gli detta il sentimento. diversi. E ognuno può esprimersi come meglio crede purché ci sia emozione, ci sia Poesia.
Credo sia una conquista pluralistica nella complessità del mondo contemporaneo”. Anche la commistione di generi artistico-creativi fa parte di questa ricerca del nuovo nel rispetto della classicità e del sentimento profondo che la sostiene. L’unica ricerca che potrebbe pacificare il mondo interiore con quello esteriore, in una adesione reattiva alla società del post postmodernismo e del recupero dell’autenticità del linguaggio e della vita.
In Giovanni Gastel questo viene messo in atto in tutte le sue opere, fino a connotare una scrittura narrativa e di comunicazione sincera e immediata. “Risolvendosi persino nella accettazione delle proprie ombre per superare i condizionamenti di una cultura familiare, che ancora lo affascina e lo lega, con lacci d’amore, certo, ma anche con la fragilità che ne deriva. Si pensi ai mai spenti dialoghi con l’amata madre, con il rimpianto fratello, perso alla sua vista, ma non al suo cuore.
Bisognerebbe leggere ogni verso per comprendere l’eccezionale sensibilità etica, affettiva, emotiva ed estetica di Giovanni Gastel e per comprendere appieno la natura dei suoi tormenti.
‘Io sono una pianta rampicante’ è uno scrigno prezioso di ritratti di famiglia, di spazi vuoti (‘i margini di silenzio’ di Paul Eluard?), di luoghi e date, di poesie perlopiù senza titoli e senza soluzione di continuità. Quasi un racconto poetico lungo, fatto di improvvise emozioni, percezioni della realtà ed echi di memorie lontane nel tempo e nello spazio, ma vive più che mai nell’anima del poeta, in un “infinito presente”, che, nel suo modo e tempo verbale, azzera ogni passato e ignora ogni futuro per attualizzare, in un unico istante, tutta una vita.
‘Io sono una pianta rampicante’: titolo molto suggestivo, ma già di per sé ossimorico” (come del resto anche il titolo del romanzo e come gli stessi campi semantici di numerose sue fotografie. Vedi la serie degli ‘Angeli caduti’), connotativo della stessa personalità dell’Autore, coacervo di laceranti contraddizioni, di cui la sua Arte e il suo Genio si nutrono…
La cultura familiare, radice profonda e indistruttibile, e le rigide regole ad essa sottese sono, comunque, gabbie dorate, troppo strette per i suoi voli pindarici. Voli troppo alti, che avverte a suo danno: la solitudine dell’“albatros” (Baudelaire) o dei “numeri primi” (Paolo Giordano), ma anche a suo appagamento per   la genialità che gli concede di forare il cielo e sentirsi incontaminato e compiutamente sé stesso. E tutte le contraddizioni alla fine si ricompongono in Unità: Giovanni Gastel è tutto questo e non può essere diversamente. Tutte le sue opere visive e quelle letterarie firmano la sua genialità. La sua umanità”.
