mercoledì 10 dicembre 2025

Mercoledì 10 dicembre 2025: Convegno "IL DIALETTO: una lingua da custodire"...

Per il Convegno sui dialetti del 4 dicembre, nel Teatro comunale a Bitonto: “Il DIALETTO: una lingua da custodire”. Ecco il mio intervento: “Nel tempo senza tempo dei camini accesi…”.

Buon pomeriggio e benvenuti per vivere insieme una serata che sicuramente ci riserverà tante emozioni. Ritengo, infatti, che sia molto significativo e intenso il titolo dato dalla famiglia Piacente a questo Convegno sui dialetti. Mi piace moltissimo quel “custodire” che è segno di cura, di premura, di attenzione e protezione nel tempo, per preservarlo, il dialetto, dai pericoli di errate interpretazioni, mentre sarebbe opportuno fare riferimento al significato di nutrimento che il custodire contiene. E nutrire significa anche arricchirlo spiritualmente per aiutarlo a crescere, irrobustirsi, rigenerarsi.

Il dialetto, infatti, ha bisogno oggi di essere rivalutato in tutte le sue possibili derivazioni. Come stiamo facendo noi questa sera.

Il mio intervento, intanto, è legato innanzitutto ai ricordi della mia infanzia, vissuta con i nonni, in un cortile aperto a mille storie, mille voci, mille incontri del cuore, concentrati intorno a un camino acceso, non solo per riscaldarci, ma soprattutto per raccontarci e per ascoltarci nella loro lingua (il dialetto), che raramente diventava la nostra lingua perché sentivamo ormai, come tutti i ragazzi vissuti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la necessità di esprimerci in italiano. E spesso le nostre storie non superavano il cortile e le strade del nostro quartiere. Avevano le gambe corte e non avevano i mezzi per andare lontano.

Ecco un ricordo della primissima infanzia: c’erano, nel grande camino all’aperto nel nostro cortile u pəgnatìddə”, in cui si cucinavano rə fàfə, rə cìcərə, rə cəcèrchjə, rə ləntècchiə, la favéttə… e, accanto al “fuoco vivo”, il tegame di terracotta con gli appetitosi maccheroni al forno (rə scəcaffùnə au fùrnə)… (N.B.: le “e” rovesciate sono mute. Traduzione in italiano: pignatta di terracotta in cui si cucinavano le fave, i ceci e cicerchie, le lenticchie, la purea di fave o favetta; i maccheroni al forno).

Ma il ricordo più bello è legato alla tenera presenza dei nostri nonni materni in quel cortile: … quando ero piccolissima tu, mio amatissimo nonno, prendevi le mie manine e aprivi ad ogni numero un ditino perché per me fosse più semplice contare, perché fosse più chiaro il numero raggiunto. Non mi potevo sbagliare. Il pugnetto chiuso era il numero zero. Poi, ecco tirare fuori il pollice e poi l’indice e poi il medio, l’anulare e il mignolo (cùssə ad arà, cùssə a spruà, cùssə ad accattà rə ppànə, cùssə ad accattà rə mmìrə, e cùssə? Friulì friulà friulì friulà…) (questo ad arare, questo a potare, questo a comprare il pane, questo a comprare il vino, e questo? Friulì friulà friulì friulà) e mi sfregavi il mignolino tra le tue dita e io imparavo e ti sorridevo appagata e mai stanca di ripetere il gioco.

E, più tardi, come una gallinella, con la mia manina nella tua, mi portavi nel cortile che percorrevamo a lunghi piccoli passi dicendo insieme Réna réna rəsənìddə/ sciàməngə a fà 'nu pəgnatìddə/ n’ògnə də pànə cu rafanìddə/ e... zinnanà” (un nonsense quasi del tutto intraducibile, che cantavamo insieme per accovacciarci ridendo al suono di zinnanà).          

E, intanto, la nonna cantava, nei rari respiri del giorno, legno di culla, corde di parole, le ninnenanne per farci addormentare - ninna oh ueh la ninna oh/ e chéssa figghia mè, e chéssa figghia mèe a ci la dòo// ninnaréllə oh ueh la ninnaréllə /  

u lùpə s’è mangiatə, u lùpə s’è mangiatəla picuréllə - voce d’antico amore che mi legò alle pietre dell’antica casa, mentre il lupo ululava alle finestre della luna o s’impigliava tra le rose e le spine del nostro cortile. Oppure tra le lunghe trecce, sale-pepe, intrecciate a crocchia (il tuppo) della nonna. Mio nonno narrava storie innamorate e lei, mia nonna, le raccoglieva in panieri di ricami che un tempo avevano sorriso alle dita di mia madre in una carezza ch’era canto e racconto.

