venerdì 10 febbraio 2023

Venerdì 10 febbraio 2023: e la neve fece rabbrividire di stupore l’inverno

Martedì la neve della notte ha bussato ai vetri dell’alba ed è penetrata nei miei occhi già colmi di meraviglia e ha gridato nel silenzio della casa addormentata “la neveeeeee” e tutti si sono svegliati e sono corsi a fotografarla. Io, non potendo correre né camminare, inchiodata alle mie gambe fragili sono rimasta incantata a mirarla mentre ho sentito fiorirmi dentro versi di cristalli bianchi di bianco candore nel ricordo dei passati inverni. E oggi, dopo ricerche tra pagine sparse e fogli e note di versi nevosi dimenticati, recuperati, raccolti nella cesta delle poesie, sistemati tra rami secchi e foglie accartocciate, crudelmente cancellati come figli non voluti, ripescati col senso di colpa che ne è derivato, adagiati nuovamente in un letto di rose e ciclamini, permettetemi di riportarli qui come un canto di fiocchi bianchi negli occhi trasognati di Giulietta Masina-Cabiria. E Fellini mi sorride.

Certo, oggi è la giornata del ricordo. Non ho dimenticato. Ma non c’è stata connessione purtroppo al mio computer e non ho potuto fare testimonianza come avrei voluto e dovuto. Ho bisogno di rivedere quanto già scritto e spero di fare in tempo a pubblicarlo tra oggi e domani. Intanto, ecco un soffio di poesia a renderci forse, dopo tanto tragico dolore, nuovamente umani.

Penetra negli occhi stupore

antico di bianche piume 

d'ali d'angeli in volo 

di sogno sbriciolate tra rami

di panna e zucchero filato 

e bicchieri colmi di bianca spuma

e vincotto da mangiare

al fuoco riverberi d'inverno 

        e bracieri accesi 

e racconti come fate in volo 

       e le voci mai lontane 

        fiondate nel cuore

‌                 1956 

di strade bianche percorse 

con passi di scriccioli

infreddoliti e un amore

da vivere piano

 senza far rumore nelle sere 

di geloni e stelle filanti 

e mascherine

danzanti senza domani

da ricordare

      e vivere l'attimo

del batticuore assordante

tra mani di gelo

Tu non c'eri e non ci sarai

visibile agli occhi in un segreto

di bianco cristallo appoggiato 

a un intrico d'alberi bianchi

che vince il buio dell'assenza

presenza di girasoli a distesa

  e Lara e Zivago a perdersi

 nel racconto di braccia protese  

   in un abbraccio sfolgorante 

           di neve a primavera

                   (ricordi?)    

  

 

Mi sorprende l’alba

Con un tappeto di nuvole

Che sfilacciano il cielo

La lampada di Aladino

Il tappeto volante

Alì Babà e i sette ladroni

Danzano tra i miei occhi

Insonnoliti

D’improvviso

Una stella cometa

Fora il tappeto attraversa

Il mio cielo di gabbiani smarriti

E si porta ladroni e Aladino

Lasciandomi nello stupore

Della lampada accesa

Su tutte le stelle da afferrare

E i sogni da inventare

Per riscaldarmi ai fiocchi

Soffici di neve

(teneri ricordi nel silenzio

 dell’inverno che è realtà)

 

 

Dono immenso degli dèi

il progetto di vivere

questo tempo d’inverno

che nasce

ad una voce

negli anni che s’addensano

di malinconia.

Nuvole oscurano il cielo

d’inverno

in attesa di albe d’infinito.

Cadrà la neve

in un chiarore di mai spenta

Poesia e avrà passi

di danza su formichine

addormentate in cavi

d’alberi spogli come il rimpianto.

Accadrà che una festa di farfalle

volteggi leggera

nell’aria intrisa di fiocchi bianchi

d’innocenza bambina

al canto del cuore rinato

(e avrà una preghiera

 di bianco candore

per ogni dono che renderà

Sacro il volto nuovo di ogni uomo

                 domani)

 

 

 

Febbraio di triste cielo sferzato

Di vento

Di rami frastornati a rapire la luna

S’illumina il giardino

Al prodigio festante di ciclamini

Che ridono di giovinezza

Riso dimenticato

Nel tempo che s’acquieta

Sfogliando di notte le stelle

Sempre più accese nel sogno

Che rimane

(Fiocco di neve

 che si scioglie tra le mani)

 

Tutto qui? Per ora basta così… Angela

venerdì 3 febbraio 2023

Venerdì 3 febbraio 2023: a mia sorella ANNA MARIA...

Ancora un compleanno, mia carissima Anna Maria, sorella di straordinarie intese con il cuore e nell’anima. Oggi non voglio scriverti una poesia, come sono solita fare, ma un testo in prosa, che ci riporti alla memoria i ricordi che noi due non cancelleremo fino al giorno “dell’ultimo saluto”. Voglio prima di tutto donarle un ricordo, impacchettao, che probabilmente gradirà: la sua INFANZIA, e non solo. Anna Maria nacque dopo il ritorno di babbo dalla guerra e dalla prigionia. Era bellissima e molto vezzosa. Aveva occhioni di stella in cui gli occhi di babbo, chino sul suo lettino, si perdevano. Quegli occhi lo stregavano. La chiamava affettuosamente “Paparozza” e la sommergeva sempre di baci, cioccolatini, regali. I nonni, invece, la chiamavano “fìcca-naso” perché era molto curiosa e andava per casa ad aprire cassetti e armadi per tirare fuori ogni cosa che le capitasse a portata di mano. Anna Maria era anche molto capricciosa e cominciò subito a vincere tutte le sue battaglie appena fu in grado di affermare: “Tanto devo piangere che mi dovete accontentare”. E, in effetti, quando chiedeva la luna e nessuno era in grado di procurargliela, lei cominciava a piangere con un pianto lungo e inconsolabile tanto che, come d’incanto, la luna si materializzava nelle sue mani e in casa tornava la quiete. Aveva un’altra caratteristica che la rendeva unica: amava cappellini e borsette e guai se mamma non la “addobbava” a dovere. Senza cappellino e senza borsetta lei non usciva mai di casa. Io la canzonavo chiamandola “Anna Maria del cappellino”. Lei andava su tutte le furie, ma, appena riusciva a farsi sistemare con vestitini bellissimi e cappellini sfiziosi e borsette meravigliose, correva ad abbracciarmi felice. E pace fatta fino al nuovo capriccio. Mamma e babbo l’assecondavano sempre. Troppo bella per farla piangere. Troppo deliziosa per non rapire il cuore di tutti. Era l’immagine della felicità. Inno alla vita. (Oh, quanto purtroppo avrebbe pagato quell’infanzia felice… la vita non le ha risparmiato niente: la rinuncia a cantare, perdite atroci, sofferenze terribili e prolungate nel tempo, ma lei non ha mai perso la voglia di vivere, la forza di andare avanti, il coraggio di affrontare ogni avversità con il suo grintoso sorriso…). Anna Maria! Che tu possa sempre sorridere alla vita con il tuo canto nel cuore e i tuoi occhi grandi di bambina. Con mani generose verso tutti. E circondata da tanto l’amore. Ma non finisce qui.

