Visualizzazione post con etichetta La prodigiosa e affettuosa Relazione di Nicola Pice. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta La prodigiosa e affettuosa Relazione di Nicola Pice. Mostra tutti i post

sabato 1 dicembre 2018

Il profumo e la dolcezza de "Le piogge" - L'attesa e l'allegria de "I ciliegi" (parte seconda)


Ed è proprio la memoria, come fuoco che non può essere spento, ad aprire la via alla riscoperta di sé, della propria identità che si fa mondo. “Vogliamo dimenticare - No, vi sbagliate, ricordare bisogna”: continuamente ribadisce Lina come l’indimenticabile Elia del film “Il bene mio” di Pippo Mezzapesa, perché è la memoria che può riportarci ai valori primari di accoglienza, di solidarietà, di apertura verso gli altri. Scopri allora attraverso questo recupero della memoria che essa non è qualcosa di archeologico, bensì è seme per creare il futuro.
“Raccontare per non dimenticare”, tu dici, “perché la nostra storia non è cominciata con i giorni conosciuti, ma con tutti quelli ignorati e da altri vissuti prima del nostro affaccio al mondo. … E il passato attraversa il presente per farsi futuro. E nel presente affondano/affiorano i ricordi”.
Allora questo romanzo della memoria si rivela un archivio dei ricordi felici e infelici, arcani e dolorosi, fragili e crudeli, effimeri ed ostinati, un archivio riattraversato dal tempo interiore dell’io che si è venuto articolando nel passato, un passato anch’esso riattraversato dalle emozioni e passioni che ha prodotto nell’animo di Lina, che ne recupera le immagini, le esperienze, le speranze, i sorrisi e i gesti che hanno riempito le stagioni della sua infanzia, della sua giovinezza, della sua maturità.
Così, riallineandosi i fili del lungo processo della memoria, il lettore è come condotto per mano a inoltrarsi in una galleria di immagini, suoni e persone con illuminazioni diverse.
Sono pagine piene di luce, non prive di una elettricità simbolica che mostra un piccolo mondo antico con una chiarezza integrale e umilmente magnificente. Una successione di momenti epifanici che agganciano la nostra immaginazione, la saturano in maniera incredibile con questo risalire all’indietro e raccontare destini con articolate e luminose dimensioni di spazio e di tempo densi di energia.
Lina è una grande colorista, la sua lingua conosce il pastiche ricco e frastagliato e sa inseguire con un rigoroso entusiasmo i vari cromatismi, mettendo in scena una lingua fluida, arguta, divagante, istrionica, non trascurando le più diverse variazioni del paesaggio della natura o urbano o del cuore umano, non senza una punta di compiacimento o di preziosismo estetico fine a se stesso. Una lingua ricca, la sua, sempre a fuoco, pronta a dispiegarsi per descrivere il rapporto intercorrente tra lo stato delle cose e lo stato di coscienza, pronta a cogliere il particolare, il dettaglio momentaneo che riassume una vita, che a volte la rivela, che sempre la coinvolge. Una lingua che si apre spesso all’uso del dialetto, perché il dialetto è la lingua della memoria, è la lingua di casa, la lingua dell’amicizia, della vicinanza.
Le storie si intricano come rami di un albero, segno dell’inestricabile complessità del mondo, del legame profondo di ogni cosa, di ogni persona con la sua vita, con la sua capacità di vedere dentro e di saper vedere oltre. E come i rami si innestano, così sparse nella narrazione si innestano con discrezione ma cadenzata necessità allusioni letterarie atte a creare un concerto di suggestioni illuminanti sia per l’autrice sia per il lettore, allusioni che incrociano e interrogano la nostra vita e mirano a dare senso e prospettiva ai comuni passaggi del destino.
Allora puoi capire anche la foglia bagnata di pioggia posta in copertina: una immagine metafora della scrittrice immersa nel ricordo dei giorni antichi e trasportata nel vento, un richiamo dell’infanzia che fa pensare ai versi di Sujata Bhatt: “Sono quella / che va via, sempre / via con la casa / che può restarmi dentro il sangue / - la mia casa che non ha posto / in nessuna geografia”.
