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lunedì 16 luglio 2018

Presentazione de La via delle vedove di Angela De Leo

Presentazione de La via delle vedove di Angela De Leo
Sannicandro, 10 luglio 2018

Castello Normanno-Svevo di Sannicandro (Bari)
Sera del 10 luglio

La pietra mi vince e mi esalta nel lungo salone di archi e volute come insolite nuvole e ali e onde materiche che salgono al cielo e vibrano e cantano la Bellezza che qui fremita di paesaggi murgiani. L’ulivo ha un fruscio di foglie, accarezzate dal vento in una svettante esaltazione d’argento e di verde a smemorarsi sul mare. E capelli di donne come spighe dorate danzano e spighe come capelli s’intrecciano al primo sole di luglio e drappi azzurri, trasparenti e leggeri, fluttuano al mito di una Primavera che cede il passo a Venere in una corsa di giorni da vivere tra la frenesia delle cicale e un “sogno di mezza estate”. E rossi tramonti di camini accesi raccontano storie antiche di donne e bambini, di fatica e bestemmie e mai un sorriso tra bocche cucite su ogni segreto che la vita insegna e tace. Porte spalancate all’alba che sa di preghiera e finestre con panni distesi a rapire un rimpianto di notti di deliri vissute senza amore. E il gallo canta la sveglia dell’ultimo minuto ignaro del tradimento per trenta denari. Ridono i papaveri per tanta dimenticanza mentre esplode un germoglio di mandorlo appena fiorito.
M’incanto a questa siepe di dipinti di rara armonia che fiancheggia la pietra e la rende viva di storie e di stagioni. E la pietra racconta. Si fa memoria e nostalgia. Si fa corona di così tanto splendore di immagini e colori e follie che hanno il respiro della nostra anima. E ritrovo in questa antica pietra e nei dipinti, in cui affondo il mio sguardo avido di bellezza e di sogno, tante descrizioni, nel bene e nel male, di questa nostra Puglia, magica e amara. Descrizioni, che hanno arricchito il mio romanzo La via delle vedove di tante stagioni che si sono succedute nell’arco degli ultimi cento anni, a ridosso del nuovo millennio.
Ed è qui, dove perdo occhi e cuore, che ritrovo le parole.
Quelle di Raffaella che salutano, e presentano le altre voci della serata e invitano il piccolo ma motivato gruppo di ascoltatori a seguire una storia fatta di tante storie di donne in una Puglia che attraversa il “secolo breve” (Eric Hobsbawm) senza avere consapevolezza di sé e delle rapide trasformazioni in atto. E la narrazione comincia. Raffaella è un concentrato di bravura, un vulcano in eruzione d’amore e commozione mentre parla del romanzo La via delle vedove e di sua madre, cioè io, che ne è l’autrice, poi cede la parola a Cettina Fazio Bonina, presidente dell’Associazione culturale “Porta d’Oriente”. Questa splendida Donna ha ricevuto il libro solo due giorni prima e mi sorprende per la sua lettura attenta e commossa. La ritengo eroica e mi commuovo anch’io nel ricordo appassionato che lei fa della sua infanzia così simile alla mia, pur essendo lei più giovane di me ed estranea alla cultura pugliese di quegli anni da me raccontati.
Le infanzie di tutto il mondo, in fondo, si somigliano per lo stupore di fronte ad ogni più piccola mollichina da scoprire; il candore di ogni esperienza vissuta con anima bianca e trasparente come velo di sposa; i giochi di sempre condivisi, tra saltellante gioia e furiosi litigi, con gli altri bambini; le regole degli adulti da imparare per conquistare autonomia e libertà. Per prendere il volo. Ma i nostri voli non andavano lontano. Non superavano la soglia di casa. Grazie, Cettina carissima, per le tue meravigliose parole dettate dal cuore e filtrate dalla tua mente ricca e profonda.
Poi, Valeria, la mia insostituibile Valeria, di cui mi piace pubblicare la “sapiente” Presentazione, che mi ha inviato dietro mia richiesta. Merita di essere letta da molte più persone di quelle che l’hanno sicuramente apprezzata nel magico Castello. Rigorosa, ma quanto illuminante, soprattutto sul versante psico-pedagogico, e con un occhio particolare ai bambini dall’infanzia negata. Eccola.
“Questo intenso romanzo si apre con un riquadro sulle rovine e sull’idea della demolizione, ma in realtà si riavvolge da subito, tondo e curvo come un gesto di amorevole cura, sul tema del tempo, «gomma miracolosa» (p. 15) che cancella (truccandoli) colpe e misfatti, in un tentativo di assoluzione che assomiglia (come diremmo oggi), ai filtri Instagram che usiamo per apparire più giovani, nell’illusione di ritrovare quell’ingenuità perduta che solo i pochi anni, e non i molti sconti possono regalare.
Questo è un romanzo che non pretende più, o soltanto, di incunearsi nella verità, ma che finalmente   cioè la vita – non è menzogna, ma occultamento e l’occultamento è un processo scientifico tagliente come una lama, profondo come la linea dell’orizzonte, lacerante come forbici infuocate a tagliare cielo e mare al tramonto.
