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mercoledì 16 maggio 2018

“Il vento il fuoco e le azzurre acque” - parte ottava


L’ombra di una foglia

In taxi si va
sotto un franare di foglie
ricamate di sole d'autunno
in questa Belgrado
che amo e ci accoglie di sorrisi.
Ai bordi del parco piove
controluce
una foglia ballerina
solitaria di stanco splendore.
Sul sedile scivola
la sua ombra/sogno
e
nello scrigno di mani-culla
la racchiudo
preziosa più degli ori di Chilandari.
(capriole il cuore che palpita meraviglia)

In riva al fiume

Il camino maestoso, festa di fiamme e scintille
d'allegria, ci saluta
tra vetrate con frasi d'amore serbe
e cuori dipinti.
La Sava mormora la sua nenia sognante.
Dormono pesci tra onde silenziose
di mistero.
Con vino rosso leviamo in alto i calici
nello "Stenka"
ad un soffio dal fiume
e dal ponte-vela con fili di luce.
Bata sorride a Verica occhi di luna:
nella mia lingua la sua terra
racconta e mordace svela
e di tenero candore avvolge.
Tra parole d'ironia Dragan sorseggia
boccali di birra e
carico d'invettive e risate
s'inerpica di tristezza sui profili dentati
di un passato che lascia ferite
e nessun rimpianto.
Peppino segna carte di progetti slavi
in un rimbalzo d'ascolto silenzioso.
Eterna in alcuni flash Daniela
istantanee d'incanto
(luogo e ora sottratti all'oblio
della dimenticanza).
Parole in riverberi d'intesa fra noi dilagano.
Sospesa in un canto lontano
inseguo pensieri anch'io.
Un frastuono di battute e di storie
(da ricordare poi con nostalgia)
è il nostro incontro qui dove il mondo tace.
Pacata sintonia tra occhi labbra cuore
e un gustare squisito di pietanze e dolce miele.
(Colomba di pace aleggia Poesia).

A Zorica venuta dal mare

Il triplice bacio a suggello
del nostro incontro,
amica venuta dal mare,
ti dono.
In pegno del mio amore
per la terra Serba,
incanto blu del Danubio
e mia nostalgia.
Lì Radomir e Dragan e Goran,
Bata e Ziga, Dragan Vucko, Milovan;
lì Lijljana e Milica e Milanca,
Emilia, Mira e Verica hanno voce
del cuore e un richiamo
d’acque, d’alberi e foglie:
sussurro di poesia.
Zorica,
curatrice del corpo e dell’anima,
sciogli i tuoi sacri versi
nella libertà che ti respira dentro
e fondi il tramonto del nostro cielo
con l’alba di ogni tuo nuovo giorno
che a Oriente ride
e si tinge di speranza
nell’intreccio delle nostre mani.
                           (Corato, 9 marzo 2016)
 
Danubio e Sava
È Danubio e Sava
d'acque e di luci Belgrado
in una lontananza d'abisso
dall'oblò dell'aereo
che di tristezza decolla
in un addio
di speranza forse un arrivederci.
Mi sorprende improvviso bagliore
di luna piena
a ricordarmi il cielo da attraversare.
Solo un colpo di coda
e il suo volto sorpreso
scivola giù.
Che incanto
la sprofondata luna
guardare a capo chino
quasi una preghiera d'ansia stupita.
(che il ritorno ci sia propizio
come questo insolito prodigio
negli occhi)

Stupore a Belgrado

Stupore di rinnovato canto
a distesa di verde e di blu
a danzarmi nell’anima
questa sera del rinviato addio.
È un sorriso da emoticon
la luna bambina
che si culla nel volto scuro
del cielo e lo rischiara.
Appena nata
quasi una nuova creazione
del mondo.
Dovidenja Beograd.



