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sabato 23 giugno 2018

Omaggio alla Bellezza - parte seconda

“… le masserie lucide di calce e di silenzi, essere il brusio/ delle finestre, il richiamo misterioso dei pozzi, se potessi/ essere la memoria di tutti i fili d’erba, essere io lo sguardo/ il suono, il confine del vento.” (Paolo Polvani, “Il confine del vento”).
Una bellezza da riempire gli occhi, la bocca e tutti i sensi per conficcarsi nello sguardo intenso del poeta in una panica trasfigurazione e personificazione: essere il brusio delle finestre, il richiamo misterioso dei pozzi, la memoria di tutti i fili d’erba, lo sguardo il suono, il confine del vento. Ed è tutta qui la Bellezza, in questi versi di una suggestione profonda e lieve, che risuona di arcane melodie lungo la lunga   meraviglia del Creato.
E Meraviglia del Creato sono le tele di Enzo Morelli con la delicatezza raffinata e lieve che le contraddistingue. La Murgia è un canto di luce e di colori. È il miracolo della natura che vince il silenzio delle pietre e l’ostilità di una terra siticosa e aspra, dove la ferula s’inghirlanda della madreperla rosata delle lumache e i papaveri ridono spavaldi nell’umiltà dell’erba appena fiorita. Gli ulivi sono giganti dai tronchi feriti e dai rami verdeggianti che promettono una Pace che tarda a venire e una Speranza che brilla a tratti nello sguardo stanco di perdute stagioni, dove una stretta di mano era patto di lealtà. Solo gli ulivi ne conservano il dignitoso ricordo, nell’abbraccio che non teme la violenza del mondo.
“… Apparteniamo all’inganno/ illusi nel rievocare/ (da) bellezze ancestrali/ indivisibili.// Eppure la bellezza/ è in agguato/ carica di stupore e meraviglia/ di grazia e serenità./ Fraterna…” (Enzo Quarto, “Se ci fosse la luce, sarebbe bellissimo”).
Ecco, “apparteniamo all’inganno” ormai. E il poeta la declina come una cosa certa, inconfutabile e amara, tanto da vanificare ogni “ancestrale bellezza” nella consapevolezza della sua illusione. Pure, la bellezza è là, pronta ad assalirci con la sua presenza incontrovertibile, “carica di stupore e meraviglia”, soprattutto quando la scopriamo in un nuovo stato di grazia e serenità che ci affratella. Abbiamo bisogno di riscoprire la sua Luce.
“… seguii a lungo il volo del fenicottero/ i pensieri si dispersero/ l’immenso mi confondeva/ la bellezza palpitava…”. (Anna Santoliquido, “Palpiti”).
È il momento della pura contemplazione, in cui si avverte come uno smarrimento, un ritrovarsi altrove, dove l’immenso è vertigine e volo perché la bellezza è palpito vivente, frammento d’estasi a renderci immortali. E riecheggia nell’aria “M’illumino d’immenso” di ungarettiano splendore.
“… solo svagato guardiano di stoppie,/ corro a chiudere l’acqua/ mentre forte s’avverte nell’aria/ un selvatico odore di timo e di lavanda.” (Alberto Tarantini, “I miei vecchi in giardino”).
Sono i versi conclusivi di una tenerissima poesia in cui il ricordo struggente dei propri “vecchi” si aggira tra le arse “stoppie” del giardino di casa, un tempo verdeggiante per le amorevoli cure della padrona, attenta a non perdere neppure l’esile filo d’erba. La bellezza è ancora là, accesa di lacrime nella memoria del figlio, “solo svagato guardiano”, che si adopera come può, mentre risente forte come allora “un selvatico odore di timo e di lavanda”.
“… Lo stendardo della/ mia vita/ sventola illuminato/ da un minuscolo/ raggio di sole/ come speranza di verità” (Monica Tommasicchio, “Vincere la paura”).
Svettanti di fierezza questi versi che puntualizzano la bellezza di ogni verità, sospesa al vessillo di giorni che si colmano di Luce e di Speranza.
“… Magari… di tanto in quando,/ potessi inzuppare solo l’indice dentro questo vortice/ ascoltare quel silenzio, commuovermi prima/ e tacere poi su tutto il resto.” (Carlotta Zanobini, “Poca Cosa è dire magari”).
Infine, ecco un ottativo liberatorio e generoso della poetessa verso sé stessa. Una esclamazione che fa del vortice della bellezza che l’assale un calamaio di colori e di emozioni, in cui intingere “indice” per “ascoltare quel silenzio” e commuoversi… perché la bellezza è anche e soprattutto emozione. Di più: commozione. Ci rende fragili e forti. Ci lascia senza parole…
Il Libro d’Arte si chiude qui e lascia anche me senza parole, anch’io vinta da tanta bellezza. Ci sono altre note critiche a corredarlo, ma lo scrigno si chiude a testimoniare nel tempo il Sogno della Bellezza “dipinta e parlata” (Mario Sicolo) a donarci ancora occhi di “stupore e meraviglia” (Enzo Quarto).
La serata, però, ha avuto ampi momenti di rara commozione per la presenza delle figlie di Michele Campione; per la Relazione attenta e affettuosa di Nicola Pice in ricordo del grande giornalista e poeta; la Presenza di Vito Signorile e la sua straordinaria lettura della poesia di Alessandra Campione; il Racconto molto suggestivo e dettagliato di Lucia Anelli sulle tele dei tre Pittori, anche attraverso una profonda lettura psicologica delle immagini; la Recita molto partecipe di alcune poesie dei vari Autori presenti da parte di alcuni Lettori in maniera emotivamente coinvolta e convincente; il Saluto orgoglioso di Cettina  Fazio Bonina, le Foto-ricordo, gli Abbracci…
Vorrei solo concludere con una riflessione: non siamo cercatori di Bellezza, come da qualche parte si continua a dire, perché, a mio parere, la bellezza è ovunque. Basta guardarsi intorno per venirne sommersi. Abitiamo in un Paese che è un Museo d’Arte a cielo aperto. Abbiamo e siamo la Bellezza declinata in tutti i modi: bellezza naturale, architettonica, pittorica, poetica, musicale, artistica nel senso più ampio e compiuto. Dobbiamo, perciò, recuperare solo gli occhi di stupore perché tanta bellezza ci penetri dentro e ci renda migliori, più vicini al Creato e a Dio.
Piango di dolore e di rabbia quando vedo bambini, ragazzi, giovani e adulti, con gli occhi affondati nelle immagini dei tablet, ignorare il mondo che li circonda: si perdono gli occhi degli altri, i sorrisi, le parole. Si perdono l’azzurro del mare, i petali di un fiore, il colore del vento quando sfiora l’erba dei prati, il mistero delle stelle nel silenzio del loro incanto. Si perdono la vita nel suo dinamismo, nel suo viaggio alla scoperta del mondo per incontrare gli altri e capire sé stessi.
Gli occhi. Sono gli occhi che vanno cercati come il più grande tesoro per ripercorrere la nostra storia quasi fossimo nati alla Luce e alla Bellezza nel nostro primo giorno di vita…
Non possiamo rassegnarci al buio dell’Anima, al silenzio del Cuore…

