martedì 14 maggio 2019

14 maggio 2019: l'insonnia delle persone anziane.

Chi soffre d'insonnia sa quanto possa essere disperante l'attesa di un buon sonno ristoratore dopo una giornata di intenso lavoro, di stress, di incontri, scontri, chiacchiere e stanchezza. Ma, se il sonno tarda a chiudere le palpebre, quasi serrande sugli occhi, per escludere finalmente il mondo dalla nostra casa interiore, allora a nulla servono le varie strategie che si tenta di mettere in atto: le pecorelle da contare, meglio le stelle per chi ha la fortuna come me di dormire sotto un lucernario che, proprio per questo, congiura con l'insonnia per non farmi chiudere occhio ("ma poi mi perso tutte le stelle", mi dico); non il pensare a cose belle e distensive; non il tazzone di camomilla con miele; non la pillola di valeriana rilassante, né la tisana benefica. Non c'è niente da fare. I pensieri si aggrovigliano sempre di più tra le varie esperienze vissute durante il giorno o le notizie apprese dai social, dalla televisione, dai giornali, tra riflessioni e analisi mentali a volte soddisfacenti, a volte banali o senza capo né coda e considerazioni tristi su problemi vari di salute, medicine, acciacchi che non trovano soddisfacenti soluzioni e con cui bisogna imparare a convivere per evitare momenti sempre più frequenti di disperazione, che favoriscono ulteriori motivi di insonnia. Fino a che l'alba non ci scopre a fare i conti con le ore del nuovo giorno da affrontare nella speranza che sia un giorno sereno, senza imprevisti negativi e senza ulteriori problemi da vivere e nuovi danni da arginare. 
Spesso mi dico che sarebbe bello e tonificante dormire almeno per qualche ora e fare "bei sogni", come augura ai suoi ascoltatori Massimo Gramellini alla fine di ogni sua trasmissione, che ha lo scopo di farci riflettere sul mondo contemporaneo che poco spazio lascia proprio ai sogni, sempre più alla deriva di un mare agitato di violenza, volgarità, indifferenza, rifiuto dell'altro, vissuto ormai come nemico. Anche quando, inerme e sfinito, chiede solo un po' di accoglienza e di umana solidarietà.
Ma per fortuna, nonostante tutto, io riesco ancora a sognare, ma lo faccio perlopiù ad occhi aperti. 
Sì, riesco ancora a sognare tra una notte insonne e l’altra che non mi fa dormire.
Non dormo. Come sempre mi capita nelle notti che si fanno insonnia pensieri problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il vento ulula lupo selvaggio sui tetti della mia casa e scompiglia alberi rami di foglie insonnia pensieri problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se la pioggia danza leggera sui lucernari e mi mette dentro un senso di allegria che vorrei afferrare perché non si disperda l’ultima nota di buonumore, che tarda sempre più a distendere i segni all’ingiù delle mie labbra con me invecchiate d’anni e di insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il tempo cattivo rovescia a secchiate acqua cattiva senza risparmio per i miei orecchi, che sanno l’insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se il cielo s’inventa una luna piena che mi guarda attraverso il lucernario sul mio capo e scopre il mio incantamento, la mia insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo se ho ascoltato l’urlo dell’ultimo attacco kamikaze a far grondare di sangue la piazza, il Teatro, il pub, la via, i miei pensieri e l’ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo. Se un morbido bianco silenzio si adagia sugli occhi di stupore dei miei tetti e riaccende insonnia e pensieri e problemi insoluti ansia dei giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani.
Non dormo per il bimbo ucciso la ragazzina stuprata la donna lacerata in pezzi e gettata nella spazzatura, dove inorridiscono pensieri e giorni futuri cuscino da rigirare tra le mani

                                                Non dormo

lunedì 6 maggio 2019

6 maggio 2019 .Ricordando il 5 maggio: Ei fu.

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all’ultima
ora dell’uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sonito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al subito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all’urna un cantico
che forse non morrà.(…)
Fu vera gloria? Ai posteri
l’ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.(…)
E sparve, e i dì nell’ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.(…)
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l’avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov’è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Golgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.

Sono solo alcuni versi della lunghissima ode che Alessandro Manzoni, grande nella scrittura ma pavido nell’azione per via anche di alcune sue patologie che oggi diremmo psico-somatiche, scrisse per ricordare al mondo intero la grandezza e la fine di un uomo che ebbe ingegno, forza, coraggio e innumerevoli strategie per vincere e diventare padrone di mezza Europa, tanto da farsi “arbitro” di due secoli, che subirono a lungo la sua impronta, ma che, come tutti i comuni mortali, dovette chinare l’altera sua fronte davanti al “Massimo Fattor”: Dio che “volle in lui del creator suo spirito/ più vasta orma stampar”, decretandone anche la sconfitta materiale e la rinascita spirituale, nel posare, con la sua pietas consolatoria, “accanto a lui sulla deserta coltrice”.
In pochi versi Manzoni, più volte, si riferisce all’uomo indomito e al condottiero straordinario, usando solo due pronomi personali: ei… lui. Senza nominarlo per l’intera Ode. Eppure, tutto il mondo sa che si tratta di Napoleone Bonaparte. Sarebbe bastato: Ei fu per decretare la grandezza maestosa dello stratega e la fine desolata dell’uomo. Entrambe rimaste eterne nella storia dell’umanità.
Ho omesso intenzionalmente di trascrivere i tanti versi che narrano le sue rapidissime imprese belliche proprio perché ai fini dei destini del mondo contemporaneo e di quello futuro non hanno più alcun senso, alcun peso storico. Il mondo è completamente cambiato, sia storicamente che geograficamente e culturalmente. Rimangono solo dei dati inconfutabili che testimoniano l’inizio della sua vita, il percorso esistenziale, le vittorie, le sconfitte, la sua fine: Aiaccio, Francia, Waterloo, isola d’Elba, i cento giorni, isola di Sant’Elena. “Sic transit gloria mundi”!
Il poeta milanese, invece, le descrisse minuziosamente in quanto, dopo aver dichiarato subito di essere rimasto, come tutti i suoi contemporanei, “stupito e attonito”, si disse anche “commosso” di fronte alla sua improvvisa fine, per averlo visto invincibile con le sue innumerevoli gesta eroiche e invidiabile per quei suoi “rai fulminei”, che ne evidenziavano la eccezionale furente vitalità. E proruppe con tutto il suo afflato poetico e religioso in questa Ode fluviale.
Mi preme, invece, sottolineare quanto sia evidente la linea ascendente, l’apice, e la linea discendente, inevitabile in ogni parabola umana, nei destini di ogni società, cultura, epoca in cammino. “Tutto arriva e tutto passa”, dicevano i nostri nonni con la loro filosofia spicciola, ma quanto vera. E quel “Tutto arriva” sottolineava il percorso iniziato quasi dal nulla, dal nostro primo giorno di vita, da un principio, da cui occorre quasi sempre partire, senza avere ancora nulla con sé se non i propri sogni, i propri progetti di vita, i propri passi per andare lontano, con determinazione, coraggio, desiderio di raggiungere la propria meta. E il viaggio si riempie di incontri, di scoperte, di esperienze e di conoscenze, fino all’arrivo. Fino ad Itaca (chi non ricorda la poesia di Kavafis?). Quello è l’apice dell’impresa. La sommità della scala che ogni esperienza umana costruisce per dilatare al massimo i propri orizzonti. Il dopo è già la considerazione che oltre non si può andare perché quel sogno/ progetto si è realizzato e già più non è. È stato. Ed è inevitabile la discesa. È inesorabile la fine. "Tutto passa". Niente rimane per sempre. Certo, si può ricominciare, ma non è più quel sogno, quel progetto, quel percorso. Quella esistenza. Quell’uomo. Quella comunità. Quella cultura. Altri giungeranno e avranno avuto un nuovo inizio e vorranno creare, personalmente o in gruppo, nuove mappe del viaggio, con la voglia di appropriarsi del passato per andare oltre, incontro a un diverso futuro, attraversando un nuovo presente. Vico ha parlato di “Corsi e Ricorsi storici”, ignorando forse, l’andamento “a montagne russe” di ogni Corso e Ricorso. Di ogni esperienza individuale e collettiva. Anche il giorno nasce dal nulla (il buio della notte) per giungere all’apice del sole a mezzogiorno e subito dopo comincia a morire già nel pomeriggio che si fa tramonto fino alla caduta delle ultime ombre della sera nel vuoto della notte. Poi si ricomincia. Ma anche ogni nuovo giorno è diverso da quello precedente. Mai esultare, dunque, per la insperata conquista della vetta in qualsiasi campo perché inevitabilmente segna il tempo ignorato della discesa.