La domanda che spinge alla fuga la protagonista, è cruciale: “ma qual è per me la condizione di vita più soddisfacente?” Una domanda senza risposta, che traccia il senso della nostra esistenza e ci inchioda alle nostre responsabilità, soprattutto quando questa si immette nella sua fase finale, mischiandosi alla paura della morte, alla fatica e alla solitudine. E qui mi ritorna in mente Heidegger, quando affermava che «l'esserci compreso nella sua estrema possibilità d'essere, è il tempo stesso e non è nel tempo». In questa estrema possibilità di essere, le persone si mostrano ciascuna con la propria maschera, che è l’interpretazione personale della propria storia. Eva ammette infatti che gli altri «sanno di me quello che fingo di essere e che racconto di me» (p. 34).
Le prime scene sono girate sul palcoscenico dell’infanzia. Non possiamo essere adulti felici se non siamo stati bambini felici. O se non siamo stati bambini. «Quanti giochi interrotti, quante risate paralizzate sul nascere, quanta paura affiorante nei silenzi e nelle lacrime […] quante esperienze mancate, quanti tumulti del cuore soffocati, quanti tormenti nascosti tra pensieri che avevano persino paura di pensare, che avevano imparato a non pensare, che avevano rinunciato a pensare» (p. 55). Angela De Leo descrive molto bene la pedagogia nera con cui Alice Miller ha definito le pratiche autoritarie così diffuse in un passato di fatto abbastanza recente, e le loro conseguenze sullo sviluppo infantile, disperatamente racchiuse in una frase famosa della psicoanalista polacca: «il modo in cui siamo stati trattati da piccoli è il modo in cui tratteremo noi stessi per il resto della vita».
Insieme al tempo, alla vita e ai suoi prodromi, anche lo spazio rappresenta una interessante linea di lettura di questo romanzo. Qui lo spazio è il Sud, come area geografica e metafora di un abitare misero e sofferente, diabolico e maledetto. Mai come in questi giorni è drammaticamente vero il passaggio che dipinge il Sud di tutto il mondo come «l’inferno su questa terra: tutti i mali si concentrano in terre, figlie di un dio dimentico di una umanità che vive, se vive, nell’indigenza, soglia varcata di malattia, dolore, morte» (p. 67). Di questi non-luoghi – per citare Augè – il racconto/ricordo di Eva attraversa con lucidità le vicende che segnano il Novecento, secolo del bambino, i rapporti tra i generi e tra le generazioni, l’educazione familiare e scolastica.
Il filo conduttore di questo itinerario è il concetto di margine e di scarto. Qui, inevitabile è il riferimento ad Ariès, il quale ha dimostrato chiaramente quanto sia stata forte in passato la convinzione che bisognasse mettere al mondo parecchi bambini per conservarne solo qualcuno. Come ha bene ricordato Trisciuzzi, questa forma di rassegnazione ha finito per plasmare la stessa relazione educativa tra genitori e figli, e in generale tra adulti e minori.
Fino a un recente passato, l’atteggiamento di indifferenza verso i bambini, esposti a tutta una serie di malattie e di incidenti mortali, serviva a tenere a freno il sentimento di tenerezza che naturalmente i cuccioli dell’uomo ispirano, proprio in attesa della sorte o del destino. Se non morivano fisicamente, i bambini del tempo morivano psicologicamente e intellettualmente, dispersi nelle maglie di un’istituzione scolastica che pretendeva di «fare parti uguali tra disuguali», come ha denunciato Don Milani. Parafrasando il bel libro di Edith Wharton, gli anni Settanta rappresentarono l’età (della perdita) dell’innocenza, e anche della perdita della ragione, dell’identità e dell’appartenenza, perché gli anni di piombo riuscirono davvero a crivellare il sé individuale e collettivo, e ciò che ne seguì fu che «nessuno seppe più chi fosse veramente» (p. 109).
La rivoluzione sessantottina plasmò i saperi, i poteri, i vizi e gli amori, più o meno dappertutto, tranne che nella via delle vedove e al mare, dove in effetti «il tempo sembrava essersi fermato su quelle vesti scure e su quei volti in dispetto con la vita» (p. 111). Vesti e volti di donne forti e fragili nello stesso tempo, rassegnate e testarde, in grado di tessere pensieri raffinati sulla trama di una incolpevole ignoranza.
Come zia Vienna, che addirittura fa del frammento di Eraclito «il carattere dell’uomo è il suo demone», l’essenza della condizione umana e del suo destino. Del resto la vita degli antenati di Eva, così priva di amore eppure piena di figli (una reale contraddizione in termini per noi) rappresenta la conferma dura e cruda di quanto sosteneva Hillmann sempre a proposito del carattere, che proprio nell’invecchiamento trova la sua forma più estrema e pura di disvelamento. «Il carattere influisce sul nostro modo di dare e di ricevere, sui nostri amori e sui nostri figli. Torna a casa con noi la sera e può tenerci svegli a lungo, la notte».
Questo è accaduto a Eva, che in una notte di girandole tra vita e morte, in una danza incessante tra vivi e morti ha finalmente ritrovato il significato della suo essere nel mondo e del suo romanzo familiare (e criminale). Se ciascuno di noi è Eva, dopo avere letto il libro non possiamo che restare svegli tutta la notte per ottenere qualcosa, e penso alla condizione femminile e alla questione meridionale. Se questo è ciò che vogliamo, e se ciò che vogliamo è giusto, destiamoci e vegliamo insieme, la pioggia ci aiuterà (p. 228)”.
Valeria Rossini