Quante rose s’apriranno stamattina

e quante ne cadranno domani
o sotto le raffiche degli uragani
avvizziranno. Il tempo ci affratella
noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.
                             (Giuseppe Conte)

                                                                                         Angela De Leo


sabato 5 maggio 2018

“Je suis Janette” di Enzo Quarto - Prima parte


I versi, scritti da Enzo Quarto nel suo libro bilingue (serbo-italiano, con traduzione di Dragan Mraovic) “Je suis Janette” (“Io sono la piccola Giovanna”) della SECOP Edizioni, e meravigliosamente musicati dal Maestro Giovanni Tamborrino, riportano subito alla semplice presentazione di sé che la fanciulla fece al processo che la vide salire al rogo, come eretica, nel 1431, a soli diciannove anni, durante la guerra dei Cento Anni tra la Francia e l’Inghilterra. E la musica ben si fonde con il titolo e  l’immagine di copertina di questo insolito poema, quasi canto, quasi ballata, quasi preghiera, quasi esortazione, quasi inno, in cui il poeta ha raccontato della santa eroica fanciulla per raccontarsi e raccontare, attraverso la parola “piena” e “forte” e “vera”, la povertà, anche linguistica, del nostro tempo, dominato dai mezzi di comunicazione più avanzati, ma svuotato del significato profondo della parola, che è fatta di ardore, di esperienza, di vita. Non a caso, la scelta di una mistica internazionale, con un respiro interculturale e interreligioso notevole. E non a caso, il titolo in francese, una lingua che coniuga in sé eleganza, raffinatezza, armonia. Una lingua che si piega volentieri a definire la fragilità e la dolcezza della “piccola Giovanna”. Nello stesso tempo, però, ecco l’immagine di copertina a restituirle la fermezza di una mano che incide sul foglio con determinazione e precisione la parola Pace. Una parola, forse oggi ritenuta solo di effetto, retorica, svuotata del suo reale, grandioso significato, ma in realtà ancora fortemente pensata, desiderata, proclamata più nel silenzio del cuore che nell’assordante rumore delle piazze e delle strade, dove altre “… parole inutili/ false/ insignificanti/ mercenarie./ Parole soffocanti,/ parole corrotte/ abusate/ pervertite/violente./ Senza speranza” hanno preso il sopravvento. Decretando la fine della parola-verbo, della parola ascoltata, “sentita” nel profondo della propria anima perché parola di Dio. “… Io di me so solo che ho dato voce a Dio./ È lui che me lo ha chiesto:/ La mia ossessione sono le sue parole.”
Ecco, sono parole veementi quelle di Janette in sua difesa al processo e in difesa della fede che professa; sono parole gridate per testimoniare la verità, a cui nessuno crede. Per testimoniare senza ombra di dubbio alcuno la sua vocazione alla santità. Ed è tanta la dimestichezza che ha con Dio che parla, riferendosi a Lui, tutto in minuscolo, perché vissuto come Padre che la esorta e la incoraggia a seguire la sua la sua missione. Per questo Lui l’ha eletta. Per la sua semplicità, per la sua innocenza, per la sua fede.
Enzo Quarto si ritrova in lei, le presta le sue parole che sono testimonianza della sua stessa fede, forte, certa, incontaminata, altrimenti non le avrebbe scritte, ma forse solo raccontate. La scrittura ferma nel tempo e nello spazio le voci che, se lasciate a sé stesse, hanno suono ed eco, ma potrebbero andare lontano e poi svanire nella nebbia della lontananza e della dimenticanza, disperdersi come foglie al vento d’autunno. La scrittura, invece, è sigillo di verità. Non è più soltanto un “ipse dixit”, che pure nel lontano passato aveva la sua forza e la sua autorità, soprattutto se era parola di filosofi e di profeti, ma è un atto concreto, reale, voluto, che si fa simbolo e segno e significato e senso di un ascolto interiore, quasi voce divina che s’incarna e si fa umana. La parola scritta è messaggio che rimane, anche quando percorre strade e mari e oceani per incontrare l’altro e l’altro ancora “… in questa nostra patria comune/ unica ed indivisibile/ che è il