Per il Convegno sui dialetti del 4 dicembre, nel Teatro comunale a Bitonto: “Il DIALETTO: una lingua da custodire”. Ecco il mio intervento: “Nel tempo senza tempo dei camini accesi…”.
Buon pomeriggio e benvenuti per vivere
insieme una serata che sicuramente ci riserverà tante emozioni. Ritengo, infatti, che sia molto
significativo e intenso il titolo dato dalla famiglia Piacente a questo Convegno
sui dialetti. Mi piace moltissimo quel “custodire” che è segno di cura, di
premura, di attenzione e protezione nel tempo, per preservarlo, il dialetto, dai
pericoli di errate interpretazioni, mentre sarebbe opportuno fare riferimento
al significato di nutrimento che il custodire contiene. E nutrire significa
anche arricchirlo spiritualmente per aiutarlo a crescere, irrobustirsi,
rigenerarsi.
Il dialetto, infatti, ha bisogno oggi di
essere rivalutato in tutte le sue possibili derivazioni. Come stiamo facendo
noi questa sera.
Il mio intervento, intanto, è legato
innanzitutto ai ricordi della mia infanzia, vissuta con i nonni, in un cortile
aperto a mille storie, mille voci, mille incontri del cuore, concentrati
intorno a un camino acceso, non solo per riscaldarci, ma soprattutto per
raccontarci e per ascoltarci nella loro lingua (il dialetto), che raramente
diventava la nostra lingua perché sentivamo ormai, come tutti i ragazzi vissuti
tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, la necessità di esprimerci
in italiano. E spesso le nostre storie non superavano il cortile e le strade
del nostro quartiere. Avevano le gambe corte e non avevano i mezzi per andare
lontano.
Ecco
un ricordo della primissima infanzia: c’erano, nel grande camino all’aperto nel nostro cortile u pəgnatìddə”, in cui si cucinavano rə
fàfə,
rə cìcərə, rə cəcèrchjə, rə ləntècchiə, la favéttə… e, accanto al “fuoco vivo”, il tegame di
terracotta con gli appetitosi maccheroni al forno (rə
scəcaffùnə au fùrnə)… (N.B.: le “e” rovesciate sono mute. Traduzione
in italiano: pignatta di terracotta in cui si cucinavano le fave, i ceci e
cicerchie, le lenticchie, la purea di fave o favetta; i maccheroni al forno).
Ma
il ricordo più bello è legato alla tenera presenza dei nostri nonni materni in
quel cortile: … quando ero
piccolissima tu, mio amatissimo nonno,
prendevi le mie manine e aprivi ad ogni numero un
ditino perché per me fosse più semplice contare, perché fosse più chiaro il
numero raggiunto. Non mi potevo sbagliare. Il pugnetto chiuso era il numero
zero. Poi, ecco tirare fuori il pollice e poi l’indice e poi il medio,
l’anulare e il mignolo (cùssə ad arà, cùssə a spruà, cùssə ad accattà rə
ppànə, cùssə ad accattà rə mmìrə, e cùssə? Friulì friulà friulì friulà…)
(questo ad arare, questo a potare, questo a comprare il pane, questo a
comprare il vino, e questo? Friulì friulà friulì friulà…) e mi sfregavi
il mignolino tra le tue dita e io imparavo e ti sorridevo appagata e mai stanca
di ripetere il gioco.
E,
più tardi, come una gallinella, con la mia manina nella tua, mi portavi nel
cortile che percorrevamo a lunghi piccoli passi dicendo insieme Réna réna rəsənìddə/ sciàməngə a fà 'nu pəgnatìddə/
n’ògnə də pànə cu rafanìddə/ e... zinnanà” (un nonsense quasi del tutto
intraducibile, che cantavamo insieme per accovacciarci ridendo al suono di zinnanà).
E, intanto, la nonna cantava, nei rari respiri del
giorno, legno di culla, corde di parole, le ninnenanne per farci addormentare - ninna oh ueh la ninna oh/ e chéssa figghia mè, e chéssa figghia mèe
a ci la dòo// ninnaréllə oh ueh la
ninnaréllə /
u lùpə s’è mangiatə, u lùpə s’è mangiatəla picuréllə - voce d’antico
amore che mi legò alle pietre dell’antica
casa, mentre il lupo ululava alle finestre della luna o s’impigliava tra le rose
e le spine del nostro cortile. Oppure
tra le lunghe trecce, sale-pepe, intrecciate a crocchia (il tuppo) della nonna.
Mio nonno narrava storie innamorate e lei, mia nonna, le raccoglieva in panieri di ricami che un tempo avevano sorriso alle
dita di mia madre in una carezza
ch’era canto e racconto.
