martedì 16 gennaio 2024

Martedì 16 gennaio 2024: Dipinge il TEMPO i colori del GIORNO e della NOTTE che i nostri OCCHI attraversano...

Da qualche TEMPO prometto sempre di parlare ancora del TEMPO per continuare a confrontarci e a riflettere sulle innumerevoli accezioni che il TEMPO ci suggerisce perché esiste solo attraverso i nostri occhi. Senza la nostra testimonianza nel mondo, il TEMPO, in quanto pensato da mente umana o mente “diversamente” intelligente (anche gli animali e le piante lo sono), non esisterebbe. 

E ciascuno ha una propria visione del tempo, una propria misura. Ma tutti sappiamo che il tempo vissuto in allegria sembra passare più in fretta, mentre quello che “sopravvive” alla noia non passa mai. Pensate alla significativa filastrocca di Jacques Prévert, intitolata “Compito in classe”: Due e due quattro/ quattro e quattro otto/ otto e otto fanno sedici.// Ma ecco l’uccello-lira/ che passa nel cielo/ il bambino lo vede/ il bambino l’ascolta/ il bambino lo chiama:/ Salvami/ gioca con me/ uccello!/ Allora l’uccello discende/ e gioca con il bambino// Due e due quattro…/ Ripetete! dice il maestro/ e gioca il bambino/ e l’uccello gioca con lui…/ Quattro e quattro otto/ otto e otto fan sedici/ e sedici e sedici che fanno?/ Niente fanno sedici e sedici/ e soprattutto non fanno trentadue/ in ogni modo/ se ne vanno.// E il bambino ha nascosto l’uccello/ nel suo banco/ e tutti i bambini/ ascoltano la sua canzone/ ascoltano la sua musica/ e otto e otto a loro volta se ne vanno/ e quattro e quattro e due e due/ a loro volta abbandonano il campo/ e uno e uno non fanno né uno né due/ uno a uno ugualmente se ne vanno.// E gioca l’uccello-lira/ e il bambino canta/ e il professore grida:/ Quando finirete di fare i pagliacci!/ Ma tutti gli altri bambini/ ascoltano la musica/ e i muri della classe/ tranquillamente crollano./ E i vetri diventano sabbia/ l’inchiostro ritorna acqua/ i banchi ritornano alberi/ il gesso ridiventa scoglio/ la penna ridiventa uccello.

Ma è di altre scorribande avventurose del tempo, in una stessa giornata dall’alba al tramonto e poi la notte fino alla nuova alba, che è bello raccontare.

E l’ispirazione me l’ha data un bellissimo dono natalizio di Ombretta e Daniela, le mie due figliole che vivono a Roma: una lampada che proietta al soffitto miriadi di stelle e riverberi rosati dell’aurora che cambiano man mano che si fa alba con colori più perlacei e poi dorati e ancora rosso rubino dei tramonti infuocati fino a sperdersi nel buio acceso di miliardi di stelle. Meraviglia delle meraviglie! Motivazione: perché tu possa continuare a scrivere incanti e poesie! Mio pensiero intimo: così azzero ogni possibilità di chiudere gli occhi per un auspicabile, anche se brevissimo, sonno ristoratore!

Ma intanto la lampada magica mi ispira altre considerazioni sul tempo che attraversa un solo giorno, come già esplicitato. E spero di farci insieme buona compagnia. Fingiamo di essere pittori e di dipingere il giorno, come ha fatto un giorno lontano, millenni di millenni di giorni fa, il nostro Creatore.

L’aurora è un filo dorato che bacia l’orizzonte ed esalta le ultime stelle che le fanno compagnia. Sirio sorride luminosissima verso est. I greci, per esempio, la chiamavano “la sfavillante”, dal greco: “Splendente” o “ardente”. Ed era la stella che segnava l’inizio della maturazione dell’uva (cfr. Enciclopedia Italiana Treccani).

L’alba stempera quell’oro in madreperla, rendendo prezioso omaggio al giorno che verrà e che già si fa strada col sole che sorge e sorride al cielo. E vorrei riportare qui un ricordo di tempi lontani, quando il giorno aveva sapore di panna e zucchero filato/ e bicchieri colmi di bianca spuma/ e vincotto da mangiare/ al fuoco riverberi d'inverno/    e bracieri accesi   / e racconti come fate in volo/    e le voci mai lontane   /    fiondate nel cuore… (a.d.l.)

‌il pomeriggio si colora di porpora per i tramonti che non conoscono respiro e ai navicanti intenerisce il core, emozionandoci con padre Dante. Quanti tramonti infuocati mi hanno rapita sulla terrazza romana di Ombretta. Con una striscia luminosa e incantata di cielo-fiume a scoprire lentamente la sera. Con alcuni versi di Ombretta che mi uncinano alla luna, alle stelle: … e accorsero le nuvole,/ in un girotondo di gigli,/ a consolare la luna…/ “Mi sono persa” disse lei al loro avvicinarsi…// “Non puoi perderti… il tuo posto è sempre qui…/ puoi girarti… ballare… farti piccola e immensa…/  puoi nasconderti o brillare…/ puoi fare capriole su te stessa…/ o farti virgola tra le stelle…/ ma rimani sempre nella parte più bella del cielo…/ lì dove batte il suo cuore!”  

E la notte si fa prodigio con le parole del poeta e scrittore portoghese Eugénio de Andrate, pseudonimo di José Fontinhas Rato, in una poesia intitolata “Cerca la meraviglia”: Dove un bacio sa/ di barche e nebbia./ Nel bagliore rotondo/ e giovanile delle ginocchia./ Nella notte incline alla malinconia.// Cerca./ Cerca la meraviglia.

Poi, due-tre giorni fa mi ha imbrigliato su FB una prosa tenera e dolente di una mia amica carissima, di cui conosco sensibilità e generosità: Cettina Fazio Bonina. Ebbene, anche Cettina parla di certe notti… Ma ecco il post, che desidero ardentemente condividere sul nostro blog perché ci faccia riflettere e confrontare tra noi: Non c’è niente di peggio che perdere un amico perché non pensava di avere qualcuno con cui parlare, quindi… Anche nelle mie notti il telefono è sempre acceso, la porta è sempre aperta, e una bevanda può essere versata facilmente. Sosteniamoci a vicenda! Per dimostrare di esserci sempre. E le parole non servono.

E che dire dei versi di Anna Mininno, che noi tutti conosciamo per la presenza assidua e affettuosa sulle nostre pagine? Il titolo della poesia dice e non dice. Sottolinea un mistero che andremo a sgrovigliare: “Punto”. Non smetterò/ Tempo o non tempo/ Ai confini della terra/ Ai confini del cielo/ Dove incalza ed è fermo/ Dove il principio e la fine/ Si fondono nell’attimo/ Che tu sei/ Che io sono/ Noi che ci spiavamo/ In attesa del domani/ Che non fosse incongruente/ Come tu sei/ Come io sono/ Nell’economia di un progetto che/ Io mai saprò/ E che tu non sai/ Noi, anime incompatibili/ Nell’immensità che non sei tu/ Che non sono io/ Non smetterò/ Di cercare il punto di leva/ Per l’equilibrio/ che non mi dai/ Che non ti do/ Noi fari/ Noi tormentati nel buio del giorno/ E della notte

Ma bella, non c’è che dire, è anche la poesia di Antonella Coletti, che già conosciamo per i suoi versi sempre veritieri e per questo anche spesso amari. Non ha titolo, ma riassume in sé l’intero giorno con tutte le sue intense metafore e sinestesie. Potrebbe essere una conclusione, almeno per oggi: Vivemmo “un giorno breve/ come le rose”./ Ci aprimmo un giorno/ come finestre sui Campi Elisi./ La bellezza era/ il nostro correre disuguale sulle piazze lucide./ A Mon Martre la pioggia ci sorprese/ su una panchina addentata da un profumo/ di vernice rossa./ Ma forse era solo tramonto/ concesso a un clochard./ Tutto si svolgeva senza/ che noi accadessimo,/muti e distratti/ verso Notre Dame.

Poi scopro su FB una poesia di Mariateresa Bari, intitolata “A braccetto”. Mariateresa non ha bisogno di presentazioni tanto è da sempre presente nel nostro blog. E neppure i suoi versi, di cui ci fa quotidianamente dono. Eccoli: Lasciare scie di memorie/ sui fogli della notte che sbiadisce/ fogli smozzicati// Saettano voci nelle vie/ creano crolli i rimpianti// Nello spazio accartocciato/ si sparge il vuoto/ a braccetto del verde appena nato

Queste ultime poesie potrebbero contenere un tempo senza tempo in un giorno ritrovato, inventato, vissuto o solo ipotizzato. Tra illusione delusione e un filo d’erba appena nato. Potrebbero essere rimpianto e nostalgia. Potrebbero farsi speranza o attesa. O niente. O tutto. Potrebbero. Viva l’immaginazione e la fantasia: rendono più misteriosa e veritiera, in tutti i suoi mille colori, la realtà quotidiana.