creato”. Così, felicemente, Enzo Quarto conclude la prima poesia del poema. Non a caso, la puntuale e colta Prefazione di Mons. Francesco Cacucci, dopo la commossa e commovente dedica dell’autore a sua madre, parla di “messaggio proposto dall’autore”… “un invito a vivere in pienezza la vita che il Signore ci dona, la vocazione che a ciascun uomo assegna, e che, se accolta fino in fondo, fino all’eroismo, come è avvenuto in Janette, ci conduce verso (…) la terra promessa. E, subito dopo, ecco la bellissima benedizione di S. E. Mons. Stanislav Hocevar, (Arcivescovo della Chiesa Cattolica di Belgrado), che fa riferimento ai “messaggeri”, agli “angeli” che portano agli “uomini di buona volontà”… “messaggi lieti” nella “melodia della lingua italiana”. Quasi una evangelica “lieta novella”. Sono, infatti, “… Parole libere per comunicare/ gioia/ amore/ fraternità,/ parole per esprimere/ pensiero,/ idee/ libertà…”.
Dunque, parole. Per comunicate agli altri i palpiti del cuore. E parole, per esprimere con originalità creativa i tumulti della mente. Dall’inscindibile binomio, per chi pratica il “sentimento della scrittura”, Enzo parte per un viaggio che prende due direzioni: la via orizzontale che conduce alla comunicazione sociale, oggi anche planetaria e in tempo reale, e l’alberato sentiero fiorito che va verso l’alto per incontrare il divino che è in noi e si fa Arte, musica, immagine (oh, la visionarietà dei mistici, degli artisti e dei poeti!), e voce e danza e volo in un “altrove” che è altro da sé, dove l’“Io” si disperde e si moltiplica in un “Noi” infinito. E la terra promessa diventa approdo di eternità. Ma, per giungere all’approdo, c’è tutto un cammino esistenziale da fare. Occorre partire dalle origini se si vuole trovare il bandolo dell’ingarbugliata matassa della nostra vita. Occorre partire dal Creatore di tutte le creature del Creato per riscoprire il “Verbo” nella verità della Parola divina o nell’autenticità della parola di una umanità bambina, che ha ancora occhi di innocenza per scoprire il mondo. E il poema diventa subito racconto biblico di un viaggio (Abramo lascia la sua terra e tutti i suoi averi per seguire la voce di Dio) per scoprire, nel tempo e nello spazio, noi stessi nella ricerca continua di Dio perché tutto avvenga secondo la Sua volontà. Ben presto, però, l’Alleanza tra l’uomo e Dio s’infranse a causa delle lusinghiere e false parole di lucifero, con cui l’umanità, poi, ha dovuto sempre fare i conti in una realtà continuamente dimidiata tra la Parola di Dio, umile e pura, e le parole “disperse”, “inutili”, “corrotte”, che sempre più ci avvolgono, ci stordiscono, ci ingannano. La parola, pertanto, si fa peccato e corruzione. Il poema diventa, così, inno alla parola: “… Le parole sono importanti/ non vanno sprecate,/ disperse/ vanificate,/ ma ricamate sullo stendardo/ dei vostri pensieri più nobili,/ scolpite sulla roccia delle nostre lapidi,/ issate come vele/ sui galeoni chiamati/ a navigare i mari dell’incoerenza/ della sopraffazione/ del mercimonio./ La più umile tra le parole/diventi gloria/ beatitudine/ onore”.
C’è, in questi versi urlati, l’esortazione alla responsabilità di un giornalista poeta verso tutti coloro, che hanno tra le mani i mezzi della comunicazione e della creatività, per   ritornare a farsi “vessillo” di parole semplici, vere, obiettive, sincere, ma anche profondamente legate al senso della giustizia, della solidarietà, della fratellanza (“… il giornalismo può fare a meno della verità per essere neutrale? La risposta è NO. Perché verità e neutralità sono niente senza legalità, giustizia e solidarietà, valori di cui la società contemporanea è assetata”, ha ribattuto con fermezza Enzo Quarto proprio ieri nel suo articolo specifico su <La Gazzetta del Mezzogiorno>). Tutti gli intellettuali dovrebbero conservare o recuperare “l’etica della parola”. Alda Merini afferma che solo la Poesia può riscattare il peccato della parola (polisemica, polivalente, ambigua) con la sua rinnovata innocenza, fonte cristallina di ogni verità.