Oggi Giovanni Gastel è sempre dimidiato tra la libertà del volo nel suo mondo di sogno e il franare malinconico e disperato nell’abisso di una realtà che fa male e che vuole dimenticare per non avvertire le ferite e il disinganno. E le sue Foto e i suoi Scritti ne sono la inconfutabile conferma.
Anche nel “Catalogo” (curato nei minimi particolari e con infinito amore da Maria Cristina Brandini), che ha accompagnato tutta la Mostra delle sue fantastiche fotografie al Broletto di Como, la stessa immagine di copertina evidenzia tale dicotomia nella sua innegabile unità: il bianco luminoso delle ali in volo verso spazi sempre più alti e più ampi, e il nero abissale del tunnel ad avvolgerlo ad ogni contatto con la terra e con il mondo della realtà e della concretezza. E, al suo interno, il Teatro gasteliano.
“Le sue Immagini. Le sue Fantasie. I suoi Personaggi che si raccontano e lo raccontano. In ogni simbolo. In ogni verità. In ogni passaggio esistenziale e artistico a descrivere fortemente i suoi percorsi umani e professionali.
La prima foto non smentisce quanto detto sin qui. Ecco una donna-conchiglia di un bianco avoriato su sfondo nero, con una particolarità: il volto assorto ed enigmatico con lo sguardo lontano è diviso a metà dal vortice della conchiglia che crea trasparenze lunari nella metà che avvolge, lasciando in ombra l’altra metà. E persino il fiore rosso delle labbra chiuse risente della dimidiazione tra segreti di voci da riportare all’orecchio in un turbinio di onde senza fine, e segreti di voci da dimenticare nella penombra scura di ogni tormento (Gastel e la sua anima di pari passo con la sua Arte). Anche la seconda foto gioca la sua misteriosa essenza sul bianco e il nero, questa volta non più divisi, ma sapientemente annodati in volute che labirintano una donna-fiore e gambo esile su cui esplode un fiore (gardenia o camelia), attraversato da onde di luce, o una donna-cigno, pronta a spiccare il volo con le sue mani-piume in una posizione di slancio, frenata appena dalla sospensione di occhi titubanti e perplessi, in attesa di un vaticinio che la spinga ad osare…
(illusioni sotto le varie maschere che il Teatro rende vere. Dove la verità solo nella finzione o viceversa? Il dubbio rimane)”. 