E “domani è un altro giorno…”. “Via col vento” è solo un ricordo lontano, un sogno, un richiamo… Possiamo ritrovarci e riprovarci! Che ne dite? Angela            

sabato 13 gennaio 2024

Sabato 13 gennaio 2024: TU ERI, SEI e SARAI nel TEMPO senza TEMPO dell'ETERNO TUO RINASCERE NEL NOSTRO CUORE...

E oggi voglio parlare ancora di Lui, mio nonno, come lo viviamo tutti noi, nipoti e pronipoti, ai nostri giorni, riportando ciò che sto scrivendo nel III volume per completare la trilogia, perché si possa sapere di Lui dalla prima parola alla penultima perché l’ultima non verrà scritta mai…

                                                         Tu eri, sei, sarai

<Eri nel sentimento che ci legava, nelle storie che raccontavi, nella generosità che ti contraddistingueva.

Sei in ogni parola che scrivo, in ogni pensiero che riempie il giorno, in ogni preghiera che vince il buio della notte.

Sarai l’eredità dell’amore che conoscemmo, il gesto gentile che da te cogliemmo come fiore che vince il deserto e la sabbia, la pietra e il cemento, la cima aguzza del monte, gl’inesplorati fondali marini, la neve che intirizzisce lo scricciolo e riscalda la terra e i suoi semi.

Sarai la fantasia che colorerà il mondo attraverso le fiaccole accese di nipoti e pronipoti fino alla generazione che scriverà ancora il tuo nome sui libri del tempo senza tempo e diventerai mito, santo, eroe, leggenda senza fine.

Così accade per i giusti e i puri di cuore. Per chi rinasce infinite volte per le infinite vite che inventò e ne fece dono agli altri. Con te abbiamo vissuto il dono dell’amore in tutte le sue innumerevoli forme fino ad identificarsi con il dono della poesia.

Il giorno che mi venne incontro la poesia,

m’accorsi che un vecchio-bambino,

per farmi grandi gli occhi,

m’inventava parole.

Poi mi portò per mano in un bosco incantato

dove le streghe abitavano in castelli di zucchero filato

e le fate erano serpi distese al sole.

Scoprii più tardi,

al tempo delle viole,

che mai è verità ciò che appare.

La verità è solo dono d’amore.

 

Il giorno che incontrai l’amore,

occhi immensi attraversò un “ti amo”.

Su un petalo di rosa il suo richiamo.

Fu volo rosso fuoco, in un groviglio di stelle

e un segreto di luna, a trafiggermi il cuore.

Il giorno che scoprii il mio cuore

era un giorno qualunque di primavera.

Un petalo di rosa d’improvviso

giocò con la magia di due parole…

Sul filo teso, corda di violino,

acrobata, saltimbanco il suo sorriso.

Con grovigli di risate fece capriole

e non s’accorse di forare il cielo.

 

Il giorno che toccai il cielo con un dito,

scoprii l’azzurro cristallo nel suo ordito.

Sognai corde d’argento per legarlo ai miei pensieri.

Una piuma d’angelo cancellò ogni mio ieri.

Si fece ala immensa, m’accarezzò il viso.

D’arpa e liuto risuonò il mio paradiso.

M’avvolse col suo canto di rugiada.

Canto di tenerezza ritrovata.

E riscoprii più di mille petali di rosa,

moltiplicando i “ti amo” senza posa.

 

(Ma vero dono d’amore d’ogni mio mattino

è ancora e per sempre il mio vecchio-bambino).

(a.    d. l., “Il giorno che mi venne incontro poesia”, poesia inedita)

Ecco, l’amore è moltiplicazione. Mai divisione. Comprende sempre l’altro, fino a contagiare quanti incontriamo sul nostro cammino esistenziale ed hanno negli occhi il nostro stesso sguardo acceso di nuova meraviglia e di antico stupore. L’amore è anche scoperta e riconoscimento. L’Altro con le sue nascoste verità. Ecco perché l’amore non è facile. Occorre fare i conti con “l’altro” che è sempre altro da noi, fino a quando non avvenga il possibile e mai scontato miracolo che di due se ne faccia uno, come nella splendida poesia di Erri De Luca.

Quando saremo in due, saremo veglia e sonno,

affonderemo nella stessa polpa

come il dente di latte e il suo secondo,

saremo due come sono le acque, le dolci e le salate,

come i cieli, del giorno e della notte,

Quando saremo due saremo veglia e sonno

due come sono i piedi, gli occhi, i reni,

come i tempi del battito

i colpi del respiro.

Quando saremo due non avremo metà

saremo un due che non si può dividere con niente.

Quando saremo due, nessuno sarà uno,

uno sarà l’uguale di nessuno

e l’unità consisterà nel due.

Quando saremo due

cambierà nome pure l’universo

diventerà diverso.

(E. De Luca, poesia tratta dal libro

Sola andata. Righe che vanno troppo spesso a capo,

Feltrinelli, Milano 2005)

Ma, fino a quando ciò sarà solo un desiderio o un’attesa, l’Altro rimane un’incognita, un mistero da scoprire, svelare. Non a caso, il giorno che scoprii l’Altro da me era un giorno normale, banale, direi. Ed ero bambina. L’Altro era mamma, eri tu, “papà”, era nonna Angelina, Lizia, mia sorella. Insomma, non ero io. L’Altro, nella mia casa, era gioco, amore, tenerezza, calore, fiaba, ma anche litigi, dispetti, rappacificazioni. Tra la casa e il fuori, l’Altro era più ostacolo che incontro.

Poi l’Altro si trasformò in Amicizia. Fidarsi e confidarsi. Condividere ore, risate, pensieri, sogni. Fino al disincanto. Delusione e amarezza. Diffidenza e proponimenti di essere meno entusiasta degli Altri. Delle cosiddette Amiche. Pugnalate alle spalle e ferite. Difficili da rimarginare. Dolore. Chi l’Amico? Cosa è l’Amicizia? Cosa chiede e cosa dà? Innocenza o Inganno?

Poi, scoprii che l’Altro era anche l’Amore. Quello che ti rode il cervello, ti fa galoppare il cuore, ti lascia immersa nel sogno e ti fa forare il cielo. Quello che ti fa vivere il dubbio e la certezza, annebbia il giorno e illumina le notti. Quello che ti fa perdere e ritrovare. Quello che ti esalta e ti danna. Passione, tenerezza, allegria, pianto. Morte e resurrezione. Dove il punto fermo? Dove la verità?

Il giorno che ebbi bisogno della Verità, la cercai dappertutto.

Nel cuore dell’Altro.

Nel cuore dell’Amico.

Nel cuore dell’Amore.

Nel mio cuore.

Ma era dappertutto e altrove.

Sfuggente e indefinibile. Imprendibile. Presente e assente. Vicina e lontana. Inconoscibile. Mi dannai a cercarla. A spiegarla. Secondo me. Secondo te. Ma allora non è una la Verità? Non esiste La Verità. Sono tante le verità. Quante?

Il giorno che mi illusi di afferrarla finalmente, ero proprio ad un passo da lei. Usai tutti gli strumenti dell’intelligenza, tutti gli arnesi del cuore. Le strategie delle emozioni. Tutti gli appigli della filosofia e i teoremi della scienza. Volevo dimostrare. Capire e farmi capire. Confrontarmi per convincere e farmi convincere. Senza vincitori né vinti. Ma vincere CON e, quindi, vincere tutti. Ma… ne uscimmo tutti sconfitti. Anche la Verità, nonno mio adorato. Il giorno che si presentò inaspettato e imprevedibile, eppure sempre lì in agguato, in attesa di dire l’ultima parola e di vanificare tutto: Il PUNTO DI VISTA. Inconfutabile. 