venerdì 20 aprile 2018

La poesia, anima e respiro dell’universo


Non mi stancherò mai di parlare di poesia. Soprattutto dopo la benefica immersione di tre serate meravigliose, vissute all’insegna della Poesia, nella Poesia, per la Poesia. Con Poesia.
“Poesia anima e respiro dell’Universo”, il festival internazionale che ci ha visti coinvolti con entusiasmo e commozione tra parole straniere e una sola voce: quella dell’anima innamorata del canto della vita, tra realtà umana e sacralità divina. Il divino che si fa umano e “s’incarna nella parola” (Paul Valery).
In un momento storico così difficile, oscuro, problematico, amaro, violento, prevaricatore, aberrante, questo festival che s’impernia sulla interculturalità poetica assume un significato profondo: “la Poesia unisce i popoli, elimina steccati di ogni genere, rende l’umanità migliore” (Raffaella Leone).
Abitiamo sotto cieli diversi che è pure lo stesso cielo, abbiamo credi diversi, pure respiriamo lo stesso respiro divino che avvertiamo in tutto il Creato, noi uniche creature tra tutti gli esseri viventi a sapere di un Creatore, padrone della vita e della morte, a cui rivolgiamo la nostra preghiera e il nostro canto.
Parliamo lingue diverse, eppure abbiamo una sola voce: quella della mente, del cuore, dell’anima. Una voce che racchiude in sé Bellezza, Armonia, Compiutezza, Appagamento perché è Sogno, Passione, Memoria, Amore. Ha occhi d’innocenza dell’umanità bambina e si macchia della polisemia ambigua della parola. Bugia e Verità. Straniamento e Appartenenza. Possibilità di perdersi col rischio di mai più ritrovarsi. Solitudine del volo alto (Baudelaire e il suo Albatro) e desiderio di arrivare all’altro e all’altro ancora, fino a ritrovarsi in un “altrove” che è perdita di sé e ritrovamento di tutto l’altro da sé, che dilata orizzonti e non ha più confini.
Di qui, la “Poesia anima e respiro dell’universo”. In quanti modi possiamo denominarla senza mai poterla definire? Illimitatamente. Perché non è misurabile, né quantificabile né modellabile, la poesia. Non occupa uno spazio o un tempo perché è spazio e tempo insieme (Carlo Ossola sostiene che la poesia “dimentica il tempo e racchiude in sé il Cosmo”). Poesia è tutto quello che non è e che poi comincia ad essere, grazie alla immensa forza della creatività. La poesia è, pertanto, atto di creazione (Platone). È Spirito che aleggia in ogni dove (ruah, per gli ebrei). Illuminazione perché è Luce che mette in fuga le tenebre. È esperienza di vita che s’infiamma di emozione e trasfigura la realtà in qualcos’altro. È veggenza (Omero era cieco e vedeva mondi meravigliosi con gli occhi della sua anima fino a raggiungere il futuro perché fosse un eterno presente, guadagnandosi l’immortalità: quotidiana conquista degli uomini in gara con gli dèi). È visionarietà. È il segno della disgiunzione perché si ottenga l’unica congiunzione possibile tra erranza e appartenenza. Andiamo oltre noi stessi (erranza) per universalizzare il nostro sentire (appartenenza). È brivido che attraversa il nostro corpo e i suoi cinque sensi per impadronirsi del sesto senso (la sensibilità), che è lama che trafigge la mente, il cuore, l’anima per farsi essenza materica (la pienezza significativa della parola) e pura fonte di senso cristallino e nebuloso nella parola alata. Ecco perché la poesia è atto creativo e di fede. Ci fa credere in quello che facciamo. Nella parola che usiamo per rendere testimonianza di ciò che abbiamo guardato, sentito, vissuto e rivissuto, trasformato, vivificato, nel riso e nel pianto, nella illusione e nella delusione, nel sogno, credendo che fosse vero e della realtà vissuta come sogno. Tutto questo è poesia e molto molto altro ancora. È attimo di emozione che diventa promessa di eternità. È coraggio di affrontare l’ignoto che è in noi e fuori di noi e avvertirne la discrepanza che procura ansia, dolore, smarrimento. E, nello stesso tempo, quanta pienezza e appagamento e gioia un solo verso ci procura! È la nostra perdizione e la nostra salvezza!