domenica 13 maggio 2018

“DUETTO PROFANO” di Giovanni Gastel - seconda parte


Ma Dio può essere causa anche del male? Il primo protagonista ha proprio, attraverso un libro e le sue terribili parole e le sue immagini grondanti sangue e terrore, il primo incontro con il male del mondo: l’Olocausto degli Ebrei.  Ed era ancora un bambino che guardava il mondo con occhi spalancati, senza fiabe certo, ma un mondo ancora da scoprire, da vivere. E, invece, la morte in agguato lo condizionerà per tutti gli anni a venire. Da quelle immagini in poi nulla sarà come prima. Neppure le parole. Neppure i silenzi che spesso urlano parole mute. Ma il romanzo non può restare senza parole. E il romanzo nel romanzo neppure. Bisogna crescere e diventare grandi e sapersi “orfani ed eredi” (Massimo Recalcati) per poter fare a meno dei miti e dei sogni e per prendersi la responsabilità di ogni scelta, vittoria o sconfitta che sia. Dimenticarsi anche di Guido, il mentore giovane, che sembra guidare i passi (nomen omen) nel percorso inventato, eppure così vero da prendere a cuore la sorte di questo ragazzo sagace e misterioso che ha tutte le qualità per vincere, ma alla fine è più di aiuto agli altri che a sé stesso. Il male di vivere corrode le menti più sensibili (vedi Cesare Pavese nel “Mestiere di vivere”).
La quotidianità ha le sue leggi intransigenti sia che si viva in un mondo dorato sia che ci si arrabatti in un ambiente senza pretese e senza voli alti. Qui la realtà è Anna e il suo amore normale. Senza volto. Senza un tuffo al cuore. La realtà è un pacco di sigarette, una donna da pagare per un’ora e qualche buco nelle vene per sopportare la normalità di una vita senza imprevisti e senza fantasia; suicidio per chi, invece, è dotato di creatività e non vuole sottostare alle regole della mediocrità e sogna di andare lontano, senza riuscirvi mai. Neppure attraverso i libri che pure ama e detesta. Ne ha letti tanti un tempo. Poi non più.
I libri, dunque, possono dannarci e salvarci?  
Ci dannano quando è troppo profondo il divario da colmare tra gli orizzonti che indicano e il breve cielo che si è costretti a guardare ogni giorno.
“In più la mia vita non mi piace, nella mia vita non succede mai niente. E quello che vedo dalla mia finestra non riesco nemmeno a ricordarmelo da tante volte che l’ho visto!”.
E ci salvano, quando ci dischiudono orizzonti che sappiamo di poter raggiungere; quando ci indicano sentimenti in cui speriamo ancora; quando ci permettono di vivere migliaia di vite altre che nell’arco di una sola vita sarebbe impossibile vivere e   ci permettono una emozione che, altrimenti non riusciremmo a provare o immaginare, luoghi che non potremmo mai conoscere senza il dono dell’ubiquità. Quando ci permettono di riflettere e imparare.
La realtà: la stessa donna senza volto. La stessa casa senza un oggetto da ricordare. Lo stesso cielo senza uno squarcio di cielo.
“Stava sdraiata di lato, ho un letto piccolo, ci si sta male in due. Era rannicchiata in un angolo con la sua piccola faccia appoggiata alla mia spalla. Immobile io guardavo il soffitto della mia porca stanza”. E tutto sa di angusto, di chiuso, di programmato.
La fantasia, invece, è Paola con il suo volto ben disegnato, “un’espressione allegra negli occhi scuri, allungati, vagamente orientali”. La fantasia è il suo caratterino bizzarro e la sua voglia di vivere l’attimo che esplode ad ogni sorriso, ad ogni polemica contro il modo di vivere di lui che non sa vivere, se non nei romanzi impegnati che legge. La fantasia è il cuore in gola dell’attesa. Il cuore in gola per ogni sua parola, ogni suo silenzio. Ogni amante che ha avuto, ha e avrà.
Entrambe le coppie segnano una sorta di “mal di vivere” come rodaggio per imparare a vivere. E traghettare dall’adolescenza verso la giovinezza tra scogli pericolosi e alte maree, che sanno momenti di calma piatta sul mare dell’indifferenza e dell’inedia, con pochi punti di riferimento saldi e solidi nella loro temporalità e spazialità.
