mercoledì 5 agosto 2026

Mercoledì 5 agosto 2026: “CENA DI CLASSE” DI FRANCESCO MANDELLI E IL SUO SPECIALE CAST…

 


… La 5^ D del 2000 brindò

Alla maturità su una spiaggia di Ibiza

Promettendosi l’un con l’altro

“Non perdiamoci mica di vista”…

(PTN)

 

Sono una sorta di boomer alquanto anomala per età (ottantaquattro anni), per retroterra e interessi culturali, che mi consentono ancora di svolgere un lavoro di scrittura, a vasto raggio, che quotidianamente mi coinvolge tanto per dimenticare acciacchi fisici che si riverberano inevitabilmente su quelli psicologici. Ma questa è un’altra storia.

Ebbene, qualche sera fa, invogliata dai due meravigliosi nipoti, Nicola e Anna Paola, ho preso visione del recentissimo film “Cena di classe” del regista, attore e conduttore televisivo Francesco Mandelli alla guida di un cast di tutto rispetto (da Herbert Ballerina a Nicola Nocella, da Andrea Pisani a Beatrice Arnera, da Roberto Lipari ad Annandrea Vitrano, da Giovanni Esposito a Francesco Russo, da Ninni Bruschetta a Giulia Vecchio a Debora Villa). Mandelli pare sia stato ispirato dalla canzone dei Pinguini Tattici Nucleari riguardante i giovani di fine millennio: “Le promesse che fai a diciott’anni/ o durano un giorno o una vita intera/ E quando dici un “Per sempre”/ Si può consumare in un sabato sera…”.

Si parla, dunque, di una generazione distante anni-luce dalla mia. Una generazione che, negli anni Novanta del secolo scorso, era alle soglie del nuovo Millennio e alle prese con i favolosi diciotto anni. Circa vent’anni dopo, nella piena maturità, in seguito alla morte di un compagno di classe, il più estroso e istrionico, tutti gli ex compagni di scuola decidono di fare una rimpatriata per assistere al suo funerale e rendere omaggio all’amico che in passato era solito ritrarli con la sua videocamera per eternarli nel fulgore della loro giovinezza. In realtà, per errore, al loro arrivo, assumono una sostanza allucinogena che rende l’atmosfera rarefatta, surreale, ricca di colpi di scena che omaggia la visionarietà del regista, il quale si auto-dedica il lavoro, considerato dai più uno psicodramma dai toni cupi, ma anche tragicomici. In pratica, grazie al vecchio bidello, loro complice, riescono ad entrare nel vecchio e glorioso liceo della loro gioventù, dove assistono ai loro sogni, alle loro illusioni, alle maschere che indossavano per non essere riconosciuti nelle loro fragilità e nei loro sentimenti, spesso vissuti a metà per mancanza di coraggio, per timore di un rifiuto, per superficialità o arroganza. Non ancora adulti e non più adolescenti, avevano bisogno di perdersi per ritrovarsi. E vent’anni dopo, ogni personaggio si fa protagonista della propria storia in un mitico ritorno al passato. C’è, infatti, il ricchissimo figlio di papà (Herbert Ballerina) che snobba i compagni, ironizza sui loro sogni a buon mercato e trascorre buona parte del tempo a guardare video che riportano immagini degli stadi e delle partite giocate dai suoi idoli preferiti che vincono coppe e titoli mondiali. Ma per vincere la solitudine, a cui si auto-condanna, stringe amicizia con il più complessato della classe (Nicola Nocella), che non si accetta per quello che è, grasso, quasi calvo, e rifiutato (o si sente tale) dagli amici, per cui si maschera continuamente con parrucche e palandrane, per non cedere alla tentazione del suicidio. C’è, invece, il bello, eternamente innamorato della compagna più intraprendente della classe, ma sempre tormentato dalla precarietà dei sentimenti. C'è chi fa coppia da sempre, già dalla scuola primaria, fino ad avvertire la stanchezza di un amore che si è esaurito prima di diventare adulto. Al contrario, la più bella della classe realizza il sogno di una notte di passione e già all’alba “sente” di aspettare un bambino, che le impedirà di mettere le ali per i suoi legittimi voli verso grandi progetti di vita. Sarà una femminuccia, che diventerà nello stesso liceo, frequentato un tempo dalla madre, rappresentante di classe dei nuovi studenti e lei, la madre, finirà per considerarla “l’errore più bello della sua vita”. E tutto si veste di   realtà/fantasia che mette a fuoco la vita “nascosta” del preside e la sua incapacità, nel corso degli anni, di risolvere i problemi dei suoi professori e studenti e di districare le molteplici matasse inestricabili che si sono venute a creare tra i vecchi studenti, tornati con un soffio di magia tra i vecchi banchi per riprendersi quella giovinezza vagheggiata, ma mai realmente vissuta. Si tratta, infatti, di una generazione che ha pochi vincitori e molti vinti. Il regista osserva e tace sui vari espedienti escogitati dai protagonisti quando scoprono che è sparita la bara con dentro il loro amico. Si tratta di una specie di “caccia al tesoro”, con mappe da seguire e tutti diventano nemici di tutti. C’è una risibile realtà, legata anche al buio dei giorni bui della vita contemporanea, in cui ognuno si fa protagonista e resta indifferente all’altro. E tutto rimane in “sospensione di giudizio”, come la vita quotidiana di tutti, del resto. Ne sono testimonianza i fatti appena narrati, con un Giovanni Esposito (Nando), che inconsciamente continua a vivere legato all’illusione di amare Marisa, ridotta, nel suo immaginario maschilista, ad una pecora. Ma, le pecore, a mio parere, erano metaforicamente tutti i giovani che seguivano la corrente senza scegliere in prima persona da che parte stare. Un po’ come il “gregge di lana” raccontato da Oriana Fallaci. E metafora è anche il passaggio della bara sostenuta da tutte le mani degli ex compagni a significare la fine per sempre di un’epoca.