Sì, mio caro papà, purtroppo, col passare degli anni, sempre più ho dovuto fare i conti col “punto di vista” che ai tempi del nostro stare insieme ignoravo. Probabilmente non ero abbastanza matura per afferrarlo anche nei vostri discorsi di adulti, quando in casa venivano i tuoi contadini oppure venivano a farvi visita amici e parenti. Nei giorni feriali erano i tuoi aiutanti, nei giorni festivi amici e parenti. La visita di questi ultimi era un rito. Era assente un silenzio lungo tra di voi. La domenica era dedicata alle “visite”. Io e Lizia ci annoiavamo. I discorsi di voi anziani ci annoiavano. Io, ghiotta com’ero, mi sottoponevo a quel supplizio un po’ perché era impensabile dire “non vogliamo venire con voi” e un po’ perché sapevo che prima o poi la padrona di casa avrebbe tirato fuori dei dolcetti fatti con le proprie mani o, ma questo più tardi nel tempo, le paste alla crema comprate al bar, con il rosolio versato in bicchierini quanto un ditale, deliziosi a vedersi, ma con scarso liquore da gustare. Erano tempi frugali come regola di vita. Io non vedevo l’ora di mangiare quelle delizie, che mi distraevano dall’ascoltare in religioso silenzio, statue di gesso, “i discorsi dei grandi”. Ebbene, in quei discorsi qualche volta o quasi sempre i “grandi” discutevano, ma io non ero in grado di afferrare lucidamente i diversi punti di vista soprattutto per disattenzione, ma anche per disinteresse verso i temi delle vostre discussioni: il raccolto, l’urgenza della pioggia per dissetare i campi a favore di piante e germogli e frutti, il prezzo dell’uva, delle olive, dell’olio, la giornata dei contadini… roba di questo genere, che di solito lasciava tutti concordi e allineati, ma non sempre. Ed ecco i vari punti di vista, che mi lasciavano del tutto indifferente e con la voglia di scappare, soprattutto dopo la ormai sguarnita guantiera dei dolci.

Diversa era l’atmosfera che si creava quando, invece, si parlava di politica tra gli uomini. Le donne non c’entravano. Allora sì che i vari punti di vista scazzottavano tra loro. Soprattutto se nel gruppo c’erano democristiani e comunisti. Per esempio, Pasquale, tuo nipote, assessore della DC, e zio Michele, tuo cognato, fratello di nonna Angelina, sfegatato sostenitore del PC. Sfuriate di pareri discordanti. Ma anche qui noi piccole o appena ragazzine eravamo del tutto estranee a quei fendenti, lanciati da una parte e dall’altra con assoluta maestria in un garbuglio di affermazioni e di dissensi, di malintesi e chiarimenti, dove tutti rimanevano della propria opinione senza lasciarsi scalfire minimamente dalle spiegazioni degli altri. Il giornale radio dava la stura al solito dibattito e alle solite proteste animate e ingarbugliate. Io e Lizia scappavamo fuori nel cortile per riprenderci i nostri pensieri che si facevano più chiari al chiarore della luna o alla luce certa delle stelle in gara con i rami carichi di foglie e di frutti del gelso rosso, attenta sentinella della nostra casa.

Neppure i discorsi femminili ci piacevano. Era tutto un parlare di reumatismi, dolori, acciacchi vari e dei vari rimedi naturali (l’aglio strofinato sui geloni, l’infuso di menta per far passare il mal di pancia, gli impacchi di semi di lino per la “costipazione”…); oppure di cucina, delle varie ricette (u ragù du vəccìrə, u bəccònə du rèjə…) e dei condimenti raccolti nell’orto (la salvia, la mentuccia, il prezzemolo, la cipolla, l’aglio, i pomodori); e finivano col parlare sempre, come un ritornello mai dimenticato, dei giovani senza Dio, le ragazze sfacciate e i ragazzi scansafatiche e senza responsabilità e sistematicamente concludevano con occhi cupi e bocche serrate di fremente sdegno se non disprezzo: “Jndə a cè munnə sìmə sciùtə a fərnèscə!” (in che mondo siamo precipitate!).

Noi ce la davamo a gambe levate. Anche i loro discorsi ci annoiavano. Nostro rifugio era il portone, dove facevamo cerchio intorno al pozzo con i nostri coetanei per cominciare a scoprire il mistero della parola “amore”, che mai si disvelava nella sua realtà, ma tutto si colorava di fantasiose supposizioni. In quel cicaleccio, però, dimenticavamo innocui alterchi e dannose lamentele, giornale-radio e pettegolezzi di piccolo cabotaggio che non andavano oltre i muri del cortile e della nostra casa. Tutto, comunque, contribuiva a darci nuove dimensioni della vita: la misura, esatta o sbagliata che fosse, dell’amicizia e dell’amore. La giusta distanza fisica e psicologica per sentire l’assenza e la lontananza (Domenico Modugno cantava con accorata nostalgia “La lontananza sai è come il vento…”) o per sentire una vicinanza gradita oppure opprimente, il senso dell’appartenenza o del possesso, della improbabile libertà. E mi viene in mente la bellissima poesia attribuita ad un grande poeta, Fernando Pessoa, intitolata “La leggenda dell’onda e del mare”. Il senso di libertà vinto sempre, dopo aver preso il largo, dal far ritorno ai sentimenti…

Un giorno l’onda chiese al mare:

mi “ami”?

E il mare rispose:

“Il mio amore è così forte

che ogni volta che

t’allontani verso terra

io ti tiro indietro

per riprenderti

tra le mie braccia.

 

Senza di te la mia vita

sarebbe insignificante.

Sarei un mare piatto, senza emozioni.

Ti sei l’essenza del mio esistere”.

 

L’onda fu felice

tra le braccia del mare.

Facendo finta, ogni volta di volare via,

per dare quel senso di precarietà alle cose,

per renderle più preziose.

E ogni volta il mare

la riprendeva, con le sue braccia

Grandi, per riportarla a sé.

 

Raccontano che una notte

la luna illuminava il mondo,

e l’onda bianca lentamente,

in un ballo infinito,

scivolava tra un prendersi e un lasciarsi,

col mare che stendeva le braccia

per poi ritirarle,

facendo finta a volte di non poterlo fare,

perché l’onda potesse assaporare

anch’essa quella precarietà

che rende le cose preziose.

 

L’onda e il mare sono ancora lì,

nel gioco infinito delle emozioni.

 

E fanno finta che sarà l’ultima volta

che l’onda partirà verso la terra,

per non tornare più,

ma poi, alla fine, è più forte su tutto

il bisogno di riprendersi.

 

Nel sogno di un amore senza fine.

Erano questi i nostri sogni. Le nostre parole. I discorsi sul sesso erano proibiti e, quando sconfinavamo nei suoi dintorni, era tutto un brulicare di “sentito dire” che mai ci chiarivano le idee e men che mai corrispondevano a verità. Meglio fermarci a disquisire sull’amore con dovizia di particolari del tutto inattendibili, ma che ci aiutarono in qualche modo a crescere nella consapevolezza, via via sempre più matura, di un sentimento che aveva bisogno di continue “revisioni” e adattamenti a situazioni, persone, comportamenti. E che le illusioni non ci aiutavano a crescere, ma ci aiutavano a vivere. La maturità è una viandante che avanza lentamente sul sentiero del tempo tra poche rose e molte spine>. (III vol. ancora inedito).

Ma del tempo, come già detto, parleremo ancora. Buona domenica. Angela-Angelina-Lina

giovedì 11 gennaio 2024

Giovedì 11 gennaio 2024: il buio del primo giorno senza più il tempo filtrato attraverso l'alba...

… E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
E impari impari impari…
con ogni addio impari.
(V. A. Shoffstall,
continuando “Col tempo imparerai”,
attribuito a Jorge Luis Borges)

Oggi, 11 gennaio, è una data che mi trafigge il cuore: 57 anni fa volò tra gli angeli il mio nonno carissimo che chiamavo “papà” e che è il protagonista dei primi due volumi della trilogia Le piogge e i ciliegi.

<Col tempo imparai che anche senza il tuo sorriso riuscivo a vivere, ma ci volle tanto tempo per rendermene conto. (…). Non riuscivo a guarire. Stavo male. Vivevo in uno stato di avvilimento continuo, di abulia, di annientamento. Non volevo uscire perché non volevo incontrare gente. Niente suscitava il mio interesse. (…). Trascorsero mesi di totale inettitudine. Non riuscivo a studiare. Mi mancavano due esami e la tesi per la laurea, ma non riuscivo a seguire un sol rigo a scrivere una sola parola. E come potevo? Mi ritrovavo senza testa e senza occhi e senza labbra; senza mani e senza braccia, senza gambe né piedi. Registravo a stento, pian piano, un vuoto di me che era vuoto di te. Registravo a stento la mia assenza. E un pieno di me che era dolore e buio e disperazione. Un pieno di me che avrei voluto svuotare se solo avessi saputo come fare. Il mondo era sparito con te ed io non sapevo più niente di me e del mondo. E il mondo non si era accorto di niente. Continuava a girare con i suoi giorni e le sue notti, le sue albe e i suoi tramonti. Le sue ansie e i suoi timori. I suoi dolori e le sue gioie. ‘Suoi’. ‘Sue’. Estraneo a me. Io a lui. Tra poco sarebbero fioriti i ciliegi e tu non avresti potuto pensarli nel campo non più tuo. Anche io non avrei pensato più ai ciliegi perché la cosa mi lasciava ormai indifferente. Mondo di sofferenza:/ eppure i ciliegi/ sono in fiore. Mi sussurrava disperato della mia disperazione Kobayashi Issa (1763-1827). Perché sarebbero fioriti? Per chi? Anche il mondo era indifferente. Non sapeva di te e della tua assenza. Non sapeva dei tuoi ciliegi che sarebbero fioriti nel campo di un altro e, quindi, nel campo di nessuno perché nessuno li avrebbe amati come te, come me.
Quelli che sapevano della tua assenza si dicevano addolorati, ma intanto vivevano, respiravano. Anch’io respiravo ma non vivevo. Arrivarono anche le piogge: leggere, continue. Arrivarono i temporali ed io m’illudevo di vederti sotto l’arco fuori nel cortile con gli occhi a seguire i fulmini e i lampi, esaltato dal profumo di terra bagnata e in attesa dell’arcobaleno. L’immagine spariva prima che l’arcobaleno ridesse oltre il tronco decapitato del gelso. Neppure la pioggia mi consolava. Né mi restituiva i tuoi occhi innamorati di cielo. Giunse anche l’estate senza una briciola di allegria. (…)
Spesso ti sognavo. Senza consolazione…> (I vol.)