“La ruota gira”, dicevano i miei nonni con la loro “sapienzialità antica”. Tutto quello che è in alto è destinato a cadere. E viceversa. Creando una sorta di giustizia umana e forse anche divina.
Tutto questo io leggo nei versi di Manzoni. Non serve insuperbirsi per le conquiste, non bisogna disperarsi nelle sconfitte: sono umane le une e le altre. Solo Dio è al di sopra degli umani destini e tutti li comprende. Ci comprende. Perché è Colui che “atterra e suscita,/ che affanna e che consola”…
Un’altra considerazione mi preme fare: mai giudicare ciò che attraversa i nostri giorni senza almeno una pausa di riflessione per valutare ogni accadimento, ogni persona, ogni opera umana, con piena conoscenza dei fatti e con profonda consapevolezza della possibile loro veridicità. Insomma, con onestà intellettuale e con “sapientia cordis”. Manzoni ci è maestro in questa faticosa ma necessaria conquista, se vogliamo essere credibili in quello che diciamo o scriviamo: “Lui folgorante in solio/ vide il mio genio e tacque;/ quando, con vece assidua,/ cadde, risorse e giacque,/ di mille voci al sonito/ mista la sua non ha:/ vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio,/ sorge or commosso al subito/ sparir di tanto raggio;/ e scioglie all’urna un cantico/ che forse non morrà. (…) Fu vera gloria? Ai posteri/ l’ardua sentenza: nui/ chiniam la fronte al Massimo/ Fattor, che volle in lui/ del creator suo spirito/ più vasta orma stampar”. Occorre molta prudenza nell'esprimere un giudizio e molto amore per non ferire l'altrui sensibilità.
E, infine, ogni persona eccezionale ha il destino segnato da inevitabili invidie, dovute appunto alla sua inconfutabile grandezza, che rischia di mettere in ombra tutti quelli che la circondano e che non sono propensi ad accettare i propri limiti. È questo purtroppo, uno dei “limiti”, più vistosi e paradossalmente nascosti o ignorati, della natura umana. Chi ne soffre non lo ammetterà mai ed è anche possibile che non ne abbia coscienza. Solo chi ha compiutamente una positiva immagine di sé, avendone serena consapevolezza, si rallegra di non covare nella propria anima i semi della “mala pianta” ed è felice del successo altrui. Ma è merce molto rara la sua generosa condivisione. Per questo “i numeri primi” sono destinati a rimanere soli… Non a caso si parla della solitudine del genio.
Non fece eccezione Napoleone Bonaparte: solo quel Dio, ignorato, offeso, umiliato dalla sfrontata consapevolezza dello stratega nei riguardi della propria genialità, “sulla coltrice”, resa deserta da tanta invidia e incomprensione, per consolarlo di tanto inutile affanno, come solo Lui può e sa fare, “accanto a lui posò”.
Un po’ di autostima ma anche di sana umiltà non guasterebbero nella nostra vita di fugaci viandanti (meno di un granello infinitesimale o di pulviscolo nell’universo), sempre pronti a lottare per raggiungere l’impossibile perfezione. Senza pensare mai di procedere rapidamente verso un Altrove che, con la sua falce “pareggia tutte l’erbe del prato” (Manzoni, “I promessi sposi”).