Possiamo ritenerci dei vinti se l’umanità continua a rinascere grazie alla Creatività, filo diretto con Dio, che genera l’Arte in tutte le sue meravigliose forme?
Il poeta lo fa con la Poesia nelle sue innumerevoli declinazioni: è fluviale nelle liriche di Pablo Neruda e nei poeti cileni e sud-americani, ed è essenziale e simbolica nei versi di J. R. Jiménez e di tutta la poesia orientale, con una forza di grande adesione alla natura, di forte allusività e sacralità (vedi la poesia della grande nostra ospite giapponese Kayoko Yamasaki); e onirica e visionaria di Dante, il poeta più onirico e visionario della letteratura mondiale, o di Borges, molto più vicino a noi nel tempo, passando per Blake, fino al nostro ospite Bratislav Milanovic che, in “Lettera da un futuro remoto”, un meraviglioso poema che potremmo definire dantesco, scrive lettere d’amore azzerando tempo e spazio per eternarli su vari piani della realtà e del sogno e renderli immortali e continuamente ripercorribili in un autunno (l’ottobre) della vita che non ha confini ed è forse già nell’aldilà. Ma laggiù “la speranza è ancora speranza”, “io sorriso è ancora sorriso”, la parola è ancora parola”. E tutto ritorna e ricomincia. Con il corpo, la mente, il cuore, in un sogno d’amore che non può morire.
Realistica e ironica è, invece, la poesia di Ljubica Rajkic e di Dragan Mraovic. La prima grandissima poetessa rumena, il secondo il lo straordinario poeta, e il più grande traduttore serbo. Una poesia che trova i suoi primi cantori in Cecco Angiolieri o nell’Aretino sarcasmo nel primo e con maggiore vigore sensuale e “scollacciato” nel secondo. Un forte vitalismo (Aristotele, Bergson…) esplode in entrambi i nostri amati ospiti sia pure con esperienze e stili poetici personali e unici, ma con lo stesso ritmo e le stesse sospensioni del cuore, in grado di dare generosamente amore, desiderando di riceverne in ugual misura. Tra ironia, autoironia e malinconia. Tra il senso inevitabile della morte e l’inevitabile fatalismo di chi non può fare altro che accettarla. Con il sorriso della mai spenta, nonché amara, allegria. Sempre.
Quattro voci diverse e una sola grande poesia! Nella accogliente Biblioteca “Bovio” di Trani. Nel meraviglioso castello di Bitritto. Nella Sala delle Cerimonie dell’Ambasciata Serba a Roma.
E oggi, dopo chilometri e chilometri macinati, dopo intense emozioni vissute, dopo impegno organizzativo “fino all’ultimo respiro” profuso a piene mani, ci sentiamo tutti indubbiamente stanchi, ma compiutamente noi, pienamente felici, decisamente fieri di essere riusciti “insieme” (banalmente, “l’unione fa la forza”!): la SECOP edizioni (di Peppino Piacente e Raffaella Leone), l’Associazione culturale Fos  (Presidente Nicola Piacente) con l’Università popolare di Santa Sofia di Trani (Presidente Savino Giannella), l’Amministrazione comunale di Bitritto (Sindaco Giuseppe Giulitto), la Ambasciata Serba in Italia, a realizzare questo grande evento culturale e poetico di portata storica internazionale.
Sicuramente ci sentiamo anche migliori!
E dei versi di questi grandi nostri amici poeti parlerò ancora…