Poi, siamo cresciute e dopo alcuni anni di lontananza (io e Lizia con i nonni nel nostro paese natio e tu con il resto della nidiata in un paese dove cantava il mare una nenia di culla ai piedi dei monti a fargli corona), io vi raggiunsi per andare in una scuola statale con ingresso tra bianchi scogli e azzurre acque. E lì nacque una complicità che ancora ci appartiene: quando stavamo insieme nella città dei monti e del mare, infatti, eravamo complici anche di altre simpaticissime esperienze, vissute in virtù del fatto che qualche volta rimanevamo da sole in casa per alcuni brevi giorni perché mamma e babbo andavano dai nonni e da Lizia e, in loro assenza, io e lei poltrivamo senza muovere un dito, salvo poi a far trovare tutto in ordine al loro ritorno con la spesa bella e pronta, che Anna Maria era solita fare presso un negozio a due passi dalla caserma, “dalla Gatta”, dove comprava ogni bendidio, facendo mettere tutto sul conto e facendo in modo che babbo non si accorgesse dello spreco in budini, cioccolata e merendine. E la casa la tirava a lucido lei da sola in men che non si dica. Era un maschiaccio col viso di angioletto, poco celestiale e molto terreno: grandi occhi curiosi e larghi sorrisi di malizia e di allegria. La sua gioia di vivere! Io non le ero granché di aiuto: sempre sognante, innamorata della luna e delle canzoni romantiche del tempo che fu e tutti i miei lavori in casa erano al rallentatore. Ma lei non si disperava. Anzi, era sempre prona a riportarmi alla realtà, ma sempre con spirito combattivo e tenero nei miei limiti di imprendibile visionarietà.

Quando, invece, andavamo tutti in vacanza nella “casa del gelso e delle rose”, io e lei, con la segreta adesione di Lizia, amavamo fare i regali a tutta la famiglia e soprattutto a mamma, per il 16 luglio, e, per il 2 e 4 agosto, ai nonni che erano soliti festeggiare l’onomastico con un lungo strascico di visite, di auguri, di dolci e rosoli della durata di tre giorni. Come dimenticare quel “triduo” di festosa accoglienza di amici e parenti e conoscenti nella nostra casa? In quelle circostanze, Anna Maria rivelava tutta la sua intraprendenza: mentre io accumulavo le uova fresche che ogni mattina la nonna ci dava da bere e le conservavo accuratamente per nasconderle ad occhi indiscreti degli  adulti, lei di nascosto andava a venderle da Pino, il nostro salumiere di fiducia, e sapeva contrattare anche sul costo di ogni uovo tanto da portare a casa e da me, che l’aspettavo al palo, una insperata sommetta, che ci permetteva di comprare dei regali anche abbastanza costosi e belli. Io non sarei andata a fare quelle “missioni impossibili” neppure sotto tortura. Lei ci provava gusto. E saltellante e spensierata come una gallinella si avviava con il paniere delle uova, nascosto nella sua borsetta sempre più capiente, e se ne tornava più leggera a passo di danza e con un’impagabile espressione di luminosa furbizia sul volto. Io l’attendevo sempre con apprensione sul marciapiede, per ulteriori complotti organizzativi. Lei, un vulcano con gli occhi, con la mente, con le mani. Un vulcano nel cuore. Per questo babbo si lasciava sempre vincere dalla sua esplosiva carica di vitalità.

Oggi siamo invecchiate, ma siamo sempre pronte a lamentarci insieme e a ridere insieme. Spesso a crepapelle e per ogni nonnulla. Una battuta di spirito o una parola senza senso che per noi è una scintilla di ilarità. E così, anche ora, spesso nelle mie notti insonni, con gli occhi spalancati penso alle sue notti insonni e con gli occhi spalancati a cercare un perché. Non so a chi delle due vada meglio.

Io, però, nelle mie notti insonni, scrivo sul “note” del mio cell: poesie, annotazioni, riflessioni, inizi di racconti, integrazioni a nuovi saggi e romanzi che forse mai vedranno la luce. E rinverdisco ricordi. Questa notte ho pensato a lei, Anna Maria, con maggiore intensità. Ho riportato alla memoria il suo temperamento forte, il suo coraggio.

Quando il nostro adorato nonno si ammalò, per esempio, e mamma dovette tornare nella casa del gelso e delle rose per curarlo, ed era fino alla sera un lumicino spento di stanchezza, anche Anna Maria fece la sua parte. A febbraio, non festeggiò i suoi diciotto anni. Subito dopo la Befana, con i nostri fratelli, dovette raggiungere babbo ed ebbe l’ingrato compito di sostituire mamma nella conduzione della casa. Fu un periodo difficilissimo pure per lei, che diventò adulta d’un colpo solo, tanto è vero che riuscì a districarsi veramente bene, per non fare preoccupare mamma e per non dare a babbo la possibilità di lamentarsi o di infuriarsi. Inoltre, doveva anche studiare. Quell’anno aveva gli esami di Stato, essendo anche lei come Lizia anticipataria. E ci riuscì brillantemente senza che nessuno si prendesse cura della sua impegnata solitudine. Poi, tornò da noi e incontrò Nicola, che sposò dopo cinque anni di grande amore e grande abnegazione, per aiutarlo a studiare, a vincere un concorso, a sistemarsi. E dopo appena due anni di immensa felicità e con una bambina di nove mesi e un’altra a palpitarle appena sotto il cuore, perse il suo uomo in un devastante incidente stradale, che la lasciò tramortita e disperata.

Furono solo i suoi trentatré anni, cristo dai capelli inanellati di rosse spine, a frantumarsi sulla curva della strada bagnata, e il pazzo bolide sulla inerme cinquecento, stupita nel sorprendere rigagnoli di sangue e di latte lungo i vetri per quella bimba da riabbracciare a casa. Furono i suoi occhi spenti a urlare tutta l’incredulità da assordare l’immenso cielo. Fu croce conficcata, con chiodi e martello, su fragili spalle di donna innamorata, con tra le braccia di spietata agonia la piccola di neve e di pianto, e nel grembo un nuovo cuore che stava difendendo la prepotente dolcezza del diritto alla vita (a.d.l.).

                            Anna Maria pugno di cielo sferrato al cuore in un pianto di pioggia

Annichilimento dopo un matrimonio d’amore e di felicità, durato troppo poco per essere vero.

Schiacciato completamente Pinuccio, fratello maggiore di Nicola e marito di Lizia, nostra sorella maggiore. Pinuccio, ormai affermato ingegnere, ma sempre incapace di occupare spazi non suoi; schiacciato da quel coperchio sollevato su quel corpo straziato che dovette riconoscere perché nessun altro avrebbe potuto farlo. E fu sempre lui a seguire le indagini, che confermarono il terribile impatto con un bolide che zigzagava senza controllo lungo quella strada che lo stava semplicemente riportando a casa, dopo una intensa giornata di lavoro.

                      Anna Maria fu gomitolo di lacrime e di disperazione

Mamma e babbo e Mimmo e gli altri di casa, per farle compagnia e aiutarla a sopravvivere, si spostarono nella casa della figlia/sorella occhi allucinati, pozzi dei suoi cent’anni, braccia senza culla, e culla da preparare per quel palpito sotto il cuore.

                                        E il dolore regnò sovrano

Con gli abiti neri a lasciare tracce di lutto nelle nostre case. Isabella e la sua spenta allegria in occhi di tristezza, specchio devastato del silenzio di cupo dolore di sua madre. E nacque Nicoletta e fu tempesta di riccioli. E fu rinnovata alba di forzati sorrisi. Fu salvezza di giorni da vivere al maschile e al femminile in una casa di molte mamme e molti papà nelle carezze alle piccole per evitare il vuoto di una sola assenza. Immensa nei cuori uniti e straziati. Anna Maria senza Nicola e con due bimbe, fiorite nella gioia e nel dolore.