Ridevano mia nonna e mia madre, quando mia madre
veniva d’estate a trascorrere le vacanze con noi. Di lunghe risate riempivano
la casa il cortile la via il cielo. La
gente passava, salutava e senza sapere il perché, complice, sorrideva. Così impastata era la gente del mio paese di
un tempo… pane genuino, occhi curiosi…
Anche se erano
i difficili anni del dopoguerra (seconda Guerra Mondiale), in cui bisognava non
solo combattere l’analfabetismo dilagante, soprattutto nei paesi del sud, ma
anche affermare i valori di una nazione piegata in ginocchio e in fase di
ricostruzione.
Nella nostra Bitonto ci fu il
paradosso del fiorire di più dialetti da un quartiere all’altro: il cozzale (u
chəzzéul) dei
contadini rimasti a coltivare la terra, e il dialetto “də r’artìrə” di quelli più ardimentosi che si
trasferirono in paese per mandare soprattutto i figli a scuola e fare gli
artigiani nella propria bottega. E altri miscugli di vari dialetti da quartiere
a quartiere.
Dalla RAI in collaborazione con il
Ministero della Pubblica Istruzione, nel 1960, dopo un provino, fu affidato al bravissimo
maestro Alberto Manzi (morto proprio
il 4 dicembre 1997) il compito, con la trasmissione “Non è mai troppo tardi”,
di provvedere all’alfabetizzazione strumentale di tutti quelli che si
esprimevano solo in dialetto, portando un beneficio indiscutibile per tutti, in
una nazione che stava tentando di risorgere in ogni modo possibile. Anche mio
nonno lo seguiva quotidianamente con grande attesa e molta attenzione. Mia sorella
Lizia, più paziente di me, lo
aiutava a imparare a leggere e a scrivere almeno la sua firma.
Il rovescio della medaglia fu che
tutti si sentirono obbligati a parlare in italiano e a cancellare il dialetto.
Ricordo le risate tra noi quando sentivamo parlare con grande sussiego qualche nostra
conoscente o parente in un italiano zoppicante come “il pilaccio” al posto di
“peluria” o il “rosèo” per riferirsi più semplicemente a “carnagione chiara”. E
che dire di quando zia Angelina, la
sorella maggiore di nostro padre, veniva a farci visita? Tutta impettita lo
salutava tra un ossequiante “frate” e un naufragante “fratre mé nostra matre ci
tiene la tossica”, a moltiplicare le nostre risate. Risate incontenibili quando
si accingeva con tutti noi a recitare le preghiere, culminanti in una serie
ininterrotta di rechiemeterna con
surreale e ossimorica conclusione: rechie
e scatt in pace, amén.
Credo che non occorrano altri esempi.
Il dialetto, del resto, veniva proibito anche a scuola.
Persino il “prete scomodo”, Don Lorenzo Milani, come ben sappiamo,
nella sua “Scuola di Barbiana” sentì l’urgenza di insegnare la lingua italiana
ai suoi scolari per il sacrosanto principio di restituire una uguaglianza
sociale a chi non aveva mai avuto voce. E, poi, anche altre lingue, mandandoli
all’estero per dischiudere loro più ampi orizzonti di esperienze, di conoscenze
e di possibilità di lavoro.
Illuminato precursore dei nostri
giorni.
Solo da alcuni anni, purtroppo,
abbiamo riscoperto il dialetto e la sua importanza nel definire le nostre
radici, la nostra identità. E abbiamo ripreso la narrazione orale dei nostri
nonni, che tramandavano valori ed emozioni nel tempo lento di più generazioni: ngèir e ngèir na volt (c’era e c’era una volta )… E la
ripetizione rendeva magica l’attesa.
E c’erano i camini accesi sulla nostra
voglia di ascoltare le storie antiche che ci facevano sognare la prima alba del
mondo, i tramonti ancora da scoprire…
E i primi graffiti dei primi nostri
antenati per consegnarsi alla storia e alla nostra memoria.
Esisteva, dunque, una sorta di
consegna del “testimone” da una generazione all’altra che oggi non esiste più.
Dobbiamo fare i conti, purtroppo, con un “gap” generazionale dovuto innanzitutto
alla mancanza di tempo, notevolmente accorciato dal vertiginoso sviluppo
scientifico e tecnologico che ha favorito nuovi mezzi e modi di comunicazione a
livello planetario in tempo reale con conseguente “italiano impoverito”,
fagocitato dalla lingua inglese che è alla base di questi mezzi e si è
impadronita della nostra lingua, creando un nuovo e diverso analfabetismo,
soprattutto delle emozioni e dei sentimenti, in un’apparente “agorà social” che
è divisione e solitudine più che veicolo di socializzazione e di appartenenza a
una comunità. Esempio lampante l’uso smodato del cellulare a tutte le ore del
giorno e della notte, da parte di tutti, giovani e meno giovani che ignorano così
la bellezza della natura; la prudenza soprattutto in macchina; l’importanza dei
volti, di uno sguardo, del raccontarsi e ascoltarsi, come si faceva un tempo,
seguendo il ritmo delle stagioni e del cuore. E c’era il nostro stupore. Il nostro
incanto! L’azzurro del mare a confondersi con l’azzurro del cielo, le vele, il
volo dei gabbiani...