giovedì 2 maggio 2019

2 maggio 1519 - 2 maggio 2019: cinque secoli dopo la morte di un Genio assoluto


                                    RITRATTO DI UN SEGRETO

Il mio incanto e poi la mia ossessione per il ritratto miracoloso della Gioconda dipinto da Leonardo da Vinci sono nati nella prima metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando ho avuto per la prima volta una riproduzione di alta qualità di questo affascinante quadro.
È successo nella mia prima giovinezza, nel periodo in cui l’idealizzazione era la caratteristica fondamentale della mia visione del mondo, delle persone e dei fenomeni che mi circondavano. Nel momento in cui la mia sensibilità creativa era altamente presente, quando l’amore era il sentimento dominante della mia realtà, abbastanza lontana dalla ragione, che avrebbe potuto impedirmi di tendere ad un obiettivo privo di pratica utilità.
Già nel guardare per la prima volta il viso della Gioconda sentii un’attrazione magnetica e l’inquietante intimità con il modello rappresentato nella foto. Sentivo che il volto di quella immagine rivitalizzata mi percepiva come una persona che mi conosceva da sempre. Come qualcuno che mi ascoltasse, m’incoraggiasse, mi perdonasse. L’espressione del suo viso irradiava sensazioni diverse e talvolta contraddittorie, in cui era possibile focalizzare anche il sentimento che divenne dominante in me dal momento in cui cominciai ad osservarla: non avevo mai sentito un’intimità simile con un’opera d’arte prima, mai l’avrei vissuta più tardi. La ragione è che il ritratto di Monna Lisa respirava e promanava una sorta di calore materno, di saggezza paterna, di attaccamento amichevole, di affetto tenero, ma anche di ironia, sospetto, rimprovero a seconda del tipo di approccio e di umore con i quali lo si stava guardando: se con un cuore aperto o con dubbio e timore. In parole povere, il suo volto ricopriva l’ampiezza della sensibilità necessaria, per ogni essere umano, perché ne fosse pienamente illuminato e trasportato in un’atmosfera altamente conoscitiva e spirituale. Tutto questo mi stimolò a cercare di avvicinarmi con il mio lavoro a quella perfezione. Per tentare di dipingerla - copiandola per comprendere la sua espressione sovrapposta e multisignificativa - e percepire la delicatezza dei lineamenti sfumati nella loro forma, e toccarne la sostanza con la mia mano, per farla passare tra le mie dita. La riproduzione in mio possesso poteva essere osservata, toccata, analizzata, frammento per frammento, ciascuno avvolto da una luce interna sfumata, ogni frammento creava una storia misteriosa a sé.
Mi fermavo spesso ad ascoltare il suo respiro, mentre dipingevo, in modo da trovare il tono giusto del dipinto stesso. Non saprei davvero dire come il grande Maestro sia riuscito a creare quest’opera che incanta gli spettatori; essa, invece di chiarire il suo mistero, affascina ancora di più con la sua segretezza.
La mia prima copia di Monna Lisa fu, pertanto, realizzata nel 1976. Con la totale immersione nel capolavoro di Leonardo, la mia passione per questo quadro insondabile crebbe, ma anche la curiosità verso il suo creatore, il cui volto dipinsi più tardi - nel 1979 - usando per modello l’unico autoritratto di Leonardo noto fino ad allora, un disegno dipinto con un gesso rosso, conservato nella Biblioteca Reale in Torino.
Sia per l’entusiasmo che per l’emozione, riproducendo il volto di Leonardo, ebbi la sensazione di averlo già dipinto, dipingendo la Gioconda. Era come se le proporzioni del suo viso fossero   trattenute nella sensibilità della mia mano con cui lo realizzavo sulla tela. Poi, tornai per l’ennesima volta al ritratto della Gioconda. Con rinnovato rigore perché il mio desiderio di penetrare nell’opera più importante del Maestro potesse superare la mia infatuazione, dovuta alla mia ammirazione.
 Procedetti nel lavoro con una visione più chiara e il cuore più aperto - penetrando nell’essenza, dal centro al centro. In quel momento, attraverso gli occhi di Monna Lisa, mi guardarono gli occhi del Maestro - direttamente - dicendomi: “Sì, SONO IO, Leonardo, arricchito con l’amore incantato, con l’amore per la vita, con l’amore per voi, per te, per tutto ciò che è passato e tutto ciò che verrà. Questo amore vi ha lasciati perplessi per cinque secoli. Sono io nel modo più autentico, più completo e più diretto. Sono io emerso da me per guardare voi”.
La mia fronte sudava e il mio sangue pulsava nelle vene per quella scena, per quel pensiero e per quei sentimenti.
Nonostante tutte le indicazioni, nonostante l’approvazione, che avevo ricevuto fino a quel momento dai ritratti dipinti, persi la mia determinazione e il mio coraggio. Mi mancava l’illuminazione di come raggiungere il mio scopo, per rivelare il messaggio fornitomi dalle mie riproduzioni.
 Sarebbe dovuto accadere qualcosa di diverso, più sorprendente per incoraggiarmi ad unire, a fondere due personaggi fantastici, così diversi e così uguali, per creare il terzo volto come risultato di un travolgente gioco d’amore. E questo è accaduto uno degli ultimi giorni del 1979, mentre guardavo attraverso una “beata” nebbiolina i ritratti eseguiti dalla mia mano, appesi allo stesso muro non lontani l’uno dall’altro. Appoggiato al muro, sul lato opposto della stanza, c’era un letto sul quale mi riposavo a guardare le foto. Sia a causa della stanchezza o dell’affetto di Dio (mi piace credere sia stato così), vidi chiaramente i due ritratti avvicinarsi l’uno all’altro in modo che a metà distanza si ricoprissero completamente e perfettamente, creando un’unica faccia. La cosa si ripeté la stessa sera di nuovo: le immagini erano perfettamente sovrapposte nei miei occhi, mentre le fattezze del volto, nel ritratto appena nato, mostrava un’espressione sorprendentemente arricchita. Fu quello l’incontro più profondamente umano e più completo che potesse accadere al suo creatore con il proprio lavoro e con sé stesso, attraverso la poliedricità di un modello immaginario e idealizzato, nel quale si era inserito nella sua interezza. Anche nella forma in lui non avrebbe voluto conoscere sé stesso. Quel ritratto era la sublimazione dei suoi molteplici volti, creava una figura soprannaturale più ricca. Era una figura densa di emozioni e di espressioni poliedriche, impeccabilmente confezionate con precisione sul modello anatomico del genio toscano, che consentiva così la nascita del più incredibile autoritratto del mondo.
Era una straordinaria mescolanza di due volti racchiusi in una stessa persona che si cercavano da secoli e che improvvisamente si erano ritrovati, riconosciuti, uniti.
Poi, gli occhi di quel ritratto ridipinti con altri particolari (uno caldo, castano e l’altro verde penetrante) mi guardarono, come se mi dicessero: “dipingi quello che vedi”. In quel momento, rabbrividii per l’ultima volta davanti a quell’opera d’arte.