Angela De Leo

venerdì 23 marzo 2018

UN GIORNO LUNGO DI POESIA


L’INSOPPRIMIBILE URGENZA DI POESIA
Appendice al 21 marzo: primo giorno di primavera, ma anche Giornata Mondiale della Poesia. Mi piace ancora parlare di Poesia con un omaggio ad alcuni amici poeti, a partire da Chi è vissuto di Poesia con Poesia:
                                        
CRIS CHIAPPERINI

È morta la notte
con la voglia di giglio azzurro
Uno stilo di ghiaccio bruno
s’è rotto in cinque punte.
È morta sulle tre del mattino
e non suona ancora una campana

Si sono sfatte le ore son colate dalla torre
Ogni gallo di latta sull’asta s’è arrugginito
Un groviglio di fili s’è impastato
e non gira ancora un solo vento
Due polle d’olio liscio
gli occhi affatturati

Insonne pazzo
malato di poesia
- la tua libertà furibonda
com’è relativa -
non resisti a una notte di assenze
se non trema almeno un frullo d’ali

Aiuto perDio
Aiuto
che muoio d’asfissia

                                           Cris/O

In risposta a Cris, Maestro di Vita e di Poesia:

La parola perduta

Tra carte
che mi chiamano con insistenza
m’attardo
a rincorrere il tempo
per inanellare parole e farle ridere
A gettarmele alle spalle in fretta
mi affanno
In fretta in fretta
avanti un’altra e un’altra ancora
-         Ho paura che il tempo si fermi
che non mi lasci tempo -
Ancora ancora ancora…
Binari lungo campi di ginestre
e mandorli fioriti a fendere giorni
di carta e inchiostro e meraviglia
fino all’orizzonte che si sfinisce
agli occhi bambini spalancati
di prodigi
Come su rotaie corse di treni
E tu guardi dal finestrino l’ansia
di un addio
-         Tempo scaduto tempo d’andare
ma ci sono ancora parole da dire
           parole da ascoltare riannodare
           Parole da ricordare per ricordare
           per farsi ricordare forse - si spera
           si ha l’ardire e un cauto invito
           da riporre nel cestino delle attese -
Avevo in mente un verso ed è volato via
Forse la fine o l’inizio di un romanzo
Era con le ali la parola perduta
-         Tra le mani mille altre parole non mie -
Non l’ho afferrata la mia
Col rimorso di non averla ascoltata raccolta
coccolata (dono prezioso più di mille denari)
e come cosa inutile
                 l’ho lasciata andare
Come quel treno a vapore
che solo una volta passò una volta sola

(e del sogno sciupato mi lasciò il sapore…)

martedì 20 febbraio 2018

LA TAVOLOZZA DEL POETA


LA TAVOLOZZA DEL POETA
Premio Internazionale di Poesia, Pittura e Fotografia
in memoria di Primo Leone




Signore, portami dove devo
andare:
accompagnami,
io mi chiamo Primo, Signore,
e Tu?

So la Tua cortesia, Signore,
all’ora giusta portami alla
Via
e non permettermi distrazioni…
Te l’ho detto che mi chiamo Primo,
Signore?
e Tu? Almeno Tu.
È vero che Ti chiami… Amore?