E anche oggi ancora ti sogno e mi salvi da ogni precipizio. Col tempo ho imparato? Forse. Ma forse vale la pena di cominciare dal ricordo di quella notte in cui volasti via:
<Durante la notte, mamma fu chiamata d’urgenza perché le tue condizioni si erano aggravate e le fu detto di affrettarsi a riportarti a casa perché, se fossi morto in ospedale, saresti rimasto nella cappella accanto all’obitorio.
Mamma si precipitò a chiamare Filippo che si precipitò per accompagnarla e venirti a prendere insieme. In ambulanza dicesti: “Ora state portando il moribondo a casa!”. E chiedesti di recitare insieme il rosario. Mamma e Filippo cominciarono con te a pregare, ma dovettero più volte interrompersi perché con sgomento sentivi le tue gambe diventare insensibili e lo dicevi in un sussurro. A casa ti adagiarono nel tuo letto e cominciarono a recitare finalmente il rosario, con maggiore dolore e apparente serenità. Era l’alba dell’11 gennaio. Faceva molto freddo.
Babbo, che ti aveva amato sempre con devozione filiale, appena mamma e Filippo furono andati via per venire da te, non sapendo cosa fare e come impiegare quel tempo di disperata attesa, era uscito nel cortile ed aveva acceso il fuoco nel camino grande per farti trovare la camera bella calda al tuo ritorno. Io, dal piano di sopra ne sentivo il crepitio. Ipotizzavo il sigaro tra le labbra a dargli coraggio, a fargli compagnia.
La nonna, ora sveglia e spaventata, ti chiamava sommessamente tra le lacrime e ti aspettava. Forse aveva capito e ti aspettava. O forse era solo spaventata da tutto quel trambusto e piangeva sentendosi sola e senza la tua presenza a rincuorarla. A renderla forte. Ma ti aspettava. E arrivasti.
Lizia, Anna Maria e tutti gli altri scesero a salutarti. Lizia ti tenne amorevolmente il capo tra le sue mani. Io tentai una due tre volte di alzarmi dal mio letto in cui mi sentivo inchiodata, poi mi arresi. Rimasi bloccata e atterrita al pensiero della tua morte imminente. Presa dal rimorso di non essermi opposta a Primo. Senza le sue sollecitazioni, sarei rimasta più a lungo con te. Non ti avrei lasciato così presto. Avrei dovuto saperlo, dati i brutti sogni che avevo fatto nelle notti precedenti. Non avrei dovuto lasciarti. Non avrei dovuto lasciarti. Non avrei dovuto lasciarti. ‘Non voglio vederlo’, mi dicevo. ‘Non posso vederlo. Mi si schianterà il cuore. Tutto è compiuto ormai’.
Tu pregavi - mi dissero poi - guardando silenziosamente le pareti della tua camera, la finestra delle rose, la nonna ai piedi del letto, e stringevi con sempre minore pressione da un lato la mano di mamma e dall’altro quella di Filippo. Anna Maria fu coraggiosa, nonostante avesse solo vent’anni. Attraversò la stanza e prese dall’armadio l’abito con cui ti avrebbero vestito. Tu la seguisti con lo sguardo. Attento. Sorridesti appena e chiudesti gli occhi. Per sempre. E le mani scivolarono lungo il lenzuolo. Te le ricomposero sul petto come se stessi continuando a pregare. La gamba destra ti rimase piegata. Quasi stessi in ginocchio. Ti rimase sul volto quel sorriso. Lieve. Dolcissimo. Il tuo pendolo si fermò improvvisamente alle h. 4,20. Ed io, alle 4,20, sentii, con gli occhi sbarrati e il cuore fermo, uno scampanio festoso nel cortile. Uno scampanio a distesa. Uno scampanio impossibile, data l’ora. Seppi il dolore da quelle campane a festa. Quello scampanio si trasformò in una lama acuminata conficcata nel cervello. E mi trafisse il cuore. ‘Papà non c’è più’, mi dissi, ‘sento le campane che mi lacerano l’anima. Come le campane? Perché le campane se io sento dentro una lama che mi squarcia? Perché le campane?’ (le campane fan din don dan/ il galletto chicchirichì/ la madonnina qualche grazia faaa…). Ti perdevo e cantavo… Stupidamente cantavo… Oscenamente cantavo…
Primo uscì dalla sua camera assonnato e mi chiese: “Perché suonano le campane? Che ore sono?”. “Le senti anche tu?”, chiesi io stupita che le sentisse pure lui. Vergognandomi per quel canto. ‘E se Lui lo avesse sentito?’. “Certo che le sento. Mi hanno svegliato. Ma che ore sono?”. Poi, vedendomi pallidissima e immobile, mi chiese: “Cosa è successo?”. “Sono le quattro e mezzo”. “Le quattro e mezzo? Così presto? E come mai suonano le campane a quest’ora?”. “Non lo so. Anzi, lo so. Papà non c’è più”. “Vuoi dire che è morto?”, fece lui, incredulo. “Papà è morto”, dissi io. Per convincermi.
Rimase immobile. In silenzio. Forse non ebbe neppure un pensiero. Forse neppure quello di abbracciarmi. Mi avrebbe forse consolata? No, nessuno avrebbe potuto consolarmi. Molto più tardi. Molto molto più tardi sentii un brivido di solitudine. Ero sola. ‘Papà non c’è più’. Pensiero unico.
Ero sola. Scoprii in quell’alba livida, che ora sapeva di pianto e di pioggia, in quell’alba che era lì per tutti ma non per te, anche la mia fine. Ero morta con te. La pioggia ci stava portando via. Aveva spento le campane in un ticchettio che mi sembrò di odiare tanto stava ossessionando la mia testa. Stava cancellando ogni pensiero, ogni ricordo. Non era più un ticchettio, ma un frastuono assordante. Un uragano di scrosci d’acqua e di vento. No, la pioggia non poteva lavare lo straccio della mia anima intriso di dolore e di morte. Non sarebbe mai più tornata bianca verde rossa o gialla, la mia anima. Tu non c’eri più e io cantavo i non-colori della vita spenta. Cantavo i colori spenti della mia anima. Mamma mi mandò a chiamare più e più volte, ma io rimasi ostinatamente nella mia camera. Ero morta. Non riuscivo a vedere. Ero morta. Non riuscivo a sentire. Ero morta. Non riuscivo a parlare. Ero morta. Non riuscivo a muovermi. Ero morta.
Solo quando nonna Angelina mandò Anna Maria a dirmi che lei era molto dispiaciuta perché non stavo scendendo a vedere il nonno, che mi aveva amato tanto e che ora stava sorridendo, riuscii a muovermi. Il dolore l’aveva resa vigile. Il dolore mi aveva resa di pietra. Il dolore. E mi misi a scriverti. Non riuscivo a percepire la penna tra le dita. Ma scrissi ugualmente. Il dolore muoveva la mano e la penna. Il dolore. La scrittura. Per me erano una cosa sola. Sono una cosa sola. Fu la prima e unica lettera che ti abbia mai scritto. Poi, la strappai. E ti scrissi una poesia. Fu l’unico modo per sentirmi viva. Scesi da te e ti vidi. Sorridevi davvero. Mi chinai per mettere sotto la giacca e sul tuo cuore la poesia. Mi chinai per darti un bacio sulla fronte. (‘perché ieri non sono rimasta con te? Perché ieri non sono rimasta con te? Perché?’). La tua fronte era gelida come l’inverno che bussava ai vetri. Tu, una statua dormiente. La tua anima era volata via. Non c’era più in quel corpo la tua anima. Non c’erano più in quel corpo le favole le piogge i ciliegi il cortile le nuvole e il fuoco i gelsi e le rose. Non c’era la nonna, non c’era mamma, non c’ero io, non c’eravamo noi. Non c’era più l’alba che andava schiarendosi nel cielo e che era alba per tutti quelli che vivevano sotto il cielo. E non seppi più di quell’alba. Era una nuova alba? Era pioggia. E neppure la pioggia mi salvò perché ora, diluviando nella mia testa, mi ripeteva ossessivamente “e papà non c’è più… e papà non c’è più… e papà non c’è più…”. A lungo per tutto il giorno e la notte. Per tutto il mattino seguente fino al pomeriggio. Fino a quando vennero a prenderti. Ancora mi avvicinai al tuo sorriso che mitigava l’orrore della morte. Eri solo un sorriso. E tornai a baciarti facendo attenzione a non disgiungere, come temevo, le tue mani ancora in preghiera, appoggiate sul tuo petto. C’era il tuo corpo, ma la tua anima era volata via. Tu non c’eri ed io, prima che i corvi neri in giacca e cravatta entrassero per portarti via, scappai a rifugiarmi nelle “stanze di sopra” e non vidi più quel tuo sorriso. L’unico a parlarmi ancora di te. E il mulinello della pioggia mi martellava sempre più e mi sembrava una marcia funebre suonata follemente da mille fanfare. Il giorno dopo venni con gli altri al cimitero per la tumulazione, ma non volli vederti. Ancora una volta scappai non appena vidi il coperchio chiudersi sul tuo volto di cera. E seppi che ero ancora viva perché stavo di nuovo per morire. Mi portarono a casa. E la fanfara mi assordava sempre più. Mi misero a letto e la fanfara crepitava. Più tardi mi dissero che ero stata con gli occhi sbarrati per molto tempo. Più tardi mi dissero che nessuno aveva sentito le campane a festa nel cortile quella mattina. Più tardi mi dissero che avevi contato i quattro rintocchi del pendolo quella mattina, ma non c’era stato né per te né per gli altri il rintocco singolo che segnava la mezz’ora perché il tuo pendolo si era fermato sul tuo ultimo respiro. E tutti chissà perché si resero conto dell’inutile attesa. E nessuno sentì le campane che pure ti glorificarono nel cortile.
Più tardi capii di essere viva per quel cupo dolore in mezzo al petto dovuto alla tua assenza. Più tardi capii che ero viva per quel vuoto nello stomaco che mi risucchiava nel suo abisso. Più tardi capii che ero viva perché mi capitava di odiare tutti i vivi che incontravo, che respiravano, parlavano, si muovevano. Perché erano riscaldati dal sole e tu no. Più tardi, molto molto più tardi scoprii che l’odio verso i vivi colpisce tutti quelli che vivono quasi in simbiosi con chi muore…> (II vol.)