Anna Maria dopo parecchi anni di lacrime e di sorrisi incontrò Gianni che si rivelò marito innamorato e tenero padre per Isabella e Nicoletta. Lentamente tornarono torte di compleanni e feste di neve e di coriandoli. Lentamente tornò il sorriso. Lentamente si tornò a vivere. Con tutti i bambini che, nel frattempo, erano esplosi alla vita nelle case dei miei fratelli e delle mie sorelle. In quegli anni di ritorno alla normalità, Anna Maria e Gianni rilevarono le quote del cortile che lei, io e Lizia, le tre figlie maggiori, avevamo ereditato, progettando una casa diversa dove abitare con le due figliolette a restituirle Nicola nei volti e negli occhi. Poi, ci risvegliò dal sogno di una vita serena e appagante l’anno 2000. L’ultima estate serena. Ma, con le prime piogge d’autunno, il cielo si coprì di nembi e di bui giorni alla deriva: Anna Maria e la necessità di un intervento a cuore aperto. E mamma e Gianni e le figlie sempre con lei. A pregare per il suo ritorno a casa. Io, in un’altra clinica a Roma, dove dovemmo ricoverare Ombretta per il suo ricorrente problema da malattia autoimmune. Lo stress piegò la delicata fibra di mamma e si era ormai a dicembre del nuovo millennio. Perdemmo la nostra tenerissima mamma. Fu un devastante addio.

                   La perdemmo, in un lago di disperata corsa al suo sorriso

Perdemmo lei, mamma, persa in quattro mesi di angoscia su alte montagne innevate e profondi abissi di nuove speranze e nuove disperazioni. Mamma. E il suo sguardo sempre più dolente e malinconico. Pensieroso e stanco. E l’ultimo nostro Natale e l’ultimo Capodanno, vissuti insieme in quella che era stata la nostra casa del gelso e delle rose e che ora è una villa bellissima al centro del paese, abitata da Anna Maria e Gianni, e a cui fanno capo Isabella e Nicoletta con la loro nidiata di bimbi nati in questi ultimi anni. Nella casa dei nonni senza più il gelso e con poche rose ma con tanti altri alberi e fiori… e voci e trilli di allegria e capricci e coccole e tenerezze… e Nicole (figlia di Isabella e prima nipotina di Anna Maria) che è ormai ragazzina di baci da afferrare con le dita e depositare nel cuore… e Francesco, il suo bellissimo e silenzioso fratellino… e, poi, i figli di Nicoletta: Sofia, vezzosa con i suoi occhi di cerbiatta e mille parole e mille acquerelli… e il fratellino Andrea, che somiglia tanto a mio figlio Giuliano. Stessi occhi grandi e sornione sorriso. Ma allora allora allora… Anna Maria fu salva per miracolo.

                            I miracoli avvengono e si fermano tra le lacrime di chi ci crede

E io credo nei miracoli. Non avvengono mai per caso o solo per chi ci crede. Occorre saperli riconoscere, questo sì, ma avvengono e noi neppure ce ne accorgiamo. Riconoscerli è cosa difficilissima ormai tra strade di buche e cieli vuoti… Anna Maria si riprese benissimo. Ma ancora altre prove dolorose l’attendevano nella “casa del gelso e delle rose”, diventata ormai la sua casa e la casa dei suoi adorati nipoti. Un ictus a portarla quasi nell’altra dimensione se non ci fosse stata con lei, provvidenzialmente, la sua prima nipotina, Nicole, cuore del suo cuore.

Oggi Anna Maria è in netta ripresa. Sta recuperando benissimo, anche lei grazie alla scrittura da sempre praticata ma mai così presente ai suoi giorni. Ispirata dalla nidiata dei nipotini, che trovano in lei gioia e fonte inesauribile di tenerezza, ha ripreso a scrivere storie e filastrocche.  E Gianni, il suo amato compagno, le sta vicino con tanta cura. Tanta abnegazione. Con dignità e purezza di cuore. Sì, anche lui è un puro di cuore, anche se non ingenuo! Un puro razionale, in cui il palpito sotterraneo del cuore si fa visibile e incontestabile nei fatti. Anche lui scrive ormai da alcuni anni, con lusinghieri riscontri, romanzi intrisi di storia, di guerra e di violenza (secondo lui, innata nell’uomo). Ma, intanto, proprio lui, Gianni, si prende cura di tutti!

                                                Che bello prendersi cura di qualcuno…

Ma è bello anche sentirsi tra le braccia protettive di qualcuno e lasciare che siano gli altri a prendersi cura di ogni cellula del tuo corpo, pur sapendo che sono quelle invisibili dell’anima a fare più male. Personalmente, forse ho ripreso a scrivere anche per questo. Forse perché i nipoti sono cresciuti e si prendono cura di me e sono loro ora i portatori di sogni, i cercatori di stelle contro i muri della notte. Forse perché è giunto anche per me il tempo del non avere più tempo: “sono io ora in prima linea”. E non conto neppure più i calendari. Non ne sento più la necessità. Oggi confondo ormai i vivi con i morti e viceversa. Non vale più la pena contare le assenze. Basta fare attenzione, per quanto possibile, alle presenze. E oggi ad Anna Maria ho augurato così il nuovo compleanno e desidero concludere dedicandole ancora non una mia poesia, ma una poesia molto significativa e beneaugurale per noi che siamo ad un “passo dal Cielo”: Tempo verrà/ in cui, con esultanza,/ saluterai te stesso arrivato/ alla tua porta, nel tuo proprio specchio,/ e ognuno sorriderà al benvenuto/ dell’altro,/ e dirà: “Siedi qui. Mangia.”/ Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io./ Offri vino. Offri pane./ Rendi il cuore a sé stesso, allo straniero/ che ti ha amato per tutta la tua vita,/ che hai ignorato per un altro/ e che ti sa a memoria./ Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,/ le fotografie, le note disperate,/ sbuccia via dallo specchio la tua/ immagine./ Siediti. È festa. La tua vita è in tavola. (Derek Walkott, “Tempo verrà”). E per ora basta con i compleanni… Lina (o Angela)

 

 

 

mercoledì 1 febbraio 2023

Mercoledì 1° febbraio 2023: Cadenze per la fine del tempo di Vittorino Curci...

Mi è appena giunto Cadenze per la fine del tempo, la nuova silloge poetica di Vittorino Curci appena pubblicata, suscitando in me grande emozione. Immediatamente mi ha intrigato il titolo sulla pagina tutta bianca che connota le pubblicazioni di Vittorino. Tantissime ormai, e molte hanno ottenuto e stanno ottenendo prestigiosi premi.

Il titolo, dunque. “Cadenze” mi ha affascinato da subito. Al plurale poi! Le cadenze contengono in sé il ritmo della musica e quello della poesia. L’autore ha una vocazione innata per l’una e per l’altra. Un talento straordinario che visceralmente lo abita e che anima un comune ritmo musicale, una uguale partitura, la stessa armonia. Profondamente. Il musicista e il poeta sono inscindibili e imprescindibili nelle vibrazioni sonore di un verso o del sassofono, compagno di viaggio, da cui il musicista-poeta trae magicamente “musica improvvisata”… Poi il titolo continua: “per la fine del tempo” che, invece, pur nell’amara accezione iniziale, non mi meraviglia più ti tanto perché Vittorino ha dato sempre, nelle sue opere e alle sue opere, una scansione temporale. Il Tempo sarebbe il protagonista indiscusso della sua costante riflessione sulla vita e sulla morte. Sulla esistenza. Sulla parola. Tempo, che si fa spazio e si slarga a comprendere ogni altra esperienza umana in un continuo visionario perdersi e ritrovarsi oltre il tempo e lo spazio in un surrealismo artistico, pittorico, letterario, filmico, tipico dei primi decenni del Novecento; surrealismo, che in Vittorino supera ogni limite imposto dalla stessa natura delle cose, e s’incunea nella parola come necessità di essere/non essere nello spazio e nel tempo oltre lo spazio e il tempo. 

Già nella silloge Poesie (2020-1997, La Vita Felice 2021) l’autore sembra andare indietro nel tempo per ritrovare l’umanità vagheggiata per la frazione di un secondo e perduta nello stesso lasso spazio-temporale. In “quella terra sconsolata/ sfuggita alle carte geografiche/ dell’eterno”, infatti, lo spazio/tempo del poeta non è mai il suo luogo e il suo momento.