I titoli accademici, le prestigiose professioni e i tanti incarichi professionali e culturali, ricoperti dalle due straordinarie relatrici qui non servono: non aggiungono nulla alla loro bravura e unicità. Volendo, si possono recuperare andando a rileggere la locandina. Per me sono due persone che mi porto nel cuore: Cettina è un’amica, davvero impagabile per tante sue doti di grande cultura e umanità; Valeria è la “mia alunna” di passate stagioni, ma sempre presente ai miei giorni, con tanta amore e tanta poesia (scrive bellissimi versi anche lei, ma ora pubblica solo puntuali saggi di Pedagogia!).
Ogni intervento, in verità, ha avuto - durante - il silenzio, attento e commosso, del pubblico empaticamente coinvolto, con gli applausi che - a conclusione - sono esplosi coralmente e sentitamente. In una atmosfera rarefatta e sognante. Davvero abbiamo vissuto insieme un sogno. Da cui non riesco a destarmi… una mano, per favore! Anche per poter essere presente ai prossimi incontri...
E che la Bellezza, l’Incanto, la Poesia trionfino sempre!
Grazie, dunque, al pubblico, non numeroso ma sensibile e qualificato.
Un grazie particolare ai Maestri Pittori: Luigi Basile, Cataldo Mastrorilli, Enzo Morelli per averci fatto respirare Armonia, Eleganza di forme e contenuti, Sinfonia di Colori, Raffinatezza.

E un grazie di vero cuore al marito di Cettina Fazio Bonina (e gli chiedo scusa perché non ho memorizzato il suo nome e cognome, ma colmerò sicuramente questa lacuna!), che ha voluto rendere omaggio alla “appassionante serata”, scattando delle foto meravigliose per eternare la nostra femminilità, resa ancora più bella dalla gioia e dalla commozione che illuminava i nostri volti. Alla prossima... 

Angela De Leo

martedì 14 novembre 2017

ANCORA SUL ROMANZO "LA VIA DELLE VEDOVE"

In attesa di pubblicare il mio nuovo libro, Le Piogge e i ciliegi, ormai solo da rivedere, mi piace riportare qui alcune note critiche sul precedente romanzo La via delle vedove, che ha riscosso positivi apprezzamenti dagli “addetti ai lavori” e dai tanti lettori, che mi hanno gratificata anche con il loro passa-parola.
Dopo la pregevole recensione del professor Nicola Pice, ecco quella non meno attenta e dettagliata della docente Valeria Rossini. A entrambi va il mio grazie.