giovedì 23 novembre 2017

LETTERE DA UN FUTURO REMOTO di Bratislav R. Milanovic

lettere-da-un-futuro-remoto
Lettere da un futuro remoto è uno splendido poema d’amore che già dall’ossimoro molto originale e visionario del titolo cattura il lettore perché gli fa scoprire che esiste, nell’epoca della posta e-mail e dei velocissimi sincopati sms, ancora la possibilità magica e un po’ démodé di leggere delle lettere d’amore, scritte doverosamente “a mano”. Queste, poi, hanno un altro pregio in più: sono scritte sotto forma di poesia.
Sono lettere che giungono alla probabile persona amata da “un futuro remoto”.
Dunque, non sono mai state scritte? Non sono state mai inviate? Vivono in un mondo altro, dove passato presente futuro si uniscono in un sol punto?
Si nutrono di speranza in un futuro migliore del mondo attuale? Cantano una nostalgia che viene dal tempo ancora irrealizzato?
Forse tutto questo e altro ancora…
Intanto, occorre precisare che l’eccezionale autore, Bratislav R. Milanovic, non ha lasciato nulla al caso: ha suddiviso il suo poema in tre sezioni dai titoli molto suggestivi: “Del ritorno”, “Dell’inquietudine”, “Del sogno”. E “Sussurro”, che è un intenso e originalissimo compendio alla tre sezioni, in quanto riprende, una per una, le trenta poesie che le compongono e le ripropone in una sintesi molto particolare in cui l’anaforico ripetersi di alcuni versi, che sostanziano ogni poesia, crea nel lettore una visione d’insieme circolare e suggestiva di tutta la storia narrata.
Una storia che si distende lungo l’arco degli ultimi trent’anni, dal 1976 ai nostri giorni, in cui il poeta invia alla sua donna ideale una lettera per ogni anno trascorso, incasellandola nelle dieci che compongono ogni singola sezione. Quasi una simmetria dantesca, in formato ridotto.
Sono lettere d’amore dedicate ad una donna che probabilmente riassume in sé tutte le donne amate dal poeta in una sintesi fantastica e immaginifica di caratteristiche più psicologiche e comportamentali che fisiche, che trovano il loro culmine nella meravigliosa allegria che fa di questa musa ispiratrice una donna dal sorriso acceso, splendente di mille colori, frizzante, tenera, audace, altera, continuamente cangiante nella unicità della sua persona. Indimenticabile. Una donna che vive nel disordine creativo delle sue matite, dei suoi colori, pennelli e acquerelli con cui ha dipinto nel tempo il suo amato, “vivisezionandolo” e ricomponendolo in migliaia di immagini i suoi innumerevoli volti.
Bratislav Milanovic compie il prodigio di vivere, come avvolto e riavvolto, in una storia d’amore indimenticabile, indimenticata, su piani diversi, reali e irreali, tra una vita che sembra vissuta nell’al di là, tra le nuvole e le stelle, nel mistero del silenzio o di una musica celestiale, e la concretezza di dimore reali abitate in una Venezia affascinante di artistica suggestione romantica tra “merletti”, “vitrages”e “boudoirs”, o sulle rive del sonnolento Danubio, dove i gabbiani hanno nido. L’amata è “laggiù”, in un luogo indeterminato che può essere semplicemente la terra in una vita ancora terrena oppure Vraciar, il quartiere tanto amato di Belgrado, o nelle gallerie che si colmano dei suoi capolavori di pittrice o negli innumerevoli luoghi della mente del poeta, in debito col vino, dove lei alberga sovrana e rende la passione più vigorosa e imperitura: “Laggiù, da te, la passione è ancora passione”.
E i versi, sempre liberi e insolitamente dimentichi della rima, come è quasi sempre costume nella poesia serba (ulteriore motivo di originalità dell’opera, molto vicina al gusto occidentale della poesia contemporanea), ora si distendono, allungandosi all’infinito su un sentimento che va oltre la fisicità, lo spazio e il tempo; ora si contraggono in un dolore che non ha voce né respiro; ora si rannicchiano nel timore che il sogno svanisca; ora si flettono in una laica e inascoltata preghiera. Con segni d’interpunzione inusitati o poco frequenti nel normale linguaggio poetico; con metafore ardite e visionarie; con gli enjembement che dilatano il senso delle parole in un “continuum” senza soluzione di continuità; con i versi in corsivo che ripropongono una condizione di vita nostalgica, se ripropone un passato che non esiste o che non può tornare.
E anche gli spazi tra i versi hanno un significato, un senso. Una direzione. Una voce. E l’ottobre si fa metaforico tempo di un autunno che abbraccia anni già vissuti e si veste dei colori caldi delle foglie che rosseggiano, dell’ineluttabilità dello scorrere delle stagioni della vita fino alla dolcezza dei malinconici tramonti.
Il poeta, perciò, nell’autunno della sua vita osa il bilancio di un percorso esistenziale e si accorge che, tutto sommato, nonostante il paventato naufragio di sé in un mondo che segna il rovinoso precipitare di tutti gli ideali, la vita gli ha regalato tanto: il sogno, la poesia, la forza d’amare.
E, del resto, egli crede ancora nel potere salvifico della parola e soprattutto della poesia. Nutre ancora la speranza di poter sognare. Di saper sognare. Di voler sognare. Perché niente nel tempo si perde mai del tutto. Se si ripercorrono le vie del cuore. Capaci sempre di far germogliare fiori. Di donare frutti. Di sostanziarsi di nuova materica realtà, pur “desiderando” l’eternità delle vie che attraversano il cielo.