Spunta la nostalgia, ma una nostalgia che non è solo restaurazione di un passato perduto, bensì alimento di speranza e memoria del futuro, in quanto capace di indurre a riconsiderare la nostra vita alla luce degli infiniti sconfinamenti dal passato al futuro e da questo a quello. Lina ci sprona a guardare dentro di noi, a riscoprire quello che ci unisce agli altri, a non temere di inoltrarci negli abissi della nostra interiorità. Questa nostalgia ha una funzione etico-paideutica: essa ha la potenzialità di far rinascere dal passato momenti di vita perduti che riescono a rinascere in noi una volta adulti, animati di speranze e di slanci altrimenti irraggiungibili.
Ecco l’epicità della figura di nonno Mincuccio, un uomo "un po' eroe e un po' cantastorie, un po' contadino e un po' principe, un po' adulto e un po' bambino, un uomo di forte tempra, capace di far apparire tra le mani ingenui prodigi e di nascondere nel cuore immensi dolori, capace di raccontare favole e fiabe, nonché di mirare all'Amore e saperlo donare come le ciliegie, appena colte, in un paniere ancora intatto di stupore:
“Tu incarni e universalizzi il senso dell’Uomo. Nella sua accezione più bella. Uomo-spiga di sole e luna di pane, girandola d’arcobaleni, svolazzo di cieli, sorriso di onde, riserva di granai, misura di bilance, chiarezza di pianure, altezza di monti, abbraccio di ponti, crocevia di genti”: queste tue denominazioni riferite alla figura di nonno Mincuccio sembrano epiteti omerici o nomi-appellativi coloriti dei vecchi indiani, i quali sceglievano il nome in base al proprio spirito.
Di qui il piacere e la dolcezza che comunicano questi itinerari di Lina, itinerari dell’anima pregni di freschezza e del sapore di quell’intimità segreta che ti insegna a custodire il passato per incontrare il futuro. E ti spieghi la pioggia come metafora di un mistero che ci avvolge e ci sovrasta, ci mette in contatto con i nostri limiti, i nostri muri interiori, le nostre paure più profonde. Ma la pioggia sussurra parole lontane e fa salire dal basso profumo di terra tra un inno di gelsi rossi e di rose che esalta e rincuora: “nasco / nell’odore che la pioggia / sospira dai prati / di erbe vive”, cantava il grande Pasolini. E la pioggia fa sentire meno soli e fa rispuntare dentro di noi un’ansia di altri tempi. Senza dimenticare che la pioggia, “oltre che lavare ferite, ricucire progetti, ricamare nuovi arcobaleni”, ci riportava (o ci restituiva?) i padri al tepore domestico, e le ciliege ci davano il senso mai perduto dell’attesa e mettevano in moto tutte le fibre del nostro essere, animati dalla speranza e dalla prospettiva della gioia per le ciliege in arrivo.
“Guardiamo il mondo una volta, nell’infanzia. / Il resto è memoria” scrive la poetessa Louise Gluck: ed è un guardare che ci segna e disegna una forma di apprendimento indelebile nella nostra mente: la mappa del nostro immaginario, la filigrana della nostra sensibilità. È la voce dell’infanzia che ci richiama a un mondo di cose e persone che non è più. Di qui la sua natura elegiaca. L’epica favolosa dell’infanzia, per effetto della distanza, fatalmente si sfrangia e si sfalda in una elegia, a volte asciutta, a volte dolorosa, sempre però tenuta a freno da una sapienza stilistica che risolve in metafore e immagini piene di empito sentimentale.
Il tempo appare sospeso come in una immobilità di sogno. E con esso i gesti dei personaggi, in un silenzio irreale, rotto solo dal rumore della pioggia, la cui violenza sembra tuttavia bandita dal chiuso della casa, tenuta a bada dalla figura di nonno Mincuccio e ingentilita dalla presenza di nonna Angelina, lui odore di terra e profumo di pioggia, lei odore di pane impastato col segno della croce e profumo di casa.
E le loro figure continuano a vivere nello spazio sacro del ricordo che fatalmente ci risucchia e risuona nel cuore. Perché in fondo il romanzo di Lina specifica che la memoria comincia / dal rumore del cuore. E lei scrive per non dimenticare il sogno vissuto nello spazio-luce dell’infanzia, inverando le parole del grande Pier Paolo Pasolini: “La più grande attrazione di ognuno di noi / è verso il Passato, perché è l’unica cosa / che noi conosciamo ed amiamo veramente. / Tanto che confondiamo con esso la vita. / È  il ventre di nostra madre la nostra meta”.