Una breve parentesi: mi piace
ricordare dello psicanalista e psichiatra francese del secolo scorso, Jacques Lacan, più volte citato al
nostro psicanalista e saggista Massimo
Recalcati, il termine “lalangue”,
che indica la lingua profonda dell’inconscio - praticamente il nostro dialetto
- che ci vive dentro e che emerge quando siamo più emozionati, più arrabbiati,
più veri nelle nostre manifestazioni comportamentali. Essa è misteriosa, nasce
con noi all’inizio della nostra vita ed è fatta essenzialmente di sentimenti
forti e di forti emozioni e contrasti. È la nostra “lingua materna”, appresa
attraverso il battito del cuore delle nostre mamme. Ritmo ancestrale e Amore.
E qui vorrei fare un applauso a tutti
i miei interlocutori, seduti con me a queste sedie, per gli argomenti che, in
tal senso, andranno a trattare. E concordo con iI lungimirante Ignazio Buttitta, sapientemente citato
dal nostro Prof. Gianluca Simonetta
nello straordinario titolo, in dialetto siciliano, che ha dato alla sua
Relazione: “Quannu i paroli non
figghianu paruli” (“Quando le parole
non figliano più le parole”). Ma bisogna rifarsi a qualche verso precedente
per comprendere meglio la portata valoriale e sociale della sua poesia: Quannu ci
arrubbano a lingua aduttata dai patri: è persu pi sempri. Diventa poveru e
servu quannu i paroli non figghianu paroli. In pratica, quando le parole non
ripropongono le parole dei padri, si perde per sempre il popolo che diventa
servo e più povero. Ma aspettiamo quanto
ci dirà, con la sua enorme competenza e il suo sapiente ed effervescente modo
di raccontare, il prof. Simonetta.
Personalmente, mi auguro che ci sia
una possibile inversione di marcia proprio con la riscoperta e la
valorizzazione dei nostri dialetti: eco della nostra anima più antica e
profonda.
E vorrei concludere con questi pochi
versi, dedicati a un signore d’altri tempi, NICOLA PIACENTE senior, noto ingegnere bitontino, a cui è dedicata
questa serata. Un gentiluomo appassionato del suo lavoro e “visionario”, tanto
da precorrere i tempi di là da venire nell’abbellire il suo paese, che amava
tanto, con ardimentosi progetti di multipiani, e da inneggiarlo con i suoi
sapidi poemetti “Re sopanomère”, nel ricordo
affettuoso dei suoi concittadini. Ebbene, quel signore è ancora oggi presente
tra noi con la sua famiglia e vedo che ci sta sorridendo, sornione e tenero.
Festeggio
oggi con te, Nicola, il saluto/ quotidiano - pizzico di gioia e d’allegria -/ a
fermare il mattino su un’intesa/ di versi da trattare con lieve ironia/ per
ingannare il tempo/ del nostro invecchiare./ Ma il tempo è stato più veloce/
della tua voce,/ e non te ne ha dato il tempo.// Tua eredità le tante vite
amate/ e ancora da amare,/ la tenera carezza della preghiera/ a tua MADRE, ai
tuoi FIGLI e NIPOTI/ a renderti ancora VIVO e presente/ (nella nostalgia dei
tuoi ricordi/ intrecciati alla famiglia/ tenacemente…). Buon
compleanno tra noi! Grazie.
(N.B. Desidero precisare che oltre ai
nostri interventi - della Preside
Giovanna Piacente, figlia dell’Ingegnere NICOLA PIACENTE, in rappresentanza
di tutta la famiglia, il mio, quello del poeta dialettale e musicologo,
bravissimo flautista, Vincenzo
Mastropirro, della prof.ssa di Lettere classiche Carmela Minenna, e del docente universitario Gianluca Simonetta - ci
sono stati gli interventi molto sentiti e profondi del Sindaco dott. Angelo Ricci, del prof. Nicola Pice e del Senatore Giovanni
Procacci, magistralmente coordinati dal bravissimo Direttore del Quotidiano
DaBitonto, prof. Mario Sicolo (alias Apulo Scriba). Molto gratificante per Peppino Piacente, vero e indefesso
motore e promotore del Convegno e del Concorso nazionale della VI edizione
della poesia dialettale, l’invito del Sindaco a programmare e realizzare di
anno in anno le prossime edizioni di Convegni Culturali e Letterari,
arricchenti la nostra Bitonto di nuova linfa vitale. Vorrei, inoltre, ricordare che sia le poesie dei dieci premiati con le motivazioni, sia i testi degli interventi faranno parte del Libro che verrà pubblicato con gli Atti del Convegno. Che dire? Solo GRAZIE! E
grazie a tutti voi che avete la bontà di leggere il profluvio delle mie parole.
Alla prossima. Angela/lina
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