                    Cris Chiapperini



E il Signore chiamò a Sé Primo Leone il 4/6/2008.
Dieci anni fa.
E lui si presentò dicendoGli: “Io mi chiamo Primo, Signore”, Primo Leone, e non Gli fece la domanda: “E Tu?”, fidandosi di quanto gli aveva appena suggerito Cris, ma preferì continuare con le sue note referenziali, sperando nella clemenza del Giudice Supremo nell’udire: “Sono un poeta, ma anche un pittore e mi diletto di fotografia e amo il cinema, la musica e tutto ciò che hai creato di bello. Sono un creativo, insomma. E non ho mai fatto calcoli matematici né mi sono ancorato al passato o proiettato nel futuro. Come tutti i creativi ho vissuto nell’eterno presente del qui e ora non sapendo razionalizzare la mia esistenza e programmare i miei giorni con senso pratico e discernimento. Folle come tutti i folli che Tu hai voluto perché si ubriacassero della Tua Bellezza e scoprissero che avevi disegnato il mondo mentre lo sognavi. E i poeti e i sognatori vivono sempre in bilico tra sogno e realtà, come Tu hai sperato. Mi sono anche laureato e ho svolto un lavoro di responsabilità, ma non sono riuscito mai a farmene una ragione di vita. Non potevo chiudermi nelle gabbie del dovere, del grigiore di giorni sempre uguali. Tu mi hai dato il desiderio di un volo più alto e hai messo tra le mie mani una tavolozza di colori infiniti che ho trasformato in immagini e in parole, mescolando il vero con l’onirico, il cielo con il mare, sulle cui onde ho imparato a navigare alla scoperta di orizzonti che avevano nuove strade e nuovi confini. E li ho dipinti e li ho cantati come si canta il Creato e la Tua gloria, Signore. Ora eccomi qui, pronto alla Tua chiamata. Ma ho perso la Via giusta. E sono sperduto e confuso e ho bisogno di Te per chiederTi almeno di ritornare ad indicarmela in nome del Tuo Nome. Mi hanno detto che ti chiami… Amore! Sono in buone mani.
Sono giunto dove ogni Bellezza si fa completo appagamento. E la giusta Via è un ricamo di Luce da fotografare, dipingere, scrivere perché rimanga il segno vivo del mio passaggio sulla Terra. Nella speranza che altri creativi come me facciano tesoro dei doni da Te ricevuti: due occhi bambini per ritornare ogni giorno al primo giorno di sé, alla prima aurora del mondo”.

Come compagna di vita di Primo per circa sessant’anni, ho raccolto il sussurro delle sue parole, riportando alla mente del cuore i teneri versi che il mio carissimo amico Cris Chiapperini, che ora sta sicuramente chiacchierando con Primo di poesia tra le stupite stelle, scrisse per lui quel 4 giugno di dieci anni fa.
E sono qui a chiarire il senso e il significato di questo premio di Poesia, Pittura e Fotografia che noi della SECOP edizioni, accogliendo il desiderio del nostro editore, Peppino Piacente, siamo lieti di promuovere per ricordare degnamente Primo Leone nel decimo anniversario del suo volo tra le stelle, perché il messaggio della sua Arte poliedrica e autentica non si perda nel buio della dimenticanza.
Primo Leone