Anche Dio, nell’uno e nell’altro caso, è un costante appiglio più per renderlo reo di una sconfitta che àncora di ogni salvezza. È più facile negarlo che ammetterLo nella propria vita e nei propri pensieri e tormenti, dirà lo stesso autore per bocca dei suoi protagonisti. Addebitiamo a Lui la nostra imperfezione perché, se fossimo perfetti vanificheremmo la Sua esistenza. Anche questo è un suo pensiero su cui riflettere. Mi sorge un dubbio: è la nostra arroganza a negare la Sua esistenza? L’IO ipertrofico potrebbe fare di questi “scherzi da prete”. Perché “Dio è un’esigenza”, come afferma con veemenza il ragazzo di fantasia in un contesto di interlocutori ironici, scettici, vibranti di false congetture per coprire il vuoto della loro falsa esistenza. Ma è anche questo il pedaggio che si deve pagare per crescere. E affrancarsi da tutto e da tutti. Non a caso, occorre uccidere il Budda se lo incontri sulla tua strada (Meditazioni Reiki) e ubbidire al comandamento alternativo “Disonora il padre” (Enzo Biagi) se vuoi salvarti dai suoi condizionamenti, dal Super Io che lui in psicanalisi rappresenta e che ti schiaccia e ti colpevolizza. Dio, però, non è un padre umano. Non è un dato certo. Non ha carne, né ossa né occhi che ti scrutano e ti rimproverano. È ricerca e dubbio. Ma finché lo cerchiamo, con umiltà, consci della nostra fragilità e della nostra pochezza di fronte all’IMMENSO che ci sovrasta e ci avvolge, è già in noi. Più vicino di quanto si possa pensare.
Un libro, dunque, alla ricerca di Dio questo romanzo giovanile di Giovanni Gastel? Forse. Certamente è un libro alla scoperta di sé, in mondi paralleli e spesso aggrovigliati come lantane. E anche ogni lettore, pagina dopo pagina, può fare esperienza di sé stesso, nella perdita e nel ritrovamento della propria identità, a cominciare dagli anni di fine secolo Novecento, il “secolo breve” (Eric Hobsbawm) che ha costituito, soprattutto dal Sessantotto in poi, il preludio alla crisi dei valori che ancora oggi ci attanaglia. La morte di Cristo non ha riguardato solo un mondo che credevamo di aver abbandonato alle spalle con il nichilismo predicato da Nietzsche. Quest’ultimo è ancora oggi più virulento che mai, come “L’ospite inquietante” (Umberto Galimberti) dei nostri giorni.
Nelle pagine di Giovanni Gastel tutto questo si ripropone, ma in maniera del tutto personale e sorprendente.
L’io narrante si divide e non ha mai un nome, né eteronimi come accade in Fernando Pessoa.
E, invece, tutti intorno ai due protagonisti, in cui l’io narrante si sdoppia, vengono   nominati: Anna, Paola, Guido, Giovanni, Marco, Alessandro, Mary, Renato, Arturo, Antonio. Quanto importante la nominazione.
I due protagonisti non hanno neppure un nome perché possono sempre nascondersi, confondersi, riassumersi nell’autore stesso e da lui divergere, allontanarsi perché, quando il libro è finito e viene pubblicato, prende il nome di ogni lettore che si fa protagonista e reinventa quella storia per farne un’altra e un’altra ancora, secondo lo stato d’animo del momento, secondo il proprio retroterra culturale, secondo la propria sensibilità, secondo le personali esperienze di vita: quelle vissute e quelle che vorrebbe vivere. Secondo il suo stile e le sue regole. È lui che finalmente crea.
Ed io mi fermo qui, mentre il romanzo continua. Con una sorta di ironia sottesa a. Di malinconia soffusa per. Di sorriso enigmatico e misterioso, senza direzioni.
La conclusione? Potrebbe seguire le regole non scritte della vita. Oppure quelle mai esistite della immaginazione, fantasia, creatività. O, infine, quelle di una totale riscrittura. Al lettore l’“ardua sentenza”. Io ho una mia idea… sarà quella giusta? Chissà! Non si è detto che la scrittura è soggettivamente visionaria e autentica, punitiva e salvifica?
                                                                            Angela De Leo

