giovedì 7 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: 7 gennaio 2021

Continuo ancora a parlare del tempo, come è giusto che sia. Anche del tempo atmosferico, oltre ogni altro tempo.
E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno…
                 (Boris Pasternak)
È quanto sento in cuore questi giorni e Pasternak mi viene in aiuto con i suoi versi dedicati a Lara nei lunghi giorni dell’assenza e del silenzio. La fine di un anno porta con sé attese e speranze, ma anche la stanchezza di un anno vissuto nel bene e nel male, e la tristezza di qualcosa che muore, di un addio, del tempo che più non ritorna e ci lascia sulla riva di ogni abbandono senza poterci bagnare mai due volte nello stesso fiume (come viene attribuito ad Eraclito). Il futuro è enigma perché quel fiume ha anse imprevedibili a nasconderci altri percorsi, altri orizzonti, altre insidie. E, del resto, qualcosa si oppone alle attese e alle speranze dell’ultima notte dell’anno: il timore di vivere gli stessi “affanni di un altro inverno…”. Il tempo del freddo, delle piogge e della neve, la brina e il vento, il buio più intenso e le notti più lunghe, gli alberi spogli e la natura addormentata, con tanti animali che vanno in letargo, intristiscono il nostro animo che vola verso la luce, mentre tutto il nostro corpo si irrigidisce perché ha bisogno di sole e del suo calore.
E ancora, come logica conseguenza, ritornano nel mio retino la pioggia, le tempeste del cuore, la solitudine devastante sulla “prateria sconfinata” e perciò più desolata dell’animo di un altro grande poeta, Alberto Teodori, vinto dall’assenza della persona amata. E precorre ancora un tempo di vuoto che sicuramente si farà diluvio di lacrime, di paura se “tarderà” l’attesa “presenza… a farsi presente”. Uno splendido poliptoto a rendere più suggestiva e devastante la presenza della pioggia sulla incolmabile assenza.:
Piove sull’asfalto,
piove sul mio cuore,
piove sulla devastante prateria sconfinata del mio animo,
e so che, sino a quando non ti rivedrò,
saranno tempeste che graviteranno a lungo sul luogo d’ombra,
senza che luce possa lenire il vuoto che sopporto.
Di più mi farà paura il diluvio che arriverà
se la tua presenza tarderà a farsi presente…
(Alberto Teodori, stralcio de “La pioggia”)
Per questo è necessario puntualizzare la necessità che la natura rispetti i suoi ritmi naturali perché il cuore si rinfranchi nell’attesa/speranza di una nuova primavera che dovrà pure germogliare:
… è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra si degni di fiorire,
che all’affanno cresca un cuore che batte.
          È tempo che sia tempo.
                           È tempo.
(Paul Celan, stralcio della poesia
  “Corona”, Poesie, raccolta postuma, 1998)
Ma…
C’è un tempo per capire,
un tempo per scegliere,
un altro per decidere.
C’è un tempo che abbiamo vissuto,
l’altro che abbiamo perso
e un tempo che ci attende.
(Lucio Anneo Seneca)
Sì c’è un tempo per ogni nostra esperienza di vita. Un tempo per insegnare e un tempo per imparare… (se accadesse contemporaneamente, vinceremmo la più grande battaglia contro l’ignoranza e la diffidenza; contro la presunzione di chi crede di sapere e l’umiliazione di chi pensa di non sapere e si rifiuta di imparare, ha paura di imparare perché teme la sconfitta letta negli occhi e nella voce di chi dovrebbe sollecitarlo ad avere fiducia in sé stesso…).
Ce lo ha insegnato proprio Seneca circa duemila anni fa e non abbiamo ancora imparato la sua preziosa lezione:
Recede in te ipse quantum potes; cum his versare qui te meliorem facturi sunt, illos admitte quos tu potes facere meliores. Mutuo ista fiunt, et nomine dum docent discunt.
“Ritirati in te stesso per quanto puoi; frequenta le persone che possono renderti migliore e accogli quelli che puoi rendere migliori. Il vantaggio è reciproco perché gli uomini, mentre insegnano, imparano”).  
C’è un tempo per vincere e un tempo per perdere; un tempo per ricominciare, per incontrare gli altri e per incontrare sé stessi. Un tempo per amare ed essere folli d’amore oltre ogni dire. E un tempo in cui quei ricordi sono sorgente di vita più che di rimpianti.
E desidero concludere con una mia poesia che parla del tempo vissuto, dell’ardore degli anni dello “splendore nell’erba”, dei ricordi…
Incendio di vene la primavera che ricordo
ai giorni dell’amore nei bicchieri
braccia di fuoco a stringere il sogno
e l’allegria.
Erano i nostri anni cesti di garofani accesi.
Tu mi portavi la tua ironia agli assalti del cuore,
io rossore di ciliegi sul candore delle guance
in fiore.
Giganti noi a forare cieli striati d’azzurro.
Dischiuso all’alba il canto delle allodole.
Tra mani incerte di splendore e fili d’erba
il giorno.
Passò il tempo dei gerani ai balconi.
Sventolio di bandiere arrese il ricordo.
Follia di giovinezza ebbe occhi d’ardore 
e di papaveri.
(“Incendio di vene”
da Il vento il fuoco e le azzurre acque,
silloge edita in Serbia e ancora inedita in Italia)
E ora vorrei dedicare qualche mio commento a quelli che mi avete inviato dall’inizio di questo nuovo anno e che sono molto stimolanti oltre che gratificanti. E comincio con Mariateresa Bari:
"E la memoria come mamma amorevole nutre i ricordi come fossero bambini suoi" ... quanta poesia...Sempre grazie per il tuo generosissimo dono, Angela! A domani.
E qui non ci sono commenti, solo gratitudine per aver colto profondamente la metafora della memoria/madre amorevole dei ricordi che nutre quasi fossero suoi bambini. In realtà, è un dono reciproco, a mio parere, perché anche i ricordi danno linfa vitale alla memoria. Ma non voglio ripetermi. Vi rimando a quanto già scritto. Se ne potrebbe riparlare con altri vostri commenti per un confronto.
Ed ecco un altro messaggio che fa bene al cuore:
Cara Angela non dico nulla perché mi hai inondata di pensieri belli e profondi e tanto intrecciati da esserne sazia. Mi rivedrò tutto e rileggerò lentamente, sicura di averne beneficio. Grazie (Giulia Basile). Anche con Giulia, che ringrazio sentitamente, potremmo riparlarne. A me gli intrecci piaccioni molto. Sono matasse da districare per trovare il bandolo di ciascuna e venire a capo di una o più idee.
Poi, Elina Miticocchio:
Ho una casa foglia che sta sulla faccia/ Accedo naufraga/ dall’acqua di mia madre/ Natante/ Al rosso del cosmo… (…) Bella pagina intera/ intera è la memoria/ quando si eleva al cielo/ e canta la sua azzurrità… (…) La memoria e un/ quaderno da sfogliare./ Mai logoro, mai scritto/ abbastanza./ Il sogno è il corpo/ tracciato molto prima che/ nessun occhio può/ vedere.
 (Elina Miticocchio, privatamente su Messanger). Bellissima la “casa foglia” dell’utero materno nell’attimo in cui l’autrice si affaccia alla soglia, nuotando ancora sicura nel liquido amniotico che la protegge, ma è splendore di luce, dopo tanto buio, “accedere al rosso del cosmo”: rosso come il sangue, come la a vita che esplode, come l’amore che accoglie e rassicura in una nuova realtà tutta da percorrere. Dalle radici alle foglie, appunto. Ed è già volo…