Più tardi… E parlo ancora del tempo! Questa volta letto attraverso il tempo nel tempo, a partire da quello che provoca o disvela nell’arco di un giorno o forse due: i tumulti dell’anima, che ci distinguono e ci rendono unici.
Ma oggi non posso soffermarmi sui prodigi e i disastri del tempo, troppo mi urge dentro il pensiero struggente di mio nonno, a cui voglio dedicare questo giorno.
Poi penseremo a confrontarci ancora sul tempo… Ci sono ancora tante piccole grandi sottigliezze che lo riguardano, che ci riguardano, ma oggi è Lui al centro dei miei pensieri, Lui, il mio eroe cantastorie, con infinito Amore. Angela

lunedì 8 gennaio 2024

Lunedì 8 gennaio 2024: Col TEMPO nel TEMPO che è appena passato e che ancora ci aspetta...

Dopo una lunga pausa, quasi il tempo si fosse interrotto sul ricordo di un dicembre vestito di culle, di urne, di altari, di riti e preghiere, di silenzi, riprendo a fatica a scrivere per non perdere tempo, uno dei doni che quotidianamente ci viene elargito senza che noi ne prendiamo coscienza, senza un solo grazie da parte nostra. Eppure, forse solo agli esseri umani viene concessa questa consapevolezza: siamo immersi nel tempo. Ma il tempo esiste perché noi esistiamo come misura della nostra stessa esistenza? Forse. Andando oltre la concezione del tempo di Sant’Agostino, che ritiene di ridurlo al solo presente: “Presente del passato, presente del presente, presente del futuro” (il presente del passato è “la storia”; il presente del presente è “la visione”; il presente del futuro è “l’attesa”), a me piace fare un’altra elucubrazione sul tempo, ritenendolo anche: “orizzontale” o “lineare” che ci permetterebbe di comunicare con gli altri nostri simili. Quello “verticale” potrebbe avere due accezioni: ci porterebbe a scoprire la memoria del passato e quindi a risalire alla storia dell’umanità, oppure ci porterebbe ad un passo dal Cielo per scoprire Dio, definito da Aristotele Primo Motore Immobile (Colui che, essendo “sostanza immutabile ed eterna”, imprime “il primo movimento all’Universo e assicura l’ordine perfetto di tutte le cose”). Il tempo “circolare”, invece, determina il ritmo delle stagioni dell’anno e, metaforicamente, della nostra vita, ma potrebbe darci anche l’idea dell’infinito, “immagine mobile dell’eternità”, direbbe Platone...

Ma, a questo punto, mi sembra più giusto e più semplice, facendo riferimento al Nuovo Anno appena iniziato e neppure sotto i migliori auspici, come tutti noi sappiamo, augurarci, per il 2024, di avere ancora “tempo”, proponendo per tutti noi, che oggi ci ritroviamo per scambiarci un augurio e un abbraccio, la bellissima poesia di Elli Michler, poetessa tedesca (1923-2014), attenta alle più intime emozioni della nostra anima, come l’amore, la paura, la nostalgia, il mutamento del tempo e le trasformazioni dell’uomo nel tempo, dandoci il profondo senso della vita. La poesia s’intitola “Ti auguro tempo”: Non ti auguro un dono qualsiasi,/ ti auguro soltanto quello che i più non hanno./ Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;/ se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa./ Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,/ non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri./ Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento./ Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,/ ti auguro tempo perché te ne resti:/ tempo per stupirti e tempo per fidarti/ e non soltanto per guardarlo sull’orologio./ Ti auguro tempo per guardare le stelle/ e tempo per crescere, per maturare./ Ti auguro tempo, per sperare/ nuovamente e per amare./ Non ha più senso rimandare./ Ti auguro tempo per trovare te stesso,/ per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come dono./ Ti auguro tempo anche per perdonare./ Ti auguro di avere tempo,/ tempo per la vita. (da Dedicato a te, 1989)  

Ed ecco una mia breve interpretazione critica: non un dono qualsiasi, ma speciale perché riguarda il tempo, che non a tutti è dato di avere (si potrebbe anche nascere e morire o non essere mai nati e quindi non godere dell’incanto del prodigio di essere venuti al mondo, con tutte le sue gioie e i suoi dolori). Dipende, comunque, da come il nostro tempo viene vissuto (la responsabilità delle nostre scelte, non soltanto per noi stessi quanto per gli altri: “il prendersi cura” degli altri, nel tempo, è la più alta forma della continuità dell’Amore che riserviamo ai nostri cari, ma anche a chi ha bisogno del nostro aiuto, del nostro sostegno. E riguarda anche il tempo del nostro ben-essere (ridere, scherzare, stupirsi, amare e fidarsi degli altri degni di fiducia e affidarsi (come fa il bimbo alla carezza sicura e tenera della sua mamma), senza perdere più tempo. Nell’arco del tempo che ci è dato vivere è inevitabile perdersi, ma è necessario ritrovarsi. Per questo occorre vivere ogni giorno, ogni ora come inestimabile dono. Anche per perdonare. Ma qui ho tutta una mia teoria che riguarda appunto il “per-dono”: non credo sia giusto per noi umani il per-dono, perché ci metterebbe in una posizione di concessione, cioè più in alto, al “perdonato”. Noi, tutt’al più, possiamo accettare le scuse; sorvolare con una stretta di mano sul torto subìto; evitare con un sorriso di comprensione che chi ci ha offeso senta l'obbligo di scusarsi, ma solo Dio dall’alto della sua perfezione può darci il perdono. Mi piacerebbe il parere di chi legge queste mie riflessioni, che potrebbero essere tutte sballate. E per oggi va bene così. A presto. Sereno (per quanto possibile) 2024 a noi tutti e, speriamo, per tutto il nostro Pianeta! Angela-Angelina-Lina

sabato 23 dicembre 2023

Sabato 23 dicembre 2023: Ricordando il CONVEGNO al MUSEO CIVICO di BARI su CORRELAZIONI UNIVERSALI (e ALTRO)...

Un gabbiano vola e stride di dolore

sull’indifferenza assassina dell’uomo

stanotte fioriranno stelle di luce

 a incantare occhi grandi bambini

                      (che non sanno)

                 (a.d.l.)