In Cadenze per la fine del tempo assistiamo, in più, alla frammentazione di attimi di tempo per dilazionare la presa di coscienza di una opportunità di tempo perduta per sempre ai primordi dell’umanità. E, mentre in Poesie si scopre nel poeta “il bisogno di riprendersi l’infanzia per ritrovare una sorta di gioiosa innocenza”, “con ‘i pensieri di un bambino’ che traghettano il suo ‘io’ adulto tra due secoli così contrastanti tra loro da non lasciare speranza nel futuro”, in quest’ultima silloge Vittorino sembra scendere a patti con i suoi anni maturi (mai contati, mai realmente vissuti) per ritrovare forse una vaga possibilità di salvezza dell’umanità, anche se pessimisticamente si fa cantore della “fine del tempo”, “cadenzando” alla moviola appigli che sono e non sono, in uno sguardo “obliquo” (come in Sylvia Plath), per superare la linea orizzontale e sfuggire a quella verticale per attestare e scotomizzare la propria identità di musicista e poeta e riscoprirla in alcune parole chiave  per un futuro migliore che è straniamento più che realistica utopia. E l’utopia, come mi piace ricordare (ma non ricordo più chi l’abbia detto), non è ciò che non può mai accadere, ma quanto non si è ancora avverato.

E, in questo ultimo libro, ci troviamo di fronte a una umanità che ancora una volta sembra esistere senza esistere, persa nelle brume di un vago ricordo; una umanità che perde continuamente sé stessa tra silenzio e rumore: il “silenzio” su quanto possa essere realmente accaduto o non accaduto (le nostre sono soltanto ipotesi, che si attengono a vari studi di paleoantropologia, geologia - morfologia terrestre e atmosfera intorno al nostro pianeta - e la loro evoluzione che, nel tempo, le attuali navicelle spaziali portano alla luce).

Con la “parola”, invece, si compì per l’uomo il prodigio di varcare dalla preistoria le soglie magiche della storia, memoria della nostra stessa umanità.

Ma i pensieri, i sentimenti, le emozioni, la fatica di vivere, di adattarsi reattivamente ad un ambiente ostile da abbandonare o da trasformare dove sono?

Il “rumore” di ogni idea che si fece azione, invenzione, persino arte, come i graffiti nelle caverne dove ricercarlo con la stessa intensità di quel tempo, lo stesso significato? Lo stesso attonito stupore, la stessa trepidante paura dei nostri antenati?

Il nomadismo e poi gli stanziamenti con le prime case a imitazione dei nidi degli uccelli, primi architetti e costruttori del creato?

La ruota, il fuoco. L’amore. I figli. Le tribù, le lotte per la sopravvivenza, la sconfitta e le lacrime, la vittoria e la gioia, il riso e il pianto.  Vero? Falso? Invenzione e fantasia. Racconto. Solo narrazione?

La creatività del poeta nell’inventarsi una umanità da raccontare o la creatività degli antenati nell’inventare ogni nuovo giorno dall’alba al tramonto in un tempo di “non conoscenza” e di passi tra i sassi e l’erba, le acque e i mari, le montagne e le nuvole per scoprire e sapere?

Il dio fulmine e la dea pioggia, la terra-Madre e gli dèi antropomorfi, a cui seguirono gli eroi, i miti e le leggende, la parola incisa e poi quella scritta. I numeri, contando le pietre sulla terra e le stelle nel cielo. Appigli di una umanità senza nome e senza volto, a cui una pozzanghera restituì all’uomo il primo volto, la parola il nome. L’identità inventata. Irripetibilità di ciò che è stato o non è stato e di ciò che sarà o potrebbe essere...

E, come in Poesie, anche qui i pensieri di Vittorino Curci sembrano sbriciolarsi in “frammenti di ricordi che conservano l’incanto della prima volta, ma anche il tormento della irripetibilità dell’attimo di quella emozione, quel sentimento, quella situazione/condizione di vita, che il poeta avverte mai propriamente sua perché immersa nella storia degli altri, che rinascono ogni volta in storie diverse, simili e mai uguali” e mai vere e mai false:

il tanto è separato dal quanto nel dettato che ha nutrito fin qui la tua immaginazione: andare incontro agli altri non per la via trafficata ma per quella solitaria

i renitenti, al tramonto, non guardano mai dalla parte sbagliata. accendono un fuoco di sarmenti e fuori da qualsiasi racconto si rendono visibili come rovine (“I SETTE GIORNI DEL FULMINE”).

E tutto e il contrario di tutto è la cifra poetica e stilistica di Vittorino Curci, “dissentendo con garbo” e raffinatezza per giungere a una qualche verità mai vera. E sono le parole a fare la spola tra un mondo e l’altro.

Il visionario e l’eccentrico in un realismo magico che sa di passato ma riguarda l’avvenire dei giovani poeti che scriveranno la storia del mondo di domani.

Forse “un sentiero di rinascita” come afferma, con grande audacia e maestria analitica, il critico letterario Luciano Pagano…  “per comprendere l’umanità e il suo contrario”. E non gli si può dare torto.

Persino il dolore che è, o dovrebbe essere, la misura più vera della nostra umanità, viene messo in discussione in versi come questi: sembrava fosse venuta da un’altra ruota del tempo/ (la natura trova sempre il modo/ per prendersi gioco di noi) prima di volare via/ nel suo notturno sconosciuto/ dove nessuno fu mai al sicuro./ insieme agli altri cercava segni e sentieri nuovi/ nel bosco dove la ragione aveva fallito// come sono lucenti a quest’ora/ le foglie del vecchio ulivo che sovrasta/ il muro del giardino…/ di albe come questa ne ha conosciute/ molte più di noi che siamo larve già pronte/ per essere schiacciate sotto un piede/ non appena oseremo credere in noi// la distruzione non ha potere sull’eco della stanza/ e sulle esse delle clavicole e dei sorrisi./ qui niente si mostra agli dèi del sonno/ e della salute, i mortali trafiggono se stessi/ con l’accidia e l’ambizione, e svilisce se stesso/ il dolore che spinge al canto le sofferenze più vere/ che restano senza un nome  

Ma, riproponendo quanto ho scritto per Poesie, desidero evidenziare ancora una volta il mio pensiero nei riguardi della poetica curciana: “mi piace pensare (non so fino a che punto sia esatto o sbagliato il mio pensiero!) che una ‘situazione’ sia momentanea e modificabile anche in breve tempo perché riguarda quel momento e poi passa; la ‘condizione’ è qualcosa di permanente, riguarda un modo di essere, magari anche di apparire, ma permane. E, tra l’altro, Vittorino è egli stesso un ‘verso scazonte’ sempre in consonanza col ritmo interiore della sua musica e sempre ribelle a schemi di perfezione e armonia, pur nella versatilità del ‘trimetro giambico’ della sua anima. Mai sola. Mai in compagnia. Sempre spaiata. L’unico paio uncinato nel cuore riguarda quel ragazzino, che “giocava a morra con le ore della notte” per sentirsi vincente”.

Senza riuscire mai a sentirsi veramente tale, ma sempre eternamente discepolo dei Maestri, anche ora che è il mentore più efficace e convincente dei giovani poeti che impugnano sbarre metalliche/ muovendosi tra limoni, libri e ciottoli/ disseminati sul parquet (VANITAS VANITATUM).

Di certo, i suoi versi, anche oggi che il passato si sovrappone a un altro passato/ e nulla è mai accaduto “si trasformano in musica che si fa nuova generazione e ‘rigenerazione’ di un millennio che è agli esordi, ma ci indica già un inizio e una fine tra paure, contraddizioni, nascite, rinascite e morti, come ancora in Poesie:

Siamo in pochi, sempre meno, nel nostro misero/ accampamento. La sfrontatezza dei lavori arbitrari/ è appena un ricordo./ Come un finale a tempo/ e una voce fuoricampo che invita a sgombrare/ il passato.