Da allora sono passati 37 anni, ma io continuo ancora oggi a tremare nel risvegliare in me il ricordo di quella sera, in cui Leonardo stesso mi rivelò il suo più grande segreto.
Alla fine, decisi di mettere insieme le prove materiali di quello che era successo. Cominciai ad occuparmi del Ritratto di quel segreto. Per unire il volto di Monna Lisa e l’autoritratto di Leonardo Da Vinci in un unico volto. Per prima cosa, subito dopo quel meraviglioso evento, già nel 1979, realizzai con una matita da disegno uno studio in cui i ritratti si adattavano perfettamente. Fu il segnale verde di via libera per iniziare a dipingere un quadro ad olio su tela, divenuto ora un quadro cult: “Ritratto di un segreto”. Lavorai a lungo con lunghe pause perché in quegli anni studiavo presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Belgrado. Quando completai il dipinto “Ritratto di un segreto” avevo solo 24 anni.
 Tanto diversi e tanto uguali i due volti cominciarono a vivere una vita comune nel mio quadro. Per completarsi e proteggersi a vicenda; per avere una visione comune del mondo e su tutto ciò che li circondava. Prima di tutto uno sguardo unico su quelli che li osservano con ammirazione. Uniti in quel modo facevano un solo insieme anatomico e spirituale. Unendo il lato destro del volto della Gioconda con il lato sinistro della faccia di Leonardo, emerse un autoritratto unico che il mondo non aveva visto fino a quel momento. Dico l’autoritratto di Leonardo perché rappresentava Leonardo attraverso il suo stesso lavoro e non aveva alcuna importanza se a dipingere il “Ritratto di un segreto” fosse stata la mia mano. Monna Lisa attraverso quel mio lavoro   rivelava quelle caratteristiche personali che Leonardo aveva voluto nascondere. Era il suo autoritratto emotivo. Per questo Leonardo non si staccò mai da quel suo quadro perché era il ritratto della sua sensualità: il suo carattere nascosto che voleva spostare dal suo volto apparente, nascondendolo nell’immagine di una donna modellata sulla sua stessa figura, secondo la sua anatomia, con cui nei momenti di solitudine si univa facendo ritornare sé a sé stesso.
 La Gioconda è, dunque, un autoritratto di Leonardo che cerca e stabilisce sempre la comunicazione con l’osservatore. Oserei dire che è l'unica opera d’arte in cui pulsa un essere che si rianima continuamente attraverso l’emozione mentale e fisica di colui che la osserva con attenzione.
In quanto tale, è sopravvissuta alle incursioni più brutali, si potrebbe dire a veri e propri attentati. È stata rapita e restituita. Ci sono stati dei suicidi di chi l’ha “conosciuta”, delle depressioni o delle esaltanti emozioni, ma è rimasta sempre al di sopra della situazione in cui sarebbe stata trovata, pacificamente e dignitosamente esaltata, incomprensibile come una vincitrice che rimarrà un fenomeno affascinante fino a quando ci sarà il genere umano.
 Per tutto questo, il mio dipinto “Ritratto di un segreto” è diventato un lavoro di raddoppiata energia. Vive la sua vita speciale in una sorta di nesso tra un genio e un lavoro geniale. Quasi fosse la carta d’identità della Gioconda, ma anche di Leonardo da Vinci. Rappresenta la sublime realizzazione di qualcosa che non ha ancora superato la mano umana. È un’immagine emersa da un puro inno alla perfezione. Come tale, essa è anche una mia carta d’identità perché sono stato io a darle vita e della quale mi prendo cura da oltre 37 anni.
Ho completato, del resto, il dipinto, dopo tanti studi grafici e ad olio, nel 1982. Ed è stato esposto per la prima volta nel 1983 al Salone di ottobre a Zemun, e ne sono testimonianza il catalogo e le foto della sua esposizione.
Più tardi, il quadro fu esposto presso il Centro Culturale jugoslavo a Parigi (1988), al Museo nazionale di Belgrado (1993), e nell’Istituto italiano per la cultura a Belgrado, circa cinque secoli dopo la nascita di Monna Lisa.
Il “Ritratto di un segreto” ha provocato grande attenzione; ha sorpreso e agitato il pubblico come la prova “inconfutabile” che Monna Lisa sia lo stesso autoritratto di Leonardo. Questo dipinto, pertanto, ha preso il suo posto nella storia dell’Arte, introducendo un’altra, nuova, dimensione nell’analisi della vita del grande Maestro e del suo lavoro. Non c’è ormai quasi più alcuna monografia seria in cui la Gioconda non sia nominata come un possibile autoritratto di Leonardo da Vinci.
Sono convinto che col passare del tempo se ne parlerà con assoluta certezza, perché la stessa anatomia rilevata su questi due ritratti è la prova esatta che si tratta di una singola persona. E questo non è un caso perché la cosa è stata confermata anche dal Trattato sulla pittura di Leonardo in cui si afferma che il pittore non deve fare altri ritratti secondo il proprio volto: il che vuol dire che l’autore di Monna Lisa ha intenzionalmente lavorato sul proprio volto, cioè, invece della Gioconda ha dipinto sé stesso. Leonardo, del resto, portava sempre questo quadro con sé. Quale committente non sarebbe stato soddisfatto del miglior ritratto di tutti i tempi eseguito dalle mani di un artista geniale? Certamente nessuno. Per questo io credo non fosse stato realizzato per un committente, ma che Leonardo l’avesse dipinto per un bisogno personale: per sé stesso. 
Un’analisi computerizzata della Gioconda e dell’autoritratto di Leonardo è di grande importanza per questo mio lavoro. Ed è stata eseguita alla fine del 1986, con la stessa intersezione usata nel mio quadro, e ha dato per il risultato un volto, con l’anatomia assolutamente congruente, in cui una parte risponde completamente e con precisione all’altra. Questa analisi è stata fatta a New York dal più famoso esperto di computer, la signora Lillian Schwartz.
I risultati sono stati pubblicati nel numero di gennaio della rinomata rivista <Art e Antichità> nel 1987 (<Art & Antigues>). Ma la notizia è stata diffusa prima dal quotidiano nazionale serbo <Politika> il 30 dicembre 1986. Solo il giorno dopo l’articolo apparso sul <Times> di Londra (<Times>, 29 dicembre 1986).
Quest’analisi al computer, poiché è stata eseguita dopo il mio quadro, è solo una conferma del mio lavoro, che era già stato esposto al pubblico prima dell’analisi della stimata Lillian Schwartz. Esprimo, comunque, la mia grande gratitudine per ciò che lei ha fatto senza saperlo per me, poiché viviamo in un’epoca in cui si crede più ai computer che alle persone.
Questa mia opera, che io ritengo una vera e propria missione, è semplicemente un rendere onore a qualcuno che si è annidato profondamente nel mio cuore, qualcuno che è misura indispensabile dell’estetica e di molte altre conquiste umane, il geniale e grandissimo Leonardo da Vinci, che ha abbandonato questo mondo cinque secoli fa.
Tenendo presente quanto sopra, a volte mi sento quasi il CUSTODE DEL VOLTO DI LEONARDO.