Il romanzo “La via delle vedove”, pubblicato dalla Casa editrice Secop, è stato presentato in diversi circuiti culturali con riscontri assolutamente positivi.
Nel cominciare il racconto l’autrice evoca la metafora della demolizione, attraverso la citazione di un pittore tedesco che dà abbrivio al romanzo: «Io adoro le rovine: quando ci si trova davanti alle macerie significa che si è anche davanti a un nuovo inizio» (p. 5). Da qui parte un viaggio a ritroso nella nostra Puglia come un pretesto, fenomenologicamente inteso come possibilità di tratteggiare un’interpretazione della nostra vita, delle relazioni significative, dei momenti di felicità e dolore che hanno attraversato i nostri giorni e che in questa condivisione rendono universale l’esperienza umana, indipendentemente da chi siamo.
«Ed ecco una storia di tante storie, il cui inizio è un cumulo di macerie» (p. 5). Una storia di una donna anagraficamente entrata nella terza età, che in realtà è la sua seconda vita, in cui il passato non appare più sfocato e le immagini delle persone che ha amato diventano finalmente nitide, anche nel loro non amore. Eva (prima donna) sta tornando all’inferno dei suoi venti anni, uguali e diversi dai vostri venti anni, per riaprire ferite mai rimarginate e abitare la stanza segreta dei suoi fantasmi, delle colpe proprie e altrui.
Leggendo questo romanzo, può nascere il dubbio che l’educazione al perdono che la nostra cultura – soprattutto religiosa – ha sempre considerato la via maestra della convivenza pacifica tra le persone, non sia sempre praticabile… Il perdono è forse l’alibi dei vigliacchi, e il vestibolo della rassegnazione. Il nostro Sud è stato ed è ancora srotolato sulle porte della verità come una tenda omertosa «che tutto nega e tutto accoglie con bocche cucite oltre il bianco abbagliante delle case» (p. 24). Case di donne, dominanti in quanto serve più che padrone, rimpicciolite anche nell’identità, attraverso l’usanza orribile di sostituire con diminutivi orribili anche nomi bellissimi.
Donne con un unico irrinunciabile dovere: rispettare il proprio marito ed essergli fedele fino alla morte. Si badi: rispettarlo, non amarlo.
Le regole implicite che da tempo immemorabile si tramandavano in silenzio le donne, di madre in figlia, recitavano infatti: «giaci a letto con tuo marito, fatti montare, sfornagli figli, ma non amarlo perché è il padrone del tuo corpo, ma del tuo cuore mai» (p. 39). E poi i bambini, che «andavano puniti sempre e comunque, per farli crescere santi, avvezzi alle rinunce e ai sacrifici. Dovevano imparare a non chiedere mai; e i maschietti dovevano trattenere le lacrime ed evitare ogni manifestazione d’affetto, ritenuta debolezza» (p.57).
Tutto questo in evidente contrasto con le teorie psicopedagogiche a cui si fa accenno nel testo, che rendono ancora più inaccettabile la rozza ignoranza di quelle donne, atavicamente infelici, «mummificate nel loro pseudo dolore e nel loro comportamento sempre uguale, sempre cupo, quasi obbedissero ad una legge interna di rinuncia alla vita. Alla sua bellezza. Alla sua armonia. Alla sua leggerezza» (p. 57).
 Non meno infelice era l’atmosfera che caratterizzava l’altro fondamentale ambiente educativo: la scuola, infestata da un’elevatissima mortalità scolastica. I figli dei meno abbienti erano ancora esclusi o si autoescludevano perché era convinzione comune che la scuola fosse una perdita di tempo che sottraeva braccia lavoro alla famiglia.
Non c’era attenzione né giustizia pedagogica per i bambini di allora, discriminati a scuola come bene ha denunciato Don Milani, invisibili in famiglia e indegni perfino di essere pianti da morti. Per i bambini piccoli strappati alla vita nella prima infanzia non era previsto il periodo di lutto di cui erano prova le vesti nere. Sembrava quasi che questi figli non avessero diritto di cittadinanza nel cuore della madre. «Eva si chiede ancora come facessero quelle mamme a ingoiare reiteratamente un dolore così grande. Come potessero mettere al mondo figli in continuazione anche in sostituzione di quelli che dal mondo sparivano come palloncini  persi nelle profondità del cielo. Come si poteva sostituire un figlio?» (p. 95). Niente passava attraverso il cuore, altrimenti non si spiegherebbero i tanti aborti procurati, taciuti e subito dimenticati.
Per fortuna vennero poi il sessantotto e la rivoluzione studentesca, «che avrebbero di lì a poco spazzato via tradizione, pregiudizi e soprattutto la cultura del mazziniano/kantiano “dovere” per inaugurare l’era della rivendicazione dei “diritti”: della donna, del bambino, degli studenti, dell’anziano, degli handicappati, di tutti quelli che, in pratica, non avevano mai avuto diritto di parola fino a quel momento» (p. 106).
Una bella rivincita, tracimata tuttavia poco dopo negli anni di piombo, di cui Eva ricorda la morte dell’innocenza collettiva e della ragione individuale, «perché nessuno seppe più chi fosse veramente con la perdita dell’identità e dell’appartenenza» (p. 109). Restava la vita privata a farle da specchio.
Restano i segreti inconfessabili delle donne della sua famiglia, con i loro indecifrabili lati oscuri e il loro «morire senza essere mai vissute» (p. 183).
C’è un’unica possibilità per Eva. Tornare indietro per andare avanti, ripercorrendo strade battute e sentieri inesplorati. Ecco allora che la riconciliazione passa attraverso la riappropriazione nel presente di ciò che abbiamo tentato di archiviare. Noi siamo il prolungamento della storia della nostra famiglia e della nostra terra, sia pure con inevitabili trasformazioni, ripensamenti e ribellioni. Noi siamo il tentativo di fuga da un groviglio di sentimenti inammissibili sempre in agguato, con cui bisogna prima o poi fare i conti.
Imparando a restare, e a restituire.
Difficile sapere se la protagonista è Angela De Leo, l’autrice, ma in ogni caso Eva resta la testimonianza viva e autentica di come si possa essere fino in fondo maestri di parole e vita, nonostante tutto.