Angela cara, grazie... infinitamente! Per il Tuo commento inaspettato ma tanto, tanto apprezzato! Il tuo dire è una carezza gentile, ed ossigeno puro, per me... Ma un infinito grazie anche per il tuo viaggio seducente nel pianeta Tempo. Il tuo racconto ne svela i panorami mozzafiato e i borghi incantevoli come pure le sue ombre nascoste. Un abbraccio a te. Forte! (M. Bari, lunedì 4 gennaio) Ancora Mariateresa Bari, che giorno dopo giorno, mi rende felice con una sua tenerissima nota poetica. Versi che, mentre rispondono ai miei commenti, si fanno grappoli di fasci luminosi che illuminano altri paesaggi in ombra, che hanno solo bisogno di luce per rivelarsi e svelarsi e sorprendermi/ci. E il Tempo suggerisce a Mariateresa una poesia incredibilmente insolita, originale, ardita per metafore che capovolgono il mondo, mentre i sogni si fanno preghiere, “rammendate da un filo di voce” (verso di una bellezza incredibile). E i desideri continuano a fiorire tra il sussurro di labbra devote che dimenticano quelle preghiere antiche “sui marciapiedi delle ore” fatte, queste ultime, di assenze e lontananze, ma anche di sogni più veri della stessa realtà, accarezzata dal “velluto delle parole” che con pennellate d’artista riscattano bellezza e speranza sul davanzale del pensiero che pensa la propria esistenza. E il “cogito ergo sum” di cartesiana memoria si ribalta come ogni altra realtà per farsi inno del sapersi ESISTERE… Sul pianeta Tempo// C'è un pianeta/ dove nascono sogni a mani giunte/  e un filo di voce rammenda preghiere/ dimenticate sui marciapiedi delle ore.// Dove ci tocca il velluto di parole/  nelle carezze di un pennello/ a punta fine sul davanzale del pensare.// Dove si fa corpo/ il verbo dell'essere. (M. Bari Appena nata!, 4 gennaio).
E, infine, ecco due poesie che ho letto su fb e che mi hanno catturata a tal punto da inserirle nel mio blog per una riflessione: Mi hai presa sul cuore/ col dolore sgretolato/ sui muri scrostati/ Mi hai afferrata e tenuta/ per un braccio/ sporta su un dirupo/ e hai creduto di/ potermi sollevare/ quando invece precipitavo/ Hai creduto sì/ hai creduto in me/ sotto la pioggia battente/ di lacrime in frenata/ e i fari dell’auto che/ ribollivano goccia a/ goccia/ la mia rabbia impotente/ e il tuo Sorriso/ carico di certezze che mi ha salvato. (Maria Pia Latorre, “A te”, pubblicata su fb e da me “rubata” per farne possibilità di incontro).
Quando i suoni di una stella/ ti giungono inaspettati e paiono/ serafici come flauti ai confini/ dell’umano sentire,/ sono palpabili i colori del disincanto/ come vecchie foglie accartocciate/ dall’arsura/ e tu intaschi il tempo e parti. (Mariateresa Bari, “Epifania”, pubblicata su fb e da me “catturata” per scoprire insieme la profondità di questi versi).
La prima mi ha piantato un coltello nel cuore perché molto drammatica nella forza della rappresentazione scenica di brutale aggressione da parte della persona amata. Aggressione crudele che io ravviso nella reiterazione dei “sul”, “sui” (“sul cuore”… “sui muri scrostati”…) in una sgretolazione del dolore che è un tutt’uno con quei muri scrostati in quel franante rapporto asimmetrico per intensità di amore e di prevaricazione. La forza bruta sta tutta in quel braccio metaforico che protende la vittima sul precipizio del dirupo, sotto una pioggia battente che filtra il mondo e lo allontana da quel misfatto da strangolare l’anima. in realtà si rivela più forte la vittima che coglie in quella forza disumana l’umanità di credere nel coraggio di lei più forte del suo stesso istinto di sopravvivenza. Forza dettata dalla rabbia per la propria impotenza. E mi torna in mente che, molti anni fa, verso la fine degli anni Settanta, in pieno Terrorismo, l’allora Direttore de <La Gazzetta del Mezzogiorno> (se non ricordo male) Giuseppe Giacovazzo scrisse un libro molto significativo per quei momenti di violenta ribellione: Dietro la rabbia. La rabbia, dunque, diventa salvifica nel moto di riscatto che sollecita. Proprio come accade all’autrice di questi versi. La propria rabbia e il “Sorriso/ carico di certezze” di chi la sollecitava alla fine diventano salvifiche. E, ancora una volta, tutto si capovolge “sotto la pioggia battente/ di lacrime frenata”. Ora non più i coltelli della sopraffazione arrogante dall’alto, ma la rinascita dal basso (“sotto”), che è comunque un “sopra” di dignità recuperata, titanica, vincente. Una poesia di grande intensità e pregnanza su cui riflettere molto, proprio in questo inizio di anno, lastricato di buoni propositi.                                                                                            
La seconda mi conferma quanto sia “capovolto” il mondo degli adulti del nostro tempo: la perdita, negli anni, dello stupore che si accende nella innocenza degli occhi bambini all’arrivo della Befana contro il disincanto che subentra nel cuore desertificato degli adulti, che neppure “i suoni di una stella” simili a flauti “ai confini dell’umano sentire”, ma solo “i colori del disincanto”, simili a “vecchie foglie accartocciate”, finiscono nelle tasche e si fanno misura del tempo, che ci ordina di riprendere il cammino verso un futuro che non ha palpiti né la magia di un sogno ancora da vivere. E mi tornano in mente i versi bellissimi di una canzone di Roberto Vecchioni: “gli uomini son come il mare/ l’azzurro capovolto/ che riflette il cielo;/ credono di navigare,/ ma non è vero… (da “L’ultimo canto di Saffo”). Il Tempo è anche inganno e nostalgia. Ma, in molti casi oggi, è tempo sprecato per il tanto azzurro che gli occhi si perdono, incapaci come sono di guardare il cielo, di pescare a riva le azzurre meraviglie del mare. Non lasciamoci mai sorprendere dal disincanto. Conserviamo intatta la voglia e la capacità di sognare. Per colmarci sempre e comunque di Poesia.  
E, infine, Elina Miticocchio mi manda questo messaggio che condivido sul mio blog perché è un bellissimo dono di questa Epifania appena vissuta all’insegna della Speranza per un anno migliore:
Il primo commento al libro di poesie Alle radici dell'erba (collana I Girasoli, Secop Edizioni 2020) giunge oggi inaspettato da Giovanni Romano che ringrazio per sintesi e contenuto. Lo riporto qui di seguito: "Ho letto questo libro nel momento migliore per apprezzarlo: la tranquillità e il silenzio della tarda serata, prima di andare a dormire. Quando gli impegni e gli affanni della giornata sono finiti, o quanto meno si lasciano dietro di sé. Fa bene all'anima leggere questi versi. Fa bene all'anima sapere che esiste chi sa custodire e donare la meraviglia e la bellezza del mondo, la gratitudine per l'affetto che ha ricevuto, i colori e gli spazi immensi per farci volare nella sua fantasia. Non mi stancavo di assorbire questa voce, di seguirla in silenzio nel suo mondo incantato. È la voce di una poetessa sempre più consapevole della propria arte fino a trovare una splendida sintesi per definire che cos'è la propria poesia, e quale effetto opera: "La carezza che porta / al disgelo delle palpebre".
Ringrazio Elina e ringrazio il Prof. Giovanni Romano, raffinatissimo e colto saggista, che fa parte della grande famiglia di Autori della nostra Casa editrice, per questo splendido commento alla raccolta di poesie di Elina Miticocchio, che sa volare con le parole con la carezza della sua azzurra anima   bambina.
Ed ora chiudo perché domani riprendiamo con il Retino alle 19,30, come è consuetudine ormai. Sarà il primo incontro del Nuovo Anno, così tanto atteso per inondarci di nuova luce e di nuovi sogni/progetti di Vita.
Una precisazione doverosa: da domani riprendo con le molteplici attività di scrittura che vanno ben oltre il Retino. Scrivere, per me, è una passione, una necessità, una salvezza. Ma è anche una missione, che mi vede dedicare gran parte del mio tempo agli altri, per un parere sulla loro scrittura, un editing, una prefazione, una recensione e tanto altro ancora. Solo di notte e nei ritagli di tempo penso alla mia scrittura personale. Questa premessa mi serve per dirvi che da domani non avrò più il tempo per scrivere tutti i giorni sul blog. Lo farò ogni volta che mi sarà possibile. Non ne posso fare a meno. Ma non vi taggherò come ho fatto fino ad oggi per non impegnarvi nella lettura. Quando vorrete, saprete dove trovarmi: martedì e venerdì sul Retino in diretta, e di tanto in tanto, ma abbastanza frequentemente sul blog. Avrete sempre notizie su facebook. A domani. Con un grande abbraccio. Angela