Questa l'introduzione dell'Autore al libro "Ritratto di un segreto" di Pedrag Bajo Lukovic. 
Si tratta della rivelazione di un segreto che, però, rimane tale, perché il volto di Monna Lisa resterà enigmatico in eterno. 
L'affascinante tesi di Bajo Lukovic ha catturato la curiosità e l'interesse di molti studiosi e visitatori del celebre Ritratto. 
L'intero testo (tradotto da Dragan Mraovic e adattato alla lingua italiana dalla sottoscritta) sarà pubblicato a breve dalla Casa Editrice SECOP di Corato-Bari.  


domenica 28 aprile 2019

28 aprile 2019: tempo di Memoria/memorie.


Solo tre giorni fa abbiamo festeggiato in tanti in Italia il 25 aprile: giorno della Liberazione dalla dittatura nazi-fascista e della nascita della nostra Democrazia. Grazie alla lotta partigiana e al sacrificio di tanti nostri giovani per restituire dignità, libertà e pace al nostro tormentato Paese. Come non parlare di Memoria?
Eppure, quanti hanno dimenticato la nostra Storia. Quanti continuano a strumentalizzarla per fini politici e di propaganda elettorale? Quanti ne parlano con indifferenza anche al cospetto di rigurgiti razzisti e di giovani che inneggiano al fascismo e si fanno tatuare svastiche sul corpo, ignorando di imprimere sulla propria pelle un marchio d’infamia?
Ieri sera, in un insolito momento di relax, facendo zapping tra i canali televisivi, mi sono fermata, su Rai 3, ad ascoltare le storie, che nascono da alcune parole messe a fuoco da Massimo Gramellini nel suo “spazio” preserale del sabato. Ebbene, il bravo conduttore ha intervistato una ex partigiana di 94 anni, la cui memoria e la cui lucidità mentale mi sono sembrate davvero un prodigio. Elegante, sobria, attenta, ha ricordato i tempi bui della Resistenza vissuta con passione e fierezza, oltre che con coraggio inaudito. Una narrazione pacata e fremente insieme. Ricordi indelebili nella sua mente e nel suo cuore. Con un unico rammarico: aver rischiato la vita e aver patito la fame e ogni sorta di angherie e tribolazioni per una Italia, quella attuale, che ha perso la memoria e il senso vero della libertà. Una Italia “appiattita” nella corsa esclusiva ai piaceri materiali e “dimentica di un solo atto di coraggio” per essere VIVA. Tutto vero e condivisibile. Ammirevole e ammirabile, questa Signora con tante rughe sul volto fi luminosa fierezza e dalla tempra eccezionale, ancora “tumultuosa”, che tutti dovremmo conoscere e imitare. Per non dimenticare. Per imparare a vibrare di autentiche passioni valoriali più che di fremiti incontrollati di visibilità e notorietà a buon mercato.
La memoria. Quanto importante che sia vera e non inficiata da una soggettività che ci restituisce quello che è apparso o è stato percepito a discapito di quanto sia realmente accaduto. Non esiste, a mio parere, la Memoria collettiva; ci sono invece tanti frantumi di memorie soggettive, che di volta in volta mutano, in riferimento alla condizione psicologica del momento, alla situazione storica, alla contingenza esperienziale, alla maturità raggiunta, ai condizionamenti mai del tutto superati. Occorre allora fare dei distinguo. Altro è la memoria documentata da foto, immagini, eventi storici conclamati, registrazioni di discorsi, libri e saggi critici di sociologia e storia, e l’insieme di parole, suoni, canti popolari, che hanno connotato un periodo storico-culturale ben preciso; altro è quanto è affidato esclusivamente alla nostra sensibilità emotiva. O abbiamo conservarlo vivo nel cuore. Come tutto quello che è difficile dimenticare. Solo i documenti inconfutabili possono aiutarci a ricordare, possibilmente in maniera oggettiva, quello che inevitabilmente viene filtrato dalla nostra memoria soggettiva. Nessuno può, quindi, dire: ho, come te, buona memoria. Perché quest’ultima difficilmente viene conservata, percepita e vissuta allo stesso modo.
“ma…
improvvisamente la luce di un ricordo accende il buio e si moltiplica all’infinito. Guizzo di fari accesi nell’imprendibile imperdibile (in)consistenza della memoria.
                                               La memoria
È una camera oscura attraversata da lampi di ricordi che illuminano i ritratti ovali con tetre o dorate cornici di legno massiccio nella galleria di musei installati in antichi palazzi, che credevamo distrutti dall’usura del tempo e che tornano a vivere nel restauro di nuovi giorni, al tentato recupero di ciò che è stato e mai più sarà. Volti del passato ritornano con un richiamo di voci, tra quieta sonnolenza di stagioni o improvvisi tumulti del cuore, a riportarci paesi attraversati, impolverati di dimenticanza, case un tempo abitate, vie percorse tra odori sensazioni richiami suoni musiche emozioni. In un mosaico sbrindellato e mai perfettamente combaciante con la realtà che chiamiamo passato storia vita.
Esistenza nostra e degli altri. Di quelli che passarono e          apparentemente non lasciarono traccia

Non esistono al mondo uomini non interessanti. 
I loro destini sono come le storie dei pianeti.
Ognuno ha la sua particolarità, non ha un pianeta che gli sia simile. (…)
Ognuno ha il suo segreto mondo personale.
In quel mondo c’è un attimo felice.
C’è in quel mondo l’ora più orribile,
ma tutto ci resta sconosciuto.
Quando un uomo muore,
muore con lui la sua prima neve,
e il primo bacio e la prima battaglia…
Tutto questo egli porta con sé.
(…)
Certo, molto è destinato a restare,
eppur sempre qualcosa se ne va.
È la legge di un gioco spietato.
Non sono uomini che muoiono, ma mondi.
(…)
Gli uomini se ne vanno….
e non tornano più
Non risorgono i loro mondi segreti.
E ogni volta vorrei gridare ancora
contro questo irrevocabile destino.
(E. A. Evtushenko, stralci da “Uomini”)
Per risorgere bisogna rimanere vivi nella memoria di chi ci ha amato, ci ama. Ma è prima necessario che chi ci ricorda rimanga egli stesso vivo. Nella consapevolezza di sé e del proprio passato. (…)
Ma, per riconoscerci, è necessario scoprirsi, accendere i fari sui ritrovati ricordi perché si facciano memoria di noi e degli altri, individuale e universale, in un andare a ritroso in quella galleria personale, dove spazio e tempo si azzerano per sconfinare in un “luogo” che ci spaurisce perché cela il mistero di noi e lo attualizza con spietata crudeltà. I fari illuminano quanto avevamo a fatica dimenticato, quanto ci eravamo illusi di azzerare, quanto ci era sembrato giusto soffocare nelle spire della “camera oscura”, dove si aggirano le nostre ombre. Quelle del passato e quelle del presente, in una confusa sarabanda di tempi luoghi azioni situazioni.
E oggi sono convinta che si può scrivere con autenticità solo delle esperienze vissute in prima persona. Ed essere credibili. Altrimenti è solo una costruzione logica o fantastica, ma priva di verità. Ed è quest’ultima che rende universale la nostra storia privata. Soprattutto quando fa male perché ognuno può ritrovare sé stesso in quella ferita. In quel pianto. Che è tanto più vero quanto più ci appartiene e appartiene alla gente che si dibatte in mille contraddizioni e si riconosce nelle qualità e nei limiti, nelle conquiste e negli errori, nell’ideale di quello che vorrebbe essere, e nel reale di ciò che è. E i ricordi servono anche a questo. A darci la nostra giusta dimensione nel tempo e nello spazio. Innanzi tutto individuale.
                    Nella nostra anima che non conosce confini
È bene, allora, farci illuminare e riscaldare dalla tenerezza dei buoni ricordi, se vogliamo rinascere e non solo sopravvivere a noi stessi:
                                             volti… voci… richiami…
per mettere in fuga la pioggia che batte con piede cattivo sui nostri pensieri e fare spazio all’arcobaleno che ogni scrosciare d’acque porta con sé.
                 E ogni notte si fa Alba Mattino Tramonto Sera
Poi, si ricomincia. In una scia di luci-ombre-luci… senza fine…”.
(da Le piogge e i ciliegi, SECOP Edizioni, Corato-Bari, II volume di prossima pubblicazione).

mercoledì 24 aprile 2019

"LE PIOGGE E I CILIEGI" di Angela De Leo (SECOP Edizioni, 2018)