Valeria Rossini


domenica 12 novembre 2017

Sul romanzo "LA VIA DELLE VEDOVE" di Angela De Leo

La-via-delle-vedove

Una premessa. Il romanzo si apre con una dedica al Salento, terra di sole, di mare e di vento, sotto la dedica la riproduzione di un quadro, che si dice incompiuto, ma forse non lo è: una Controra dell’indimenticato Nicola Parisi, con le case cubiche ricoperte di un bianco calce che degrada sino a dissolversi, mentre in primo piano sono ritratte in confidenziale conversazione due donne di nero vestite, come inchiostrate da una densa oscurità, dai volti volutamente indefiniti, volti senza volti. Alle loro spalle il tempo sembra dilatarsi per ricercare e comprendere le cose che più stanno a cuore. Insomma il quadro appare come un dramma in atto in quel gioco di contrasto bianco-nero e in quel voler produrre uno stato di malinconica nostalgia. Segue nella pagina successiva una affermazione di Anselm Kiefer, un pittore tedesco che da bambino amava divertirsi a giocare con i mattoni delle case bombardate: da un lato le rovine, dall’altro la convinzione che esse sono un nuovo inizio dopo ogni distruzione. Di qui il sotterraneo convincimento che serpeggerà nel romanzo che la speranza non muore mai, essa è una virtù bambina e traccia sicura un cammino vibrante verso il futuro. E se nei quadri di Kiefer uomini e donne appaiono raramente come se risucchiati dal passato stesso, e tutto si riempie di tinte cupe e terrose, crettature e stratificazioni, per Angela De Leo la lezione di Vittorio Bodini è fondamentale e ci deve essere una ragione se nel campo del prologo essa decide di riportare alcuni versi tratti dalla poesia “Conosco appena le mani” contenuta nella silloge Metamor (1962).
Ma se il poeta cantore del nostro Sud sceglie di andar via dalla sua terra, non sapendosi dare pace, e brucia i suoi ultimi anni in una condizione di morte attesa come liberazione, a me pare che il romanzo di Angela sia una risposta, la sua risposta, agli interrogativi di Bodini, ed è una risposta alla domanda che spesso agita le nostre coscienze: che ne è delle nostre memorie, dei nostri affetti, delle nostre letture, delle nostre emozioni? Che ne è? Che ne è stato? E soprattutto qual è il senso di tutta questa strada percorsa, di tutta questa vita vissuta? No, non possiamo dimenticare, non vogliamo dimenticare. Così tutto ciò che sembra essere infinitamente lontano, può tornare ad essere sentito come vicino in quanto parte del proprio vissuto, che non può raggrumarsi nel terribile vuoto della dimenticanza, ma occorre risvegliarsi dal sonno della noncuranza e della indifferenza, occorre saper ricercare il riscatto e non scoprirsi solo esseri che sentono freddo. E come la mitica via de Angelis per il poeta Bodini è stata una sorta di microcosmo, una sineddoche del mondo, un antro della memoria, una dimensione di spazio e condizione di sé e in essa si viene a determinare il miracolo della scoperta della realtà e della sua esperienza, così la casa di nonna Sabella diventa per Angela un miscuglio di oggetto e di mito, di realtà e di fantasia, di presente e di memoria, un insieme che sa di mistero e di favola, di profonda partecipazione e di disincantata ironia, di tristi condizioni umane e sociali, di volontà di riscatto e di sogni perduti in una irredimibile infanzia. Anche se quella casa non esiste più, essa vive nella nostalgica memoria: è scomparso “il giardino retrostante che un tempo respirava il giorno con alberi di limoni, fichi, melograni e vasi di fiori, gerani, begonie, belle di notte, donne in camicia, gigli rossi e bianchi. Sono rimasti rari