mercoledì 6 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: 6 gennaio 2021

Nei ricordi di mio nonno, quella verità che gli aveva attraversato la pelle e il sangue, trafitto il cuore "ma nel cuore/ nessuna croce manca// È il mio cuore/ il paese più straziato" recita ora il poeta solo per me perché anch’io ricordo il suo racconto, che celava, in un sorriso tenero e pacato e nel vortice di un Cielo di neve di quel 1917, lo strazio per non aver potuto afferrare i riccioli dorati delle sue bimbe falciate, in appena due giorni, da una pertosse assassina.
Ma la cronaca di quei giorni ignorò del tutto il cuore straziato di mio nonno. Ignorò il soldato che scappò sotto quella neve perché era a due passi da casa e venne fucilato come disertore ed aveva solo diciotto anni (uno dei tanti ragazzi del ’99, mandati a morire come capretti, sottratti ai campi e alla casa, e del tutto ignari del significato stesso di Guerra, di esercito, di nemico da ammazzare), e gli era rimasto negli occhi uno stupore senza nome e senza preghiera. "Cosa ho fatto di male lungo il sentiero che mi stava solo riportando a casa mia?", ebbe appena il tempo di dire rivolto al Cielo che era tenero di piume e avaro di pietà. Certo, sembravano fiabe quei racconti interminabili di mio nonno, scampoli di verità di quei fatti lontani e ancora vivi nella sua anima benché ascoltati da noi nipoti col lo stupore di bambini ignari della cattiveria del mondo. Protetti dal cuore di nostro nonno, che ogni sera accendeva solo per noi tutte le stelle perché potessimo imparare a sognare per superare la paura e il disincanto, dato che prima o poi la vita ci avrebbe ingoiati nei buchi neri delle sue contraddizioni e avremmo dovuto fare i conti con la violenza, i lutti, il pianto...
E oggi sempre più spesso io mi rifugio in quelle sere sotto le stelle per ricordare il suo raccontarci le verità vere dei giorni passati e di quelli presenti e futuri. Sì, ora sempre più ho bisogno di quelle antiche certezze per ritrovarle ancora intatte e non avere più paura del presente così devastante e del futuro così precario e incerto per l'umanità intera. Devo partire da quelle lontane parole, le uniche che avessero per noi profumo di verità... Mia nonna sgranava gli occhi di bambina e s'accontentava di ascoltare il suo uomo e di scoprire il piccolo mondo che palpitava di vita appena fuori dalla sua casa. Lei sapeva accontentarsi. Era semplice e viveva di cose semplici. Non sapeva leggere né scrivere, come la maggior parte delle donne del suo tempo. Ebbe lunghi dolori di figli perduti alle sue braccia, confidando nel buon Dio che donava e toglieva, secondo il suo “ricamo”, di cui noi vedevamo solo il rovescio sotto la volta del Cielo, e lunghe risate a lenire quel dolore che nessun cronista avrebbe mai raccontato o racconterebbe mai. Era un mondo semplice e quasi piatto, il suo, che neppure un semplice e onesto cantastorie avrebbe mai acceso d'amore. Mio nonno sì, aveva fatto palpitare e vivere quel loro mondo di sacrifici, silenziose rinunce, quotidiana preghiera e lo aveva acceso di gioia e di memoria, facendo rivivere il passato e prevedendo il futuro, che è solo il “passato capovolto” per chi lo sa inventare...
Le parole dei vecchi, dunque, sono le sole parole vere di cui possiamo fidarci? Le uniche in cui credere? Purtroppo, no. Non hanno filtri i vecchi, né velleità di apparire. Vogliono solo consegnare ai nipoti la tradizione ricevuta dai racconti dei loro nonni, forse per fermare il tempo, prima che scappi via e li lasci deserti di memoria, svuotati di ricordi e di parole perse nel tempo, di voci spente nella voce del vento.
Nelle loro parole, la rinnovata identità di noi stessi, della nostra appartenenza, questo sì, ma contengono la “verità storica” dei “fatti”? Purtroppo, no. Ciascuno ha la sua verità. Che è sicuramente la propria verità, ma non può essere assunta a “verità storica”. E ogni verità è frutto di personalità, di passioni, sentimenti, emozioni. La stessa realtà ha migliaia di volti e voci e parole e percezioni, incanti e disincanti diversi. Ecco perché i ricordi non si fanno mai memoria collettiva. Confluiscono forse nella grande Storia, ma spariscono senza lasciare traccia. La grande Storia è appannaggio dei re, dei condottieri, dei grandi generali.
Significativa la poesia di Bertolt Brecht “Domande di un lettore operaio”:

Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?
Dentro i libri ci sono i nomi dei re.
I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?
Babilonia tante volte distrutta,
chi altrettante la riedificò? In quali case
di Lima lucente d'oro abitavano i costruttori?
Dove andarono i muratori, la sera che terminarono
la Grande Muraglia?
La grande Roma
è piena di archi di trionfo. Chi li costruì? Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
Anche nella favolosa Atlantide
nella notte che il mare li inghiottì, affogarono
implorando aiuto dai loro schiavi.

Il giovane Alessandro conquistò l'India.
Lui solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la sua flotta
fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi
vinse oltre a lui?

Ogni pagina una vittoria.
Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.
Chi ne pagò le spese?

Tante vicende.
Tant
e domande.


Giusto. Tante vicende, disseminate in senso diacronico e sincronico sul nostro pianeta, e tante domande che, come Brecht (fortemente impegnato a lottare con il suo Teatro e le sue poesie contro l’analfabetismo dei sentimenti dei ricchi, sempre intenti a perpetrare e perpetuare soprusi contro la povera gente spesso attanagliata solo da quell’analfabetismo strumentale che ne decretava l’ignoranza e ne strangolava rivendicazioni e libertà), avremmo dovuto o dovremmo porci, prima di accettare per vera la Verità storica e la stessa memoria. Ma noi ci accontentiamo dei libri di storia, delle lezioni dei cattedratici, dei saggi dei grandi studiosi, infiocchettati di retorica, inneggianti il ritrovamento dei documenti, inoppugnabili sulla loro veridicità, e dimentichiamo questi dubbi elementari, ma essenziali, che potrebbero condurci per mano a riscoprire il senso profondo dell’arroganza del sapere e quello più innocente della purezza dell’umiltà di chi scopre quotidianamente di non sapere tanto è l’abisso, in cui sprofondano i suoi perché, e consapevole  della impossibilità di conoscere un solo frammento dello scibile umano. Già, l’umiltà! Virtù praticata dai nostri nonni e oggi completamente ignorata dai più, convinti di avere l’abracadabra per aprire tutte le porte del sapere o di tirare fuori dal cilindro la carta vincente, la colomba che vola, il coniglio impaurito che suscita sempre e comunque meraviglia e battimani negli sprovveduti spettatori. Quanti “Io sono il migliore, nessuno può essere meglio di me. Sono io la luce che rischiara le tenebre degli altri!”. Sarebbe più giusto affidarsi alla velleità del dubbio piuttosto che all’arroganza della conoscenza e ripercorrere lungo i viottoli impolverati dei campi, un tempo rigogliosi e oggi dimenticati, i canti di uomini e donne abituati alla frugalità delle parole e dei sentimenti non urlati, ma mai dimentichi di innalzare un inno di Gloria per il Creato e tutte le sue Creature. Grati sempre al buon Dio del dono della semplicità e della vita.
Ed è così che, di generazione in generazione, sopravvivono voci e parole e valori fino a che la ribellione dei nuovi nati non sradichi la tradizione per proporre altri ideali, idee, comportamenti, pensieri. Nel tentativo di rinnovare la società. L’errore dei giovani, però, è sempre in agguato, data la loro inesperienza: purtroppo azzera il passato trovandolo obsoleto, non tenendo conto del prezioso dono della saggezza antica che va conservata nei suoi valori di sempre e rinnovata in tutto ciò che è necessario cambiare per naturale evoluzione e inevitabile trasformazione.
In realtà, tutto cambia e tutto si ripropone. Basta conservare memoria del passato, riproponendolo con tutte le modifiche e correzioni dovute al tempo presente in funzione di quello futuro.
Il passato: una brutta copia sgualcita, rimessa a nuovo non più con carta e penna e inchiostro, né con la macchina da scrivere Olivetti lettera 32 di mia felice memoria, ma con tablet, computer, cellulare di ultimissima generazione per rincorrere il tempo che non dà tregua, proiettato come un’astronave spaziale verso nuovi orizzonti e nuovi cieli.
Di qui la “nostalgia del futuro”, ossia dell’ansia di rinascita continua nella riproposizione di nuovi domani. Con solidi e mai del tutto scompaginati ancoraggi al passato. Per riconoscerci, riscoprirci, ritrovarci in un tempo che non è più il nostro tempo eppure tutti ci contiene nella sua eternità.
E mi piace concludere con una pagina del secondo volume del mio ultimo romanzo, Le piogge e ciliegi, (SECOP edizioni - Corato/Bari) dedicato appunto a mio nonno, leggendario e concreto eroe della mia vita.
“… Per riconoscerci, dunque, è necessario scoprirsi, accendere i fari sui ritrovati ricordi perché si facciano memoria di noi e degli altri, individuale e universale, in un andare a ritroso in quella galleria personale, dove spazio e tempo si azzerano per sconfinare in un “luogo” che ci spaurisce perché cela il mistero di noi e lo attualizza con spietata crudeltà. I fari illuminano quanto avevamo a fatica dimenticato, quanto ci eravamo illusi di azzerare, quanto ci era sembrato giusto soffocare nelle spire della “camera oscura”, dove si aggirano le nostre ombre. Quelle del passato e quelle del presente, in una confusa sarabanda di tempi luoghi azioni situazioni.
                                   Soprattutto le ombre
                 (analizzate a fondo da Carl Gustav Jung),
che avevano reso buio il nostro cielo, condizionato comportamenti nel nostro personale naufragio, in uno scrosciare di pianto da non dire. Occorre imparare a convivere con le nostre ombre se vogliamo salvarci dai sensi di colpa e dai rimorsi. E le lacrime non devono fare rumore se vogliamo essere accettati dagli altri. Se vogliamo accettarci. Per questo le ascoltiamo di notte. Le accogliamo e soffochiamo nel cuscino. Eppure sarebbe bello scoppiare in lacrime di fronte al mondo e dire ecco la mia fragilità, ecco il mio coraggio
(“e quanto è bello chiagnere”, dirà Filumena Marturano dopo una vita di lacrime ingoiate e occhi di ostinato silenzio).
E oggi sono convinta che si può scrivere con autenticità solo delle esperienze vissute in prima persona. Ed essere credibili. Altrimenti è solo una costruzione logica o fantastica, ma priva di verità. Ed è quest’ultima che rende universale la nostra storia privata. Soprattutto quando fa male perché ognuno può ritrovare sé stesso in quella ferita. In quel pianto. Tutto il resto è letteratura per mentire e mentirsi. Divertendosi e divertendo anche. Indicando mondi irreali perché si imparino gli sconfinati spazi della creatività, della fantasia e della immaginazione. E sono stata e sono la prima ad inchinarmi alla grandezza immaginifica dell’uomo. Ma sconfiniamo anche dalla realtà. Che è tanto più vera quanto più ci appartiene e appartiene alla gente che si dibatte in mille contraddizioni e si riconosce nelle qualità e nei limiti, nelle conquiste e negli errori, nell’ideale di quello che vorrebbe essere, e nel reale di ciò che è. E i ricordi servono anche a questo. A darci la nostra giusta dimensione nel tempo e nello spazio.
                    Nella nostra anima che non conosce confini
Ci sono, però, ricordi luminosi che non abbiamo mai dimenticato, che mettono in fuga le nostre ombre e ci aiutano a riafferrare il senso della vita con maggiore gioia di vivere. Soprattutto quando gli anni sono tanti. E ci sorprende come ladro di sogni il disincanto.
È bene, allora, farci illuminare e riscaldare dalla tenerezza di quei ricordi, se vogliamo rinascere e non solo sopravvivere a noi stessi:
                                             volti voci richiami
per mettere in fuga la pioggia che batte con piede cattivo sui nostri pensieri e fare spazio all’arcobaleno che ogni scrosciare d’acque porta con sé.
                 E ogni notte si fa Alba Mattino Tramonto Sera
Poi, si ricomincia. In una scia di luci-ombre-luci… senza fine… (…)
Nella consapevolezza di un tempo che non può tornare, ma può far sentire nel profondo del cuore la necessità di recuperare quanto di buono abbiamo dimenticato per farne nuovo seme per nuovi domani. Con nuovi mezzi nuove modalità nuovi passi nuove strade nuovi volti nuove voci
                                           su antichi richiami.
Ogni domani è il passato capovolto come il cielo in una pozzanghera. Come chiome d’alberi che hanno radici. Come occhi di bimbo ancorati agli occhi della sua mamma. E i domani si sognano prima di realizzarli.
E il sogno non vive e si alimenta nel fondo più profondo della nostra anima?
                 La Nostalgia è Sogno che viene da lontano e va lontano
    È Ricordo che si specchia nel Futuro. Memoria della nostra Umanità!
                             È Tenerezza che Accoglie Protegge Ama”.
I ricordi…
Oggi è il 6 gennaio, giorno di Epifania che tutte le feste porta via. Non è il caso di parlare dell’Epifania e del suo significato teologico con l’arrivo dei Re Magi e dei simboli dell’oro, dell’incenso e della mirra. Ma desidero parlare di un ricordo tenerissimo legato alla Befana.
Sempre, anche se non ci credevamo più da un pezzo, tu ci facevi trovare tra il muschio del presepe qualche sorpresa in dono. Uno di quegli anni t’inventasti un viaggio che non avevi mai fatto e l’incontro con la Befana sul treno. Ce la descrivesti con una tale dovizia di particolari che sembrava che per davvero avessi fatto quel viaggio e quell’incontro. E noi ti guardavamo al colmo della meraviglia, della tenerezza e dell’ammirazione. Ci dicesti, infine, che ti aveva consegnato per noi delle stecche di cioccolato belle e grandi, di cui soprattutto io ero molto ghiotta.
Il 6 gennaio si vestì di cioccolato, di rinnovata fiaba, di mai spenta complicità tra noi (la befana vien di notte/ con le scarpe tutte rotte/ il cappello alla romana/ viva viva la befana!)
                  Tu sempre attento a non farci perdere lo stupore e l’incanto…
A domani con i bellissimi commenti che mi avete inviato. Grazie. Abbraccissimo. Angela

