domenica 6 settembre 2026

Domenica 6 settembre 2026: Il mio affettuoso saluto alla grande MARIELLA BETTARINI... (seconda parte)

E torno a parlare di lei:

Le sue opere sono state recensite da Mario Luzi, Dario Bellezza, Giuliano Manacorda, Roberto Roversi, Sergio Pautasso e tanti altri scrittori, critici e studiosi. Giuliano Manacorda ha scritto di lei già nel 1977 in <Rapporti> (n.12-13, marzo-giugno 1977): Mariella Bettarini nel raccogliere le sue poesie del periodo 1972-’74 si conferma come una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica dell’ultimo decennio. (…) La Bettarini adotta un suo verso lungo che può facilmente anche sconfinare nella prosa dichiarata e che le serve per una poesia franta nelle movenze interiori ma infine distesa in una sorta di brani di racconto in cui c’è dentro tutto il dramma del vivere quotidiano.

La sua attività poetico-culturale ed etico-sociale non si è interrotta mai. E in questa necessità di scrittura abbiamo trovato spesso le nostre consonanze interiori. Una delle più forti nostre ragioni di vita. 

Nel 2006, di sé stessa, e del suo amore per la parola ha scritto, per esempio, delle annotazioni in cui mi ritrovo perfettamente. Avrei voluto averle scritte io tanto mi si attagliano: Oggi (inizi del 2006) continuo a lavorare molto, ad amare la parola: scritta, letta, orale, creativa, saggistica, epistolare. La parola/segno. La parola/bi-sogno. La parola/intenzione di dialogo, affinità, amore. Così come amo da sempre l’archeologia, l’arte, la botanica, l’astronomia, la fotografia, il cinema e la matrice poliedrica di tutto questo: la misteriosa/“naturale” natura: dall’infinitamente grande e lontano, interstellare, invisibile, all’infinitamente piccolo e prossimo (anch’esso talora invisibile). Parola che si fa carne. Carne (minerale, vegetale, animale) che si fa parola. Misteriosamente. A specchio.

Nel marzo 2019 ha pubblicato con la SECOP edizioni, come già è stato ricordato dal famoso Fontanella un Poemetto intitolato POESIE PER MAMMA ELDA, un canto dolente e intenso per la sua mamma, dopo aver cercato di decantare invano il dolore per la sua perdita. In quinta pagina troviamo una specie di Preludio: A MO’ DI (MINIMA) INTRODUZIONE Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me. Da quel ormai lontano novembre 2003 scrivo poco, pochi versi (voglio dire) anche se l’iniziale, coartante (persino violento nella sua forza) progetto/bisogno prevedeva, avrebbe previsto, prevedrebbe tanta scrittura, moltissimi versi per lei - e non solo versi, forse. Ma forse proprio per l’intensità di tutto questo, per il dolore (e tuttavia la paziente inevitabilità) dello strappo; proprio per tanta vita trascorsa insieme, per tanto vuoto e silenzio sopraggiunti, il quasi-silenzio dei versi è, almeno per ora, mi pare, inevitabile. Bastino, intanto, queste poche pagine, a testimonianza del mio amore filiale, del suo amore materno: anzi del suo Amore senza altri aggettivi. A testimonianza (così povera, imperfetta) della sua serena, umile, dolorosa Persona. Tanto più grande quanto meno appariscente. Presenza senza alcun vanto di sé. Sempre di sé generosa. Doti, doni oggi, ora, tanto più rari. Viva, dunque, mamma Elda e la sua tenerezza. (5 aprile 2010, lunedì dell’Angelo)

Lo stile è decisamente bettariniano, nonostante il dolore irrisolto, il lungo silenzio, la ridda delle parole che sale dal cuore da dedicare a lei, la sua adorata mamma. Infatti, nella mia postfazione, io parto proprio da Queste poche, scarne, spero non indegne poesie (poesie? Piuttosto lacerti di esistenza, di memoria, di doloroso amore, di indicibilità, quasi) per tentare di colmare - con la parola - un vuoto, il vuoto che la morte di mia madre Elda ha lasciato in me.

E così scrissi: <Credo sia opportuno partire da questa difficoltà iniziale di Mariella Bettarini di parlare a sua madre dopo il “vuoto” che lei, con la sua morte, sia pure attesa con rassegnata abnegazione e vigile tenerezza, le ha lasciato. Un vuoto che, a stento ora, tenta di colmare con alcune dolenti, sussurrate, frantumate, ma profondamente belle poesie. Talmente belle da commuovermi e da lasciarmi senza respiro. Riportandomi alla stessa esperienza da me vissuta (nel 2001) con altrettanto dolore, come sempre accade quando la Perdita della nostra madre diventa la nostra Perdita. E non sappiamo più chi siamo, avvertendo per la prima volta la condizione di “orfana”, la cui radice deriva dal latino “orbus”, ossia “privo”, ed io completerei: “privo di sé”. E chi è privo di sé dimentica il proprio nome, l’identità, il tempo e il luogo in cui si trova. Dolorosa sensazione quanto la Perdita stessa della persona a noi più cara, perché è la parte essenziale di noi. Sentiamo ancora il suo sangue scorrere nelle nostre arterie e vene, il suo cibo amoroso che ancora ci alimenta, la sua stessa vita che ci attraversa.

Nella silloge, dunque, incontriamo le poesie più tenere e dolci e disperate che ogni figlio/a vorrebbe sussurrare/urlare alla propria madre, magari per rinascere insieme (come Luigi Santucci immagina, con fascinosa dose di visionarietà, nel suo Romanzo Orfeo in paradiso del 1967, con cui l’autore vinse il Premio Campiello, e da me più volte letto prefigurandomi con angoscia e dolore indicibile la perdita di mia madre, allora ancora giovane, bella, sempre sorridente e innamorata della vita!).

E anche oggi mi fermo sull’immagine di mia madre ancora bella, giovane e piena di vita, ma continuerò ancora. Grazie. Angela/lina

 

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