martedì 7 novembre 2017

Sintesi della Prefazione a AL CONFINE DI ME di Nico Mori


 … perché il mare da esplorare è ancora profondo, anche se lungo e infinito è l’oceano da attraversare (Ilario Verda).
È l'oceano, splendida immagine di copertina, che penetra subito con prepotenza di tempeste e con dolcezza d'azzurro i nostri occhi in un globo d'acque che circoscrive l'immenso e lo dilata nella sua stessa immensità (e Dio creò le acque...). E ci folgora di solitudine e di sogno quella vela bianca, che urla e canta e incanta, fragile e forte, e si esalta di libertà e di coraggio nel solcare tutti i mari alla scoperta di tutti gli orizzonti e sapere di sé, se vivere o naufragare.
Mi piace cominciare così la mia circumnavigazione intorno al confine/oceano di Nico Mori, un amico che non ha mai smesso di essere poeta e che sempre e da sempre ha cercato, come uomo, di scoprire/rivelare le sue verità, consegnandosi, agguerrito di sogni ed inerme di delusioni, a quel perimetro di spazio/tempo infinito/finito/indefinito, che segna la linea d’orizzonte (sfumata e appena visibile all'alba, solo ricordo e nostalgia con le ombre sempre più fitte della sera) e lo circoscrive: non al centro di sé, ma alla periferia, in uno spazio/tempo che gli appartiene, ma non è più suo o non più esclusivamente suo: essere/non essere tra un “io”, sentito dentro come un grumo di esplosione d’amore, e un “tu” che è soglia e limite e margine di sé e incontro/scontro con gli altri.
     Il nuovo libro di Nico Mori s’intitola, appunto, Al confine di me (SECOP edizioni, Corato): corpo e pelle, il margine, in cui quel grumo di sé è, ma si disperde nel tormento disperato di “sapersi” esistere nella sua interezza “dentro” e di scoprirsi, “fuori”, estraneo a sé e incompreso in un mondo che è anche il suo, ma che è “oltre”.
Che cosa rende evidente il nostro corpo se non il suo confine, l'istante, cioè, in cui esso si espone al pericolo di toccare e di essere toccato, di ferire e di essere ferito? Confine non è, allora, ciò che divide, ma all'opposto ciò che di noi, dei luoghi che siamo, è sempre necessariamente con l'altro...
Così il filosofo Massimo Cacciari, definendo il termine "confine", chiarisce alla perfezione ciò che Nico, undici anni dopo, ha voluto significare con la sua raccolta di poesie, prose e "altro".
Al confine di me è, infatti, il dentro/fuori che il suo corpo occupa e la sua pelle lambisce in un disagio di sé, dove non si ritrova e si va a cercare. Perché, oltre il suo stesso confine, l’Autore, esperto navigante in mare aperto, ricorda, in uno scrosciare di acque che si fa pericolosa zona d’alte maree, di gorghi e di tempeste, l'antico esploratore e guerriero, quando i giorni erano una fila di candele accese/ dorate, calde e vivide (Costantino Kavafis). Oggi, sfiancato pirata all’assalto delle ultime navi fantasma, a volte si trascina alla deriva di ogni altro da sé, verso un nuovo confine di sé da riscoprire, se vuole ancora salvarsi da ogni possibile naufragio ora che i giorni sono penosa riga di candele spente (ancora Kavafis), in I tulipani, splendida poesia che segna l’ingresso al libro di Nico, dopo la lettera a sua figlia Manuela che ne è la soglia, il primo varco, come dono e quasi testamento da lasciarle prima di rimettersi in viaggio e prendere il largo, ancora una volta, in alto mare. Nico, nella lettera a sua figlia, si definisce:
Un’anima che non smetterà mai di andare in cerca di meraviglie, dovunque si nascondano, quale che sia il prezzo da pagare, anche solo per osservarle..., e ciò sta ad indicare che il suo non è un nuovo libro, ma il libro. Testimonianza del mai sopito amore per la poesia e per la vita, che nella poesia s'incarna e della poesia si alimenta.
Rischierò il naufragio… o raggiungerò all’orizzonte l’isola dove vivono i sogni.
Nico, orizzonte di sé stesso. Isola di sogni dove l’orizzonte sembra baciare il cielo, ma dal cielo ogni volta si allontana non appena ci si avvicina a quella linea ideale che ci permette di scoprire e riscoprire l’oltre, che non sempre è prodigio e conoscenza, ma più spesso è vertigine, inganno, delusione e tormento.
Il tempo ha sospinto le mie vele/ al confine di me/ dove ogni strada si arresta/ al limite dell’Oltre...
È la poesia d’inizio, in cui il poeta forse naviga già oltre il “suo confine”, ma il libro non è una silloge di versi né una raccolta di racconti o di lettere e annotazioni, ma è di tutto un po’: un insieme di Nico. Uno zibaldone di leopardiana memoria, inserito nei nostri giorni e in fuga dai nostri giorni, tra prose, poesie, lettere, annotazioni, citazioni, appunti, che ne definiscono il “confine”.
Della mente? Del cuore? Dell’una e dell’altro insieme?
Forse... o molto altro di più.
Brevi pennellate di parole ed ecco che in più, rispetto al suo stesso confine, scopriamo un centro di sé bellissimo e colorato, fatto dell'azzurro della tenerezza e del rosso della passione e dell'amaranto di un amore dolce-amaro e del giallo dell'ammirazione luminosa e dello smeraldo che è armonia e speranza. Brevi ceselli di versi e l'arte meravigliosa di far fiorire un corpo di donna, un sorriso di miele, un ricamo di vibranti emozioni. Queste le prose. Questi i versi di Nico.
Per riprendere i voli alti dei suoi incanti infiniti con una nuova consolante certezza a fargli compagnia: gli è accanto Colui che tutto rimargina, tutto comprende, tutto dona.
E ha tramutato il Nulla che avvertiva dentro da molto, troppo, tempo nell'Immenso della sua anima, essendo ancora pescatore di sogni... Per "vivere" di nuovo e sempre POESIA. Con POESIA.



lunedì 9 ottobre 2017

Le Donne rese immortali dall'anima e dalla macchina fotografica di Giovanni Gastel