martedì 5 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: martedì 5 gennaio 2021

 Ancora una volta la poesia arriva dove non arriva la ragione. Angela sono stupendi i versi che qui hai riportato, e ne godo. Aggiungo per quel che mi riguarda che il tempo non è cosa che si possa definire razionalmente e chi ha inventato l'orologio lo ha fatto per illudere l'uomo di avere in mano (o al polso o nel taschino o sul comodino) qualcosa di suo, da leggere, guardare, usare o distruggere. A me succede per es. di spostare di notte le lancette in dietro e sono felice perché così penso di avere più ore da dormire prima che spunti il giorno. E davvero al mattino mi alzo più riposata pensando di aver dormito a lungo. Ma sono trucchetti, che non so se potrò sostenere quando sopraggiungerà sorella morte, ahahah!

Così Giulia Basile che, simpaticamente sorniona, mi ricorda che il tempo in fondo è una nostra invenzione, magari per darci tempo. Ne sono convinta anch’io tanto è vero che parlo di tempo vissuto e di tempo percepito, tempo inventato e tempo usato per accendere la memoria appunto e ricordare: tempo individuale e tempo universale. Il tempo vissuto non è mai uguale a quello percepito. Il primo conta le ore e i minuti sul quadrante dell’orologio e si fa misura del nostro tempo reale; il tempo percepito, invece, si accorcia o si dilata a seconda di quello che stiamo vivendo: se siamo in armonia con quello che ci circonda e ci abita dentro, il tempo vola in un attimo, lasciando spesso il rimpianto che tutto sia stato molto breve. Al contrario, il tempo non passa mai se stiamo ascoltando una lezione che non ci interessa; se il relatore in un convegno è noioso, monotono, arrogante, scontato; se il dibattito, a cui stiamo partecipando, non approda a nulla perché gli interlocutori non ascoltano debitamente gli altri e non intervengono pertinentemente ma solo per ribadire il proprio punto di vista, e così via. Il tempo inventato è proprio quella che Giulia si ricava mettendo indietro le lancette del suo orologio creandosi l’illusione benefica di aver maggior tempo per riposare. E il potere della mente è tale da darle un senso di benessere reale al suo risveglio. Poi il suo senso straordinario di autoironia prevale sull’illusione e stempera l’ultima battuta dell’ultimo inganno che vorrebbe/vorremmo perpetrare contro la francescana “sorella morte”, che non si lascerà certamente imbrogliare da noi comuni mortali, ma riuscirà in qualche modo ad imbrigliarci. E neppure il ricorso alla poesia come nostra ultima àncora di salvezza ci darà ragione. Ma, intanto, noi ci proviamo. Almeno con qualcosa che “vince di mille secoli il silenzio” (Foscolo).

E ritorno al mio articolo sul tempo, la memoria, i ricordi.

Parte II: La Memoria

La memoria è un faro che accende di luce il nostro passato: resterebbe buio e indistinto se non conservassimo a tratti squarci di visioni antiche che si nutrono di voci, immagini, suoni, odori, sapori, emozioni, parole… illuminando anche il presente: dalla invisibilità alla visibilità degli oggetti e delle decisioni riguardanti quegli “oggetti”, dalla indecidibilità alla decidibilità delle situazioni, dall’inaspettato prodigio o disastro all’attesa o alla scongiura dell’accadimento, dalla impalpabilità dei sentimenti alla palpabilità del cuore. 

Ecco perché memoria è “tutto ciò che si deve ricordare ma soprattutto quello che non si può dimenticare”, tanto è inciso nella mente e nell’anima.

Segno e senso del nostro brevissimo passaggio esistenziale su questo pianeta.

Guai se quel faro si spegnesse, saremmo tutti naufraghi alla deriva, senza più contezza di noi, del tempo, dei giorni, delle ore; del mare e del suo splendore, delle notti rischiarate dalla luna o ricamate dalle stelle; dei nostri amori e dei nostri rancori, dei sogni e dei desideri; dei passi d’erba e delle orme cancellate sulla sabbia del tempo che dimentica. Del vuoto della mente e del deserto del cuore. Niente di più disumano del perdere la memoria e con essa identità e dignità. Chi restituirà al malato di Alzheimer la memoria dei giorni vissuti, degli affetti radicati nel cuore e smarriti nelle tenebre del non ricordare? E non sapere più di essere madre/padre, figlia/figlio, moglie/marito? Non ESSERE perché essere SENZA. Disperazione, al loro fianco, di quanti sanno e ricordano. Senza attesa. Senza speranza. Senza storia. SENZA. Un senza che apre un baratro, un abisso, il nulla.

La memoria, invece, è una pagina piena di ricordi che la mente traduce in parole per definire una storia al passato. È pienezza, non mancanza. È, paradossalmente, presenza, non assenza.

La memoria di cui parlo, infatti, non si veste del fragile tessuto della nostalgia o non si curva sulle linee esauste di un corpo ripiegato e sconfitto, né si rifugia nei secchielli colmi di mare dell’infanzia, magica e dorata, nei riccioli al vento degli aquiloni che mai più saranno, ma si fonda sul presente e sul futuro perché riscopre in ogni passato il Valore irrinunciabile della sacralità della vita in tutte le sue innumerevoli foglie, che rinascono ad ogni attesa primavera. In ogni stagione vissuta. Da vivere.

