giovedì 29 gennaio 2026

Giovedì 29 gennaio 2026: "NON DI SOLO PANE" di ENZO QUARTO (cinque anni dopo)...

Perché niente è scontato,

e ogni cosa è un dono. Dagli valore.               

(Oscar Travino - “Sette secondi”)

Sento che sia doveroso riproporre dopo cinque anni il “Progetto per un nuovo Umanesimo e Rinascimento della nostra umanità alla deriva” di Enzo Quarto intitolato “NON DI SOLO PANE” in riferimento ancora al Saggio di don Antonio Lattanzio e ai successivi incontri promossi da don Giuliano Savina per “L’ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO” nella Basilica di San Nicola e nella Cattedrale di Bari. Devo dire subito che già il titolo mi piacque molto e oggi ancora di più. Cinque anni fa, infatti, scrissi: <Titolo molto suggestivo che mi riporta immediatamente alla bellissima preghiera del Padre Nostro, consegnataci da Gesù per invocare la protezione di Suo Padre sull’intera umanità. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane. Non può e non deve mancare alla mensa del ricco come sul desco del povero. E qui il discorso diventa molto più ampio perché abbraccia tematiche legate al lavoro, all’economia, alle disuguaglianze sociali (…). E tutto diventa tempo di semina (il progetto, che nasce dal sogno e che non è utopia se si tende con determinazione e perseveranza a realizzarlo) e tempo di raccolto (il mondo migliore, che si andrà a costruire per e attraverso le nuove generazioni). Ma nel Padre Nostro non ci si riferisce solo all’alimento del corpo quanto al cibo dell’anima. Ed ecco farsi chiara la motivazione del PROGETTO PER UN NUOVO UMANESIMO NEL PENSIERO, NELL’ARTE, NELL’ECONOMIA, NELLE SCIENZE, NELLA VITA COMUNE.

Si tratta di rivedere la nostra vita in un mondo già completamente cambiato negli ultimi sessanta/settant’anni dopo lo storico spartiacque del Sessantotto, che spazzò via un mondo semplice, unidirezionale, contadino, segnato dalla legge della fatica, nello scorrere delle stagioni legate al lavoro dei campi, dell’attesa del raccolto, e del dovere inciso a caratteri cubitali sulla propria pelle, per inaugurare il mondo dei diritti e delle rivendicazioni. Un mondo nuovo non decisamente migliore, per alcuni versi, di quello precedente come i giovani sessantottini, nutriti di nuove ideologie più che di ideali, sperarono di realizzare con la rivoluzione, cioè con la violenza più che con la razionalità e la creatività. Ne derivò una trasformazione rapida e disorientante in tutti i settori e nei molteplici piani della nostra esperienza esistenziale: dalla comunicazione multimediale tra gli uomini alle istituzioni sociali, civili, etiche, religiose, improntate alla rivendicazione di molteplici diritti, appunto; dai progressi della scienza e della tecnica, dominanti in questo nostro tempo, alla nuova visione dell’Arte in tutte le sue declinazioni (Letteratura, Teatro, Pittura, Scultura, Architettura, Musica…); dall’economia planetaria (si pensi alle potenti multinazionali che fanno “il bello e cattivo tempo” a livello mondiale) al potere che deriva dalla ricchezza, concentrata nelle mani di pochi, mentre sempre più si dilata il divario a forbice della indigenza, dilagante nei Paesi del Terzo e Quarto mondo, dove si alimentano guerre feroci di cui non abbiamo contezza e che segnano anche la “miseria” spirituale dell’animo umano, che da Caino si perpetua con altri mezzi e identica ferocia.

Cosa potrebbe salvarci ormai in questo “villaggio globale” (McLuhan), sperduto in un “Pianeta di naufraghi” (Serge Latouche)? Forse la PAROLA, figlia del PENSIERO. O forse il SILENZIO, che è vuoto e preludio prima della parola o, meglio, il “momento aurorale dell’ascolto” (Massimo Baldini). Ma la “parola ascoltata” ci riporta   al riconoscimento di noi, del nostro ESSERE, che si realizza soprattutto nel FARE per e con gli altri. La nostra dimensione sociale, infatti, si nutre dell’incontro e del confronto con gli altri. Diventa, dunque, inevitabile focalizzare i seguenti punti del PROGETTO stesso: “1 - L’uomo senza spiritualità nega sé stesso; 2 - L’ascolto è il fondamento della parola; 3 - L’essere è la radice del fare”. Ed è su questi tre punti cardine che dovrebbe incentrarsi tutto il PROGETTO, che il nostro caro amico Enzo così definisce e introduce: “FORMARE PER INFORMARE: LE VIE DI UN NUOVO UMANESIMO”.