lunedì 16 ottobre 2017

Malinconia d’autunno (da "Il vento il fuoco e le azzurre acque")


Arance castagne melograni
in forma di foglie danzano
volano sognano girandolano
con lento vortice di vento
al pulviscolo dorato
del frammentato sole d’ottobre
Lacrima mestizia
agli occhi della siepe ingiallita
un autunno
che ha sapore di ricordi
e si perde nelle brume mattutine
ancora calde di progetti residui
Sorpresa e pentimento
ignorare nelle mie stanze di fatica
questo cielo ancora terso ai lucernari
corrucciato stanco rossastro
ma inviolato ancora
da nuvole e piogge e albe di brina
che s’affacceranno ai freddi cieli
d’inverno dopo tanta arsura
e un grondare di sogni feriti
nel grigiore

di uno spleen simile al pianto

(anche noi si sta
in attesa pavida dell’ultima stagione)


venerdì 13 ottobre 2017

SINTESI DELLA PREFAZIONE a IL GIOCO DEGLI ANGELI di LJILJANA HABJANOVIC DJUROVIC

gioco-degli-angeli

Sono in partenza per la Serbia. A Belgrado devo presentare la mia nuova raccolta di poesie Il vento il fuoco e le azzurre acque, tradotto da Dragan Mraovic e pubblicato dall'Associazione degli Scrittori Serbi. A Belgrado incontrerò i miei amici scrittori e poeti di lungo percorso letterario insieme. Sono felicissima di tornare a riabbracciarli nella loro patria che sento anche come mia seconda patria. Tante affinità e tanto affetto ci legano.
Per questo, desidero fare un omaggio alla mia amica Ljiljana Habjanovic Djurovic, postando qui una sintesi del primo suo romanzo, per il quale ho scritto la Prefazione e ho fatto l'adattamento alla nostra lingua su traduzione di Dragan Mraovic, altro mio carissimo amico e grande poeta, scrittore e traduttore serbo.
Ecco perché, prima ancora di parlare del romanzo, Il gioco degli angeli, mi piace presentare ai nuovi lettori la sua autrice, la scrittrice “più amata” in Serbia, la più letta ed apprezzata, la più premiata, e non soltanto nella sua terra, Ljiljana Habjanovic Djurovic, perché dovranno a lei le forti emozioni, le insolite riflessioni, i profondi percorsi interiori, che li accompagneranno nel loro straordinario viaggio tra le pagine di questo libro. Ljiljana affascina innanzi tutto con la sua scrittura, caratterizzata da un procedere molto particolare, attraverso il susseguirsi di frasi spesso lunghe e ben articolate ma, ancor più spesso, minime, costituite persino da una sola parola, nel fluire, quasi in continua sospensione, che è poi una continua puntualizzazione, di pensieri, situazioni, incontri, scontri tra la protagonista e i numerosi altri personaggi, spesso co-protagonisti nelle vicende della sua vita. Una scrittura quasi sempre fratta, dunque, ma proprio per questo molto originale, suggestiva, catturante, incisiva. Una sola parola spesso racconta il non detto, il non esplicitato, persino il silenzio, uno stato d’animo, una illuminazione. La frase breve e brevissima è più incisiva perché scarna ed essenziale, ma quanto più profonda e onnicomprensiva della frase dilatata, che rischia di diluire concetti ed emozioni o il contenuto della storia stessa. Contenuto, che ha le caratteristiche del romanzo misto di storia e fantasia di manzoniana memoria, ma anche della più recente connotazione letteraria, che ama la commistione di vari generi, fusi nell’arte di un nuovo raccontare ricco di più ampie suggestioni.