Ritengo banale scrivere: “splendida foto per una splendida donna”. Scontato.
Mi piace, in realtà, incantarmi a guardare questa Galleria superba della Femminilità, filtrata attraverso l'anima di Giovanni Gastel e la sua macchina fotografica. Meraviglioso strumento che tale rimarrebbe se non prendesse respiro palpitante nelle mani dell'Artista. Mi chiedo: ma una donna è sempre la stessa donna se viene raccontata da un uomo? Credo di no. Anzi, ne sono convinta. Siamo due universi distanti, anche se forse complementari. L'intuito femminile è diverso dalla razionalità maschile. E, se una donna nota maggiormente nella luce degli occhi o nella piega delle labbra di un'altra donna il suo mondo interiore e i suoi misteri, un uomo nota quel volto nel suo insieme di bellezza fisica o di seduttività. Se, però, quell'uomo è impastato di sensibilità creativa e poetica, allora quel volto di donna si fa poesia: ha in sé la luce del divino che dimora nell'opera d'Arte.
Non tutte le donne fotografate possono vantare questo soffio, sul loro volto, che è accadimento e prodigio. A quante sono stati negati la certezza del volto, lo stupore dell'accadimento? Quante hanno potuto emozionarsi specchiandosi in una foto ed emozionare lo sguardo di chi le ha sfiorate oppure osservate?
Con Giovanni Gastel accade.
E quel volto o quella figura femminile si trasfigura e diventa altro e altro ancora: si fa ricciolo di oscuro desiderio, di velluto e sogno, o cascata di grano nel campo di nessuno; sorriso d'anguria o ombra di occhi che temono la luce e luce di sguardo che percorre vallate e sale sui monti e si veste di cielo per riflettersi nel mare e guadagnare orizzonti mai esplorati. Oppure è corpo che si fa volo e ali di farfalla, gomitolo di lana o fiore che si dischiude alla vita. Spavalderia di gambe incrociate, esibite, in attesa, oppure coraggiose gazzelle, frementi d'avventura nell'andare; e seni nascosti, svelati, timidi, audaci che invitano mani e occhi e una passione che pulsa di un attimo appena e poi si spegne come cerino troppo breve per durare.
Ed è come scoprirsi in una Galleria buia che a tratti s'illumina di un bagliore: un lampo, uno squarcio. Un occhio divino su cornici vuote che le animano. Che si animano. Ed ecco il Volto. Di Donna. Ha due occhi che feriscono. Buio. Luce. Un altro Volto. Ha labbra-papavero che accendono il cielo di un sorriso. Buio. Lampo: quella donna non ha né labbra né occhi, solo un mistero che vuole celare. O svelare a chi sa leggere e vuole leggere in quel mistero. Buio. Squarcio. E il nero si fa ala di corvo, notte di rimpianto, urlo di due lacrime non piante sul pallore del viso. Luna sorpresa di solitudine e d'abbandono. Poi ecco l'oro di un volto sontuoso nella sua altera fissità bizantina di icona lontana che veste di preziosa antichità i monasteri del Kosovo e quello serbo di Kilandari.
Buio. Luce. Per Donne donne fiore donne erba donne prato donne sogno donne nuvola donne volo donne mare e maree. Donne svettanti come vittorie a lungo sognate e rincorse e afferrate. Donne protagoniste di una storia, di mille storie. E Donne che hanno scritto la storia della Moda, dell'Arte, del Cinema e del Teatro. Donne integrate nel loro tempo e spazio vitale o sbalzate come un bassorilievo oltre il tempo e lo spazio.
Rese immortali da quel lampo di luce che è talento più che tecnica, genialità più che immagine, sensibilità più che angolazione di ombre, amore più che posa o inquadratura.
Giovanni Gastel, con la sua macchina fotografica, le guarda le donne per ascoltarle. Le ascolta per conoscerle. Per riconoscerle e raccontarle. Entrando nella loro anima per vivificarle di una ineffabilità che solo l'anima possiede.
E le Donne della sua meravigliosa Galleria si accendono di mille atmosfere, di luminose essenze, misteriose eppure vicine, in tutte le loro sfaccettature, quasi fossero in un prisma in cui sanno esse stesse conoscersi e riconoscersi per colmarsi di pienezza di sé, di autenticità, di LUCE...

E, immortalando, Giovanni Gastel si immortala. 