E, oggi, è un Valore, che colma l’attuale disagio del “pensiero debole” (Vattimo-Rovatti) per farsi, nel terzo millennio, “forza” e “pienezza”, che irradiano, nella nostra società planetaria, nuovi stati di coscienza individuali nel loro farsi “consapevolezza collettiva” in una sorta di “correlazione universale” (come ci ha suggerito la compianta Silvana Folliero nel sostenerci a realizzare il Sogno/Progetto di aprire una “Casa editrice altra” più di quindici anni fa), attraverso un rinnovato “pensiero forte”, titano della conoscenza del mondo. “Scienza e Coscienza”, dunque, sempre più si dilatano fino a comprendere la “coscienza delle cose” e la “fiducia nella tecnologia e nella comunicazione digitale”, che diventa, utopisticamente forse, fiducia in possibili coinvolgimenti di tutti e di ciascuno per realizzare una umanità migliore. Una umanità, che dovrebbe fare della solidarietà e della speranza i suoi punti di forza; dell’intelligenza e della comunicazione di massa i solidi ponti di “inter-esistenza” tra gli uomini, perché la memoria si faccia possibilità di “rinascita” e di “rigenerazione” (vedi il Protonismo di Gjeke Marinaj).

Ma potrebbe accadere il contrario e sarebbe la distruzione della intera umanità.

Una possibilità che non voglio neppure prendere in considerazione perché ho fiducia nella coscienza dell’uomo, che saprà fare tesoro della scienza, come è sempre accaduto nella storia dell’umanità, altrimenti ci saremmo già estinti da lungo tempo.

Ritengo, però, che la storia non sia “magistra vitae” (Cicerone) perché ancora oggi vale per l’uomo contemporaneo il grido di dolore di Salvatore Quasimodo: “Sei ancora quello della pietra e della fionda,/ uomo del mio tempo…”. Pure, nonostante la sua natura immutabile, l’uomo ha risorse di mente e di cuore per scongiurare di volta in volta, nei millenni, la sua autodistruzione.

La memoria, allora, si fa attimo di ogni presente che vive il possente fulgore dei guizzi di conoscenza del passato e si affaccia al futuro. Nel passato, i germogli del presente, e degli scenari che si potrebbero configurare lungo i passi che il tempo concede ai nostri domani. Ci saranno sempre nuovi viandanti a proseguire il viaggio lungo i sentieri ritrovati della nostra storia oppure cercati e scoperti o, ancora, via via tracciati perché si facciano storia.

La memoria è, dunque, paniere di tutti i fiori e i frutti, vitali e propulsivi, dell’umana esperienza, individuale e universale.

La memoria è anche, o forse soprattutto, forza catartica, invincibile emozione, profondo sentimento. Chiaroveggenza e Speranza. Epopea di epiche risonanze di terre e di universi.

Scultura di Volti di uomini incisi nelle pietre che raccontano innumerevoli storie che, come fiumi aventi sorgenti lontane, si riversano insieme, dopo lunghi viaggi individuali, nel grande oceano della Storia universale.

Di solito, queste innumerevoli storie non ambiscono a ritrovarsi nella grande Storia, si accontentano di poco: fare tenera compagnia alle persone anziane che vivono di ricordi più che di progetti.   

E, del resto, la storia non è mai come viene raccontata, ma come viene vissuta; si ha persino paura di dover fare i conti con una storia dell'umanità mai vera e sempre inventata dal cronista di turno o dal saggista di parte (per ideologia politica o partitica, per formazione culturale, per convinzioni personali…) e dall’archivista che la ricostruisce con pazienza certosina, mai realmente libero di approdare alla “verità storica”, eterna utopia.

Dove la “verità storica”, allora? La storia è o non è fondata sulla memoria? Ma la memoria, come già osservato, non sempre racconta la verità. E, dunque? Quando si può parlare di “verità storica”? Quando si va a cercarla nei racconti dei nonni o quando ci affidiamo a documenti più concreti e oggettivi come graffiti nelle grotte millenarie dei nostri progenitori, scavi e reperti di una certa era storica, monete antiche, iscrizioni, epigrafi, stele funerarie e monumenti che resistono al tempo o alle loro stesse rovine? Cercare costantemente eventi con effetto “domino” di cause e conseguenze e sentirsi autorizzati ad avere certezze sui comportamenti umani che sortiscono sempre gli stessi effetti, se motivati dalle stesse cause, sia pure in tempi e luoghi diversi, oppure nutrirsi di dubbi sulle interpretazioni perlopiù soggettive di eventi raccontati in maniera del tutto arbitraria e spesso con opposte testimonianze e dichiarazioni sui vari accadimenti?

Forse sarebbe opportuno, come sosteneva Benedetto Croce, rifarsi alle fonti dirette e indirette degli accadimenti storici, evitando ogni coinvolgimento emotivo in riferimento all’“oggetto studiato” per consegnarlo al lettore come pura “conoscenza dei fatti”, ma questo metodo non mi convince molto. Non amo la cronaca triste ed essenziale della “conoscenza dei fatti” che ne fanno i cronisti sulle pagine di un Quotidiano locale o nazionale, oppure gli studiosi nei loro libri di storia.  Ciò vale soprattutto per la cronaca quotidiana di altri periodi storici alle prese con varie emergenze per la salute e per il pericolo di decimazione dell'umanità: la peste, la lebbra, la spagnola, la malaria,   l'asiatica, la terribile SARS, diffusasi nel 2002, quindi nel XXI secolo, dalla Cina e definita già coronavirus, con le stesse caratteristiche di sofferenza polmonare a chiudere alveoli e cuore, ormai disperatamente note, del Covid 19.

La stessa aridità è riscontrabile anche cercando notizie di guerra, altro flagello per il genere umano. La Prima e la Seconda guerra mondiale, per esempio. Per delimitare la ricerca al "secolo breve" eppure lungo di lutti e di dolore, e arrossato dal sangue di tutte le altre guerre devastanti nei vasti territori del pianeta Terra. Tutte le cronache sono uguali. Narrano i fatti. Che sembrano veri, tanto sono dettagliati con luoghi, vittime, circostanze, indici statistici. Fatti non fanfaluche... E il tempo azzerato, quello che vogliamo non esista per via delle nuove teorie sulla relatività o sulla quantistica, d’improvviso ci assale alle spalle e ci inchioda al nostro tempo o al tempo passato tanto simile al nostro tempi, sia pure tanto diverso.

Tutto sembra chiaro e inoppugnabile. Eppure, in quegli articoli così bene articolati, non è difficile rilevare l'assenza della paura o la mancanza di qualsiasi altro sentimento negativo o positivo che sia.

Quando a scuola studiammo  la storia della Grande Guerra non rilevammo, al di là dei fatti narrati con asettica precisione, la tentazione di una fuga, il fremito di una lacrima, la commozione di un incontro, il sollievo per lo scampato pericolo, lo strazio di sapersi vivo mentre una granata squarciava il cuore del compagno appena a un palmo dai pantaloni alla zuava del soldato in trincea; non il canto nostalgico di chi guardava le stelle e si accendeva una sigaretta per abitudine, subito spenta per precauzione col nemico appena a pochi passi oltre la trincea, e pensava alla sua ragazza lontana "ohi vita ohi vita mia". E i partigiani e la Resistenza "oh bella ciao, bella ciao, bella ciao". E il Vietnam con "c'era un ragazzo che come me" e giù lacrime di solitudine.

Solo numeri, dati, statistiche in quell'apparente verità obbiettiva dei fatti narrati. Senza fremiti, lacrime, sorrisi. Senza. Anche qui il “SENZA” mi spaventa.

Io ho fatto sempre tesoro dei racconti di Guerra di mio nonno: nelle sue parole senza lacrime, ma evocative e sicure, c’era la verità da me sempre cercata invano nei libri di storia, nelle lezioni dei proff. di Storia e Filosofia.

L’unica verità possibile era racchiusa nei suoi racconti che avevano per noi sapore di fiabe antiche per non turbare la festa innocente dei nostri giorni ignari di violenze e lutti e dolore.

Sì, per fortuna, la memoria viene rigenerata continuamente dai ricordi, che fanno parte della storia individuale e riportano al cuore (ri-corda-re) storie vissute in prima persona nel passato.

E la memoria, come mamma amorevole, nutre i ricordi quasi fossero suoi bambini, a cui ogni sera racconta fiabe, cominciando con quel “c’era una volta” che indicava un tempo indeterminato perduto nella notte dei tempi o nel bosco della dimenticanza (tempo sognato più che vissuto). Ma, in reciprocità amorosa, anche i piccoli, i ricordi appunto, offrono alla mamma, sempre più smemorata con gli anni che passano in fretta, il loro sollecito aiuto, sostenendola nel far rifiorire, nel tempo, le tante storie da rivivere perché non muoiano mai del tutto.

E anche per oggi chiudo qui con questo tempo zigzagato, mai vero mai falso, nella speranza che queste apparenti digressioni non vi annoino al punto da percepire il tempo della loro lettura come tempo noioso e dilatato a dismisura. Come una inutile, soporifera “perdita di tempo”. Ma io,   egoisticamente, solo così so riempire il mio tempo, con la felice illusione di donarlo agli altri… Pardon.