cespugli di rose selvatiche a boccioli piccoli di un rosso vivo a formare macchie di sangue sul bianco di calce dei brandelli di muro. E col giardino spento è sparito anche l’orto rigoglioso un tempo di piante aromatiche, basilico, prezzemolo, salvia, rosmarino, alloro e diavulicchi di tutti i tipi, lunghi, rotondi, a campanella”. Ma questo luogo descritto nel romanzo a me ricorda quello della casa dei nonni della scrittrice. Come a voler dire che la cifra stilistica del romanzo non escluderà la dimensione autobiografica e ancor più la dimensione lirica.
Il romanzo di Angela De Leo, oltre che per l’originalità della struttura narrativa e per l’abilità di scandagliare a fondo nella psiche umana, difatti s’impone anche per la densità di uno stile fortemente elaborato e carico di accenti lirici.
“Era la prima a respirare il mare, a farlo entrare col suo rumore, col suo odore, col suo colore nel giardino e, dalle finestre spalancate, nelle stanze e negli occhi, nelle orecchie, nelle narici, nel cuore. E lei aveva imparato ad amare il mare da quelle finestre spalancate sul mare, da quell’azzurro che si riverberava sul suo letto, da quella nenia tenera o spaventosa che riecheggiava nel giardino, mescolandosi al lamento del vento, alla danza dei rami e delle foglie nelle albe ancora prive di sole o nelle notti ancora colme di stelle”.
Ed io credo che vada sottolineata la dimensione lirica che attraversa l’insieme delle tante storie di cui si compone e in cui si collocano ricordi, legami, emozioni, pensieri, che la memoria riordina per andare in cerca della propria identità. È così che la vicenda narrata, benché non rifugga da analisi sociologica e comprenda risvolti psicologici interessanti, di particolare rilevanza e spessore, da autobiografia si fa biografia collettiva, da racconto di una vita, che è quella della protagonista, si apre verso lidi più lontani e ingloba conoscenze più profonde. Il filo rosso, che collega immagini e volti, emozioni e suoni, stati d’animo sospesi e inafferrabili, è tenuto sempre sospeso dalla scrittrice, se pur essa sembra voglia utilizzare la tecnica della Ringkomposition, ovvero la struttura ad anello, e una volta avvenuto lo spostamento del piano temporale, dal presente al passato, la mente dell’io-narrante si “perde” nella narrazione del viaggio della vita alla ricerca di un tempo disperso nella memoria, spesso evocato attraverso i flussi della coscienza, per un avvertito bisogno di dare senso alla propria esistenza, magari in cerca di risolvere il suo enigma che poi si rivelerà foriero di conoscenze e di verità: il segreto aguzzino, che la tiene in ostaggio “all’inferno dei suoi vent’anni”, diventerà il punto di partenza da cui ripartire per costruire una nuova strada di libertà di pensiero, di azione, di sentimenti, emozioni e desideri non solo per se stessa, ma anche per tutte le donne tenute in ostaggio dai condizionamenti ambientali, familiari, culturali, religiosi, storici. Insomma “un sogno di luce che nella luce muore”. Una storia di una donna, dunque, che scorre lungo spazi e tempi differenti, e si riannoda alla storia delle altre, quelle altre donne a cui spesso la libertà era stata negata e la forza della marginalità era diventata la sponda della loro esistenza tutta espansa tra squilibri e ingiustizie, rimorsi e nostalgie. Sono le donne che affollano la via delle vedove, “donne con abiti neri lunghi fino alle caviglie, coperte da pesanti calze nere, come tanti corvi neri con labbra concave su bocche sdentate e parole di pianto e di lamenti, lugubri come quello degli uccelli nei cimiteri”, “donne che