Perché niente è scontato,
e ogni cosa è un dono. Dagli valore.
(Oscar
Travino - “Sette secondi”)
Sento che sia doveroso riproporre dopo cinque anni il
“Progetto per un nuovo Umanesimo e Rinascimento della nostra umanità alla
deriva” di Enzo Quarto intitolato “NON DI SOLO PANE” in riferimento ancora al
Saggio di don Antonio Lattanzio e ai successivi incontri promossi da don
Giuliano Savina per “L’ECUMENISMO E IL DIALOGO INTERRELIGIOSO” nella Basilica
di San Nicola e nella Cattedrale di Bari. Devo dire subito che già il titolo mi
piacque molto e oggi ancora di più. Cinque anni fa, infatti, scrissi:
<Titolo molto suggestivo che mi riporta immediatamente alla bellissima
preghiera del Padre Nostro, consegnataci da Gesù per invocare la protezione di
Suo Padre sull’intera umanità. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Il pane.
Non può e non deve mancare alla mensa del ricco come sul desco del povero. E
qui il discorso diventa molto più ampio perché abbraccia tematiche legate al
lavoro, all’economia, alle disuguaglianze sociali (…). E tutto diventa tempo di
semina (il progetto, che nasce dal sogno e che non è utopia se si tende con
determinazione e perseveranza a realizzarlo) e tempo di raccolto (il mondo
migliore, che si andrà a costruire per e attraverso le nuove generazioni). Ma
nel Padre Nostro non ci si riferisce solo all’alimento del corpo quanto al cibo
dell’anima. Ed ecco farsi chiara la motivazione del PROGETTO PER UN NUOVO
UMANESIMO NEL PENSIERO, NELL’ARTE, NELL’ECONOMIA, NELLE SCIENZE, NELLA VITA
COMUNE.
Si
tratta di rivedere la nostra vita in un mondo già completamente cambiato negli
ultimi sessanta/settant’anni dopo lo storico spartiacque del Sessantotto, che
spazzò via un mondo semplice, unidirezionale, contadino, segnato dalla legge
della fatica, nello scorrere delle stagioni legate al lavoro dei campi,
dell’attesa del raccolto, e del dovere inciso a caratteri cubitali sulla
propria pelle, per inaugurare il mondo dei diritti e delle rivendicazioni. Un
mondo nuovo non decisamente migliore, per alcuni versi, di quello precedente
come i giovani sessantottini, nutriti di nuove ideologie più che di ideali,
sperarono di realizzare con la rivoluzione, cioè con la violenza più che con la
razionalità e la creatività. Ne derivò una trasformazione rapida e disorientante
in tutti i settori e nei molteplici piani della nostra esperienza esistenziale:
dalla comunicazione multimediale tra gli uomini alle istituzioni sociali,
civili, etiche, religiose, improntate alla rivendicazione di molteplici diritti,
appunto; dai progressi della scienza e della tecnica, dominanti in questo
nostro tempo, alla nuova visione dell’Arte in tutte le sue declinazioni
(Letteratura, Teatro, Pittura, Scultura, Architettura, Musica…); dall’economia
planetaria (si pensi alle potenti multinazionali che fanno “il bello e cattivo
tempo” a livello mondiale) al potere che deriva dalla ricchezza, concentrata
nelle mani di pochi, mentre sempre più si dilata il divario a forbice della
indigenza, dilagante nei Paesi del Terzo e Quarto mondo, dove si alimentano
guerre feroci di cui non abbiamo contezza e che segnano anche la “miseria”
spirituale dell’animo umano, che da Caino si perpetua con altri mezzi e
identica ferocia.
Cosa
potrebbe salvarci ormai in questo “villaggio globale” (McLuhan), sperduto in un
“Pianeta di naufraghi” (Serge Latouche)? Forse la PAROLA, figlia del PENSIERO.
O forse il SILENZIO, che è vuoto e preludio prima della parola o, meglio, il
“momento aurorale dell’ascolto” (Massimo Baldini). Ma la “parola ascoltata” ci
riporta al riconoscimento di noi, del
nostro ESSERE, che si realizza soprattutto nel FARE per e con gli altri. La
nostra dimensione sociale, infatti, si nutre dell’incontro e del confronto con
gli altri. Diventa, dunque, inevitabile focalizzare i seguenti punti del
PROGETTO stesso: “1 - L’uomo senza spiritualità nega sé stesso; 2 - L’ascolto è
il fondamento della parola; 3 - L’essere è la radice del fare”. Ed è su questi
tre punti cardine che dovrebbe incentrarsi tutto il PROGETTO, che il nostro
caro amico Enzo così definisce e introduce: “FORMARE PER INFORMARE: LE VIE DI
UN NUOVO UMANESIMO”.