mercoledì 4 ottobre 2017

“NaturalMente”: Fiero del Libro 2017


Si è appena conclusa la settima edizione di Fiero del Libro. L'argomento di quest'anno ha riguardato l'ambiente, analizzato nei suoi quattro elementi: terra, acqua, fuoco, aria. In logica continuità con quello dello scorso anno. Un “Fiero del Libro”, dunque, di alberi e piante e radici; di aria e di cielo e di voli e di stelle; di mare e di fondali marini e di coste e di naufragi; di fuoco e vulcani e lave e incendi e passioni. E di poesia. Sì, tanta poesia, abbracciata da tanta musica e canzoni e canti e immagini.
Un ambiente pensato con la mente e vissuto con il cuore.
Nell'aria vibra ancora l'eco delle tante emozioni, vissute individualmente e coralmente, in una conchiglia di case dipinte di rosso che incorniciano il Teatro comunale di Corato, meraviglioso palco naturale per i nostri incontri-dibattiti, per le letture e le presentazioni dei libri, per i concerti e i cori.
Un mondo bellissimo, il nostro, devastato purtroppo da ogni tipo di violenza. Quella umana è la più pericolosa. Mentre potremmo realmente imparare ad abitarlo “poeticamente”. Ecco perché mi piace raccordare questo Festival a quello precedente.
Nella scorsa edizione ascoltammo, tra le altre, la testimonianza diretta e coinvolgente del noto poeta Franco Buffoni, che intervenne con delle riflessioni molto profonde sulla possibilità che abbia la poesia di essere veicolo di salvezza in un mondo devastato dalla violenza e dalla indifferenza e se sia ancora oggi possibile vivere in questo mondo con poesia. In quest'ultima edizione, si sono alternati diversi relatori, altrettanto noti e catturanti, che sarebbe troppo lungo elencare con il rischio anche di dimenticare qualcuno. Veri e propri esperti nel campo ecologico, hanno dialogato e si sono confrontati, rivolti al numeroso pubblico, tra cui parecchi giovani studenti, su tutte le possibilità che le vecchie pratiche e le nuove tecnologie ci offrono per realizzare concretamente il recupero, la difesa, il rispetto e la valorizzazione di questa natura così bella, che non ci appartiene e a cui noi apparteniamo. Il possesso crea avidità e scempio, l'appartenenza fa nascere il bisogno/desiderio di prendersene cura, sollecitando la premura, la tenerezza, l'amore. Ed ecco che, ancora una volta, il tema si sposta dalla natura alla poesia.
E, come scrissi l'anno scorso, “Abitare poeticamente la terra”, espressione attribuita al poeta tedesco Friedrich Holderlin e ripresa successivamente dal filosofo Martin Heidegger (il quale puntualizzò che l’avverbio “poeticamente” stava a significare “essere alla presenza degli Dei ed essere toccati dalla vicinanza dell’essenza delle cose”), consiste nell’illuminare di tenerezza il quotidiano, anche con la scrittura e le innumerevoli voci nascoste nei suoni, nei profumi, nella musica, sogno della terra e del cielo, nei fiori, nei prati, nelle acque, e nuvole, e onde, e mare…
E anche oggi, come un anno fa, mi sembra opportuno ripetere quanto affermai allora: è necessario ritornare ad ascoltare le voci della natura, come facevano gli uomini primitivi, quando la natura non era ancora “desacralizzata” (Carlo Sini).
Prendere, magari, a modello i bambini che, con naturalezza, abitano poeticamente la terra. Si stupiscono. Si meravigliano. Non programmano i loro giorni, ma li vivono solo giocando e nel gioco e con il gioco imparano a scoprire il mondo, giorno dopo giorno, conquista dopo conquista, abbandonandosi senza steccati e senza confini al fluire del tempo e della vita.
Sarebbe bello, allora, formare delle cordate per aiutarci a vicenda e sentirci solidali, forti, felici. Ci riapproprieremmo così della semplicità della vita. Non vivono gli uccelli cantando e ricamando i cieli di voli senza l’ansia del cibo o di programmare il nido che a primavera riempiranno di pigolii e fremiti di ali? Ecco, anche gli uccelli come i bimbi vivono poeticamente il mondo. E così la natura tutta, quando segue il corso delle stagioni, le albe e i tramonti, lo sfolgorante mormorio delle stelle.
Lo so, la realtà, ha le sue leggi, le sue priorità, la sua arcigna faccia quotidiana. I suoi problemi, ma i poeti sono dei privilegiati per un dono assolutamente gratuito che li salva e li salverà sempre.
Come già scritto, non afferma Rilke che i versi sono esperienze che si vestono di stupore? Prima di scrivere un solo verso, egli afferma, bisogna aver visto molte città, aver conosciuto gli animali e le piante; sentito il volo degli uccelli e ascoltato il linguaggio dei fiori; ripensato ai sentieri percorsi e a quelli mai attraversati; ritornare all’infanzia; trascorrere i mattini davanti al mare e sognare tutti gli oceani. Più o meno così. Solo dopo aver vissuto, sofferto, gioito e pianto è possibile scrivere poesia. Ma possiamo tutti essere o diventare poeti della vita, anche se disponiamo di un tempo scandito da tutti gli orologi che distruggono il tempo della libertà e della creatività. La nostra stessa umanità.
Dobbiamo, allora, concederci un tempo senza tempo che si nutra di passioni della mente e del cuore in un contatto costante con la natura che è di per sé Poesia.
E la poesia per William Blake, come già sostenevo, è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo in un fiore di campo/ e l'eternità in un attimo”.
Siamo, purtroppo, solo dei naufraghi alla deriva di tutti gli oceani, come sosteneva fino ad alcuni anni fa Serge Latouche, ma per fortuna oggi lo stesso studioso ci suggerisce la possibilità di una “decrescita felice”! I primi segnali di rinascita ci sono. Si sta riscoprendo il piacere di leggere e di sollecitare a leggere i più piccoli, perché il futuro sarà nelle loro mani, a cominciare dal libro-giocattolo nella Scuola dell'Infanzia e dai tanti Laboratori di lettura animata nella Scuola Primaria e oltre.
In Fiero del Libro, poi, non ci sono le consuete presentazioni, ma viene attuata e diffusa la lettura partecipata: ogni nostro autore fondamentalmente legge i propri libri o quelli degli altri suoi “amici di cordata”, perché la lettura prevalga sul “racconto di sé”. E, così, avviene una generosa contaminazione.
E, con noi, anche i giovani hanno riscoperto l’impegno sociale e civile di essere “naturalMente” e “Poeticamente” sulle barricate in difesa dell'ambiente e di tanti altri diritti umani, senza mai dimenticare i sogni e l'utopia, che si alimentano anche attraverso le pagine di un buon libro.
Quest'anno più di ogni altro anno, abbiamo avuto tanti giovani con noi: un gruppo, proveniente dal Liceo Scientifico di Ruvo, per le ore di alternanza “scuola-lavoro”, impegnato in attività creative, costruttive, di marketing e di comunicazione; un altro del Liceo Classico di Corato che si è esibito nella rappresentazione scenica del Volo di Fetonte, nelle Metamorfosi di Ovidio, recitando in coro i magnifici versi nella lettura metrica in latino. Abbiamo volato anche noi (senza cadute di sorta) in un'atmosfera di commossa, antica consuetudine al bello e al canto.
Anche quest'anno, pertanto, è stata una esperienza che ci ha fatto riflettere e ci ha arricchito, all'insegna dei libri e dei lettori, dei dialoghi e dei confronti, della passione e della creatività, della bellezza e dell'Arte in tutte le sue varie e meravigliose forme.
Autenticamente. Poeticamente. NaturalMente.