Sabato 16 dicembre, nella Sala Convegni del Museo Civico di Bari, nel primo pomeriggio, si è tenuto il Convegno “LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DELLA PAROLA - Riflessioni a più voci, organizzato e realizzato da Peppino Piacente, Editore e Direttore della Rivista cartacea, bimestrale, CORRELAZIONI UNIVERSALI (Rivista Letteraria di Confronto tra Culture) a cura dell’Associazione Culturale FOS e con il Patrocinio della Fondazione Vincenzo Casillo. Il Convegno, coordinato da Raffaella Leone, P.R. della SECOP Edizioni, ha avuto come Relatori: Piero Ricci (Giornalista - Presidente Ordine Giornalisti di Puglia), Enzo Quarto (Giornalista di Rai Tre, Scrittore e Poeta), Gianluca Simonetta (StraLab e Docente Universitario), Francesco Bellino (Professore ordinario di Filosofia Morale, Etica della Comunicazione e Bioetica) e la sottoscritta (Presidente dell’Associazione Culturale FOS e Direttrice editoriale della Rivista). Con la seguente motivazione: Si ritorna alla Parola per cercare la strada per un Nuovo Umanesimo, attraverso le Riviste CORRELAZIONI UNIVERSALI e NEDA, e la Nuova Scuola di Formazione Editoriale per la Transizione Digitale: LA TRIDIMENSIONALITA’ DELLA PAROLA.

È stato un “incontro all’altezza delle aspettative”, a detta di quanti hanno fatto commenti molto positivi della serata, che si è aperta con i saluti dell’editore Peppino Piacente: simpatici, divertiti e divertenti, sollecitati anche dalle incursioni, nel discorso, dell’irrefrenabile Antonio Stragapete, autore e presentatore della scuderia SECOP. Peppino, inoltre, in assenza giustificata della Signora Cardenia Casillo (Presidente della Fondazione Vincenzo Casillo), si è fatto portavoce del seguente messaggio: Se hai la possibilità di formulare i miei saluti ai presenti ed il più vivo ringraziamento alla SECOP per essere parte di questo processo di cambiamento che si compie attraverso importanti interventi come questo. Inoltre, nella nostra news abbiamo indicato le motivazioni del nostro sostegno qualora vogliate comunicarle nel corso dell’evento: La Fondazione Vincenzo Casillo ha scelto di patrocinare e sostenere questo progetto editoriale perché contribuisce ad incentivare un dialogo aperto tra generazioni e una sensibilizzazione necessaria su molte tematiche di attualità, con l’auspicio di potersi sentire tutti parte di un cambiamento, imparando a considerare la diversità un valore, un’opportunità. Un messaggio molto sentito, equilibrato, di apprezzamento per l’impegno profuso dalla SECOP in questi anni nel promuovere e favorire il cambiamento, anche nel campo della diversità, intesa come opportunità.

Grazie di cuore da tutta la Redazione alla stimatissima Signora Cardenia.

La serata si è conclusa con un dibattito vivace e serrato tra i relatori e vari autori SECOP e non solo (anche insegnanti, genitori, Preside di Scuola Superiore) che, molto attenti e coinvolti, affollavano la sala.

Io, in verità, avrei voluto che i Relatori mi dessero man forte, con qualche appunto, qualche annotazione per ricostruire la peculiarità di ciascun intervento sulle varie tematiche proposte all’interno di un unico contenitore: le nostre due Riviste CORRELAZIONI UNIVERSALI e NEDA, sicuramente complementari e decisamente ancorate al discorso del Nuovo Umanesimo per cui lottare, stando sulle barricate del “fare”, e della responsabilità di chi lotta (giornalisti, scrittori, poeti, docenti, educatori, genitori) per ritrovare la “giusta via” del cambiamento e indicarla soprattutto ai GIOVANI, che saranno i protagonisti del prossimo futuro, in tutti i settori dell’esperienza umana e a tutti i livelli. Fondamentale l’utilizzo dei nuovi linguaggi che le tecnologie sempre più avanzate mettono a disposizione della comunicazione social sempre più frequentata da utenti di tutte le età, tra rari incontri reali e molteplici realtà virtuali, non esenti da pericoli, ma ormai indispensabili alla nostra vita quotidiana. Persino un lutto e relativo funerale passano attraverso la comunicazione via web. Purtroppo per me e per chi mi legge nel nostro blog, tutti i Relatori sono andati perlopiù “a braccio” con poche annotazioni scritte.

Piero Ricci, seduto alla mia destra, ha appunto parlato della responsabilità del giornalista nell’usare le Parole in maniera appropriata e essenziale, eliminando per quanto possibile gli aggettivi, gli avverbi, gli orpelli che rendono meno chiaro e diretto il discorso. Occorre dare una informazione corretta rispettando il numero delle battute concesse per un articolo. Il rispetto delle regole in qualsiasi lavoro è indice di professionalità. Ha parlato poi di CORRELAZIONI UNIVERSALI, utilizzando il doppio binario della critica e dell’elogio: è un’impresa un po’ arrogante che sfida il momento storico che stiamo vivendo per ovvie ragioni di difficile sopravvivenza della carta stampata e dei lettori, sempre più scarsi in verità; è un’avventura alquanto romantica e per questo più coinvolgente perché la Rivista si presenta bene e dovrebbe accontentare i gusti dei vari ipotetici lettori.

Letteralmente trascinati dal nostro entusiasmo si son detti Enzo Quarto e Francesco Bellino, che hanno parlato in ambiti diversi, legati naturalmente alla loro professione di giornalista e docente universitario, propugnando però entrambi l’urgenza di alcune riflessioni sul mondo negativo dei nostri giorni sia in campo scolastico, culturale, politico, professionale, sia in campo performativo in cui è necessario passare dalla descrizione all’azione, dagli enunciati ai fatti, producendo un reale cambiamento per realizzare una società più giusta, solidale, più autentica nel prenderci cura gli uni degli altri. E questi ultimi vanno ben al di là del nostro “prossimo”, dei nostri cari o dei vicini di casa per abbracciare ogni essere vivente nel nostro Pianeta. Facendoci carico dei suoi cambiamenti climatici, atmosferici, degenerativi in ogni campo. E qui non serve solo la Parola per redimerci. Bisogna passare ai fatti per ri-nascere, producendo benessere e stabilità pur nel dubbio e nelle incertezze che la trasformazione produce.  Di qui anche la transizione dai fatti alle parole per riportarci alla TRIDIMENSIONALITA’ DELLA PAROLA: letta, scritta, comunicata. Fino ad abbracciare l’intelligenza artificiale che ha le sue radici nella realtà virtuale. E Gianluca Simonetta si è rivelato il vero mago della prima, convergendo e divergendo da quest’ultima con la sua solita abilità comunicativa autoironica e convincente, per farci apprezzare ed abbracciare in toto, o quasi, anche la seconda. In realtà, tutti i Relatori, me compresa, hanno fatto continuo riferimento all’importanza delle parole per comunicare a livello interpersonale, sociale, lavorativo al fine di conoscersi, capirsi, aiutarsi reciprocamente. Francesco Bellino ha fatto riferimento a Don Lorenzo Milani, “il prete scomodo”. Don Lorenzo, nonostante le sue radici alto-borghesi (nipote del grande Comparetti, filologo, grecista e latinista, che gli inculcò l’amore per la PAROLA), era soprattutto un uomo di sinistra. Era per i poveri, i derelitti, per tutti coloro che non avevano mai avuto “voce”, sia nella loro storia personale che in quella più ampia della Storia dell’umanità.

Non a caso nella sua scuola di Barbiana, Don Milani improntò tutta la sua pedagogia sull’utilizzo dei giornali che i ragazzi, di varia età ma di estrazione sociale povera, dovevano imparare ad usare in modo corretto per impadronirsi del senso e significato di ciascuna parola, soprattutto in modo critico-costruttivo, per potersi confrontare con tutti i possibili interlocutori e andare anche all’estero, dopo aver studiato a Barbiana parecchie lingue straniere, per completare gli studi o per lavorare, con cognizione di causa, per la conquista della libertà di parola e di pensiero. Francesco ha parlato con grande coinvolgimento emotivo, come è nelle sue corde, ricordando commosso anche suo padre quale testimone della forza della parola data, sancita solo da una semplice stretta di mano, senza contratti notarili o altro.

Enzo Quarto, invece, ha sottolineato che occorre usare soprattutto “parole per riflettere” per imparare dagli ultimi a prendersi cura di ciascuna PERSONA, al di là del credo professato, dei luoghi di provenienza, delle esperienze vissute e che la hanno resa quella che è, nella compiutezza di sé, con le sue inevitabili fragilità, che dobbiamo comprendere per fargliele superare con il nostro aiuto e i suoi “punti di forza” che dobbiamo imparare a valorizzare. Prendendoci il tempo necessario. La fretta non è mai buona consigliera. Enzo è stato suadente, pacato nelle sue riflessioni e nei suoi suggerimenti, attento nei giudizi e nei pre-giudizi che sono sempre da evitare.