"Il sillabario dei valori perduti" di Valentino Losito 
“Non c’è nave che possa come un libro/portarci nelle terre più lontane/”: questi verso di Emily Dickinson mi sono subito risuonati come una irresistibile chiamata per “imbarcarmi” sul libro di Angela De Leo Le piogge e i ciliegi, perché sono pagine capaci di portarci nelle terre del ricordo, così lontane eppure così vicine e presenti nei nostri cuori.
Credo che il più bell’elogio che si possa fare a questo romanzo è dire che è un libro provinciale, nella straordinaria accezione letteraria che a questo aggettivo ha dato Amos Oz, il grande scrittore israeliano recentemente scomparso.
“Ogni romanzo e ogni racconto - scrive Amos Oz -  non è ambientato nel mondo, né in una nazione, né in una città, ma sempre in un quartiere, in un sobborgo, in una strada, nel mondo che si estende dalla farmacia all’angolo della via e il negozio di alimentari all’altro capo della strada. Questo è un piccolo mondo locale e, più locale e provinciale è questo mondo, migliori sono le possibilità che la sua portata diventi universale, perché se noi scaviamo abbastanza in profondità, scopriamo che tutti i nostri segreti sono gli stessi”.
È così anche per il libro di Angela, che contiene pagine con salde radici nella vita di un paese del Sud, dell’eterna e umanissima provincia italiana. Un meraviglioso scrigno dove ognuno può pescare a piene mani e ogni volta ne viene su un piccolo gioiello. Un libro generativo che ci prende per mano e ci si spinge a tornare anche noi dalle parti del cuore, cioè nell’ufficio dei ricordi smarriti.
Ma il libro è generativo anche in un altro senso, cioè i ricordi diventano una straordinaria occasione anche per percorrere le vie dell’oggi.
Viviamo tempi inquieti, in cui sembriamo aver perso alcuni valori fondanti del nostro vivere come persone e come società. Avvertiamo una profonda solitudine proprio in quel villaggio globale che doveva connettere mettere insieme tutto. Oggi sono connessi i nostri pc, ma spesso sono sconnessi i nostri cuori.
Il libro di Angela, attraverso la figura centrale di nonno Minguccio, è in realtà un sillabario di parole e virtù perdute che oggi dobbiamo assolutamente recuperare per scrivere una nuova grammatica dell’umano nel tempo della rivoluzione elettronica. Perché - come scrive Angela - i giovani conoscano la storia non dai libri ma da chi ha lasciato orme di sogni e di dolore.
La prima parola-valore chiave di questo sillabario è “pazienza”, intesa come la virtù di un mondo contadino che sapeva custodire, seminare, coltivare, aspettare. Non come sopportazione di un irreversibile destino, ma come custodia creativa del tempo. Sembra di rileggere un passo della lettera di San Paolo ai Romani “… e noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza…”.
La seconda parola è “pane”: Angela ricorda come le lunghe sere d’inverno si accendevano delle parole del nonno, con i suoi racconti fantastici, gli aneddoti, i ricordi di guerra e le filastrocche in dialetto. Quella voce ferma, che i ragazzi ascoltavano trasognati, erano l’altro “pane quotidiano”.  Oggi abbiamo il pane, a volte lo buttiamo, ma ci manca il pane della parola, dei volti, delle relazioni. Quel pane della parola che nonno Minguccio sapeva spezzare con i suoi nipoti così come spezzava il poco pane che arrivava sulla tavola di famiglia.
La terza parola è “poesia”: solo un animo come quello dell’autrice poteva vedere brillare la poesia nei minuscoli chiodini che il vecchio calzolaio, con sagacia, a colpi di martelletto e pazienza conficcava nella suola delle scarpe della buona gente. Anche i poveri, con le scarpe risuolate potevano sognare di camminare sulle stelle.
Infine la “pioggia”. E qui ci viene incontro Kahlil Gibran quando ci ricorda che “il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà. Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia”.
Questo libro ci aiuta a danzare sotto la pioggia.

Grazie, Valentino, amico mio carissimo e grande giornalista (scrittore e poeta) per queste tue focalizzazioni, molto originali e interessanti, colte tra le righe del mio fluviale romanzo, incompleto eppure già in sé conchiuso.
Nel tuo “sillabario dei valori perduti” non sarà facile dimenticare alcune parole che, con pazienza certosina e grande amore per la verità, hai scoperto. Iniziano, guarda caso, proprio con la “P” di: pazienza, pane, poesia, pioggia. E ciascuna ha un significato profondo ed esteso, che la tua “sapientia cordis” ha saputo cercare, rovistando tra i miei sentimenti, tra i tuoi ricordi personali e tra pagine di dotte e “sacre” letture, che ti hanno accompagnato nel tempo, per ritrovare il senso di una spiritualità amorosa e amorevole, oggi completamente dimenticata. Da recuperare. Con urgenza. Se vogliamo riumanizzare questa nostra società alla deriva.
Meglio salpare con ardito e appassionato andare verso tutti gli orizzonti possibili che ci indica e ci dona POESIA.  
                                                                 Angela De Leo

giovedì 18 aprile 2019

Bitetto, 13 marzo 2019: la dettagliata, empatica, catturante presentazione di Dina Ferorelli de "Le piogge e i ciliegi"


Camminando sotto la pioggia per assistere alla primavera dei ciliegi
Quando il sole si nasconde al nostro sguardo e la pioggia cade insistente, la giornata appare un po’ più triste e malinconica. Poi lo splendore della luce a ridare gioiosità e nuovo impulso alla vita! Abbiamo atteso la luce e il tempo mite per immergerci nella primavera dei ciliegi e nella lettura dei testi di Angela De Leo, fine scrittrice e poeta e tant’altro ancora, un percorso di pioggia e rosse ciliegie a nutrirci di emozioni.
In cammino questa sera per farci riscaldare e allietare da un luminoso sole, il sole che solo l’amore può far splendere, l’amore per una persona cara, un nonno fantastico che possiamo conoscere attraverso le parole e gli scritti di Angela, che ringrazio di essere qui stasera con questo suo dono d’amore!
Sono dell’idea che i buoni libri, le conversazioni, gli incontri… sono necessari per nutrire l’anima; non è sufficiente curare il corpo, abbiamo anche questa priorità.
I nostri libri e le nostre penne, la buona musica, la bellezza, le arti tutte sono le armi più potenti per allietare il mondo, non con l’ardire di cambiarlo… magari fosse possibile!... ma con la speranza di renderlo, migliore, più accogliente.
Questa sera avremo l’opportunità di conoscere Angela De Leo e la sua scrittura, la sua poesia.

*Vi dico prima di tutto chi è Angela per me.
La conosco dai tempi della prima giovinezza, ma all’epoca capitava di incontrarla in alcuni eventi con i poeti de La Vallisa. Lei che, con il marito Primo Leone, faceva parte della redazione della rivista <La Vallisa>.
Io leggevo di quegli incontri sulle pagine della <Gazzetta del Mezzogiorno> e ne ero affascinata; quando potevo partecipavo, mi confrontavo, mi sentivo parte integrante; il gruppo “La Vallisa” cominciò ad essere la mia famiglia, come lo è adesso la SECOP.
È importante il senso di appartenenza!
Un tassello fondamentale della nostra amicizia: una magica Notte della Poesia a Bari, presso il palazzo della PROVINCIA, anno 2010, perché la notte della Poesia è nata lì, eravamo in tanti sulla scalinata a declamare poesie, quando l’avvicinai e le chiesi di leggere i versi che andavo raccogliendo in quel periodo e di scrivere la prefazione alla mia successiva raccolta poetica.
Passarono almeno due anni da quella data, quando le consegnai il manoscritto e altri ancora poi, finché il mio libro prese vita e venne poi pubblicato con la sua prefazione, si trattava di Mattino di girasoli (edito da casa SECOP nel 2015).
Intanto, Angela scriveva e si affermava sempre più come poetessa, scrittrice, saggista, come critico letterario e ora anche come esperta di social: ha un suo blog che cura con tanta attenzione, con riflessioni, saggi, sempre in dialogo con la cultura, in dialogo con poeti e artisti contemporanei, non solo italiani. È davvero interessante, una punta di diamante nel panorama culturale del Mediterraneo e del mondo intero.
Voglio ricordare che ha ricevuto anche un prestigioso premio in Serbia, di cui dopo Angela ci potrà parlare.
Conservo quasi tutti i suoi libri. I primissimi no.
Ma una circostanza fortuita mi ha permesso di venire in possesso forse del suo primo libro “Ancora un fiore”, chiedo a lei che mi conferma, pescato presso una bancarella… sapete alle feste di paese, dove arrivavano venditori ambulanti di libri usati ed io mi avvicinavo e mi avvicino per curiosare, come i bambini tra i loro gioielli! E in un angolino notai un libriccino, con una dedica e lo presi al volo.
Non avrei mai immaginato che avrei potuto parlarne oggi.
Gli scrittori, in particolare i poeti sono… cercatori di parole, di idee di affetti, di emozioni, cesellatori di pietre preziose, per questo ci stanno a cuore tutti coloro che sono in cammino con noi, in questo viaggio particolare che è la vita!
Mi viene in mente uno dei più grandi poeti del Novecento, Giorgio Caproni, il quale sostiene che “Il poeta, è un minatore. È poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva las secretas galerìas del alma, e lì attingere quei nodi di luce che, sotto gli strati superficiali diversissimi da individuo a individuo, sono comuni a tutti anche se non tutti ne hanno conoscenza”.
Con la scrittura, da fatti autobiografici, si scava in sé stessi: ma si va proprio in giù, come un minatore, e si può trovare una zona dell’io che è di tutti, che è in tutti, “di tutta intera la tribù” ( G. Caproni), come hanno dimostrato ampiamente gli scritti e le riflessioni di Angela de Leo.