Ridevano mia nonna e mia madre, quando mia madre veniva d’estate a trascorrere le vacanze con noi. Di lunghe risate riempivano la casa il cortile la via il cielo. La gente passava, salutava e senza sapere il perché, complice, sorrideva. Così impastata era la gente del mio paese di un tempo… pane genuino, occhi curiosi…

Anche se erano i difficili anni del dopoguerra (seconda Guerra Mondiale), in cui bisognava non solo combattere l’analfabetismo dilagante, soprattutto nei paesi del sud, ma anche affermare i valori di una nazione piegata in ginocchio e in fase di ricostruzione.

Nella nostra Bitonto ci fu il paradosso del fiorire di più dialetti da un quartiere all’altro: il cozzale (u chəzzéul) dei contadini rimasti a coltivare la terra, e il dialetto “də r’artìrə” di quelli più ardimentosi che si trasferirono in paese per mandare soprattutto i figli a scuola e fare gli artigiani nella propria bottega. E altri miscugli di vari dialetti da quartiere a quartiere.

Dalla RAI in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1960, dopo un provino, fu affidato al bravissimo maestro Alberto Manzi (morto proprio il 4 dicembre 1997) il compito, con la trasmissione “Non è mai troppo tardi”, di provvedere all’alfabetizzazione strumentale di tutti quelli che si esprimevano solo in dialetto, portando un beneficio indiscutibile per tutti, in una nazione che stava tentando di risorgere in ogni modo possibile. Anche mio nonno lo seguiva quotidianamente con grande attesa e molta attenzione. Mia sorella Lizia, più paziente di me, lo aiutava a imparare a leggere e a scrivere almeno la sua firma.

Il rovescio della medaglia fu che tutti si sentirono obbligati a parlare in italiano e a cancellare il dialetto. Ricordo le risate tra noi quando sentivamo parlare con grande sussiego qualche nostra conoscente o parente in un italiano zoppicante come “il pilaccio” al posto di “peluria” o il “rosèo” per riferirsi più semplicemente a “carnagione chiara”. E che dire di quando zia Angelina, la sorella maggiore di nostro padre, veniva a farci visita? Tutta impettita lo salutava tra un ossequiante “frate” e un naufragante “fratre mé nostra matre ci tiene la tossica”, a moltiplicare le nostre risate. Risate incontenibili quando si accingeva con tutti noi a recitare le preghiere, culminanti in una serie ininterrotta di rechiemeterna con surreale e ossimorica conclusione: rechie e scatt in pace, amén.

Credo che non occorrano altri esempi. Il dialetto, del resto, veniva proibito anche a scuola.

Persino il “prete scomodo”, Don Lorenzo Milani, come ben sappiamo, nella sua “Scuola di Barbiana” sentì l’urgenza di insegnare la lingua italiana ai suoi scolari per il sacrosanto principio di restituire una uguaglianza sociale a chi non aveva mai avuto voce. E, poi, anche altre lingue, mandandoli all’estero per dischiudere loro più ampi orizzonti di esperienze, di conoscenze e di possibilità di lavoro.

Illuminato precursore dei nostri giorni.

Solo da alcuni anni, purtroppo, abbiamo riscoperto il dialetto e la sua importanza nel definire le nostre radici, la nostra identità. E abbiamo ripreso la narrazione orale dei nostri nonni, che tramandavano valori ed emozioni nel tempo lento di più generazioni: ngèir e ngèir na volt (c’era e c’era una volta )… E la ripetizione rendeva magica l’attesa.

E c’erano i camini accesi sulla nostra voglia di ascoltare le storie antiche che ci facevano sognare la prima alba del mondo, i tramonti ancora da scoprire…

E i primi graffiti dei primi nostri antenati per consegnarsi alla storia e alla nostra memoria.

Esisteva, dunque, una sorta di consegna del “testimone” da una generazione all’altra che oggi non esiste più. Dobbiamo fare i conti, purtroppo, con un “gap” generazionale dovuto innanzitutto alla mancanza di tempo, notevolmente accorciato dal vertiginoso sviluppo scientifico e tecnologico che ha favorito nuovi mezzi e modi di comunicazione a livello planetario in tempo reale con conseguente “italiano impoverito”, fagocitato dalla lingua inglese che è alla base di questi mezzi e si è impadronita della nostra lingua, creando un nuovo e diverso analfabetismo, soprattutto delle emozioni e dei sentimenti, in un’apparente “agorà social” che è divisione e solitudine più che veicolo di socializzazione e di appartenenza a una comunità. Esempio lampante l’uso smodato del cellulare a tutte le ore del giorno e della notte, da parte di tutti, giovani e meno giovani che ignorano così la bellezza della natura; la prudenza soprattutto in macchina; l’importanza dei volti, di uno sguardo, del raccontarsi e ascoltarsi, come si faceva un tempo, seguendo il ritmo delle stagioni e del cuore. E c’era il nostro stupore. Il nostro incanto! L’azzurro del mare a confondersi con l’azzurro del cielo, le vele, il volo dei gabbiani...