Quanto a me, credo di aver ribadito i loro concetti, propugnando a spada tratta l’importanza del possesso delle parole per aiutare il pensiero a formulare concetti più ampi, più ricchi, più profondi e significativi. Umberto Galimberti sostiene, infatti, e a giusta ragione, che il vocabolario si è andato sempre più impoverendo per la progressiva perdita della parola orale e scritta da parte di queste ultime generazioni. I social complici di tale misfatto. Le parole vengono sostituite dalle faccine e il cervello si atrofizza. Occorre possedere più parole possibili per rendere la mente più elastica e creativa. E io ho ribadito che noi siamo le nostre parole e i nostri silenzi, che spesso parlano più di mille parole che comunque ci vibrano dentro tanto da far parlare anche il non detto, il non esplicitato. Paul Eluard parlava dell’importanza dei margini sulla pagina per tutto l’ipotizzabile, per ogni vuoto da riempire. Ma naturalmente occorrono le parole per poterlo fare. Poi, c’è il linguaggio del corpo, che accompagna meglio le parole per comunicare l’inespresso, ciò che le parole non osano dire: i sentimenti, per esempio, il riso, il pianto… Anche lo sguardo lancia messaggi che vanno oltre il silenzio.  Ma, in risposta alle Relazioni, che si sono concluse tutte col ribadire la necessità di “incontrare l’uomo” per procedere verso la via del cambiamento positivo e propositivo, avrei voluto rispondere con la bellissima “teoria del volto dell’Altro” nell’Umanesimo del filosofo francese Emmanuel Lèvinas, contro la filosofia della “identità”, che ritiene l’identico come un prolungamento di sé, annullando ogni differenza. Così pensando, l’Io perde sé stesso in quanto non riconosce la diversità dell’Altro. Occorre passare dal “principio di identità” - afferma Lèvinas - al “principio di alterità”. L’uomo nuovo rinascerà dall’incontro del volto dell’Altro, che darà la giusta dimensione all’Io, che, nella sua soggettività, diventa responsabile di ogni altro da sé.

Tutto ciò è alla base dell’Etica. “L’uomo vince il suo egoismo nel momento stesso in cui va verso l’altro”.  È questa l’Etica della responsabilità, di cui si è parlato tanto in questo Convegno/confronto, da Piero Ricci a Francesco Bellino in particolar modo, da Enzo Quarto a Gianluca Simonetta. Solo così possiamo realmente cambiare in meglio il mondo. E l’intesa tra due sguardi è già una possibile Speranza.

Nel frattempo c’è stato un altro momento indimenticabile che abbiamo vissuto con Piero Meli, fotografo, poeta, scrittore, e gli altri fotografi vincitori del contest. Le 5 foto selezionate sono di: Francesco Armenise (Primo classificato), Michele Petrelli (Secondo), Simona Lasciarrea (Terza), Rafael LaPerna (Quarto), Marina Vallino (Quinta) su una trentina di partecipanti. Tutti hanno avuto dei doni dalla Casa Editrice e tutti il nostro sentito applauso. (NB: Per altre notizie sul contest e la Rivista si prega i diretti interessati di rivolgersi a Piero Meli o all’editore. Grazie).

Alla fine, però, nonostante il tempo a nostra disposizione fosse agli sgoccioli, tutti hanno voluto partecipare al dibattito/confronto previsto: Un docente è stato piuttosto duro nei riguardi delle nuove generazioni, ribadendo con Francesco Bellino la necessità di bocciare, quando il disimpegno scolastico dei ragazzi crea lacune incolmabili nell’arco di pochi mesi o settimane. Non tutti sono stati d’accordo e ne è nato un dibattito nel dibattito. La Preside Giovanna Piacente, Dirigente scolastico da parecchi anni in un Istituto di Scuola Superiore di Bari, ha difeso con pacata veemenza i ragazzi, spesso desiderosi di apprendere e di cimentarsi con nuovi linguaggi a loro più congeniali; l’impegno e il sacrificio degli insegnanti per essere sempre pronti a incoraggiare i propri studenti e a sostenerli, favorendo l’acquisizione dell’autostima affinché imparino le strategie necessarie per l’autoaffermazione dentro e fuori la scuola; la scuola tutta che non chiude mai i battenti per farsi istituzione aperta al territorio, ai genitori e alle esigenze educative e socio-culturali della comunità in cui opera. Le sue parole sono state molto apprezzate e condivise, tanto da indurre la professoressa Cettina Fazio Bonina (Presidente dell’Associazione culturale Porta d’Oriente) a intervenire elogiando i ragazzi che hanno vinto il Concorso “Nicola Saponaro” che quest’anno ha avuto come tema “L’amicizia al tempo dei social”. I ragazzi hanno svolto con entusiasmo componimenti degni della lode della giuria di valutazione. Il professore ha dovuto chiarire la sua posizione accettando il compromesso tra severità e ascolto perché, in realtà, i ragazzi vanno ascoltati, compresi, amati prima di emanare giudizi negativi sui loro modi di essere e di pensare. E, del resto, noi adulti e anziani siamo stati nel bene e nel male i loro modelli!

Una nota a sé merita la presenza della giovanissima scrittrice Federica Nolasco, che era presente alla serata insieme al suo papà (giornalista televisivo). Ebbene, Federica ha solo ventidue anni ma già scrive in maniera molto originale, con uno stile tutto suo che sicuramente prenderà il volo nella Letteratura del III millennio. Una smentita a chi vuole i giovani di oggi privi, tra l’altro, di interessi culturali; e una conferma per chi apprezza il loro entusiasmo e il loro impegno in tutto quello che fanno. Io sono tra questi.  

E, per concludere con una certa coerenza, desidero ricordare che i tantissimi momenti significativi della serata sono stati eternati dalla passione magica per la macchina fotografica della talentuosa Anna Paola Piacente. Tutti i service hanno visto all’opera con grande professionalità e spirito di squadra l’infaticabile Nicola Piacente (Graphic Designer della Casa Editrice e del suo personale NP Studio). Alcune fotografie artistiche sono state scattate dal dott. Antonio Bonina, felice e attento consorte di Cettina.  

Tutti, comunque, hanno avuto per la Rivista toni elogiativi. Per l’entusiasmo e l’impegno profusi in questo primo anno di collaudo. E anche Raffaella Leone ha avuto i suoi meritati applausi come coordinatrice del Convegno. 

Il ritorno a casa è stato il felice bilancio di un intero anno di lavoro senza risparmio di fatica, ma con l’entusiasmo di chi ama le sfide per migliorarsi continuamente.

E chiudo con alcune significative parole della famosa scrittrice Chiara Valerio per lunghi anni carissima amica di Michela Murgia.

Nonostante tutto, io immagino il futuro. Perché ho fiducia negli esseri umani. Penso che custodiscano ciascuno - ciascuno di noi - il sacro. Il sacro è il sentimento del credere che, nonostante la complessità, il mondo possa essere rappresentato attraverso gli alfabeti che abbiamo e che avremo a disposizione. Parole, gesti, simboli, immagini, strutture familiari, dispositivi… 

Mi fermo qui. sereno Natale a Tutti e alla prossima. Angela

venerdì 22 dicembre 2023

Venerdì 22 dicembre 2023: Il Solstizio d'inverno (Solstizio = Sole che si ferma) quest'anno ritarda di un giorno: segna la notte più lunga dell'anno...

Il 21 o 22 dicembre è un giorno che io ritengo molto interessante: avanza l’inverno mentre muore l’autunno. Il buio più lungo dell’anno indica non soltanto la fine di una stagione ancora calda di sole, di voli di foglie, sospinte dal vento o bucherellate dalla pioggia che scende copiosa e fa lacrimare il cielo, ma anche un nuovo inizio: le giornate, dapprima quasi invisibilmente, diventano più lunghe. Non ricordo più chi l’abbia detto, ma “Il buio più profondo prelude sempre alla luce”. E ci porta anche alle luci del Santo Natale: giorno della Nascita di Gesù, giorno di Ri-nascita per tutti noi credenti. Giorno di festa per tutti quelli che, credenti o no, ancora festeggiano il Natale. Magari con l’abete coperto di palline colorate e Babbo Natale con slitta e renne a portare i doni a mezzanotte, come abbiamo imparato e importato dall’America.