Viviamo un tempo di cambiamento antropologico, con l’affermarsi della “cultura digitale”. Ed è una cultura, quella “digitale”, distante anni-luce da quella analogica della precedente generazione. Di qui la concreta conseguenza della cultura di pochi contro l’ignoranza di molti per via di un accesso troppo rapido agli strumenti di comunicazione e di informazione in tempo reale e senza una guida valida: i Maestri di un tempo. Dunque, il problema si sposta alla necessità di educare le nuove generazioni al cambiamento. Oggi, del resto, è “tempo di transizione in cui le certezze si frantumano travolte da cambiamenti più veloci del ‘respiro umano’”, terreno fertile per il MALE che sovrasta il BENE, negando verità e giustizia sociale. Tutto è merce di scambio, persino l’uomo stesso e finanche i bambini (si pensi all’aberrante vendita dei feti e di organi umani o alle vicende dolorose degli affidi). Il dio-denaro è l’unico valore riconosciuto in questo tempo capovolto. Si tratta di un tempo in cui più non ci riconosciamo, travolti come siamo dall’individualismo egocentrico ed egotico, dall’indifferenza all’altro e dal rifiuto dell’altro, visto come nemico e mai come una possibilità di crescita comune nella necessità di includere, collaborare, cooperare, condividere…

Cosa non ha funzionato in questo susseguirsi vorticoso di anni e di cambiamenti epocali? In cosa noi anziani e adulti abbiamo sbagliato? Forse nel cancellare il vecchio mondo senza avere la forza di proporne uno nuovo. Smettendo così anche di educare. Occorre con urgenza, allora, proporre un nuovo modello educativo attraverso il “dono di sé”, come suggerisce Enzo Quarto, attraverso “l’incontro e il dialogo” e “nel rispetto reciproco” per tentare di dare il vero senso alla vita di ciascuno di noi, della comunità di appartenenza, dell’umanità tutta. E ogni incontro presuppone una reciproca conoscenza attraverso il racconto di sé. “Nelle varie tappe della Comunicazione umana, dal racconto orale al racconto iconografico, dal racconto scritto e letto al racconto per immagini, dal racconto multimediale al racconto digitale emerge ineluttabile l’esigenza di raccontare e condividere. Il racconto è realtà, ma è anche sogno, di cui non si può fare a meno”. Sono perfettamente d’accordo con questa premessa del nostro amico Enzo sulla necessità di raccontarci per conoscerci e per poter operare insieme una sorta di Rinascimento dopo questo tempo oscuro senza più storia e senza memoria. E senza i due meravigliosi sentimenti dell’Attesa e della Speranza che hanno nutrito la virtù dei nostri padri e nonni. L’Attesa ci offre il tempo che oggi manca e che ci fa assaporare il compimento che verrà (il “sabato del villaggio” e il “dì di festa” di leopardiana memoria). La Speranza, invece, non è statica, è dinamica, propulsiva perché guarda al futuro e, perciò, esalta il tempo del fare, dell’operare per realizzare un sogno o un progetto di vita. Esalta la ricerca di noi stessi per dare un senso di concretezza e di realtà alla nostra esperienza umana. A livello personale e comunitario. Bella si fa, dunque, l’idea della reciprocità, della condivisione, della solidarietà, che è alla base della giustizia tra gli uomini.  