 

domenica 3 settembre 2017

I 12 SEGNI ZODIACALI NEI DIPINTI DI MARISA CARABELLESE

dodici


Da qui bisogna cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata…
(W. Szimborska)

“Siamo sotto il cielo”, diciamo. Metafora del nostro timore e del nostro tormento nel saperci vivi in balìa di un presente precario e di un futuro che ci prefiguriamo colmo di imprevisti che non ci è dato sapere e controllare. Cosa accadrà domani? Ansia che tutti ci assale, negandoci persino la serenità per il tempo che ci è dato vivere.
“E le stelle stanno a guardare” (A. J. Cronin, 1935). Indifferenti alle vicende umane sulla Terra.
Ma è proprio così? E lo zodiaco, le costellazioni, l’oroscopo? Tutte fanfaluche che c’inventiamo per sopravvivere alle nostre stesse paure?
Nell’immensità del cielo abitano, irradianti luce, ben 88 costellazioni: doppio infinito.
Respiro immenso di cielo e di luce…
A noi poveri mortali ne bastano solo 12, quanti sono i mesi dell’anno e in ogni mese ciascuno ha la propria data di nascita, le proprie stelle di riferimento. 12 è un numero che porta bene. È quasi un Mantra da ripetere per liberare la mente dai cattivi pensieri e per propiziarci il nuovo giorno.
12 è 4 volte 3, numero perfetto per eccellenza, e rappresenta “l’ordine terreno e spirituale”.
Esistenza e trascendenza
12 le Costellazioni dello zodiaco
Misteriosi e misterici, i segni zodiacali si trasformano in simboli e miti, sogni e leggende.
Nella risorsa più profonda dell’anima individuale e universale per il nostro viaggio esistenziale nel tempo e nello spazio. Nella vita.
A ritroso: alla ricerca degli archetipi, in cui affondano le nostre radici, le credenze, i presagi. Vaticini e profezie. Vittorie e sconfitte nelle battaglie quotidiane. Inganni della storia. Illusioni delle leggende.
Verso il futuro: con lo sguardo rivolto alle stelle, appigli luminosi contro le nostre fragilità, il nostro tempo mortale.
Unica certezza l’attimo presente: immobile e in sé conchiuso, pur nel fluire eracliteo del tempo che ci avvolge e ci contiene.
Il passato è ricordo e memoria. Il futuro, attesa e speranza.
E le stelle c’erano e ci saranno.
Siamo figli delle stelle? Forse sì, se come madri luminose si protendono sui nostri giorni e ne influenzano le sorti. Forse sì se nel DNA siamo composti degli stessi frammenti degli universi che continuano a generarsi e a rigenerarsi perché infinita è la Creazione.
Ed è nel cuore delle stelle che cerchiamo i segni del nostro andare verso la conoscenza fuori e dentro di noi.
Al loro amore affidiamo il nostro Karma
Le stelle guidano il nostro cammino e c’influenzano come la luna fa con le acque e le maree.
Con il sangue mensile delle donne. Con l’ululato degli uomini quando è mistero di luna piena.
Marisa Carabellese, straordinaria e infaticabile “viandante” alla ricerca di forme e colori, guadagna il cielo e s’inabissa nel mare, fiorisce di terra ed esplode di fuoco per sostanziarsi d’Arte e Poesia. Scruta la figura umana, se ne impossessa e la eterna sulle sue tele, cedendo al richiamo delle passioni dell’inquieta materia e innalzandosi, vibrante e trasognata, alla luminosità dello Spirito divino, che pure la connota.
Nei suoi dipinti si condensano emozioni di conchiglie e di scale, di volute sinuose e di drappeggi fluttuanti, di pepli e copricapi morbidi e leggeri. Teneri sorrisi di bimbi e mani in preghiera quali colombe nel loro nido di verità. Volti di sole e sguardi di donna persi nell’insidia/incanto del sogno. Il fiore acceso delle labbra in un muto richiamo d’amore.
Nei suoi dipinti esplode la luce enigmatica del maschio ardimento giovanile: sfrontati occhi di ragazzi pronti a volare sulle ali di Eros per evitare l’abisso del nulla, paventato nichilismo ai nostri giorni. Nei suoi dipinti i volti delle stelle.
Nei volti il viaggio dell’esistenza che incrocia la VITA.
I volti sono foglie bambine che occhieggiano all’alba della propria primavera e verdeggiano di speranza fino a trasformarsi nel bosco umbratile con schegge di luce a ravvivarne la quiete e a indicarne i percorsi possibili, mentre il tempo ha ragione del suo splendore che lentamente va spegnendo nei colori autunnali fino al giallo e al rosso al marrone al colore accartocciato che sussulta nel vento dei primi geli per posarsi e riposare.
Una tavolozza che oggi veste di magia i ricami misteriosi delle stelle sul notturno bisso del cielo.
Marisa è tutta nei suoi colori, nei tratti acquerellati delle figure di ragazzi e di giovani donne dalla bellezza nouminosa e fiera, che si stagliano in cieli pervinca, rossastri, d’alabastro e d’erba tenera ricalcandone lo splendore.
E ripropone nei loro volti il mito delle stelle con i remoti segni della loro arcana presenza.
Da millenni d’anni luce esse giungono fino a noi e accendono le nostre notti in sordina, senza far rumore, per offrirci il loro canto di bellezza e di armonia, anelito trascendentale all’Infinito Amore che le ha incastonate nel cielo perché possano vincere ogni timore, ogni paura, ogni male di vivere, abbracciandoci d’eternità.