*Chi è la scrittrice e poetessa Angela de Leo?
Angela, donna eclettica, dai mille volti e dalle mille imprese, col suo sorriso disarmante, è amica, faro, poetologa come ama definirsi nel suo blog …
Donna moglie madre figlia bambina nonna, sorella solidale, docente, ha insegnato italiano nella Scuola Secondaria di Primo grado e per diversi anni è stata anche formatrice per i Concorsi di reclutamento nelle scuole di ogni ordine e grado. E persino per dirigenti scolastici.
Oggi scrittrice, poetessa, critico letterario, responsabile della collana i Girasoli della Secop e tanto altro ancora.
È, infatti, protagonista della scena letteraria non solo locale, ma anche nazionale e internazionale, con pubblicazioni e iniziative di grande risonanza.
Dall’82 fino al 2015 è stata redattrice de «La Vallisa»; dal 2004 a tutt’oggi è direttrice delle collane di poesia e narrativa della Casa editrice SECOP Edizioni di Corato.
Ha scritto circa 20 sillogi di poesie in lingua italiana, serba e rumena, oltre un libro di racconti Trattenendo il respiro, e un romanzo La via delle vedove, saggi e monografie di critica letteraria, recensioni e prefazioni fino a questo secondo romanzo “La pioggia ed i ciliegi”, in due volumi. Il secondo di prossima pubblicazione.
Nuovi progetti editoriali, dunque, già in cantiere! Ce ne parlerà personalmente.
Della sua opera hanno scritto numerosi critici su riviste letterarie e quotidiani, anche in tv e radio. Sue opere e poesie sono state tradotte in serbo, albanese, rumeno, spagnolo, greco e inglese.
Il
 suo romanzo La via delle vedove, pubblicato dalla Casa editrice Secop, (2013), è stato presentato in diversi circuiti culturali in molte città italiane con riscontri assolutamente positivi.
È stata premiata nel 2015 a Belgrado per la sua opera di diffusione della lingua serba in Italia e per il suo libro L'ora dell'ombra e della riva, pubblicato dalla Secop Edizioni (2015), un testo che si presenta come uno “scrigno di canti e nenie, sogni e ricordi, dolci malinconie e amari sorrisi”.
Ricordo con vivo piacere la partecipazione alla presentazione del libro "Per oro e per sempre", della collana "Paralleli poetici", Secop edizioni, nata dall’idea di Peppino e Raffaella di mettere in parallelo i versi di due poeti. Il primo libro comprende i componimenti di Angela De Leo e di Primo Leone, marito, poeta, uomo di scuola e di arte, scomparso da alcuni anni. Una poesia che cerca di vincere "l'agguato dell'addio", poesia preziosa come l’oro: "Dorata come il tuo addio la nostra Poesia".
Una delle sue ultime fatiche letterarie è il romanzo autobiografico Le piogge e i ciliegi con il libro delle FIABE di nonno Mincuccio.
Cominciando a scorrere le pagine del libro ci si rende subito conto che l’opera Le piogge e i ciliegi non è un romanzo o un testo di poesie, non è neppure un diario ma una personale creazione dell’autrice!
Un libro così non poteva che essere presentato in una giornata soleggiata perché lo si può apprezzare ancora di più, con la luce che si porta dentro e che riesce a diffondere.
In questo viaggio tra ricami di parole, figure di donne, affetti coinvolgenti a ritroso nel tempo e non solo, saremo condotti da Anna Gramegna e Valentino Losito, mentre le letture saranno affidate alla prof.ssa Mariangela Donati e all’attore Donato Bottalico. Sono veramente felice di averli qui con noi.

*La pioggia e i ciliegi (I volume: Le piogge) di Angela De Leo, SECOP Edizioni, 2018
“Non dormo. Soffro d’insonnia. Ricordo che da bambina contavo i battiti del cuore nel buio che mi faceva paura…”, questo l’esordio.
“La pioggia m’intenerisce e mi rallegra… Mi piace la pioggia. Mi fa sentire meno sola. Accompagna la mia nostalgia. Nella pioggia io ero… sono … rinasco”, continua l’autrice perché la pioggia era sempre condivisa da Angela con il suo amatissimo padre /nonno che vegliava sulle sue lunghe notti di silenzio, di paura e di stupore. 
Il profumo e il rumore della pioggia mi portano alla mente il mare che amo tantissimo e mi ricollegano ad una citazione fatta da Italo Calvino sulla scrittura e la poesia in particolare: “La poesia consiste nel fare entrare il mare in un bicchiere”. Lo associo al percorso seguito da Angela, nel suo romanzo - non romanzo, esperienza di vita, esplosione di carezze e di amore. Percorso tumultuoso di acqua pura che dalla sorgente corre verso il mare. Storia individuale ed universale.
Procedendo nella lettura dell’opera si scopre che la pioggia non è fatta solo di gocce d'acqua che ci bagnano, ma può diventare ricamo di emozioni sul cuore, poesia di sguardi e parole, canto della terra del Sud.
Prende forma nel testo un dialogo a distanza, tra lei ora ciliegia matura che a noi si dona e il nonno che quell’albero ha coltivato con tanta pazienza, nonno/padre e maestro di vita, presenza insostituibile, tenerezza inconfondibile, fermezza indiscutibile, vigile sentinella.
Furono le sue mani ad accoglierla nel primo volo sulla terra, ricorda l’autrice.  “Ti ho conosciuto prima che le voci d’erba dei miei pensieri si confondessero con le voci d’ombra della sera sulla nostra casa… le tue interminabili favole avevano il sapore breve della rosa appena colta,…”. 
All’arrivo della primavera si svolgeva il festoso rituale della raccolta delle ciliegie e per le strade si percepiva la gioia della rinascita: “Questo è il tempo delle ciliegie, / le ciliegie si vanno a cogliere, / si vanno a cogliere ad una ad una, / questo è il tempo del primo amor…”. 
“Le ciliegie, sottolinea Angela, erano per me quasi labbra baciate di donna innamorata e amata”.
Si snoda nel testo un intreccio tra la vita familiare, Angela, nonno, nonna, sorelle, madre, padre e le tante figure che si muovono nel contesto più allargato, amici, gli uomini e le donne del vicinato, le festività religiose, fatti e vicende di un tempo che parte dalla Seconda Guerra Mondiale, fino al boom economico, a giungere ai nostri giorni.
Si riconoscono i luoghi principali: la casa in via Maggiore a Bitonto, angolo via De Rossi, città cara ad Angela De Leo, il palazzotto del gelso e delle rose e le terre di Domenico Noviello.
Ci catturano quindi le tante vicende, le immagini di uno spaccato storico contadino tutto da riscoprire, il lavoro nei campi, i riti della raccolta, le tradizioni da far conoscere, un riappropriarsi di un tempo passato che rimane fondamento e nutrimento della realtà, del nostro vivere quotidiano, le nostre radici da non dimenticare.
La figura del nonno, il nonno della pioggia, emerge in tutta la sua straordinaria complessità e grandezza, maestro ed educatore! Nonostante non avesse studiato e non sapesse neppure scrivere, ha saputo regalarle il senso più vero della vita, ha saputo starle al fianco, coltivare la sua anima come faceva con le piante, con i ciliegi.
Angela non ci risparmia aneddoti, versi, giochi, filastrocche, canzoni che fanno parte del nostro patrimonio culturale e sociale, e che ci fanno scoprire la dimensione ludica della sua anima.
Il romanzo di Angela De Leo, oltre che per l’originalità della struttura narrativa e per l’abilità di scrutare a fondo nella psiche umana, s’impone anche per la densità di uno stile fortemente elaborato e carico di accenti lirici.
Come non lasciarsi catturare dalla grande liricità della scrittura, una prosa poetica che incanta, ricca di metafore, versi molto coinvolgenti e squarci poetici illuminanti.
Il testo si offre anche ad una lettura ampiamente sociologica e si sofferma ad analizzare i personaggi; attorno alla storia di Angela bambina e del suo Angelo custode, si riannodano tutte le storie di altri uomini e donne che lottano per sopravvivere, in cerca di affetti e spazi di libertà.