venerdì 30 novembre 2018

Il profumo e la dolcezza de "Le piogge" - L'attesa e l'allegria de "I ciliegi"


Mamma mia! Mio carissimo Nicola, sono rimasta senza parole! Durante la serata di presentazione non tutte le tue meravigliose annotazioni mi sono giunte chiare all’orecchio! Ma oggi, dopo aver ricevuto il tuo file, che SPLENDORE!!!! Non riesco a formulare altro. Devo metabolizzare tutto incanto per poterne parlare. Lo farò a breve. Dopo aver postato nel mio blog, in due puntate, il tuo straordinario Intervento. Perché ora è tempo di leggere e rileggere parola per parola, un po' come le ciliegie, una tira l'altra, e ne senti il profumo, la dolcezza, l'allegria, l'attesa e il compimento. il PRODIGIO del loro canto, che era/è ringraziamento e preghiera.
Nicola, che gioia immensa l’altra sera, ma ancor di più stamattina. E non faccio altro davvero che leggere e rileggere per riconoscermi e riconoscerti e riscoprire le antiche radici comuni che fanno di noi quelli che siamo. Con quel pizzico di autenticità, di poesia, di amore per le cose belle, la vita, gli altri... In una sintesi armoniosa, che ci viene da lontano e ci connota. Ed è bello scoprirlo insieme. Saperlo. Ti abbraccio con tutto il mio cuore. Lina