Viviamo un tempo di cambiamento antropologico, con
l’affermarsi della “cultura digitale”. Ed è una cultura, quella “digitale”,
distante anni-luce da quella analogica della precedente generazione. Di qui la
concreta conseguenza della cultura di pochi contro l’ignoranza di molti per via
di un accesso troppo rapido agli strumenti di comunicazione e di informazione
in tempo reale e senza una guida valida: i Maestri di un tempo. Dunque, il
problema si sposta alla necessità di educare le nuove generazioni al
cambiamento. Oggi, del resto, è “tempo di transizione in cui le certezze si
frantumano travolte da cambiamenti più veloci del ‘respiro umano’”, terreno
fertile per il MALE che sovrasta il BENE, negando verità e giustizia sociale.
Tutto è merce di scambio, persino l’uomo stesso e finanche i bambini (si pensi
all’aberrante vendita dei feti e di organi umani o alle vicende dolorose degli
affidi). Il dio-denaro è l’unico valore riconosciuto in questo tempo capovolto.
Si tratta di un tempo in cui più non ci riconosciamo, travolti come siamo
dall’individualismo egocentrico ed egotico, dall’indifferenza all’altro e dal
rifiuto dell’altro, visto come nemico e mai come una possibilità di crescita
comune nella necessità di includere, collaborare, cooperare, condividere…
Cosa non ha funzionato in questo susseguirsi vorticoso
di anni e di cambiamenti epocali? In cosa noi anziani e adulti abbiamo
sbagliato? Forse nel cancellare il vecchio mondo senza avere la forza di
proporne uno nuovo. Smettendo così anche di educare. Occorre con urgenza,
allora, proporre un nuovo modello educativo attraverso il “dono di sé”, come
suggerisce Enzo Quarto, attraverso “l’incontro e il dialogo” e “nel rispetto
reciproco” per tentare di dare il vero senso alla vita di ciascuno di noi,
della comunità di appartenenza, dell’umanità tutta. E ogni incontro presuppone
una reciproca conoscenza attraverso il racconto di sé. “Nelle varie tappe della
Comunicazione umana, dal racconto orale al racconto iconografico, dal racconto
scritto e letto al racconto per immagini, dal racconto multimediale al racconto
digitale emerge ineluttabile l’esigenza di raccontare e condividere. Il
racconto è realtà, ma è anche sogno, di cui non si può fare a meno”. Sono
perfettamente d’accordo con questa premessa del nostro amico Enzo sulla
necessità di raccontarci per conoscerci e per poter operare insieme una sorta
di Rinascimento dopo questo tempo oscuro senza più storia e senza memoria. E
senza i due meravigliosi sentimenti dell’Attesa e della Speranza che hanno
nutrito la virtù dei nostri padri e nonni. L’Attesa ci offre il tempo che oggi
manca e che ci fa assaporare il compimento che verrà (il “sabato del villaggio”
e il “dì di festa” di leopardiana memoria). La Speranza, invece, non è statica,
è dinamica, propulsiva perché guarda al futuro e, perciò, esalta il tempo del
fare, dell’operare per realizzare un sogno o un progetto di vita. Esalta la
ricerca di noi stessi per dare un senso di concretezza e di realtà alla nostra
esperienza umana. A livello personale e comunitario. Bella si fa, dunque,
l’idea della reciprocità, della condivisione, della solidarietà, che è alla
base della giustizia tra gli uomini.
Progettare per il futuro significa, allora, non
ignorare il passato o dimenticarlo, ma recuperarlo nei valori eterni e
condivisi per poter affrontare con senso critico quanto ci è stato tramandato
dai nostri “vecchi” e farlo rivivere in questi nuovi scenari con nuove modalità
e nuovi strumenti educativi, perché le nuove generazioni si sentano comprese e
sappiano comprendere. Si tratta di una educazione che non miri soltanto alla
maieutica socratica del “tirar fuori” la vera natura dell’educando, ma
focalizzi la necessità anche del “prendersi cura”, nel tempo, della sua
“personalità” perché diventi “persona”, perché nulla si disperda dei suoi
potenziali talenti. E, del resto, “edo” in latino fa riferimento anche al cibo.
E il prendersi cura sottintende anche il preoccuparsi di dare da mangiare. Ritorniamo
alla necessità del “pane quotidiano”, cibo del corpo, della mente, dell’anima.