Il romanzo narra la vita di Miliza, la principessa serba del quarto secolo dopo Cristo, discendente della santa dinastia dei Nemanidi, che tanta parte ebbe nelle vicende dell’impero serbo nel Medioevo, e il suo continuo intrecciarsi con l’intervento soprannaturale degli angeli e soprattutto dell’ Angelo Custode. Ed è proprio l’Angelo Custode di Miliza la voce narrante: altra originale peculiarità del romanzo. Ma, accanto a lui, vivono ed intervengono, con più dettagliati chiarimenti sulla vicenda umana e regale della protagonista e, in particolar modo, sui compiti delle gerarchie angeliche, i sette Arcangeli. E tutti e sette hanno una loro “finestra”, per affacciarsi sul mondo degli uomini e tra i Cieli di Dio e disquisire di vicende umane e di volontà divina. Insieme, queste sette voci narranti, creano reiteratamente nel libro una sorta di coro greco che fa da sfondo a tutta la storia. Non è possibile, allora, leggere Il gioco degli angeli e non rimanerne catturati fino all’ultima pagina, per il dipanarsi di questa storia avvincente, che l’autrice propone con una straordinaria “sapientia cordis” e con un’abilità letteraria fuori del comune.
Si tratta di due mondi paralleli, l’uno visibile e reale, l’altro invisibile e immaginario, ma altrettanto vero nella mente e nel cuore della scrittrice, che si sfiorano e si contaminano a vicenda.
Nel romanzo é possibile soprattutto leggere il profondo amore della scrittrice per il suo Paese: la Serbia, dunque. Ma anche Krusevac, suo paese natio. Belgrado, nuova meravigliosa capitale. E il Kosovo, di cui offre uno spaccato di storia tra i più toccanti e veri.
Tutti i personaggi, inoltre, sembrano scolpiti. Mirabilmente caratterizzati dall’autrice in tutte le loro peculiarità fisiche, psicologiche, comportamentali. Ma la eccezionale statura letteraria della scrittrice si rivela e si evidenzia soprattutto nella sua profonda capacità di penetrare nel cuore degli uomini e descriverne le lacerazioni, i contrasti, i chiaroscuri dei pensieri; i desideri e le rinunce, i rifiuti e le attese, i progetti e le delusioni o le realizzazioni, i ricordi e le ansie per il futuro, i dubbi e la ricerca vana della verità e l’incontro con le verità, negli inevitabili conflitti esistenziali.
L’autrice racconta in modo mirabile tutto questo, facendo del suo romanzo un ricamo di storie nella storia, in cui vivono personaggi storici con tutte le loro ambizioni, passioni, illusioni; con le vittorie e le sconfitte; con tutto il bagaglio della loro umana esperienza, fatta per lo più di errori e di pentimenti, di rammarichi e di nostalgie, nella dolente rappresentazione di una umanità, incapace di vivere il proprio tempo nella pienezza del presente perché sempre rivolta al passato o proiettata nel futuro, decretando così il proprio fallimento e la propria infelicità. 
È probabilmente anche il romanzo del dolore, di una sofferenza dell’anima che spaventa e fa male, ma è anche il romanzo della salvezza, grazie alla Grazia divina e, forse, anche agli Angeli Custodi, che guidano, aiutano nelle scelte, proteggono dalle forze del male.
È, pertanto, anche un inno alla preghiera. La preghiera ci redime e ci salva.

Di qui l’importanza di un romanzo come questo. Da leggere e da “mangiare”come “pane quotidiano” per provare a diventare migliori.

lunedì 18 settembre 2017

INCANTI A BELGRADO

È Danubio d'acque e di luci Belgrado
in una lontananza d'abisso
dall'oblò dell'aereo
che di tristezza decolla in un addio
di speranza forse un arrivederci
Mi sorprende improvviso bagliore
di luna piena
a ricordarmi il cielo da attraversare
Solo un colpo di coda
e il suo volto sorpreso
scivola giù
Che incanto guardare a capo chino
la sprofondata luna
quasi un preghiera d'ansia stupita
(che il ritorno ci sia propizio
con questo insolito prodigio

negli occhi)