A domani. Ciao. Angela

lunedì 4 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: lunedì 4 gennaio 2021

E ripropongo la poesia di Mariateresa Bari perché è piena di interessantissimi interrogativi che chiedono forse una risposta, ma non ne sono sicura: mentre chiedono, la contengono già in sé: Tempo mi darai? Mi darai lenzuola profumate di sera che giocano nel groviglio delle lacrime? Mi darai aneliti alati di pace che sgrumano le vene dal gelo? Mi darai vento scosso da speme che flette la boria delle teorie per riflettere? M. Bari.
È, dunque, una straordinaria reiterazione di una domanda retorica: l’interlocutore privilegiato della poetessa è il tempo, ma in realtà è nello stesso tempo la stessa autrice che nel tempo riavvolge e dispiega i suoi desideri più profondi e le sue paure da combattere in un “groviglio di lacrime” che avvolgono di profumata sera il pianto in un gioco onirico mai falso, mai vero. “Mi darai”… “Mi darai”… “Mi darai”… anaforica cadenza ritmica che rende suggestiva l’ansia degli “aneliti alati di pace” che sciolgano il grumo (reso molto bene dal neologismo verbale “sgrumano”) di gelo depositato nelle vene per una acquisita/negata abitudine, nel tempo, a sentire dentro il fuoco dell’ardimento per combattere ogni tipo di guerra, soprattutto quella interiore. O quella sperata contro la supponenza di quanti affastellano teorie con l’arroganza di possedere verità su cui dover riflettere, mentre il salutare vento del dubbio proclama la vittoria dell’umiltà di chi “sa di non sapere” di socratica memoria. Ed è in questo coltello affondato nella carne dell’umana presunzione l’essenza profonda del tempo che forse non ci darà mai risposte perché esse abitano dentro di noi e bisogna saperle/poterle tirare fuori al momento giusto, come l’Ecclesiaste suggerisce/ammonisce.
E sempre di Mariateresa è il messaggio di ieri: Quanta intensità! Quanto in profondità scavano i versi di Primo...e il tempo si fa tempio! A domani Angela! Senza forse... Mariateresa Bari

E mi fa molto piacere che sia stato evidenziato il gioco retorico di parole da parte di Primo, nella poesia dedicata al padre, tra “tempo/tempio”, che dilata e intensifica il significato metaforico e connotativo di un padre “tempio di dolore” nel “tempo degli anni grevi”. Certo, è uno scavo profondissimo quello di Primo Leone nei sentimenti che lacerano l’anima non abituata ad avvolgersi nella sofferenza, per trovare scampo, sollievo, o pietà. Bisognerebbe leggere e vivisezionare ogni suo verso per scoprire l’ossimorica personalità di un genio sempre alla deriva di sé.

E desidero ora approfondire il filosofico commento della carissima Maria Pia Latorre:

Bellissime riflessioni. Solo che se solo ci spostiamo fuori dalle categorie aristoteliche (e ci sono stati dei filosofi che ci hanno provato, vedi relativismo di Einstein, tanto per citarne uno), il tempo è solo una convenzione umana. Da questa prospettiva le cose cambiano parecchio. (Maria Pia Latorre)

Mia carissima amica, come tu avrai già notato, ogni mia riflessione sulle parole che il mio retino cattura è sempre relativa a quanto in quel momento mi viene in mente di dire con innumerevoli possibilità di integrazioni mie o di quanti mi leggono. Il discorso sul tempo è vastissimo per le innumerevoli diramazioni anche legate alle teorie che si sono succedute nel tempo, fino ai nostri giorni, teorie a cui ha dato un notevole scossone proprio Albert Einstein, con la sua “relatività”, rivoluzionando tutto quanto si sapeva del tempo. Dandoci un eterno presente in cui ci muoviamo lungo una linea curva, se non ricordo male. O se scegliamo direzioni e mezzi diversi per muoverci nello spazio/tempo. Non mi spingo oltre perché potrei dire una serie enorme di sciocchezze. È un campo che mi affascina molto, ma che non rientra nelle mie competenze. So però che Einstein ha anticipato la teoria dei quanti e della fisica o meccanica quantistica. Altro tema estremamente catturante per chi, come me, cerca una cerniera tra scienza fisica e scienza metafisica, tra il credere e il conoscere, tra la materia e lo spirito. E credo che oggi con la scoperta del bosone o “particella di Dio” siamo molto vicini a questa grande realtà o possibilità. Da approfondire insieme. Chiedo lumi, correzioni, integrazioni. E, intanto, ripropongo anche sul blog un mio articolo, riguardante il tempo, la memoria, i ricordi, scritto a luglio e pubblicato ad agosto del 2020 sulla nostra Rivista di cultura, storia ed arte NEDA, nata da una idea del giornalista Luca De Ceglia e realizzata dalla SECOP Edizioni.

Ci sono delle riflessioni sul tempo che si rifanno a quanto ho già messo sul blog qualche giorno fa. Ma nell’articolo ho ritrovato divagazioni sul tema con nuove parole su identici percorsi. E questo mi piace molto. Come mi piace sempre evidenziare l’ossimorica nostra esistenza continuamente in bilico tra le inevitabili contraddizioni del nostro spazio/tempo e del nostro mondo personale, interno ed esterno.

L’INCONTRO con il Tempo, la Memoria, i Ricordi

Parte I: Il Tempo

Siamo a luglio 2020. Abbiamo vissuto già oltre la metà di un anno difficile, di cui si conserverà a lungo memoria.

Proprio vero. Non ricordo più chi abbia detto che “la memoria non riguarda solo quello che si vuole ricordare, ma soprattutto ciò che non si può dimenticare”.

E, infatti, difficilmente si potrà dimenticare, nei secoli a venire, la Pandemia da Coronavirus che, nell’arco di alcuni mesi, ha falcidiato centinaia di migliaia di vittime in tutto il mondo.

Questo purtroppo è il nostro tempo: tempo di timori, paure, terrori. Tempo di contagi, di morte e dolore. Ma anche tempo di lotta, coraggio, forza, solidarietà, speranza, salvezza. Tempo di vecchi che muoiono e di bambini che nascono, perpetuando il senso dell’inevitabile Oltre e rinnovando il miracolo della Vita.

Il tempo: una parola senza tempo. E, per questo, difficile da spiegare per comprenderne il mistero. Ci provo a modo mio.          

Il tempo ci comprende o siamo noi a sentirci compresi nel tempo?

Il tempo passa o siamo noi a passare nel tempo?

Tempo lineare-Tempo circolare-Tempo zigzagato-Tempo vissuto- Tempo percepito- Tempo annullato-Tempo senza tempo…

Tempus fugit. Tempo virgiliano tempo oraziano. Il mio il tuo tempo, che dell’eternità ci regala l’attimo, infinito presente in cui siamo ciò che mai siamo stati e mai più saremo.

In ogni attimo l’Io nella sua pienezza di ESSERE in quell’istante.

Pure, il tempo ha passi di viandante a percorrere strade e vie e sentieri tra case addormentate e un risveglio d’alba che sa l’aurora e preannuncia il giorno. Lascia orme sui percorsi innevati dei monti, e passi incauti tra campi di ulivi alla collina. E tralci di viti ubriachi di sole. E vino nei calici dei giorni della festa e dei sorrisi. Ha un incedere attento tra l’erba dei prati e lucertole e sassi di ogni possibile inciampo. Ride di buonumore al rosso portafortuna delle coccinelle dai sette punti neri che fanno eleganza e tanta allegria. S’annida nella casa, tra serti di braccia di chi si ama, e spine dolenti di chi si odia e nasconde coltelli in sotterranei anfratti del cuore. E si sgomenta di tristezza. Il tempo, accogliente o diffidente, incontra gente amica o sconosciuta, si gira indietro al richiamo nostalgico del pianto dell’amato perduto o del sogno irrealizzato. Segue un destino di mete e di realtà sognate e spesso vanificate dall’inganno di un miraggio nel deserto dell’anima in disuso e prigioniera di rancori mai spenti, che ravvisano un nemico nello straniero della porta accanto. E lo straniero guarda cupo il traguardo azzerato, la casa abbandonata, la terra, la culla… e il miraggio della “terra promessa”, luogo d’incanto per bellezza forza lavoro e libertà. Vola il tempo sulla disperazione e il rimpianto, sul pianto che fora l’azzurro per raggiungere il Cielo a ritrovare una voce che non ha più voce… Vola tra aerei e aquiloni e stelle e pianeti. Gira intorno al sole e s’incanta di luna. Sfiora universi e galassie e dubita di misteri gravitazionali e quantici, che poi accoglie per farsene una ragione. Precipita in buchi neri dell’umana esistenza: Pandemie e virus mortali. Guerre e distruzioni. Perdite e lutti. Pianti irrefrenabili o silenziosi. Muto vero Dolore e falso dolore urlato, esibito. Solitudini obbligate oppure scelte in libertà. Tempo strangolato. S’impiglia tra le antenne sui tetti delle case e s’aggrappa alle code degli uccelli in migrazione. Pigola tra passeri e pulcini e chiude gli occhi al canto del gallo e al terzo tradimento. Svetta sul volo dispiegato di falchi e poiane, e canta tra le ali della paradisea e dell’airone. S’incanta all’assolo dell’usignolo e al garrire in coro delle rondini in festanti voli. Plana lento sul grido strozzato dei gabbiani, e si tuffa negli oceani da cui ebbero origine i mari. Naviga tra lo scintillio di acque calme a specchiare zaffiri e smeraldi e diamanti di cielo e s’infuria tra i marosi in tempesta e gli scogli appuntiti di ogni rimpianto. E conosce il segreto delle maree e dei lupi mannari che ululano agli occhi stupiti della signora del firmamento, oscurandone l’incanto. Ascolta con le barche addormentate la nenia della risacca contro vento. S’inerpica sui pensieri che dondolano d’altalene tra gli alberi spogli e quelli in fiore. Rischia gli abissi tra fondali insondati di coralli e velieri e tesori nascosti in galeoni affondati, depredati e distrutti dalla mano rapace dell’uomo che non teme coscienza e sapienza dell’eterno andare per scoprire e conoscere. Prega tra le mani del Cristo degli abissi e s’inabissa tra tormenti e trasalimenti, tra schianti dell’anima alla deriva di ogni perché. Risorge sulla schiena inarcata dei delfini e medita tra guglie di cattedrali gotiche e s’insuperbisce di castelli federiciani e non, e archi di trionfo d’antico splendore. Versa lacrime lungo i muri del pianto e rinasce negli occhi immensi dei bambini alla prima fiaba, al primo gioco con le manine, al primo sguardo della mamma, al primo germoglio in fiore che annuncia il risveglio nel pudore rosato di mandorli e ciliegi, baciati dalla primavera (Neruda). E s’innamora di un canto d’amore. Di una serenata ormai dimenticata e lontana nel tempo che non perdona. Si colma di sole nei secchielli di sabbia tra mani bambine e sogni di barche addormentate nei porti, che sentono la tristezza della solitudine del faro e lo schianto dei gommoni alla deriva di una estate che ignora storie di fughe e di fame di guerre e di abbandoni sulla pelle abbronzata dei turisti multimiliardari e le loro arroganti imbarcazioni. Segue la meraviglia dei velieri e le regate di vinti e vincitori. Piange con le piogge di settembre e s’infilza sulle cime acuminate dei cipressi che vegliano urne di morti abbandonate o protette da crisantemi e cespugli di rose. Sorride alla stella cometa che sfida il gelo e indica agli “uomini di buona volontà” la meta e la divina culla. La Rinascita e la Speranza. La ciclicità della vita e le stagioni. La sua retta di lunghi anni contati in secoli e millenni. La rivincita dell’uomo che si eterna.