sabato 7 aprile 2018

7 aprile 2018: l’incanto della fotografia


fotosofia
Ieri ho partecipato alla presentazione di un bellissimo libro fotografico “Fotosofia” di Giuseppe Tricarico, ottimo fotografo-pensatore. E io sono tornata indietro nel mio passato magico per ricordare il primo “incontro” con la fotografia. Ecco ancora uno stralcio del libro “Le piogge e i ciliegi” di prossima pubblicazione.
Per fortuna, avevo scoperto, andando un giorno con mamma e babbo in paese, il fotografo Nasillo che ci aveva portato nella camera oscura dove avevo visto fiorire nell’acqua su cartoncini bianchi, lentamente, volti e case e alberi e profili di monti e sagome d’animali. E quel prodigio, che mi aveva esaltato, diventava, quando quelle foto venivano appese con le mollette a fili di zinco come fazzolettini che sventolavano da un treno lungo lungo, un addio o un arrivederci. Oppure, come me, erano colombe in cerca di libertà e di sole, ma trattenute da quelle mollette a tarparne il volo, in quella penombra semibuia rischiarata da caldi fari per agevolarne l’asciugatura.
Per me, Nasillo era un vero e proprio mago in carne ed ossa (altro che il mago di Oz!), tanto da far affiorare dal nulla quelle meravigliose immagini, prima riprese, con un semplice scatto, dalla macchina fotografica.
Questa era una grande scatola nera a fisarmonica, poggiata su un trepiedi pure nero in una saletta semibuia. Dietro la scatola c’era un panno nero, dove spariva la testa del fotografo, e una peretta che lui stringeva con la mano ogni volta che un lampo attraversava l’enorme occhio aperto sulle cose e le persone, che sembrava venissero mangiate come se quell’occhio, che si apriva e si chiudeva, diventasse una enorme bocca vorace. Improvvisamente quelle cose o persone, mangiate da quell’occhio-bocca, ricomparivano sui fazzoletti bianchi messi nell’acqua e stesi ad asciugare davanti alla lampada accesa. Un prodigio, che mi piaceva osservare ogni volta che ci capitava di passare dal suo studio fotografico.
                       Il fotografo Nasillo era un prestigiatore-illusionista
                                      da ammirare incondizionatamente          
Fu allora forse che cominciai a non avere più paura del buio? Forse sì. O, quantomeno, cominciai a scoprire che era nel buio che avvenivano i prodigi, si compiva il mistero delle cose, si dischiudevano i sogni, germogliavano i bambini…
Questo ricordo, però, è l’antefatto del mio amore per la fotografia che mi spinge ora a parlare di “Fotosofia”. Ebbene, ieri sera abbiamo trascorso in una tenuta dei marchesi Antinori di Firenze, nei pressi di Minervino Murge, nell’ “incantevole cornice di TORMARESCA Tenuta BOCCA DI LUPO”, una serata splendida all’insegna dell’Arte nelle molteplici sue declinazioni: fotografia, filosofia, poesia, musica, canto…
Nella stupenda barricaia Antinori, il nostro bravissimo fotografo Giuseppe Tricarico ha inaugurato la mostra delle sue foto, racchiuse, poi, come in due preziosi scrigni, in un video, sapientemente musicato da un team di amici dell’autore, e in un libro dal titolo suggestivo di “Fotosofia”, appunto. La coordinatrice della serata, Raffaella Leone, con la sua solita catturante capacità di mettere a proprio agio protagonisti e ascoltatori dell’Evento e di creare una corrente empatica tra gli uni e gli altri, ha presentato il relatore, Pio Meledandri, curatore d’Arte e Direttore del Museo della Fotografia di Bari, che ha presentato in maniera lusinghiera (per l’autore e l’editore) il libro, e ci ha illuminato sull’Arte fotografica e sui suoi segreti, definendola molto opportunamente e poeticamente la   “scrittura della luce“. Poi è stata la volta di Giuseppe Tricarico, timido, visibilmente emozionato, laconico, che via via è diventato sempre più padrone del dialogo con la coordinatrice, e della scena. Bravissimi i musicisti e le due cantanti. Eccezionali le loro voci. Infine, siamo intervenuti io e un artista a tutto tondo, Carlo D’Ambra, carissimo amico di Giuseppe, a dare la nostra lettura personale di una o più foto che ci avevano maggiormente emozionato. Carlo ha concluso dopo di me, scherzando amabilmente con le parole che erano invece molto puntuali e ricche di spunti di riflessione.