restano impassibili e mute al funerale dei loro uomini, donne alleate in un unico segreto e nemiche per quell’unico segreto, donne capaci di tutto perché tutto alimentavano con l’odio crescente verso uomini ignari e colpevoli; per il loro inconsapevole maschilismo, perché figli di una cultura retriva e priva di orizzonti più ampi, per la loro incapacità di guardare negli occhi le loro donne, accontentandosi di saziarsi dei loro seni e delle loro cosce (…) come innocenti, vittime più che assassine, si ritenevano dopo ogni aborto vissuto nella complicità estranea e silenziosa della mammana, che buttava giù le tante gravidanze indesiderate con il chinino in abbondanza e i ferri per lavorare le calze di lana piantati nei loro ventri”: sembra una pagina del famoso Ernesto De Martino, l’antropologo che vedeva la miseria culturale della società meridionale come specchio di una miseria psicologica determinata a sua volta da condizioni storico-sociali imposte all’intero Mezzogiorno da un regime di subalternità plurisecolare. E la conferma che nel romanzo ci sia un’eco evidente del grande studioso è in questa citazione che sembra voler evocare il titolo dell’opera sua più nota: “Ed è nel mosaico di un sud baciapile e asfittico, inconsapevole e rassegnato, che vanno a collocarsi le tessere delle storie consumate nella “via delle vedove” per poter meglio comprendere il loro senso e significato. Storie di vesti nere come lutto eterno, soprattutto nei paesi dell’eterno rimorso”. Sul filo della memoria riaffiorano così i sussulti di orgoglio e il tenace attaccamento alle tradizioni, la volontà e l’ansia di progettare un futuro diverso, senza mai smarrirsi. Questo trascorrere del passato si fa misura dell’anima, e della pioggia battente che diventa metafora di nuovo giorno: “un giorno di pioggia che lava tutto e tutto rinnova. Fa nascere l’erba e fa fiorire i prati”, il segno del passaggio dal vecchio al nuovo mondo, “dalla inconsapevolezza delle vesti nere alla coscienza di sé come donna finalmente libera da tutti gli oscurantismi e da tutti i pregiudizi”. Il buio dei vicoli stretti e tortuosi dell’umano esistere può colmarsi di nuovo sole e riempirsi di nuove speranze e di nuovi sorrisi.
Questa narrazione per frammenti di memoria, che grazie alla fluidità dei vari pensieri si dispongono ora secondo un ritmo lento, ora secondo un ritmo più andante se pur sempre lineare, si risolve in un viaggio dentro un tempo che non c’è più e continuamente si arricchisce di finissime sensazioni che sono fondamentalmente fuse come note che si giustappongono in una partitura musicale per creare un’armonia, sia attraverso la evocazione del paesaggio del Salento con la sua luce, i suoi suoni e respiri, indistinti e confusi; sia con l’impiego di locuzioni e frasi dialettali che danno una coloritura più veristica a cose e persone al fine di meglio penetrare nella loro più intima dimensione.
Un’ultima considerazione. La ricchezza della lingua, che ha un suo indubbio fascino e si fa luogo in cui avvengono esperienze significative di conoscenze o di emozioni, la lingua ricca, appunto, spiega ulteriormente il pregio di questo romanzo. Angela conosce e ama la letteratura, e ci invita ad amarla. Per noi amare la letteratura significa credere che i personaggi del libro che stai leggendo sono lì, vivi e parlanti vicino a te, col loro mondo e i loro problemi, e a me sembra proprio che i personaggi di questo romanzo siano vividi appunto come vivido è lo stile della scrittrice.
                                                                                                   Nicola Pice