lunedì 28 agosto 2017

LE FAVOLE INIZIANO A CABRAS

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Oltre il blu brulicante di stelle che squarcia il silenzio, il fragore delle favole che iniziano a Cabras è legato ai piedi scalzi come radici radicate alla terra (le vene che affiorano imperiose/impietose sul piede nudo afferrano lo sguardo e vincono il cuore); radici/piedi, che corrono corrono corrono su un sentiero di polvere e sterpi, alberi e azzurro fino a scoprire il mare e una vela bianca contro l’inganno del vento. O il suo prodigio.
E, tra terra aria acqua e fuoco, inizia la prima favola a raccontarci il mondo primordiale ed eterno  nel suo abbracciare il giorno, che attende nuove albe e nuovi tramonti in una terra che è inno alla bellezza senza confini, nonostante le luminose acque (il cielo capovolto di stelle?), con onde alla battigia, a segnare un limite e a spalancarsi all’ardimento della libertà e alla determinazione nel “fatale andare”.
E l’isola è terra aspra di lunghe siccità (rossi i capelli spinosi degli isolani) e di pietre che hanno, però, suoni d’acqua e di fuoco e armonie sonore di lontananze siderali, dove il tempo incontrò l’eternità e si fece poi respiro d’uomini e d’animali.
L’isola, incanto di morbida lana di greggi illuminati dal sole che tutto governa e rischiara e dà vita all’erba e ai fiori del prato, che attendono la pioggia per dissetarsi e cantare l’inno delle piccole cose al Creato che,  immenso, sorride. 
Muro come pentagramma, la seconda fiaba di silenziose note su cui si posano corolle dischiuse di abiti che rendono omaggio alle donne di tutte le età e di tutti i luoghi abitati della terra.
E la femminilità, mortificata nel nero del lutto antico e dell’antico pianto, esplode di colori e di audacia con rosse bocche che rivendicano baci  mai dati e mai ricevuti.
Carezze di nuova giovinezza esibita e mai più sepolta o ignorata.  
La fiaba più lunga è scritta, nelle infinite rughe arate dal tempo, sul volto di ieri che si leviga di giovinezza in una fotografia dei suoi vent’anni appena, e sa di millenaria poesia che mai conoscerà tramonto. Come le ali immense dell’aquila reale che il solitario amante delle vette ardite, in un groviglio di tarlate rocce e di cielo frastagliato d’ali e di rami in gara con il vento, sfida per sapere la verità sulla paura arresa alla forza del mistero che quel volo immenso scrive, e canta alla vita. E i piani temporali si sovrappongono, si sfaldano, si rincorrono, si ricompongono in un tempo che non ha calendari.
E i cunicoli bui che s’inabissano nel ventre misterioso di una razza che ha sangue di mille razze di guerrieri e uccellatori e le geometriche guglie che fendono il cristallo intatto della volta celeste sono lame a ferirlo mentre s’innalzano in bianca preghiera a raggiungere il sogno di Dio che in questa terra incontra la sua orma.
In un piccolo cerchio di acque, prive di orizzonti altri, svetta l’“Idea” che si fa nuvola e si moltiplica nel suo andare senza ostacoli e senza disciplina a produrre meraviglie, come la corsa dei piedi scalzi che ora tornano tornano tornano perché dall’isola ognuno ha mente di andare lontano e cuore di ritornare: è qui che canta la pietra, qui “urla e biancheggia il mare”, qui si eternano la bellezza e la volontà degli uomini a eternarla in un ritrovarsi, alla fine del rito vestito di bianco, in lacrime e abbracci di abbandono a quel volersi bene che è un riconoscersi e un appartenersi.
E tutto vive e palpita (immagini suoni rumori nenie e canti e incanti e natura e sfondo musicale dolcissimo e  parole di favola antica e sempre nuova), nello splendore sapiente del film “Le favole iniziano a Cabras”, di un figlio giovanissimo della mia terra, Raffaello Fusaro, che ringrazio perché mi ha permesso di vivere con lui, e con tutti i coprotagonisti di questo viaggio fantastico, la Poesia selvaggia della campagna sarda, umile e appassionata terra di Arte e di spazi incontaminati pur nell’avanzare della civiltà tecnologica contemporanea, senza dimenticare la poesia forse meno tumultuosa, ma altrettanto magica, del nostro Sud nutrito da sempre con fiabe sole creatività fantasia immaginazione visionarietà amore.
E stelle come soli catturati nelle mani da far esplodere a migliaia. Raffaello ne è la conferma.

domenica 27 agosto 2017

UNA PERLESCENZA LUNARE

Ritratto di Angelica Grivel, Giovanni Gastel

Giovanni Gastel, ritratto di ANGELICA GRIVEL. Canon 1dx, 85mm. Luce: due quadra laterali e un beauty frontale. Stampa con leggera dominante rossa. Milano 2015




Una perlescenza lunare sul volto di questa adolescente/ fiore che si schiude al giorno in tutto il suo chiaro splendore. 
L'esile corpo racchiude un tenero pudore tra bianche braccia sulla bianca veste in contrasto con il nero intenso dei capelli, a pioggia sulle spalle. 
E la profondità dello sguardo, immenso, immerso nel mistero del sogno ancora tutto da sognare. 
E labbra di morbida conchiglia a sussurrare/ trattenere un segreto di stupore che ancora l’avvolge…  
Solo la delicata mano a sostenere la leggerezza di un pensiero che vola lontano, ma ha bisogno di un punto fermo per non perdersi oltre tutti i possibili orizzonti che la giovane età le promette e forse già disvela…
Tra luci e ombre di una realtà ancora da scoprire. 
E il cuore palpita di incontaminata emozione…