Io sono partita dall’immagine di copertina che mi ha colpito particolarmente per via di un’opera di grafica molto significativa: due mani con le dita della mano destra fortemente intrecciate a quelle della mano sinistra. La prima mostra l’indice ricurvo nell’atto del clic dello scatto e l’altra ha il palmo aperto a contenere lo spazio dell’obiettivo della macchina fotografica. Il tutto si intuisce. Il mezzo meccanico non c’è. C’è la forza di quelle dita che si radicano insieme per realizzare un prodigio: l’imprescindibile unione della sensibilità artistica con il mezzo che tale sensibilià trasforma in “immagine dell’anima” più che la realtà dell’oggetto fotografato. Ed ecco emergere in me la “sofia” della “foto” ossia la meravigliosa metacognizione di senso e di significato della magia che compie il fotografo nel cogliere l’attimo della luce, che ferma solo apparentemente l’immagine con il suo talento d’artista, fiducioso della creatività a cui la sua macchina fotografica saprà piegarsi, perché è in quell’obiettivo che trasfonde la sua anima, che va ben oltre il mezzo e la tecnica, per donarsi a tutti gli altri che più tardi scopriranno, nelle immagini che le sue mani hanno colto, l’armonia e la bellezza e la storia che le connotano. Dicevo che il “fermare l’attimo” è solo apparente in quanto, in realtà, esso segna già il passato “nell’attimo dopo” e conta i giorni a ritroso “nel tempo” man mano che si proietta verso il futuro perché rimarrà “nel tempo” diametralmente opposto (una sorte di Giano bifronte) per farsi infinito. Questo è il prodigio che compie uno scatto fotografico: ferma l’attimo, lo storicizza e lo dona ai nuovi giorni quasi fosse un eterno presente. Di qui la pertinenza del titolo. La sua ragione d’essere. E non solo. Il sottotitolo è: “Immagini e pensieri vaganti” perché quasi tutte le foto sono corredate da didascalie molto profonde sul senso della vita, che in quelle immagini scorre tra luci ed ombre a darci la dimensione della realtà in una figura, un paesaggio o un oggetto che non è più tale (simile alle stelle, il cui chiarore giunge a noi anche dopo migliaia di anni-luce che si sono spente). E, a mio parere, l’aggettivo “vaganti” è riduttivo perché, se da un lato sta a significare il dinamismo dei pensieri, dall’altro toglie l’essenza più vera di quegli stessi pensieri che, come lame, fendono la realtà per ricavare il sangue e l’humus di ogni verita o della Verità, che si uncina al divino e ci porta in alto, dove il Cielo è una trasparenza di forma, dimensione, luce.
L’Arte è sempre la voce divina che s’incarna nell’uomo.
E tutte le foto di Giuseppe Tricarico hanno questo respiro che palpita di vita, nel fremito di ali di gabbiani in volo che si fanno bianca luce verso l’alto in gara con la luminosa spuma di mare delle onde che s’infrangono alla battigia e tu senti la carezza del canto dolce del mare, lo stridio dei gabbiani, le voci della vita. E, in questa emozionante foto di ali e di acque che ricamano il mare e accendono il cuore, ecco il contrasto che definisce meglio il confine tra quotidianità e sensibilità poetica e creativa. Sullo sfondo un pescatore ignora tanto canto di bellezza e di armonia, di spazi incontaminati e di libertà, tutto intento nel suo lavoro d’ogni giorno. Di tutt’altro senso è il suo “obiettivo”: portare il cibo a casa!
E l’incanto si spegne, vinto dalla necessità di tutti i giorni…
Rimane un libro tutto da guardare e da leggere per scoprire mondi altri e comprendere che la vita forse è più intensamente vissuta anche in bianco e nero. Proprio come la fotografia… 
La creatività è forse un dono in più che non sempre ci è dato di cogliere…