Solo nella seconda parte, il regista scioglie ogni riserva e, con mano geniale, dà una svolta positiva a tutte le ferite e le illusioni passate e presenti. Non a caso, c’è sempre chi esulta “Qui facciamo la storia”, ma è un grido che si ripete di anno in anno, come accadeva anche in passato ai loro genitori e ai loro nonni, mentre la Storia si faceva da sé.

Le storie passate, invece, erano narrazioni che evidenziavano processi di crescita in via di formazione e mille solitudini e contraddizioni da attraversare per tentare un approdo, una salvezza. E quest’ultima avviene quando da adulti ciascuno riprende il cammino nella riscoperta del sé, finalmente in grado di accettare sogni e illusioni come porte da spalancare su un futuro tutto da vivere, come accade ad Alex (Nicola Nocella) ormai libero da ogni pregiudizio e da ogni maschera mortificante per essere finalmente sé stesso. E accade anche a Michael (Herbert Ballerina), che sa guardarsi intorno per dare una mano a chi non ha avuto mai voce nella vita.  Tutti gli ex compagni, dunque, ora scoprono la bellezza di essere veramente insieme, incoraggiandosi vicendevolmente, nonostante una società in totale dissoluzione e sempre più in preda a ritmi di vita insostenibili nel passaggio dal mondo analogico del passato a quello digitale, entrato di prepotenza nell’era dell’accelerazione smodata e della iperconnessione, che ha trasformato il nostro modo di vivere, comunicare, percepire il tempo e gli altri, creando nuove forme di solitudine e nuovi notevoli disagi psicofisici alle generazioni del Terzo Millennio.

E, in questo caos totale, tutti scoprono che essere uniti e solidali può accendere una luce e farli correre incontro alla Speranza, come è accaduto per ogni generazione che ha scoperto in sé la forza di accettarsi per cambiare il mondo che ancora le apparteneva…

Da scrittrice e critico letterario, infine, vorrei concludere con una riflessione che ritengo possa servire anche per il film: come un libro appena pubblicato non è più dell’autore, ma del lettore che lo sceglie e lo fa suo, perché in esso si scopre e si riscopre, così accade per un film. Appena entra nelle sale non è più di chi ne ha scritto la trama o di chi lo ha diretto trasformandolo in una pellicola cinematografica, ma del pubblico, che entra nei panni dei protagonisti per costruire nuove storie che in parte gli appartengono.

E, come sempre, grazie a voi che nel nostro blog mi seguite con pazienza infinita e tanto amore, sapendomi portatrice di storie non sempre mie, per sottoporle al vostro molteplice giudizio, che crea una rete impalpabile, ma reale di nuovi punti di vista su cui discutere per allargare le nostre conoscenze e creare nuovi spunti di riflessione. Grazieeee. Angela/lina

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