domenica 17 maggio 2026

Domenica 17 maggio 2026: "POETI ALLA FINESTRA" a cura di NICOLA PICE e molto altro ancora...

Prendiamo in mano i nostri libri

  e le nostre penne.

Sono le nostre armi più potenti.

         (Malala Yousafzai)

Questo Libro antologico in regalo è più di un dono perché, pubblicato dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente esattamente dieci anni fa, conserva il valore e la freschezza di allora, forse più di allora, in quanto apre uno squarcio di azzurro in un tempo greve e difficilissimo da vivere a livello planetario, e promette bene per i molti giovani che, pur sentendosi in bilico tra il passato, che non vogliono conoscere (perché troppo lontano dai loro interessi immediati), e il futuro, a cui non vogliono pensare (essendo ricco di incognite e di pericolosi abissi), stanno riscoprendo la voglia di leggere per cercare, scoprire, conoscere, sapere, comprendere. E le “finestre” sono un ottimo veicolo di conoscenza perché sono “occhi” di casa che si smarginano a dilatarsi tra terra e cielo per comprendere “occhi” di vita: arabeschi di storie altre e altrove.

Attraverso la finestra, dunque, noi possiamo passare dalla introspezione più profonda (finestra luogo dell’anima) ai più ampi orizzonti realistici: la strada e tutti i percorsi alternativi che offre. Del resto, la parola “finestra” contiene in sé le due dimensioni dell’altezza e della larghezza, a cui si aggiunge una terza dimensione che è quella della profondità. Quest’ultima, però, definisce un “vuoto” che può essere colmato internamente e esternamente: eterna dualità tra la natura materica e quella umana. Dualità su cui si gioca tutta la nostra vita: dialettica costante tra soggettività dell’“IO” (con l’appartenenza alla casa e ai ricordi che ri-attualizzano il passato) e oggettività del “Mondo”, che oggi più che mai si identifica con le nostre storie che riempiono pagine di libri. Leggere un libro, infatti, è sempre un’avventura culturale di straordinario valore, il più delle volte estremamente coinvolgente perché, sotto molti aspetti, è un viaggio nelle terre più inesplorate del nostro “IO”, dove non si hanno ancora percorsi definiti e si fa strada un impulso nuovo, diverso, soggettivo che, via via, potrebbe tradursi in scoperta e in conoscenza. Ci si accorge, allora, che siamo “finestre” nella loro dimensione geometrica e spaziale; siamo “il tempo che misuriamo con gli orologi e con i calendari”, per approdare ad un tempo più duraturo, che ci permette lo spazio-tempo per abbracciare il passato, che continua a vivere e ad amalgamarsi con il presente, e per offrirci una più fondata speranza per il futuro. E la Speranza è, tra l’altro, una virtù bambina che ha bisogno della “fede” per credere in qualcosa in cui fissare perni e chiodi fermamente, per andare avanti, dove nulla è perduto perché tutto si veste di “carità”, ossia di “Amore”, l’unico potere in grado di cambiare il mondo, a partire dalla nostra anima, che è senza tempo, e non occupa spazio, ma vive nella parte più profonda e vera di noi. I libri sono, allora, contenitori germinali di tutto questo e di molto altro ancora. Ci imbattiamo, infatti, in Libri spalancati sulla solitudine di Pessoa, mentre Lisbona passa sotto la sua finestra e si fa mondo, spazio, desiderio, sdoppiamento in molteplici personalità (gli eteronimi) per perdersi e ritrovarsi. E in Libri, come quelli di Hikmet che contengono mari di cristallo e sono finestre di parole incantate, colme di visionaria poesia. E lo sguardo di speranza e disperazione, di Leopardi sul “verone del paterno ostello” mentre ascolta la voce di Silvia, il suo canto, nel detestato “borgo natio”, ma è “l’ermo colle” a offrirgli spazi “d’infinito”, tanto che si sente “naufragare” in un mare che non è perdita di sé, ma salvezza di sé e del sé. Perché è l’illuminazione poetica a fare luce tra le sue numerose tenebre.

Il filosofo Bergson sostiene che tale illuminazione è dovuta alla “intelligenza” che osserva le cose dall’esterno e alla “intuizione” che “sente” il reale dall’interno e si identifica con esso… Il filosofo, pertanto, giunge ad alcune verità, ma procede per sillogismi, rapporti logici di causa-effetto, e tutto ciò richiede un percorso lungo, bruciato dalla illuminazione che dona, invece, al poeta quelle stesse verità nella frazione di un lampo. Ma, a questo punto, c’è da chiedersi: perché sono i poeti ad avere questa illuminazione immediata e non gli scrittori? Entrambi scrivono libri è vero, ma per dirla con Brodskij “il poeta cammina sull’erba, lo scrittore sulla terra”, ossia il poeta ha bisogno di “sentire” (di qui la scrittura come “sentimento, che ha bisogno dei cinque sensi più uno “il sesto senso”, che afferra ciò che sfugge, si nasconde, ondeggia, vibra di colori, profumi, bellezza, mentre lo scrittore cammina sulla terra: solida, concreta, materica. Quest’ultima, a volte, può essere semplicemente guardata, e quindi impegna la vista, e pensata in tempi lunghi per essere narrata in un miscuglio di realtà e fantasia. La poesia è un lampo misterioso che abbraccia l’universo. Ma desidero fare una provocazione: ritenete che ancora oggi la poesia abbia la possibilità di essere veicolo si salvezza in un mondo devastato da guerre, violenze di ogni genere e dalla indifferenza dei più? Vorrei ricordare che Theodor W. Adorno nel 1949 scrisse: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Oggi, dopo Gaza, si potrebbe dire la stessa cosa. Eppure la poesia ancora oggi è viva. Amara, dolente, disperata ed esasperata, ma ancora viva, come irrinunciabile bellezza, musica interiore e canto dell’anima. Per William Blake la poesia è “vedere il mondo in un granello di sabbia/ e il cielo in un fiore di campo/ e l’eternità in un attimo”. Se, dunque, la poesia è tutto questo e molto molto altro, come ci insegna anche Rilke nei suoi “Quaderni di Malte” (“i versi sono esperienze che si vestono di stupore. E le esperienze diventano così l’atto più alto del vivere…), allora è possibile risalire la china. I primi segnali di rinascita ci sono in questo primo quarto di secolo del nuovo Millennio. L’amore per i libri e per la lettura che sta rinascendo. E voi ne siete l’esempio lampante. E la lettura è il volano della conoscenza mediata dai libri, sempre più ampia e suggestiva. Profonda. Perché ogni pagina può essere letta, riletta, meditata, rielaborata…  