martedì 20 febbraio 2018

LA TAVOLOZZA DEL POETA


LA TAVOLOZZA DEL POETA
Premio Internazionale di Poesia, Pittura e Fotografia
in memoria di Primo Leone




Signore, portami dove devo
andare:
accompagnami,
io mi chiamo Primo, Signore,
e Tu?

So la Tua cortesia, Signore,
all’ora giusta portami alla
Via
e non permettermi distrazioni…
Te l’ho detto che mi chiamo Primo,
Signore?
e Tu? Almeno Tu.
È vero che Ti chiami… Amore?

                    Cris Chiapperini



E il Signore chiamò a Sé Primo Leone il 4/6/2008.
Dieci anni fa.
E lui si presentò dicendoGli: “Io mi chiamo Primo, Signore”, Primo Leone, e non Gli fece la domanda: “E Tu?”, fidandosi di quanto gli aveva appena suggerito Cris, ma preferì continuare con le sue note referenziali, sperando nella clemenza del Giudice Supremo nell’udire: “Sono un poeta, ma anche un pittore e mi diletto di fotografia e amo il cinema, la musica e tutto ciò che hai creato di bello. Sono un creativo, insomma. E non ho mai fatto calcoli matematici né mi sono ancorato al passato o proiettato nel futuro. Come tutti i creativi ho vissuto nell’eterno presente del qui e ora non sapendo razionalizzare la mia esistenza e programmare i miei giorni con senso pratico e discernimento. Folle come tutti i folli che Tu hai voluto perché si ubriacassero della Tua Bellezza e scoprissero che avevi disegnato il mondo mentre lo sognavi. E i poeti e i sognatori vivono sempre in bilico tra sogno e realtà, come Tu hai sperato. Mi sono anche laureato e ho svolto un lavoro di responsabilità, ma non sono riuscito mai a farmene una ragione di vita. Non potevo chiudermi nelle gabbie del dovere, del grigiore di giorni sempre uguali. Tu mi hai dato il desiderio di un volo più alto e hai messo tra le mie mani una tavolozza di colori infiniti che ho trasformato in immagini e in parole, mescolando il vero con l’onirico, il cielo con il mare, sulle cui onde ho imparato a navigare alla scoperta di orizzonti che avevano nuove strade e nuovi confini. E li ho dipinti e li ho cantati come si canta il Creato e la Tua gloria, Signore. Ora eccomi qui, pronto alla Tua chiamata. Ma ho perso la Via giusta. E sono sperduto e confuso e ho bisogno di Te per chiederTi almeno di ritornare ad indicarmela in nome del Tuo Nome. Mi hanno detto che ti chiami… Amore! Sono in buone mani.
Sono giunto dove ogni Bellezza si fa completo appagamento. E la giusta Via è un ricamo di Luce da fotografare, dipingere, scrivere perché rimanga il segno vivo del mio passaggio sulla Terra. Nella speranza che altri creativi come me facciano tesoro dei doni da Te ricevuti: due occhi bambini per ritornare ogni giorno al primo giorno di sé, alla prima aurora del mondo”.

Come compagna di vita di Primo per circa sessant’anni, ho raccolto il sussurro delle sue parole, riportando alla mente del cuore i teneri versi che il mio carissimo amico Cris Chiapperini, che ora sta sicuramente chiacchierando con Primo di poesia tra le stupite stelle, scrisse per lui quel 4 giugno di dieci anni fa.
E sono qui a chiarire il senso e il significato di questo premio di Poesia, Pittura e Fotografia che noi della SECOP edizioni, accogliendo il desiderio del nostro editore, Peppino Piacente, siamo lieti di promuovere per ricordare degnamente Primo Leone nel decimo anniversario del suo volo tra le stelle, perché il messaggio della sua Arte poliedrica e autentica non si perda nel buio della dimenticanza.
Primo Leone

domenica 27 agosto 2017

UNA PERLESCENZA LUNARE

Ritratto di Angelica Grivel, Giovanni Gastel

Giovanni Gastel, ritratto di ANGELICA GRIVEL. Canon 1dx, 85mm. Luce: due quadra laterali e un beauty frontale. Stampa con leggera dominante rossa. Milano 2015




Una perlescenza lunare sul volto di questa adolescente/ fiore che si schiude al giorno in tutto il suo chiaro splendore. 
L'esile corpo racchiude un tenero pudore tra bianche braccia sulla bianca veste in contrasto con il nero intenso dei capelli, a pioggia sulle spalle. 
E la profondità dello sguardo, immenso, immerso nel mistero del sogno ancora tutto da sognare. 
E labbra di morbida conchiglia a sussurrare/ trattenere un segreto di stupore che ancora l’avvolge…  
Solo la delicata mano a sostenere la leggerezza di un pensiero che vola lontano, ma ha bisogno di un punto fermo per non perdersi oltre tutti i possibili orizzonti che la giovane età le promette e forse già disvela…
Tra luci e ombre di una realtà ancora da scoprire. 
E il cuore palpita di incontaminata emozione…