Una breve parentesi: mi piace ricordare dello psicanalista e psichiatra francese del secolo scorso, Jacques Lacan, più volte citato al nostro psicanalista e saggista Massimo Recalcati, il termine “lalangue”, che indica la lingua profonda dell’inconscio - praticamente il nostro dialetto - che ci vive dentro e che emerge quando siamo più emozionati, più arrabbiati, più veri nelle nostre manifestazioni comportamentali. Essa è misteriosa, nasce con noi all’inizio della nostra vita ed è fatta essenzialmente di sentimenti forti e di forti emozioni e contrasti. È la nostra “lingua materna”, appresa attraverso il battito del cuore delle nostre mamme. Ritmo ancestrale e Amore.

E qui vorrei fare un applauso a tutti i miei interlocutori, seduti con me a queste sedie, per gli argomenti che, in tal senso, andranno a trattare. E concordo con iI lungimirante Ignazio Buttitta, sapientemente citato dal nostro Prof. Gianluca Simonetta nello straordinario titolo, in dialetto siciliano, che ha dato alla sua Relazione: “Quannu i paroli non figghianu paruli” (“Quando le parole non figliano più le parole”). Ma bisogna rifarsi a qualche verso precedente per comprendere meglio la portata valoriale e sociale della sua poesia: Quannu ci arrubbano a lingua aduttata dai patri: è persu pi sempri. Diventa poveru e servu quannu i paroli non figghianu paroli. In pratica, quando le parole non ripropongono le parole dei padri, si perde per sempre il popolo che diventa servo e più povero. Ma aspettiamo quanto ci dirà, con la sua enorme competenza e il suo sapiente ed effervescente modo di raccontare, il prof. Simonetta.

Personalmente, mi auguro che ci sia una possibile inversione di marcia proprio con la riscoperta e la valorizzazione dei nostri dialetti: eco della nostra anima più antica e profonda.

E vorrei concludere con questi pochi versi, dedicati a un signore d’altri tempi, NICOLA PIACENTE senior, noto ingegnere bitontino, a cui è dedicata questa serata. Un gentiluomo appassionato del suo lavoro e “visionario”, tanto da precorrere i tempi di là da venire nell’abbellire il suo paese, che amava tanto, con ardimentosi progetti di multipiani, e da inneggiarlo con i suoi sapidi poemetti “Re sopanomère”, nel ricordo affettuoso dei suoi concittadini. Ebbene, quel signore è ancora oggi presente tra noi con la sua famiglia e vedo che ci sta sorridendo, sornione e tenero.

Festeggio oggi con te, Nicola, il saluto/ quotidiano - pizzico di gioia e d’allegria -/ a fermare il mattino su un’intesa/ di versi da trattare con lieve ironia/ per ingannare il tempo/ del nostro invecchiare./ Ma il tempo è stato più veloce/ della tua voce,/ e non te ne ha dato il tempo.// Tua eredità le tante vite amate/ e ancora da amare,/ la tenera carezza della preghiera/ a tua MADRE, ai tuoi FIGLI e NIPOTI/ a renderti ancora VIVO e presente/ (nella nostalgia dei tuoi ricordi/ intrecciati alla famiglia/ tenacemente). Buon compleanno tra noi! Grazie.

(N.B. Desidero precisare che oltre ai nostri interventi - della Preside Giovanna Piacente, figlia dell’Ingegnere NICOLA PIACENTE, in rappresentanza di tutta la famiglia, il mio, quello del poeta dialettale e musicologo, bravissimo flautista, Vincenzo Mastropirro, della prof.ssa di Lettere classiche Carmela Minenna, e del docente universitario Gianluca Simonetta - ci sono stati gli interventi molto sentiti e profondi del Sindaco dott. Angelo Ricci, del prof. Nicola Pice e del Senatore Giovanni Procacci, magistralmente coordinati dal bravissimo Direttore del Quotidiano DaBitonto, prof. Mario Sicolo (alias Apulo Scriba). Molto gratificante per Peppino Piacente, vero e indefesso motore e promotore del Convegno e del Concorso nazionale della VI edizione della poesia dialettale, l’invito del Sindaco a programmare e realizzare di anno in anno le prossime edizioni di Convegni Culturali e Letterari, arricchenti la nostra Bitonto di nuova linfa vitale. Vorrei, inoltre, ricordare che sia le poesie dei dieci premiati con le motivazioni, sia i testi degli interventi faranno parte del Libro che verrà pubblicato con gli Atti del Convegno. Che dire? Solo GRAZIE! E grazie a tutti voi che avete la bontà di leggere il profluvio delle mie parole. Alla prossima. Angela/lina

                           

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