Ma, anche se tutto torna e poi scompare nel nulla di una realtà che non è neppure tale, a me piace pensare, quasi una conclusione ottimistica, che “la fine del tempo”, anche se non lascia molto spazio a equivoci e dubbi e speranze, sia almeno nelle intenzioni più intime di Vittorino, preludio all’inizio di un tempo migliore per l’umanità del prossimo futuro, senza “contrario” di sorta.

Abbiamo anche i figli e i figli dei nostri figli da salvaguardare e salvare. La poesia è, o dovrebbe essere (il condizionale con Vittorino è d’obbligo!) salvifica sempre…

                                                   Angela 

 

 

martedì 31 gennaio 2023

Martedì 31 gennaio 2023: MARIELLA BETTARINI!

Oggi è il compleanno di MARIELLA BETTARINI. Siamo coetanee. Lei mi precede di mezz’anno, ma entrambe non avvertiamo l’ingiuria dell’età nel nostro impegno letterario e socio-culturale. Il corpo può anche tradirci. La mente forse, a volte. Ma il cuore no. Conserva tutte le emozioni di quando eravamo ragazzine. Noi due ci siamo conosciute negli anni Ottanta del secolo scorso nei numerosi Convegni di “Donne e poesia”, promossi e realizzati, con cadenza annuale, a Bari, da Anna Santoliquido, altra mia grande amica e grande scrittrice e poetessa. Con Mariella Bettarini e con Gabriella Maleti fu amore a prima vista. Abbiamo sodalizzato subito con sincera empatia e consonanza di intenti. Con Mariella, dopo la morte di Gabriella, nostra coetanea, abbiamo intensificato i nostri rapporti letterari, culturali, amicali, nel rimpianto mai spento delle sue fotografie meravigliose e della sua profondissima scrittura in prosa e in versi.

Devo, però, alla straordinaria generosità di Mariella se abbiamo potuto coltivare insieme e così a lungo la nostra amicizia. Lei, famosa e apprezzata saggista e poetessa già dagli anni Sessanta, mi ha fatto dono del suo cuore e della sua attenzione (io allora ancora sconosciuta ai più); dei suoi libri di poesie e dei suoi saggi di critica letteraria; della sua splendida Antologia A parole - in immagini (antologia poetica 1963-2007), Gazebo Libri, Firenze 2008; della sua Rivista <L’area di Broca>, in cui ha dato spazio, negli anni, anche ad alcuni miei interventi tematici.

Le sue opere sono state recensite da Mario Luzi, Dario Bellezza, Giuliano Manacorda, Roberto Roversi, Sergio Pautasso e tanti altri scrittori, critici e studiosi. Giuliano Manacorda ha scritto di lei già nel 1977 in <Rapporti> (n.12-13, marzo-giugno 1977): Mariella Bettarini nel raccogliere le sue poesie del periodo 1972-’74 si conferma come una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica dell’ultimo decennio. (…) La Bettarini adotta un suo verso lungo che può facilmente anche sconfinare nella prosa dichiarata e che le serve per una poesia franta nelle movenze interiori ma infine distesa in una sorta di brani di racconto in cui c’è dentro tutto il dramma del vivere quotidiano.

La sua attività poetico-culturale ed etico-sociale non si è interrotta mai. E in questa necessità di scrittura abbiamo trovato spesso le nostre consonanze interiori. Una delle più forti nostre ragioni di vita. 

Nel 2006, di sé stessa, e del suo amore per la parola ha scritto, per esempio, delle annotazioni in cui mi ritrovo perfettamente. Avrei voluto averle scritte io tanto mi si attagliano: Oggi (inizi del 2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/“naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio.

Nel marzo 2019 ha pubblicato con la SECOP edizioni un poemetto intitolato POESIE PER MAMMA ELDA, un canto dolente e intenso per la sua mamma, dopo aver cercato di decantare invano il dolore per la sua perdita. In quinta pagina troviamo una specie di Preludio: A MO’ DI (MINIMA) INTRODUZIONE Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me. Da quel ormai lontano novembre 2003 scrivo poco, pochi versi (voglio dire) anche se l’iniziale, coartante (persino violento nella sua forza) progetto/bisogno prevedeva, avrebbe previsto, prevedrebbe tanta scrittura, moltissimi versi per lei - e non solo versi, forse. Ma forse proprio per l’intensità di tutto questo, per il dolore (e tuttavia la paziente inevitabilità) dello strappo; proprio per tanta vita trascorsa insieme, per tanto vuoto e silenzio sopraggiunti, il quasi-silenzio dei versi è, almeno per ora, mi pare, inevitabile. Bastino, intanto, queste poche pagine, a testimonianza del mio amore filiale, del suo amore materno: anzi del suo Amore senza altri aggettivi. A testimonianza (così povera, imperfetta) della sua serena, umile, dolorosa Persona. Tanto più grande quanto meno appariscente. Presenza senza alcun vanto di sé. Sempre di sé generosa. Doti, doni oggi, ora, tanto più rari. Viva, dunque, mamma Elda e la sua tenerezza. (5 aprile 2010, lunedì dell’Angelo)

Lo stile è decisamente bettariniano, nonostante il dolore irrisolto, il lungo silenzio, la ridda delle parole che sale dal cuore da dedicare a lei, la sua adorata mamma. Infatti, nella mia postfazione, io parto proprio da Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me per scrivere: Credo sia opportuno partire da questa difficoltà iniziale di Mariella Bettarini di parlare a sua madre dopo il “vuoto” che lei, con la sua morte, sia pure attesa con rassegnata abnegazione e vigile tenerezza, le ha lasciato. Un vuoto che, a stento ora, tenta di colmare con alcune dolenti, sussurrate, frantumate, ma profondamente belle poesie. Talmente belle da commuovermi e da lasciarmi senza respiro. Riportandomi alla stessa esperienza da me vissuta (nel 2001) con altrettanto dolore, come sempre accade quando la Perdita della nostra madre diventa la nostra Perdita. E non sappiamo più chi siamo, avvertendo per la prima volta la condizione di “orfana”, la cui radice deriva dal latino “orbus”, ossia “privo”, ed io completerei: “privo di sé”. E chi è privo di sé dimentica il proprio nome, l’identità, il tempo e il luogo in cui si trova. Dolorosa sensazione quanto la Perdita stessa della persona a noi più cara, perché è la parte essenziale di noi. Sentiamo ancora il suo sangue scorrere nelle nostre arterie e vene, il suo cibo amoroso che ancora ci alimenta, la sua stessa vita che ci attraversa.

Nella silloge, dunque, incontriamo le poesie più tenere e dolci e disperate che ogni figlio/a vorrebbe sussurrare/urlare alla propria madre, magari per rinascere insieme (come Luigi Santucci immagina, con fascinosa dose di visionarietà, nel suo Romanzo Orfeo in paradiso del 1967, con cui l’autore vinse il Premio Campiello, e da me più volte letto prefigurandomi con angoscia e dolore indicibile la perdita di mia madre, allora ancora giovane, bella, sempre sorridente e innamorata della vita!).

Anche le voci maschili, dunque, danno vita a ricordi straziati e strazianti della perdita della propria madre. Ed ecco una voce maschile che mi sta a cuore, quella di Alberto Bevilacqua, il grande scrittore e poeta che noi tutti conosciamo, nei brevissimi versi dedicati alla sua amatissima madre (TU CHE MI ASCOLTI - Poesie alla madre), che ha avuto un po’ il destino della madre di Mariella Bettarini: Ci siamo sbagliati a disperare di noi,/ siamo perfetti/ nel duetto per voce sola,/ mia itaca di tutte le vite/ deviate dall’equivoco.