Io ringrazio Lina per questo suo romanzo. Innanzitutto per l’emozione che esso riesce a produrre: in fondo le radici di Lina sono le radici di una generazione come la mia che ha avuto padri contadini, una generazione che oggi può dirsi fortunata per aver vissuto quel sogno dell’infanzia e della giovinezza, per non aver conosciuto la noia, per aver visto la luce scivolare sugli alberi e lungo l’arco del cielo, per aver sperimentato la onestà, la generosità, la dignità, l’amore per la vita, l’amore per gli altri: un tempo cadenzato dal suono della lingua dialettale e come segnato da una dimensione profetica, come intriso da una dimensione umana che sapeva di sudore e di rinunce, di attese e di speranze, di giornate grigie, ma anche di giorni che ti facevano respirare una gioia leggera nell’aria, pregna di un profumo che sapeva di ulivo e di sapone, talvolta sfumante nel fiabesco, giorni segnati nell’anima dal sapersi aprire agli altri e resi luminosi dagli occhi dei nostri padri e delle nostre madri che sapevano parlarsi, gli occhi dei nostri padri instancabili e muti che ci amavano senza parole e gli occhi delle nostre madri che avevano le mani coperte di farina o di schiuma.
E il romanzo  di Lina si fa memoria del cuore, perché la memoria comincia dal rumore di un cuore, e si fa voce dell’anima, ovvero si fa racconto di questo viaggio nel tempo a ritroso, con sequenze filmiche che hanno come campo scenico via Maggiore angolo via De Rossi e il cortile di via Montemar dominato da un maestoso gelso rosso: su questo campo scenico si succedono immagini che hanno il tocco di leggerezza, immagini che man mano che scorrono danno la consapevolezza del nostro esistere e tracciano il filo che delinea una traiettoria esistenziale, mentre ci si dispone alla ricerca di sé e si esalta l’ancestrale armonia con gli affetti più cari.
La casa di via Maggiore: “una casa austera, ricca di scale, di travi a vista, di archi e sottoscala, di inesplorati anfratti” dove riporre provviste di olio, grano, vino.
Il cortile di via Montemar ovvero la casa del gelso e delle rose: l’albero del gelso rosso svettante come metafora della vita nel suo rigoglioso e generoso espandersi per offrire ombra e rifugio, accanto una scalinata in pietre bianchissime con grandi lastroni laterali sormontati da un arco a proteggere ballatoi e verdeggianti fioriere, le rose rampicanti, il pergolato, un tripudio di colori e di profumi in uno spazio che sa di paradiso terrestre.
Sono, dunque, il canto e la memoria a costituire la trama di questo romanzo armonioso e complesso che si fa narrazione di una storia a più dimensioni, ora autobiografia ora diario ora vicende degli altri, una storia narrata con vitalità dirompente e attraversata da luci fosforescenti.
La costruzione narrativa si snoda in pagine di coinvolgente liricità, generate dalla coscienza dei molteplici fili, invisibili quanto tenaci, che uniscono il proprio vivere al racconto che senza soste l’autrice intesse. Lo scorrere della propria vita fa e disfa le varie storie, le loro simmetrie, le loro risonanze, senza il bisogno di inventare nulla, storie che si dipanano come le anse di un fiume, le ramificazioni di un delta, le nervature di una foglia.
Il romanzo si apre alla storia di sé e alle storie degli altri: di Francesca (alta, magra, segaligna e brontolona) che, con suo figlio Michelino (che studiava e insegnava filastrocche) e con il marito Agostino (sempre assente), abitava al piano di sopra in via Maggiore e accudiva una mamma vecchissima confinata in un letto (la sua faccia era cerea come di creta bianca, sempre avvolta in un silenzio surreale); poi di Sabellina, una donna gioviale, con un figlio Vitino che realizza il teatrino di legno e di cartapesta in cui far muovere i suoi burattini e amante del clarinetto, e un marito calzolaio, col suo deschetto scuro e pure sagrestano della chiesa di san Giovanni, è mèst Pèpp du càzz, una macchietta gustosissima; di Annìn- St-ddùzz- dai capelli bianchi scarmigliati, instancabile nel bisbigliare parole sconnesse e nel battere il pugno della destra sul palmo aperto della mano sinistra; delle signorine Lanzisera con i loro dolci e caramelle sul bancone stile liberty e i pettinini d’osso nei capelli; di Janna Sànd- d- r- mmìir-, rubiconda nella sua botteguccia impregnata di forte odore di mosto.
Tutte donne ingenue, ignoranti, semplici, tristi o ciarliere, tutte timorate di Dio: “Sembrava non avessero ansie né dubbi. Vivevano come respiravano. Accettavano la vita così come veniva. Senza ribellioni. Senza ripensamenti. Donne senza tempo. Senza età. Senza storia. Ma sempre pronte a portare sulle loro fragili spalle il mondo, sempre pronte a farsi un segno di croce per propiziarsi Dio per sé e soprattutto per gli altri”.
Sono le donne vestite di nero del nostro romanzo. Statuarie, come lo statuario Luigi u tròmb-  destinato a divenire pure lui “un abisso di silenzio, seduto per terra davanti ad un portone con lo sguardo perso nel nulla e la barba bianca incolta”.
Il romanzo di Lina per tutto ciò non puoi non dirlo un romanzo storico e un romanzo di memorie, multiforme e appassionante, nato dalla consapevolezza di possedere saldamente un bagaglio di esperienze umane e dal bisogno di raccontare la propria vita, di raccontare la realtà.
Ti fa pensare a quei forzieri orientali dai molti cassetti incastrati, dove al più interno si arriva solo dopo averne aperti alcuni secondo un ordine preordinato. E tu finisci preso dal desiderio di continuare ad aprire, di riandare indietro, di frugare, di inseguire visioni di cose che senti come tue, di scoprire vicende di persone che hai l’impressione di averle pure tu da sempre conosciute.
Scorre il tempo che passa: il tempo come misura interna agli eventi narrati, come oggetto di rappresentazione diretta, come tema stesso di riflessione.
Il romanzo di Lina legato al ricordo e al suo impossibile recupero ingloba presenze ed incontri e approfondisce il solco che la memoria scava fra i momenti di un passato felice e un presente che spesso si scopre vuoto e smarrito.

Spetta al tocco leggero della narrazione della rimembranza e alla suggestiva potenza lirica delle immagini con la loro valenza metaforica intensificare e dilatare i sentimenti. (fine prima parte)