Ecco sarebbe questo, a mio parere, “l’Umanesimo” prima del “Rinascimento”. Il
volano di tutto ciò sarebbe, allora, proprio l’ascolto.
“Ascoltare vuol dire capire le ragioni dell’altro e
sapersene fare carico e condividerle con le proprie, favorendo la sintesi
dell’incontro e non la verbosità dei conflitti. Fare rete (…) per far rinascere
il germoglio della fiducia tra le persone. Fiducia nel futuro. Fiducia
nell’uomo”. Progettare il futuro significa, in conclusione, far rinascere una
cultura che sia sintesi di intelletto e sentimento, razionalità e creatività,
scienza ed eticità, orizzontalità e verticalità della conoscenza per includere
gli altri, con tutti i problemi che la vita comporta, senza dimenticare che
esiste una dimensione spirituale che è quella via privilegiata per giungere
fino al Cielo: alla fede in Dio o nell’uomo stesso, nella verità del suo cuore,
della sua anima.
-
Purché
si tenda alla “centralità della persona”… “con un nuovo imprescindibile patto
generazionale”, unica via per “governare il cambiamento antropologico in atto”.
-
E
mirare alla organizzazione di un “mondo migliore”, in cui i giovani si sentano
amati e compresi nel processo educativo (per me educare significa soprattutto
amare!) fino a conquistare quella “sapientia cordis” che li renda consapevoli e
responsabili protagonisti del proprio tempo con intelligenza, sentimento e
passione, valorizzando l’immenso dono della creatività che “ci fa rinascere
infinite volte” (Erich Fromm)>
E tutto questo acquista oggi maggiore valore proprio
in funzione degli incontri che sono in atto a Bari tra le varie fedi e in
relazione a una maggiore comprensione e solidarietà tra i popoli nella speranza
di perseguire, giorno dopo giorno, quelle “corrispondenze” che sono il preludio
alla Pace. Alla base, come ben sappiamo ormai, c’è la “conoscenza”, che è data
dalla “cultura”. A pagina 235 del Saggio di don Antonio Lattanzio si legge: “Per
Papa Giovanni Paolo II, la cultura svolge un ruolo capitale nell’opera di
evangelizzazione della Chiesa (…). Di conseguenza, testimoniare la fede
significa affermare l’inviolabile dignità dell’uomo in una cultura, definita
come il primo luogo di testimonianza della fede. Inoltre, afferma a pagina 300
qualcosa di molto importante in prospettiva futura: “In definitiva, possiamo
concludere che la teologia pratica si elabora in questa prospettiva artigianale, ma sempre con la
consapevolezza di andare oltre. Essa non si limita ad una comprensione
fenomenologica degli effetti dell’atto di confessione della fede sulla persona
e sul gruppo sociale, ma prende in considerazione anche la dimensione interiore
ed essenziale di questo atto, che permette alla persona credente e al gruppo
dei credenti di entrare in una nuova visione della realtà e di prendere
coscienza della potenza trasformatrice del messaggio di cui la persona e il
gruppo dei credenti sono portatori e a partire dal quale si reinterpretano e
rinnovano i loro legami di appartenenza e la loro identità sociale.
Tutto questo viene avvalorato da quanto mi scrive il
mio fraterno amico Giuseppe Sblano, il quale, partendo dal valore della moneta
in economia, parla di “debito d’amore” in un’“agape fraterna” che mira alla
Pace, per via della “giustizia retributiva, commutativa, riparativa vissuta
come dono scaturente dall’agape (…) per la prosperità dinamica del bene comune”.
Anche in questa bellissima prospettiva la parola fondamentale è, per me, “dinamica”,
che sottintende ancora una volta, in una nuova prospettiva, il movimento verso
il futuro per realizzare il “bene comune” non solo e non tanto materiale quanto
spirituale delle nuove generazioni, riunite in un “convito d’amore”. È pur
sempre l’amore che ci salva, soprattutto quando “Una nuova alba s’appresta all’Umanità:
amare senza differenze (…). Non mancano le resistenze di suggestioni settarie
quanto neomessianiche. Ma la cultura sempre più sintesi della globalità è
inarrestabile nei prossimi futuri…” (Enzo Quarto, nel retro-copertina del
Saggio di don Lattanzio). E anche in queste parole fondamentale è il ritorno a
parlare di “cultura”, di “processo di globalizzazione” in atto, e di quanto
dovrebbe accadere “nei processi futuri”.
Ancore di salvezza, in questo mondo devastato da
guerre, dolore e lutto? Forse…
Grazie. Angela/lina
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