Alberto Bevilacqua, conosciuto in crociera tanti anni fa e diventati amici per oltre un decennio, in cui mi ha sempre affascinato con i suoi racconti un po’ folli, che rievocavano gli “strioni”, tipici personaggi assurdi dell’area parmense, raccontati con la sua tipica “arlìa” (l’inventarsi la vita e il suo gioco tra ironia e mistero). Intenso, immenso, doloroso e complice il rapporto con sua madre, sua “itaca di tutte le vite”. Ma poi, ecco un’altra voce maschile importante, quella di Rainer Maria Rilke in “Le mani della Madre”: Tu non sei più vicina a Dio/ di noi; siamo lontani tutti: ma tu hai stupende/ benedette le mani./ Nascono chiare in te dal manto,/ luminoso contorno:/ io sono rugiada, il giorno,/ ma tu, tu sei la pianta…

E qui i versi sono realistici e fortemente poetici, nella visione della presenza della madre non vissuta come una santa, ma cantata per le sue “mani benedette”, un particolare molto significativo del suo corpo quasi divinizzato (“Nascono chiare in te dal manto”) nella visione della protezione, stabile radice della sua instabile mutevolezza (“io sono la rugiada” che si scioglie sul far dell’alba fino a comprendere l’intero giorno che è, comunque,  transeunte rispetto alla pianta, alle sue radici, alle sue foglie che parlano di nuovi domani.

E Mariella è sempre pronta a cogliere nuovi domani con i suoi versi, la sua prosa, il suo pensiero, la sua parola, che colgo e raccolgo ancora dalla sua Antologia per farvene dono. E comincio con due acrostici, tra i tanti, dedicati da Mariella ai suoi alunni di tanti anni fa: ROBERTO e FRANCESCA. Roberto sbarazzino che non puoi mai sbarazzarti di te/ Ottimisticamente ragazzo un po’ bambino/ Benignamente soddisfatto di sé/ Esiti solo se è chiuso il cammino/ Ridi per tutto il resto e/ Triturando libertarie parole/ Ottieni tutto il meglio dal mondo (e poi da te); Forse fine - forte Francesca/ Reggerai bene all’urto della vita e della sorte/ Alla fatica - al fumo - al duro seme/ Nato nel grembo dell’umana coorte/ Coi tuoi colori belli - i tuoi splendori/ E le ilari spalancate tue porte/ Sul Paradiso azzurro dell’infanzia/ Che vince e vince/ Alfine dura morte

Le sue poesie: VI mia casa /lo sapevi?) – casa/ la parola/     mia unica/ ragione - mia casa/ viva e sola/         magione - nido - ostello/ ricovero - ristoro/ riparo - covo - ombrello/ consolazione - polo; VII come sono le case? come/ le palpebre per l’occhio/     il mallo/ per la noce/     per il sangue le vene/     Cenerentola/ in cocchio/     come per verdi foglie/ gli alberi/     per tutti i pesci/ il mare/     per le spade i loro guaini/ pei pescator pescare

E in prosa “Un silenzio tra sguardo e voce”: Se non si riesce a tacere, tanto vale parlare. Se non si riesce a non farlo, tanto vale scrivere. Ma tacere, parlare, scrivere non sono azioni, atti neutri. Mai. E dunque tutti e tre tremendamente pesano e dolgono(gaudiosi) proprio nella e per la loro valenza immensa, per il loro valore di tormenti intollerabili: nella consapevolezza (spesso atroce) del loro   essere contrario ognuno a se stesso, e ognuno d’essi all’altro. (Tacere non è parlare eppure anche il silenzio parla. Scrivere non è parlare. Eppure la scrittura è tessuta di parole, è un silenzio tra sguardo e voce. E parlare non è tacere né scrivere, anche se è loro affine, loro parente). Talora, però, non si può parlare (eppure non si può non farlo). È forse proprio allora che nasce (zampillo incoercibile) la scrittura: quella del male e del bene, quella più vera/nera, quella abbagliante/ quella del profondo-profondo. La scrittura del profondo amore. Del profondo dolore. Questo mi dicevo (e mi dico) sapendo insieme silenzio e scrittura, cultura e natura, istinto e ragione, silente pulsione di dialogo muto. Omaggio ad un’altra scrittura. E viva metamorfosi di silenzio in parola. Di parola in silenzio. Di parola in parola, quando - sciolto, svolto il coraggio delle passioni -  solo il coraggio delle parole resta (delle parole in atto: anche la parola è atto), io passiva/paziente in un comune/non comune Comandamento  

C’è solo da condividere ogni parola, profondamente significativa, altamente poetica. Inno al silenzio e alla parola: orale, scritta, letta. Pensata, taciuta, detta, urlata, sussurrata, silenziata. Perciò anche Inno al dolore da cui si origina la Parola. E più volte Mariella Bettarini ha confessato che si diventa poeti perché da qualche parte, nel tempo, abbiamo ricevuto una “ferita”, irrimarginabile. Quest’ultima si placa e si addolcisce solo con la carezza della scrittura poetica che la leviga, la protegge, la cicatrizza. Guai se non fosse così. Sanguinerebbe fino a procurarci la morte, mentre la poesia è colore, è calore, è Vita. Si protende sempre ad abbracciare il sogno di un nuovo domani.  

E nuovi domani io ti auguro, mia carissima Mariella con un mio breve canto a te dedicato con tanto tanto cuore: Non ci appartenne mai il lungo silenzio/ che ci fissa oggi tra secchi rami/ innevati dei nostri tanti anni a negarci il sorriso/ che sempre accordò le nostre anime/ felici d’incontrarsi tra mai perduta Poesia./ Di qualche mese la danza della tua alba/ anticipa la mia e di Gabriella/ che a maggio con me sorrise alla vita/ e ora tra le stelle/ della sera attende il ritorno:/ la carezza lieve delle tue dita/ la tenerezza antica di antichi nidi/ dei balestrucci nei vasi invasi/ di cinguettii al calore della gioia/ che di stupore pervase il cuore./ Io da lontananze solo geografiche/ il nascere attesi delle loro ali/ mentre la neve scioglieva/ il nostro canto ad una voce./   Calliope    incanta ancora i nostri giorni della festa/ senza più candeline solo il soffio/ di un sogno a registrare il nostro sorriso/   (come sempre, come allora,/     come ora…).

Auguri infiniti da me e da tutti noi alla grandissima, meravigliosa Mariella!

domenica 29 gennaio 2023

Domenica 29 gennaio 2023: GJEKE MARINAJ e GERMAN ROJAS: due grandi poeti-eroi e una storia in comune...

E oggi vi voglio raccontare una bellissima e vivificante/edificante storia, che vede protagonisti due miei preziosissimi amici, lontani dalla mia terra ma sempre presenti nel mio cuore: Gjeke Marinaj di cui ho già tanto parlato qualche mese fa e Germàn Rojas, che insieme al nostro comune amico del cuore Nico Mori, ha avuto spazio nel nostro blog ma non quanto merita.

Oggi provvedo a ristabilire gli equilibri. Entrambi, Gjeke e Germàn sono poeti, scrittori, saggisti, giornalisti. Figure molto importanti nel loro Paese d’origine: Albania per Gieke Marinaj, Cile per Germàn Rojas.  Entrambi sono oggi conosciuti e apprezzati in tutto il mondo per i loro meriti poetici, socio-politico-culturali, per i loro interventi umanitari in favore della giustizia, dell’uguaglianza, della solidarietà tra gli uomini di tutte le nazioni e di tutti i credi, della Pace. Ma le loro storie personali sono molto più complesse e degne di essere raccontate nel loro intreccio a distanza.