Io amo ancora il presepe con le montagne di cartapesta, il muschio vero lungo la strada che porta alla grotta, la cometa sospesa ad un filo tra arbusti profumati di mandarini veri, le lucine intermittenti e i doni che porta Gesù Bambino a tutti “gli uomini di buona volontà”, dopo la processione per tutta la casa con le candeline accese e il nostro coro commosso: “Tu scendi dalle stelle”. Conservo ricordi antichi come doni del cuore. E dono è, ancora oggi, sicuramente dire “GRAZIE!”. Almeno a Natale è giusto e bello esprimere la nostra gratitudine ai nostri cari e, a sempre più vasto raggio, a: parenti, amici, conoscenti, sconosciuti che incontriamo per strada e ci usano una cortesia, ci donano uno sguardo, ci sorprendono con un sorriso.

E, allora, ai miei ringraziamenti faccio precedere da “BELLO MONDO” il modo meraviglioso di dire grazie di Mariangela Gualtieri, che non ha bisogno di presentazioni: In quest’ora della sera/ Da questo punto di mondo/ Ringraziare desidero il divino/ Labirinto delle cause e degli effetti/ Per la diversità delle creature/ Che popolano l’universo/ singolare// Ringraziare desidero/ Per l’amore, che ci fa vedere gli altri/ Come li vede la divinità/ Per il pane e per il sale/ Per il mistero della rosa/ che prodiga colore e non lo vede/ Per l’arte dell’amicizia/ Per l’ultima giornata di Socrate/ Per il linguaggio, che può simulare la sapienza/ Io ringraziare desidero/ Per il coraggio e la felicità degli altri/ Per la patria sentita nei gelsomini/ E per lo splendore del fuoco/ Che nessun umano può guardare/ Senza uno stupore antico/ E per il mare/ Che è il più vicino e il più dolce/ Fra tutti gli Dei/ Io ringraziare desidero/ Perché sono tornate le lucciole/ E per noi/ Per quanto siamo ardenti e leggeri/ Per quanto siamo allegri e grati/ Per la bellezza delle parole/ Natura astratta di Dio/ Per la lettura, la scrittura/ Che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo/ Per la quiete della casa/ Per i bambini che sono/Nostre divinità domestiche/ Per l’anima, perché se scende dal suo gradino/ La terra muore/ Per il fatto di avere una sorella/ Ringraziare desidero per tutti quelli/ Che sono piccoli, limpidi e liberi/ Per l’antica arte del teatro/ Ancora raduna i vivi e li nutre/ Per l’intelligenza d’amore/ Per il vino e il suo colore/ Per l’ozio con la sua attesa di niente/Per la bellezza tanto antica e tanto nuova/ Io ringraziare desidero per le facce del mondo/ Che sono varie e alcune sono adorabili/Per quando la notte/ Si dorme abbracciati/ Per quando siamo attenti e innamorati/ Per l’attenzione/ Che è la preghiera spontanea dell’anima/ Per i nostri maestri immensi/ Per chi nei secoli ha ragionato in noi/ Per tutte le biblioteche del mondo/ Per quello stare bene fra gli altri che leggono/ Per il bene dell’amicizia/ Quando si dicono cose stupide e care/ Per tutti i baci d’amore/ Per l’amore che rende impavidi/Per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebrezza/ Per i morti nostri/ Che fanno della morte un luogo abitato/ Ringraziare desidero/ Perché su questa terra esiste la musica/ Per la mano destra e per la mano sinistra/ E il loro intimo accordo/ E per chi è indifferente alla notorietà/ Per i cani, per i gatti/ Esseri fraterni carichi di mistero/ Per i fiori/ E la segreta vittoria che celebrano/ Per il silenzio e i suoi molti doni/ Per il silenzio che forse è la lezione più grande/ Per il sole, nostro antenato/ Io ringraziare desidero/ Per Borges/ Whitman e Francesco d’Assisi/ Per Hopkins, per Herbert/ Perché scrissero già questa poesia/ Per il fatto che questa poesia è inesauribile/ E cambia secondo gli uomini/ E non arriverà mai all’ultimo verso/ Ringraziare desidero/ Per i minuti che precedono il sonno/ Per gli intimi doni che non enumero/ Per il sonno e la morte/ Quei due tesori occulti/ E infine ringraziare desidero/Per la gran potenza ’antico amor/ Per l’amor che move il sole e le altre stelle/ E muove tutto in noi

Il mondo intero, la vita intera e tutte le parole dette, i sentimenti provati, le visioni, le immaginazioni, le fantasie, i sogni racchiusi in una splendida preghiera di ringraziamento. Ed ecco il mio ben più povero ringraziamento in un giorno buio che porta luce, un giorno che mi riporta ancora alle culle, alle urne e agli altari di dicembre. Il 20 dicembre ha compiuto gli anni ancora giovani Serena, mia amatissima nipote che vive a Roma con il suo amatissimo marito e i suoi amatissimi figli. Una vita “serena” e colma di affetti. Ma, solo un anno fa, ho perso un amico carissimo, Franco, che mi ricorda l’adolescenza e i primi palpiti del cuore. Ma ha compiuto qualche anno in più oltre gli ottanta un altro carissimo amico, Biagio, con cui abbiamo trascorso anni che dalla prima giovinezza ci hanno portato fino ad oggi, tra perdite enormi per entrambi e un’amicizia che quelle perdite ha rinsaldato sempre più. Ieri, invece, ha salutato un anno in più Caterina, altra amica molto cara, sempre inseguita tra i suoi viaggi e mai a lungo incontrata per una nuova chiacchierata insieme, di quelle che fanno stare bene. E oggi è il compleanno di altri due cari amici, Filippo e Teresa, che possono essermi figli, ma l’amicizia non tiene conto di questi dettagli. Il 23 dicembre segna la nascita di Nico, che da due anni è andato ad abitare tra le stelle, amico tra i più cari per oltre quarant’anni, fino al suo ultimo respiro. E sto tralasciando le culle e le urne che hanno segnato di rosso il calendario del mio cuore dal 1° al 18 dicembre perché ne ho parlato in precedenza. Il 27, infine, ha visto la luce un altro amato amico mio e di Caterina, Giovanni, ma anche lui ormai ci sorride dalle stelle, mentre continua a fotografare i suoi sogni e a lasciarci scie di luminosa poesia.

A tutti devo la mia gratitudine sia che sono ancora con me da questa parte del “muro”, sia che mi stiano sorridendo dalle stelle in questa notte infinita, in cui anche l’anima affonda per rinascere con la nuova alba.  

Ma il mio grazie non si ferma qui. Ci sono altari che accendono il sacro fuoco dell’amicizia e della gratitudine per tutto l’anno e in tutte le stagioni della vita. Penso, per esempio, a Raffaele Nigro che non ho avuto modo di ringraziare abbastanza per le sue parole di grande affetto e stima scritte sulla <Gazzetta del Mezzogiorno> di alcuni mesi fa. Le mie difficili condizioni di salute per alcuni mesi, come tutti ben sapete, mi hanno impedito di dirgli “GRAZIE” e molto altro ancora. Avevamo dei progetti da realizzare insieme.  

Altri sentiti “Grazie” riguardano proprio questo blog che mi ha dischiuso numerose caselle di profonda amicizia e autentica sintonia. Parlo di tutti voi che mi seguite con tanto affetto. Siete davvero tanti e rischierei di saltare qualcuno/a e mi dispiacerebbe tantissimo. Sentitevi tutti nominati. Secondo la Genesi, la prima azione compiuta da Adamo fu quella di dare un nome agli esseri viventi. Un’azione di una grandezza simbolica infinita, che altri purtroppo smentiscono. A me piace crederci. E, allora, ripeto, SENTITEVI TUTTI NOMINATI: Mariateresa, Maria Pia, Mariantonietta, Anna Maria, Luigi, Giulia, le varie Caterina, Rossella, i vari Vito, Rita, Ginevra, Maria Concetta, ecc. ecc. Vi sono immensamente grata!

Come grata sono ai tanti scrittori, poeti, giornalisti che hanno arricchito queste pagine con le loro poesie, le loro prose, gli stralci dei loro testi, che ci hanno fatto riflettere, emozionare, commuovere. Ai tanti scrittori, poeti, giornalisti e amici che raramente leggono il nostro blog, ma fanno parte del mio cuore: Enzo con sua moglie Annarosa, Cettina e suo marito Antonio, Matteo con sua moglie Anna e i suoi fantastici figli e nipotini, Silvana, che si prende cura della mia salute con tanto amore e abnegazione… E la lista potrebbe risultare interminabile.

E non si sentano esclusi tutti gli amici che non leggono il nostro blog, che sono su FB, oppure non frequentano i social ma sono miei amici e basta.

La mia gratitudine comprende innanzitutto Primo che mi ha dato amore per oltre quarant’anni e continua a farlo dal Cielo, i miei figli e i figli acquisiti, per finire ai miei adorati nipoti, veri angeli custodi della mia vita, le sorelle, i fratelli, i cognati e i figli dei loro figli, i miei consuoceri tra la terra e il Cielo…

Buon Santo Natale a tutti con tutto il cuore. A presto Angela