E torno a parlare di lei:
Le sue opere sono state recensite da Mario Luzi, Dario
Bellezza, Giuliano Manacorda, Roberto Roversi, Sergio Pautasso e tanti altri
scrittori, critici e studiosi. Giuliano Manacorda ha scritto di lei già nel
1977 in <Rapporti> (n.12-13, marzo-giugno 1977): Mariella
Bettarini nel raccogliere le sue poesie del periodo 1972-’74 si conferma come
una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative
culturali e della produzione poetica dell’ultimo decennio. (…) La Bettarini
adotta un suo verso lungo che può facilmente anche sconfinare nella prosa
dichiarata e che le serve per una poesia franta nelle movenze interiori ma
infine distesa in una sorta di brani di racconto in cui c’è dentro tutto il
dramma del vivere quotidiano.
La sua attività poetico-culturale ed etico-sociale non
si è interrotta mai. E in questa necessità di scrittura abbiamo trovato spesso
le nostre consonanze interiori. Una delle più forti nostre ragioni di
vita.
Nel 2006, di sé stessa, e del suo amore per la parola
ha scritto, per esempio, delle annotazioni in cui mi ritrovo perfettamente.
Avrei voluto averle scritte io tanto mi si attagliano: Oggi (inizi del
2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale,
creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La
parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre
l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la
matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/“naturale” natura:
dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile,
all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che
si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola.
Misteriosamente. A specchio.
Nel marzo 2019 ha pubblicato con la SECOP edizioni,
come già è stato ricordato dal famoso Fontanella un Poemetto intitolato POESIE
PER MAMMA ELDA, un canto dolente e intenso per la sua mamma, dopo aver
cercato di decantare invano il dolore per la sua perdita. In quinta pagina
troviamo una specie di Preludio: A MO’ DI (MINIMA) INTRODUZIONE Queste
poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di
esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare
di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda
ha lasciato in me. Da quel ormai lontano novembre 2003 scrivo poco, pochi versi
(voglio dire) anche se l’iniziale, coartante (persino violento nella sua forza)
progetto/bisogno prevedeva, avrebbe previsto, prevedrebbe tanta scrittura,
moltissimi versi per lei - e non solo versi, forse. Ma forse proprio per
l’intensità di tutto questo, per il dolore (e tuttavia la paziente
inevitabilità) dello strappo; proprio per tanta vita trascorsa insieme, per tanto
vuoto e silenzio sopraggiunti, il quasi-silenzio dei versi è, almeno per ora,
mi pare, inevitabile. Bastino, intanto, queste poche pagine, a testimonianza
del mio amore filiale, del suo amore materno: anzi del suo Amore senza altri
aggettivi. A testimonianza (così povera, imperfetta) della sua serena, umile,
dolorosa Persona. Tanto più grande quanto meno appariscente. Presenza senza
alcun vanto di sé. Sempre di sé generosa. Doti, doni oggi, ora, tanto più rari.
Viva, dunque, mamma Elda e la sua tenerezza. (5 aprile 2010, lunedì
dell’Angelo)
Lo stile è decisamente bettariniano, nonostante il
dolore irrisolto, il lungo silenzio, la ridda delle parole che sale dal cuore
da dedicare a lei, la sua adorata mamma. Infatti, nella mia postfazione, io
parto proprio da Queste poche, scarne, spero non indegne poesie
(poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di
indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il
vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me.
E così scrissi: <Credo sia opportuno partire da
questa difficoltà iniziale di Mariella Bettarini di parlare a sua madre dopo il
“vuoto” che lei, con la sua morte, sia pure attesa con rassegnata abnegazione e
vigile tenerezza, le ha lasciato. Un vuoto che, a stento ora, tenta di colmare
con alcune dolenti, sussurrate, frantumate, ma profondamente belle poesie.
Talmente belle da commuovermi e da lasciarmi senza respiro. Riportandomi alla
stessa esperienza da me vissuta (nel 2001) con altrettanto dolore, come sempre
accade quando la Perdita della nostra madre diventa la nostra Perdita. E non
sappiamo più chi siamo, avvertendo per la prima volta la condizione di
“orfana”, la cui radice deriva dal latino “orbus”, ossia “privo”, ed io
completerei: “privo di sé”. E chi è privo di sé dimentica il proprio nome,
l’identità, il tempo e il luogo in cui si trova. Dolorosa sensazione quanto la
Perdita stessa della persona a noi più cara, perché è la parte essenziale di
noi. Sentiamo ancora il suo sangue scorrere nelle nostre arterie e vene, il suo
cibo amoroso che ancora ci alimenta, la sua stessa vita che ci attraversa.
Nella silloge, dunque, incontriamo le poesie più
tenere e dolci e disperate che ogni figlio/a vorrebbe sussurrare/urlare alla
propria madre, magari per rinascere insieme (come Luigi Santucci immagina, con
fascinosa dose di visionarietà, nel suo Romanzo Orfeo in paradiso del
1967, con cui l’autore vinse il Premio Campiello, e da me più volte letto
prefigurandomi con angoscia e dolore indicibile la perdita di mia madre, allora
ancora giovane, bella, sempre sorridente e innamorata della vita!).
E anche oggi mi fermo sull’immagine di mia madre
ancora bella, giovane e piena di vita, ma continuerò ancora. Grazie. Angela/lina
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