Progettare per il futuro significa, allora, non ignorare il passato o dimenticarlo, ma recuperarlo nei valori eterni e condivisi per poter affrontare con senso critico quanto ci è stato tramandato dai nostri “vecchi” e farlo rivivere in questi nuovi scenari con nuove modalità e nuovi strumenti educativi, perché le nuove generazioni si sentano comprese e sappiano comprendere. Si tratta di una educazione che non miri soltanto alla maieutica socratica del “tirar fuori” la vera natura dell’educando, ma focalizzi la necessità anche del “prendersi cura”, nel tempo, della sua “personalità” perché diventi “persona”, perché nulla si disperda dei suoi potenziali talenti. E, del resto, “edo” in latino fa riferimento anche al cibo. E il prendersi cura sottintende anche il preoccuparsi di dare da mangiare. Ritorniamo alla necessità del “pane quotidiano”, cibo del corpo, della mente, dell’anima. Ecco sarebbe questo, a mio parere, “l’Umanesimo” prima del “Rinascimento”. Il volano di tutto ciò sarebbe, allora, proprio l’ascolto.

“Ascoltare vuol dire capire le ragioni dell’altro e sapersene fare carico e condividerle con le proprie, favorendo la sintesi dell’incontro e non la verbosità dei conflitti. Fare rete (…) per far rinascere il germoglio della fiducia tra le persone. Fiducia nel futuro. Fiducia nell’uomo”. Progettare il futuro significa, in conclusione, far rinascere una cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività, scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere fino al Cielo: alla fede in Dio o nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore, della sua anima.

-          Purché si tenda alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”.

-          E mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si sentano amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda consapevoli e responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza, sentimento e passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa rinascere infinite volte” (Erich Fromm)>

E tutto questo acquista oggi maggiore valore proprio in funzione degli incontri che sono in atto a Bari tra le varie fedi e in relazione a una maggiore comprensione e solidarietà tra i popoli nella speranza di perseguire, giorno dopo giorno, quelle “corrispondenze” che sono il preludio alla Pace. Alla base, come ben sappiamo ormai, c’è la “conoscenza”, che è data dalla “cultura”. A pagina 235 del Saggio di don Antonio Lattanzio si legge: “Per Papa Giovanni Paolo II, la cultura svolge un ruolo capitale nell’opera di evangelizzazione della Chiesa (…). Di conseguenza, testimoniare la fede significa affermare l’inviolabile dignità dell’uomo in una cultura, definita come il primo luogo di testimonianza della fede. Inoltre, afferma a pagina 300 qualcosa di molto importante in prospettiva futura: “In definitiva, possiamo concludere che la teologia pratica si elabora in questa prospettiva artigianale, ma sempre con la consapevolezza di andare oltre. Essa non si limita ad una comprensione fenomenologica degli effetti dell’atto di confessione della fede sulla persona e sul gruppo sociale, ma prende in considerazione anche la dimensione interiore ed essenziale di questo atto, che permette alla persona credente e al gruppo dei credenti di entrare in una nuova visione della realtà e di prendere coscienza della potenza trasformatrice del messaggio di cui la persona e il gruppo dei credenti sono portatori e a partire dal quale si reinterpretano e rinnovano i loro legami di appartenenza e la loro identità sociale.

Tutto questo viene avvalorato da quanto mi scrive il mio fraterno amico Giuseppe Sblano, il quale, partendo dal valore della moneta in economia, parla di “debito d’amore” in un’“agape fraterna” che mira alla Pace, per via della “giustizia retributiva, commutativa, riparativa vissuta come dono scaturente dall’agape (…) per la prosperità dinamica del bene comune”. Anche in questa bellissima prospettiva la parola fondamentale è, per me, “dinamica”, che sottintende ancora una volta, in una nuova prospettiva, il movimento verso il futuro per realizzare il “bene comune” non solo e non tanto materiale quanto spirituale delle nuove generazioni, riunite in un “convito d’amore”. È pur sempre l’amore che ci salva, soprattutto quando “Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze (…). Non mancano le resistenze di suggestioni settarie quanto neomessianiche. Ma la cultura sempre più sintesi della globalità è inarrestabile nei prossimi futuri…” (Enzo Quarto, nel retro-copertina del Saggio di don Lattanzio). E anche in queste parole fondamentale è il ritorno a parlare di “cultura”, di “processo di globalizzazione” in atto, e di quanto dovrebbe accadere “nei processi futuri”.

Ancore di salvezza, in questo mondo devastato da guerre, dolore e lutto? Forse…

Grazie. Angela/lina

  

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