Sintetizzo la storia dell’uno e dell’altro per una comprensione più ampia dei nostri due “EROI”.

Gjeke Marinaj, albanese di nascita (26 maggio 1965), giovanissimo dovette abbandonare la sua patria perché il 19 agosto di più di trent’anni fa aveva avuto il coraggio e l’ardire di pubblicare su un giornale locale una poesia “CAVALLI”, che immediatamente rimbalzò, con una eco senza fine, su <Drita>, il Quotidiano albanese di cronaca a carattere nazionale.

A una prima lettura, ai più sembrò una semplice poesia in difesa degli animali e, in particolare, degli stupendi cavalli dallo sguardo fiero e dalla cavalcata elegante e maestosa, purtroppo in cattività. In realtà, si trattò di una feroce satira politico-socio-culturale da parte di quel ragazzo ribelle in difesa del suo popolo. Fu, dunque, un coraggioso atto di audace (e forse un tantino incosciente) ribellione contro il regime comunista da parte di un venticinquenne poeta e giornalista non ancora famoso. Gli Albanesi, infatti, allora rimasero increduli, ma in poche ore comprarono tutte le copie del giornale. Molti si affrettarono a scrivere quei versi su pezzettini di carta per diffonderli dappertutto, fino a farne un inno di protesta durante le numerose manifestazioni antigovernative, che di lì a poco si accesero come fuoco controvento per incendiare cuori e volontà. In breve Gjeke Marinaj divenne l’eroe dell’Autonomia e della Libertà Albanese. Ma, fu costretto (e personalmente determinato) a fuggire di notte per evitare il rischio tangibile di essere impiccato come altri poeti dissenzienti prima di lui. Non più l’eroe di una fiaba a lieto fine, ma l’esule di una storia vera in un nuovo percorso difficile e tortuoso quanto solitario e disperato, tra genti straniere. Nella ex Jugoslavia prima e negli USA più tardi, non appena si presentò l’occasione di mettere una notevole distanza tra il suo vecchio mondo e il nuovo. Qualche volta, però, anche la storia offre ai suoi ardimentosi protagonisti un lieto fine. Gjeke incontrò Dusita, una bellissima fanciulla, e con problemi di espatrio più o meno identici ai suoi. Ben presto, innamoratissimi l’uno dell’altra, si sposarono e andarono insieme lontano, dove vissero notevoli difficoltà di adattamento, di apprendimento della nuova lingua, l’inglese, di comportamenti legati ad una diversa cultura. Ma l’amore compie miracoli.

E Gjeke Marinaj è oggi docente di Inglese e Comunicazioni all’Università di Dallas nel Texas, poeta raffinato e conosciuto in tutto il mondo, Ideatore e Fondatore della Teoria filosofica e filantropica del Protonismo in Letteratura e non solo, divenendo meritatamente l’Ambasciatore di Pace tra tutti i Popoli del nostro Pianeta.

Ed ecco la poesia “CAVALLI”, che ci permette di comprendere appieno il messaggio di Gjeke e il suo ardimento.

Per tutta la nostra vita siamo in viaggio,/ Guardando sempre avanti,/ Quel che c’è dietro di noi Abbiamo paura di saperlo./ Tutti noi non abbiamo che un nome,/ Cavalli, ecco come ci/ Chiamano./ Senza piangere,/ Senza ridere,/ In silenzio,/ Ascoltiamo,/ Mangiamo quel che ci danno,/ Andiamo dove ci dicono,/ E nessuno di noi è una gran testa./ Chi era il cavallo di un re/ Aveva il grado più alto;/ Chi era il cavallo di una principessa/ era sellato d’oro;/ Chi era il cavallo di un  contadino/ Era sellato di paglia;/ Chi gli disubbidiva/ Dormiva sempre all’addiaccio:/ Ma con gli umani, sempre/cavalli restiamo!

Stupendo inizio con un “Per” che indica già di per sé un avvio in movimento, riguardante il “viaggio” di tutta “la nostra vita” con la determinazione a raggiungere la propria meta. Ognuno dovrebbe   prefiggersi uno scopo, una missione che dia senso a tutto il viaggio. Ma la realtà è diversa. È possibile stabilire la meta se non si ha paura del passato, che è un possibile futuro capovolto: è dalla esperienza vissuta da noi e dai nostri antenati che occorre ripartire per continuare sul loro esempio oppure ribellarsi alla tradizione e al silenzio e rinascere e realizzare un futuro migliore. Il timore di ricordare un passato difficile diventa ostacolo alla costruzione di un futuro diverso. Ed ecco il disvelamento: i protagonisti di questi versi, che urlano al cielo una storia amara di soprusi, non hanno un nome: sono semplicemente cavalli. Animali eleganti, nobili e fieri nel loro andare, ma non in questo caso. I due anaforici quanto suggestivi versi che seguono, brevi come uno sperdimento, definiscono un vuoto, una deprivazione: “Senza”. Senza piangere/ Senza ridere. A questi cavalli non è concesso avere lacrime o risate. Ossimoro meraviglioso ad indicare la gioia e il dolore: i punti estremi di ogni sentimento, in cui si snoda la vita della mente e del cuore di ciascun essere umano. Al nulla che il “Senza” definisce segue l’inevitabile silenzio dell’asservimento. Piegata/piagata è la volontà di reagire. Il silenzio, in questo caso, non prelude al rumore del mondo o alla parola di ribellione o al canto della sfida e della vittoria. E neppure alla preghiera di gratitudine e di ringraziamento. Qui anche il silenzio è assenza di qualcosa di vitale che indica movimento e pensiero, libertà di essere e di andare lontano per perseguire la meta e realizzarsi. Qui c’è solo un chinare la testa al volere altrui, del più forte, di chi esercita il Potere con coercizione e violenza. E impedisce di pensare. È concesso solo di eseguire compiti con mezzi e ruoli diversi, ma estraniandosi da sé per assecondare il potente di turno, fosse un re o una principessa. Ed ecco che improvvisamente i versi scoprono i verbi all’imperfetto. Il presente cede l’azione a un passato senza tempo, al “c’era” delle fiabe, che a volte sanno essere crudeli e non assicurano il lieto fine, se non dopo la fuga e l’allontanamento del protagonista con relativa sfida e combattimento contro l’antagonista, fino alla sua morte. Il primo (il re) consentiva al cavallo di avere un “grado più alto” nella sua schiavitù, e la seconda (la principessa) di mostrare “una sella d’oro” e fingere una ricchezza mai posseduta. Ma c’era anche il cavallo del contadino che era “sellato di paglia” e, se disubbidiva, veniva mandato fuori a morire al freddo e al gelo. E qui d’improvviso il tempo del verbo cambia nuovamente: il “c’era” diventa presente e attualizza la condizione di schiavitù dei cavalli. Questa poesia, dunque, non è una fiaba e non può avere un lieto fine se l’ultimo verso si copre di amara verità, di spietata rassegnazione: “ma con gli umani sempre cavalli restiamo!”. E il punto esclamativo sancisce il “grido di dolore” del poeta di fronte ad una realtà che urla la disumana condizione di “asservimento dei “cavalli”, suoi compatrioti, al potere del Regime comunista nella sua amatissima patria, l’Albania.  

A lui va ancora oggi il mio grazie per il suo esempio di coraggio, determinazione, amore: Inno anche alla bellezza e alla efficacia della Parola.    

Germàn Rojas è nato in Cile nel 1950. Ha un po’ di anni in più di Gjeke, ma una storia identica di sopraffazioni e ribellioni alla Dittatura dopo la caduta di Salvador Allende. L’11 settembre del 1973 (Germàn, dunque, aveva 23 anni) le forze armate cilene fecero un colpo di Stato contro Allende, che morì suicida per non arrendersi ad Augusto Pinochet che prese il Potere.