Dove c’è un bambino c’è una fogliolina verde che fremita di futuro…

Il futuro, un eterno ritorno! Per ritrovare il senso della nascita e le radici. Il senso della morte e della sacralità di ogni sguardo verticale. Di ogni “muro d’ombra” attraversato. L’eterno presente del tempo (Einstein, Sant’Agostino?).

Passano gli anni e le stagioni. E dei mortali gli amori e le generazioni. Passano o restano nella memoria del mondo e dell’acqua che la conserva nel suo eterno scorrere e divenire?

Immortale resta il tempo che si eterna nella Volontà di una Energia d’Amore che lega i sottilissimi fili dell’ordito e della trama di ciascuna Creatura in forte attrazione, e connette ogni particella del Creato al suo Creatore. Che sa l’aurora e il tramonto, lo spuntare del filo d’erba e il maturare del frutto, lo scorrere dei fiumi e il disgelo delle nevi. Il tempo giusto di ogni accadimento (Bibbia). La perfezione di ogni creatura nella sua stessa imperfezione e contraddizione. In ogni disgiunzione. Nell’incanto di ogni possibile nuova congiunzione.

E vigila sul buio della notte accendendo sogni come stelle sul misterioso canto della Vita…

E, nel buio di ogni notte, ecco accendersi nella nostra mente la memoria, che fa a gara col tempo e lo vince. E, questo nostro tempo, è tempo di memoria più che mai.

E mi fermo qui. Domani, se mi sarà concesso, continuerò con l’articolo sulla memoria che attualizza il tempo tra passato, presente, futuro (ancora Sant’Agostino?). E, magari, metteremo insieme a fuoco, sotto la lente d’ingrandimento, suggerimenti, correzioni, integrazioni, per un ulteriore confronto e… conforto. E, infatti, mi è appena giunto un nuovo commento di Giulia Basile e ne sono felicissima. Grazie. Ne parleremo. Abbraccio. 

domenica 3 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: domenica 3 dicembre 2021

Riprendo a parlare del tempo. Ritengo che sia una parola magica perché ha ispirato studiosi, narratori, poeti, scrittori, santi, scomodando persino lo stesso Dio, la cui Voce possente la ritroviamo nella Bibbia a parlarci del TEMPO (vedi l’Ecclesiaste 3,1-15 o anche Qoèlet 3,1-11):

1 Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

    un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,

   un tempo per demolire e in tempo per costruire.

4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

    un tempo per gemere e un tempo per ballare.

5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

   un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

   un tempo per serbare e un tempo per buttare via.

7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

   un tempo per tacere e un tempo per parlare.

8 Un tempo per amare e un tempo per odiare,

   un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

9 Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?...

E continua a lungo più o meno così in entrambi i libri che la Bibbia contiene. In cui si parla di distruggere e costruire, di odio e di amore, di guerra e di pace. E di non darsi pena nell’affannarsi a realizzare cose fuori tempo. Occorre saper aspettare il momento giusto. Né prima, né dopo. Tutto ha compimento a suo tempo.

Non ho mai amato l’Antico Testamento. Vi ho trovato un Dio punitore. Anche quando salva, chiede all’uomo, sua creatura, la prova della sua fedeltà con sacrifici inumani (Abramo e Isacco, per esempio). Ma poi ci fu promesso Gesù e fu il tempo dell’Attesa e della Nascita, il tempo dell’agire e del raccontare, il tempo dei miracoli e delle resurrezioni, il tempo del trionfo e del tradimento, della preghiera e della veglia, del sacrificio e della morte. Ma soprattutto Tempo dell’AMORE e del PERDONO. Tempo di RESURREZIONE. Tempo del Cristo che mi piace. Mi commuove e mi vince bussando al mio cure con la “mitezza del suo Cuore”.

E anche i cantautori hanno riproposto quanto detto sopra. Ivano Fossati, per esempio, con la sua splendida canzone “C’è tempo”. E poi Luigi Tenco, Lucio Dalla, Lucio Battisti, Renato Zero, Fabrizio De Andrè, Roberto Vecchioni, ossessionato dal tempo anche nella scrittura di racconti e romanzi. E Primo Leone, il cui libro postumo Lontano da ieri, come sappiamo, ha aperto i nostri incontri. primo, di tanto in tanto, mi prende per mano per ricordarmi di ricordarlo. Ed io lo faccio con grande fierezza e tanto incanto. Nella seconda finestra, infatti, si parla proprio del tempo: “fragile è il tempo” egli scrive sul davanzale di questa finestra semiaperta, attraversata da grosse scaglie di tempo in frantumi per dare la stura alle sue parole: Il tempo è come un vetro sottile, limpido e trasparente. Ci camminiamo sopra, lentamente, e… se lo guardiamo, mentre i giorni ci assediano inesorabili, ci rimanda immagini sempre più sbiadite.

                   Le immagini dei nostri ricordi cancellano questa trasparenza - come il vapore d’inverno sui vetri di una finestra -.

                   Poi, quando cerchiamo la nostra, di immagine, ci troviamo a guardare un estraneo…

                   … e quel vetro comincia a frantumarsi.   

Per Primo il tempo è un vetro trasparente che i ricordi rendono sempre più imbrattato, opacizzandolo, a tal punto da non rendere possibile al poeta che si guarda il suo stesso riconoscimento. È quello il tempo del frantumarsi del proprio tempo. Mi chiedo: è il suo tempo a rivelare tutta la fragilità nel frantumarsi o è la fragilità di chi si specchia nel tempo “di giorni (che lo) assediano inesorabili” a mostrarsi in tutta la nudità di un’anima ferita, in cui non ama riconoscersi?

Ed ecco un trittico eloquente:

1.      Neanche il tempo/ che mi sorveglia da vicino/ mi riconosce/ quando fruga/ tra le ombre/ della mia identità/    disegnate   / dalle stagioni/ e disperse in giro/ dai venti/ e dagli eventi (“Neanche il tempo”).

2.      Come un tempio/ devastato dal dolore/ mio padre/ era un deserto di preghiere/ in croce/ la pietà feroce/ sempre più lontana/ e la verità straziale/ delle circostanze/ danzavano oscene/ in punta di piedi/ replica/ di una morte apparente/ sospesa/ tra tempo rimasto/ e tempo compiuto (“Come un tempio”).

3.      Mia madre/ è un gomitolo di lana/ che ancora protegge/ le mie ansie,/ srotola memorie,/ quasi un bozzolo/ di seta/ che gira e rigira,/ fuso di pietra/ che rincorre labirinti/ di lantana./  Ancora quel filo/ disegna figure nel buio,/ ancora quel gomitolo/ si dipana tra le mani/ oltre la soglia del tempo/ come foglia che mai cade/ e si rialza e va giù/ e ritorna/ prima di cadere/ sulle ombre della sera/ quando il vento/ è un sussurro lieve/ un brivido appena/ che il filo di lana/avvolge e nasconde… (“Gomitolo di lana”).