“Sabellina mi è rimasta nel cuore come tutte le donne della mia prima infanzia. Le ricordo, quasi tutte, molto pratiche e molto sole… tutte irrimediabilmente vecchissime”.
Un libro dalle tante sfaccettature che affascina ed emoziona.

Angela ripercorre la vita del nostro Sud, la storia di tutti noi, sottolinea l’inesorabile fluire del tempo, la precarietà della condizione umana e ci dona un’opera di grande bellezza!
Un’opera, icona della nostra vita, con una sua identità etica ben definita che contribuisce a dipingere l'anima pulsante del nostro territorio meridionale, con cui il mondo culturale e letterario contemporaneo deve confrontarsi e entrare in dialogo.
Un’opera per le nuove generazioni, perché senza radici nessun ciliegio cresce, nessun vivente può trovare l’energia del volo!
Sei nella pienezza del volo Angela, flusso vitale, albatro dell’infinito.
Con affetto e gioiosa stima
                                                                                     Dina Ferorelli

venerdì 12 aprile 2019

Primavera nell'aria: canti e incanti


SEI DI PRIMAVERA IL CANTO

Incanto di giovani sogni
nella sfida di alambicchi
quotidiani
insonnoliti di piccole ore
che trattieni tra le dita
nei sorrisi mattutini
di treni recalcitranti
che l'alba rende vicini.
Sei l'abbraccio notturno
che di tenerezza riempie
il silenzio delle stelle
e il saluto breve che ci separa
quando di solitudine chiacchiera
con me la casa e si prepara
ad ascoltare la danza nel cuore
della tua voce che ritorna
a placare la segreta ansia
dell'attesa.
Tu non lo sai ma conto
dai germogli del giardino
i tuoi passi che d'azzurro
si colmeranno
ad ogni bacio e sussurro
d'amore
che assaporerai tra i ciliegi in fiore...
(e saranno ogni anno
               inno alla tua gioia)
                 (per Anna Paola e i suoi vent’anni)

L’ANTICO ABBRACCIO

Era l’abbraccio antico
quello che sognai dimentica
Dimenticai ferite
e rimpianti nel cavo
delle braccia e tepore di nido
Sentii una lama nel ventre
attraversare il desiderio
che non muore ma è già fuga
e si fa pena e si fa ruga
Silenzio di pietre e rose
ai tronchi intrecciati di rovi
dove non si fermò neppure
una lacrima a dissetare il giorno
Il grembo
rinsecchito di culle dimenticate
E tacquero le parole
che non sapemmo dire
a discapito di un sogno
che mai giunse a dilatare il cielo
inutile da riattraversare
Non ci sono più assalti di treni
alle stazioni del nostro pentimento
e le mani hanno perso la strada
che sapeva l'attesa
l'incontro il trasalimento
Il sole negli occhi
soffocati di nostalgia
Ma rinascono fiori su rami solitari
a raccontarsi la sera
(in questo quasi inizio di primavera)

3)     A PRIMAVERA IL VENTO

È ritorno di rondini
questo ricamo di vento leggero
che imbriglia tra alberi
ingemmati la mia fantasia.
E canta canti di spose
e innalza dai rami di mandorlo
in fiore una danza di petali
a scompigliare tra svolazzi di nuvole
tutto l’azzurro di un cielo
che ride a nuovi sogni di nidi
sotto grondaie accese di bisbigli.
S’allarga il giorno ad abbracciare il sole
di un tempo ballerino e menzognero
che il vento allontana all’orizzonte
di ogni altro ieri.
E aprile rinasce.
Il ramarro guadagna la siepe
e con camiciole di bimbe
nuove pratoline
inteneriscono i prati
di bianco e di giallo in gara
con il rosso dei papaveri a far vibrare
tra onde di verdi steli labbra
d’allegria
(e rinnovata bellezza…
               forse una speranza…)

     UNA FOGLIA BAMBINA

Una foglia bambina
verde di smeraldina luce
inizia il suo viaggio
sul ramo addormentato
verso il cielo delle nuvole
mentre sogna il sole.
Va incerta e titubante
tra soffici veli di rosata alba
che giocano a nascondere/
disvelare mondi lontani
di stelle e pianeti.
E il cuore pulsante della terra,
dove crescono alberi e radici,
dove germogliano fiori
s'innamora del suo andare
con ali di sogno e un approdo lontano.
Poi un colpo di vento...
il viaggio... l'avventura... l'incognita...
la nebbia... il perdersi e ritrovarsi...
In un attimo lungo una vita
la foglia,
perduta innocenza tra l’erba e le stelle,
arde di vulcani si sazia di mare
si finge granello di sabbia
racconta l’Universo!

                       IL SOGNO DI DIO

da sconfinati spazi
stelle palpitanti di vita
mi parlano
di lune d’oro e d’argento
Raccontano
delle infinite sere
addormentate
e di aurore boreali da sognare
con gli occhi dei bambini
al primo risveglio.
Teneri domani
disegnano
cieli di luce che di veli
ammantano ogni futuro:
piantano radici e cantano
tra uno stormire di fronde
e tenera erba dei prati.
Si schiude alla speranza il cuore
con il primo germoglio sul ramo
a primavera.
Sta chiacchierando di Creature e Creato
con Dio che ride del suo sogno
       mai ad alcuno rivelato…)
Ultime poesie inedite per invogliare la primavera a regalarci il suo solare sorriso…