Germàn fu, come oppositore alla dittatura di Pinochet, rinchiuso nel carcere cileno di Antofagasta il 13 gennaio del 1974; poi, espulso dal Cile, fu esule in molte nazioni, tra cui la Norvegia, dove fece l’operaio, la Francia e, infine, approdò in Italia, a Roma in qualità di Funzionario della FAO. Venne, in quello stesso anno per alcuni mesi a Bari, dove l’ho conosciuto in seguito al Concorso di Poesia “Vittorio Bodini” (1987), nella cui giuria ero presente anch’io. La sua silloge di poesie Maria - Maria meritò il Primo Premio, perché incantò tutti i giurati per la musicalità della parola e per il contenuto d’amore (profondamente fluviale come in Neruda) per la sua donna, sintesi di tante donne e di una sola, che incarnava anche la terra lontana, ricordata con nostalgia, canto e rimpianto.  

Ecco della silloge alcuni versi: … Non è né dio greco né asteroide magico,/ è semplicemente un nome di donna,/              Maria,/ nome di donna due volte,/            Maria-Maria./ Chi è la mia due volte Maria?/ Credo che non sia importante saperlo/ perché nemmeno io lo so con certezza./ Maria-Maria è una,/        è varie,/       è tutte,/ tutte, quelle che lasciarono la loro impronta nella mia anima,/ varie, quelle che ho conosciuto qui e là/ in lunatici incontri della mia vita di luna,/ una, quella che mi ha accompagnato sempre,/   quella che mi sfugge tra le dita,/   quella che mai ho posseduto,/   e quella che cerco disperatamente e mi si nega./ Maria-Maria è lei…

Questa poesia, una emozione. Maria-Maria, due volte Maria, come si usa in Cile per indicare un amore a doppia mandata. La persona più cara. La più importante. Quella annidata nel cuore. La donna-presente-passato-futuro, madre-figlia-amante-tutto. Esplosione d’amore e fede certa in lei.  La donna di sempre e di mai. Di tutte le attese e di tutti i dolori. Volo di lacrime e tenerezza. Donna due volte. Una-tante-tutte. Compagna della vita, nella vita, per la vita. Donna stellare. Di terra. Di mare. Guscio immenso a contenere la forza fragile di un uomo, il suo coraggio di poeta che canta il nero del carcere e dell’esilio e il verde della giada profonda e chiara degli occhi di Maria. La vera. La sola. Orizzonte di terra promessa. Sogno dimenticato e ritrovato. Realtà attesa. Maria, fonte e riva di poesie. Canto. Volo di quel gabbiano che Rojas si porta nel cuore. E altro, altro ancora… Emozione. Naturalmente ho sintetizzato non solo questi pochi versi ma tutto il poema in cui Germàn unisce il suo canto al canto del suo popolo, la sua donna alla sua terra, la libertà del suo amore alla libertà agognata della sua patria in catene. Splendido canto dell’anima.

Ma alle mie parole desidero aggiungere quelle di Nico Mori, nostro indimenticato amico, nella carezza della sua sensibilità altissima di uomo, poeta, scrittore: C’è una musica nei versi di Germàn intensa e incalzante, tumultuosa e languida, che ha sapore di sangue e profumo di fiori e trascina, indietro e avanti nel tempo, per labirinti di antichi misteri e insolute magie. C’è un suono nero di campane che piangono solitudine e ingiustizia ma lanciano fin sulla luna voli di variopinte farfalle. E l’ombra aspra di radici strappate direttamente alla carne che segnano solchi di planetarie ferite. E il canto puro e allegro di bambino che innalza alle stelle azzurri castelli di sassi. E Maria-Maria che, con occhi di mare e capelli di fiume, traccia nell’anima iridati sentieri.

C’è, come è facile notare, una possibile giustapposizione tra Maria-Maria di Germàn e Dusita di Gjeke. Entrambe sono il cuore del canto dei due poeti, l’intreccio nostalgico alla propria terra d’origine.

Ma oggi, mentre Gjeke Marinaj vive, con la sua donna nel Texas e fa rari ritorni in Albania per riabbracciare la sua vecchia madre e tutti i suoi cari, Germàn Rojas, è tornato in Cile, dove vive circondato dall’affetto, l’ammirazione, l’amore dei suoi cari e dei tanti amici e gente comune che vive nel ricordo dei bui giorni lontani in cui Germàn fu fiaccola di salvezza. Oggi ricopre nella sua Patria un ruolo di primo piano che lo porta a viaggiare molto in tutto il mondo e soprattutto nel Nord-Europa per incarichi di grande prestigio all’insegna della solidarietà e della Pace per l’umanità intera. Ha vinto numerosi e prestigiosi premi come poeta e come artista. È rimasto fraterno amico di Nico Mori, e della sua famiglia, Tea, Manuela, Alberto, ora che Nico non c’è più fisicamente tra noi. Con lui ha condiviso una fede politica ormai in disuso, ma tenuta viva nel proprio cuore per sentire ancora il palpito di un credo. L’amico giusto, con cui parlare di sogni e di illusioni, di ideali di libertà e clamorose sconfitte del pensiero libero in un mondo di “pensiero unico”. L’amico, segnato come lui nel corpo e nell’anima, sia pure per motivi e tempi diversi. L’amico più volte perduto e ritrovato sotto altri cieli, altre identità, e un solo progetto identitario per entrambi, nonostante gli anni e le distanze geografiche: diventare “pescatori di meraviglie”.

Nell’ultima opera in prosa I PESCATORI DI MERAVIGLIE di Nico, pubblicata con la SECOP nel 2019, alcuni anni dopo il libro Al confine di me, che Peppino Piacente, mio genero e editore della Secop, volle pubblicare per sollecitare Nico alla scrittura dopo oltre un decennio di silenzio, Germàn scrive: Caro Nico (…) Non lasciarci senza la tua parola, senza i tuoi sogni, senza la tua folle geografia italica, senza il tuo mare, senza la tua tenerezza. Vai oltre i “confini di te”, con tutta la forza che hai, non fermarti, non spegnerti. (…) Tu in quanto navigatore esperto (proprio come io sono un marinaio di terra), sai molto bene che i nostri confini sono come l’orizzonte, che, non importa quanto e come possiamo provarci, non riusciremo mai a raggiungere. I nostri confini sono come l’utopia alla quale non rinunceremo mai. Perché tu ed io siamo l’orizzonte e, insieme, noi siamo l’utopia. Pescatori di meraviglie, ricordi? A costo di annegare nei mari della luna. Ti abbraccio con l’immenso affetto di un fratello. Germàn  

E non ci sono più parole. Germàn Rojas è tornato in Italia, con una nuova compagna, prima di Natale per un avvenimento lieto riguardante una sua figliola che vive e lavora a Roma, e ha voluto incontrare a Bari tutti noi, gli amici più cari lasciati in Italia, in primis Manuela Mori, l’amatissima figlia di Nico, me, mia sorella Anna Maria, indimenticata e graffiante voce con “chitarra incorporata” del gruppo di poeti di allora, Gianni, suo attuale marito e bravo scrittore anche lui, mia figlia Raffaella con Peppino… Ci ha lasciato con una promessa: che tornerà in Europa e in Italia  più o meno in primavera. E io nutro il sogno che ci si incontri ancora tutti quanti. Abbiamo ancora tante “meraviglie” da condividere per poter continuare a sognare e a progettare insieme. Nico con noi sempre.

Ma il sogno ancora più grande è sperare che anche Gjeke Marinaj, torni in Europa per andare a riabbracciare i suoi cari in Albania e faccia una deviazione in Italia giusto in tempo per abbracciare Germàn Rojas, perché due “EROI” si riconoscono nello sguardo a specchio della loro anima e sono tali per sempre anche per tutti noi. Angela