La poesia è molto più lunga ed è bellissima perché rammemorante e tenera e calda, ma in questi primi versi l’essenza del tempo si staglia prepotente e incide nella carne del poeta come nella nostra carne. Sua madre è un morbido gomitolo caldo e protettivo contro tutte le ansie di bambino e di adulto “oltre la soglia del tempo”. E l’asindeto reiterato sottolinea la corsa affannosa del poeta nel tempo che non perdona per rincorrere quel gomitolo d’amore che ha numerose cadute e riprese prima del brivido conclusivo che il vento sollecita e che quel gomitolo “avvolge e nasconde” e lo farà fino “oltre l’orizzonte/ dove cadono inesorabili/ i silenzi della memoria”. E un brivido avvertiamo pure noi alla conclusione amara di un tempo senza più memoria. A cui io mi ribello perché “sol chi non lascia eredità di affetti scarsa gioia ha dell’urna” (Foscolo, I Sepolcri). E Primo ancora oggi domina nel nostro cuore.

Mi fermo qui. ma domani continuerò a parlare del tempo anche sollecitata da un messaggio pervenutomi da Mariareresa Bari, davvero molto bello e stimolante:

Che splendida immagine quella del tempo pellegrino! Se ti fa piacere leggere alcuni miei versi sull'argomento ti posto una mia piccola poesia. Grazie sempre!!

Tempo mi darai? Mi darai lenzuola profumate di sera che giocano nel groviglio delle lacrime? Mi darai aneliti alati di pace che sgrumano le vene dal gelo? Mi darai vento scosso da speme che flette la boria delle teorie per riflettere? M. Bari.

Bellissimi interrogativi che domani troveranno un tentativo di risposte. Il nostro abbraccio. A domani. Forse. Speriamo.

 

 

 

 

 

  

sabato 2 gennaio 2021

La magia delle FINESTRE: sabato 2 gennaio 2021-finalmente l'Anno Nuovo!

 Mariateresa Bari ha commentato su "La magia delle FINESTRE: 30 dicembre 2020"

Angela cara, quanti doni stasera! Dolore e gioia: ordito e trama di quella splendida tela che è la nostra esistenza. Ma se la gioia ha occhi luminosi e voce squillante, il dolore è muto e cieco. E spesso si perde nei vicoli del cuore, senza trovare via d'uscita. A proposito del dolore, intensa la pagina di F. Pessoa nel suo "Libro dell'inquietudine"! Un abbraccio.

Grazie, carissima Mariateresa, per questo ulteriore stimolo ad approfondire il senso del dolore e della gioia, facendo riferimento a Pessoa e a quanto scrive sul dolore nel Libro dell’inquietudine. Ne riparleremo certamente, ma non oggi. Oggi è inevitabile, direi, parlare del TEMPO perché il passaggio dal vecchio al nuovo anno ci porta immediatamente a pensare al “tempo che passa”, all’“orologio” che ha battuto gli ultimi minuti del vecchio anno, denso di ricordi, e i primi dell’anno neonato, ricco di attese e di speranza. Ma ancora di più sono spinta a scrivere del “tempo” ieri mi è stato assegnato come parola che mi riguarda da vicino per più motivi. Ma devo necessariamente parlarvi dell’antefatto per comprenderne appieno l’importanza. Durante le feste natalizie, quelli di casa, per via della chiusura sociale causa pandemia, si sono adoperati per rendere meno triste la nostra condizione di famiglia divisa tra Corato e Roma inventandosi una situazione di quasi normalità condita di tanta creatività, immaginazione e fantasia: per la vigilia di Natale, pranzo natalizio, vigilia di San Silvestro e pranzo di Capodanno saremmo dovuti andare in quattro ristoranti diversi gestiti da Nicola, mio nipote (24 dicembre), Peppino, mio genero (pranzo di Natale), Raffaella, mia figlia maggiore (cena di fine anno) e Anna Paola, la secondogenita (pranzo di Capodanno). Ciascuno aveva il compito dell’idea e del menù della cena o del pranzo da realizzare in proprio nel suo ristorante, narrando la motivazione e descrivendo gli ingredienti di ciascuna pietanza. Io ho avuto il compito di assegnare i voti di valutazione e di proclamare il vincitore o la vincitrice… tutto bellissimo. Un gioco che ci ha aiutato davvero a superare o a mettere sotto silenzio solitudine, amarezze e persino il dolore (tanto) che non è mancato proprio in questi giorni di Natale e Capodanno. Anna Paola, ieri, ha aperto il suo ristorante con le seguenti parole:

Benvenuti al Ristorante da Anna Paola. Prima di iniziare, devo dire che a ciascuno di voi è stata assegnata una parola che si collega al tema del nostro pranzo di oggi. Alzate i piatti e leggete le parole: gioco, tempo, amore e famiglia. Non siamo all’“Eredità” su RaiUno, quindi vi dirò subito qual è il tema: il CERCHIO. Cerchio come “gioco”, la parola assegnata a Nicola che ama i giochi di ruolo e da tavola. Cerchio come la forma di un videogame per la PlayStation, di un pallone per giocare in uno stadio, come i bimbi che si tengono per mano e fanno il girotondo, magari “intorno al mondo” come dice Rodari. TEMPO. Il tempo si sa è un ciclo infinito e come si può controllarlo se non con un orologio? Orologi e sveglie sono tutte a forma di cerchio e due cerchi che si toccano in orizzontale (coricati) formano appunto l’infinito. Inoltre, oggi nonno Primo avrebbe compiuto 80 anni, cifra tonda. A nonna ho assegnato la parola “tempo” per farle dono ancora di tanto tempo per scrivere le sue poesie. Infine, le ultime due parole insieme. AMORE assegnata a mamma e FAMIGLIA assegnata a papà. Quando ci si ama, infatti, si è pronti a formare una famiglia, si entra nel cosiddetto “cerchio della VITA”, in cui ad ogni salita c’è una discesa, ma continua a ruotare stando sempre insieme. A me ho riservato appunto il CERCHIO. Ma il “cerchio” non è facile disegnarlo a mano e io non sono Giotto, per cui ci provo con il cibo. Buon pranzo.  

Dunque, a me è toccato il tempo e le motivazioni mi sembrano più che valide. E oggi il tempo ha segnato l’attraversamento tra un anno e l’altro. Mi piace raffigurarmelo come un “Pellegrino”, il viandante, colui che va senza sosta. E il pellegrino di ieri mattina l’ho visto immerso nella luce abbagliante del nuovo giorno che ha sorpreso i nostri occhi dopo il buio accecante, difficile, pericoloso del 2020. Il significato metafisico dell’attraversamento di ieri notte del nostro tempo “Pellegrino” è, per me, “dal buio alla Luce”. Il Pellegrino è spesso stanco dei suoi passi a migliaia, come i granelli di sabbia e le stelle nel cielo, ma continua ad andare. Qualche volta si ferma a riposare per riprendere forza e coraggio ma poi va, la curiosità di conoscere è più forte di tutto, persino del sole fermo nel suo azzurro senza nubi. Persino dei ricordi del passato: ha attraversato gole e montagne; si è perso nel verde dei boschi e nel giallo dei deserti; ha gridato lungo le vie della giustizia ed è rinato lungo i sentieri della speranza; ha chiesto aiuto nei dirupi e nella savana; si è fermato a dormire sotto i ponti; ha attraversato i mari e gli oceani in cerca di un faro per approdare; ha chinato il capo nelle chiese e nelle moschee e ha versato lacrime battendosi il petto sul “muro del pianto”; ha versato i suoi liquidi nelle discariche di periferia; ha piantato la sua dignità sul pennone più alto della nave, e la sua testardaggine sui vessilli della propria ideologia; ha pregato nel suo cuore, una preghiera sempre nuova e sempre antica, sempre uguale e sempre diversa. Su una panca di pietra si è fermato a riposare ed era la soglia tra ieri e oggi. Luogo di mezzo, la soglia. Un rifiuto e un invito. Una separazione e un’accoglienza. La soglia è tra qualcosa che si è appena concluso e qualcosa che sta per accadere. Linea di confine che sconfina: tra l’identità certa di quanto accaduto fino a ieri e l’identità da costruire avvolta nel mistero di ciò che non si sa, si vorrebbe, si teme, si desidera, si sogna. Un miracolo da chiedere, una preghiera da sussurrare. Anche il sogno, come la preghiera, restituisce la luce dopo le tenebre. E per il nostro “Pellegrino” la nuova Luce è oggi, pensando alla pandemia che ci strangola e ci uccide, per “tutti coloro che si curvano e si rannicchiano per la paura, coloro che piangono col cuore spezzato”, ma anche per “gli affamati, gli assetati, gli umiliati, i perseguitati, i coperti di piaghe, le vedove, gli orfani, gli schiavi, carcerati. Così il cristianesimo antico ama soprattutto gli ultimi, gli estremi, che vivono sotto il limite del nostro mondo” (Pietro Citati). 

Ecco, io abbino da sempre il “tempo” del Natale e del Capodanno al vero Cristianesimo e, quindi, a tutti “gli uomini di buona volontà” che vedono nella stella cometa il vero cammino verso il miracolo di un “tempo atteso”, e il nuovo anno come il prodigio di un “tempo in cammino” verso l’epifanica pienezza di sé e dei doni da offrire agli altri e da offrire a noi stessi nel segno della consapevolezza che solo l’AMORE ci salva e la SPERANZA. Continueremo domani ancora col TEMPO perché è ancora tempo! Colmate questo mio/nostro tempo di commenti, consigli, suggerimenti, integrazioni. A domani con il solito abbraccio. Il nostro tempo fermo.