Ma non vado oltre perché ciascun lettore di questo Libro, curato sapientemente da Nicola Pice, possa fare il “proprio” viaggio tra le pagine e perdersi e ritrovarsi in ogni parola, in ogni espressione, in ogni affermazione in ogni confronto con gli altri, meglio se contrastante che combaciante, per scoprire affinità e contraddizioni, punti di forza e fragilità e comprendere il valore della imperfezione, che ci spinge a non fermarci, ad avere dubbi e mai certezze. Queste ultime sono la morte della ricerca, della scoperta, della conoscenza. Io stessa ho dato solo degli input… 

Vorrei ricordare, infine, che Fortini, commentando Brecht, afferma che “la finestra è un luogo simbolico della poesia contemporanea”. La scelta di questo Libro/Dono, dunque, è quanto mai attuale, opportuna, pertinente ai nostri giorni bui e privi di senso per dare un “senso” nuovo alla vita e per continuare a scrivere la Letteratura del Terzo Millennio che stiamo imparando ad attraversare con coraggio, immaginazione, creatività. Buon cammino, dunque, a chi legge!

Non a caso, ieri, al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo spazio presentazioni dello stand REGIONE PUGLIA (K118-L117 - PAD 2) si è tenuto un incontro strepitoso tra Corsisti ed Esperti sul Progetto “I READ TO BE READY” (IO LEGGO PER ESSERE PRONTO, ossia per andare oltre nell’amore per i libri e la lettura, attraverso Azioni di promozione della lettura diffusa e partecipata), realizzato con i professori e gli studenti di ben cinque Scuole Superiori dislocate in Puglia (Bari, Trani, Canosa, Corato, Gioia del Colle), sotto l’attenta guida di Esperti: della Comunicazione, Prof. Gianluca Simonetta, StraLAB (Università di Firenze); del Teatro, Dott. Francesco Martinelli, Attore/Regista del Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale Teatro delle Molliche a Corato; e la prestigiosa presenza del Dott. Antonio Schino, Responsabile del Cepell per la Scuola (Ufficio  scuola Centro per il libro e la lettura). Ha moderato con la sua solita attenzione e passione la Docente e Scrittrice Raffaella Leone (PR. della Casa editrice SECOP di Corato-Bari).

Mi piace fare qualche riflessione sull’incontro di ieri. Purtroppo non è stato possibile ascoltare i vari interventi, ma conoscendo molto bene gli interlocutori, ritengo che ci sia stata sintonia e armonia tra loro e questo è già molto importante per la chiarezza del messaggio che si è voluto portare ai Docenti e agli Studenti, coinvolti nel processo educativo che, per me, è soprattutto “ascolto reciproco”, per dipanare al meglio la “complessità” dei nostri giorni che ha bisogno di lento ascolto per penetrare nella “profondità” del percorso di “conoscenza”, che la scuola di ogni ordine e grado si prefigge di perseguire con tutti i discenti, a partire dalla Scuola dell’Infanzia. Si tratta di tempi lunghi che contraddicono la velocità del mondo contemporaneo, dove sembra abolito il tempo dell’attesa soprattutto attraverso il linguaggio sincopato dei social, che stanno abolendo le nostre “radici” anche in termini di formazione. Il che non significa attardarsi su vecchi schemi di conoscenza, ma incamminarsi verso la “cura” che la scuola deve offrire per assicurare continuità al processo educativo. “Curare”, infatti, richiede tempi lunghi perché, oltre all’”educare” in senso di “educere” = “tirare fuori”, come ci ha insegnato Socrate, occorre ricordare che “edo” significa anche “mangio”, ossia gli insegnanti devono preoccuparsi  di dare da mangiare ai discenti il “pane della conoscenza”, e questo non significa assolutamente sostituirsi a loro, ma sedere con loro per dialogare, ascoltare e farsi ascoltare attraverso la lettura e la scrittura di gruppo, per imparare anche il significato profondo delle parole “collaborare”, “cooperare”, condividere”. Gli insegnanti sanno quanto importante sia scoprire il significato delle parole, non usando le regole grammaticali e sintattiche, come si faceva un tempo, ma attraverso i libri che ogni discente deve imparare a scegliere per sé, perché è proprio in quei libri che germoglia la presa di coscienza di quello che si è, delle proprie inclinazioni, le proprie fragilità e i personali punti di forza per sfiorare le verità,  che non si riducono mai ad una, e perseguire la propria libertà interiore, etica, sociale, civile, umana. Usare bene le parole diventa allora un’arte, che scrittori, giornalisti e poeti applicano (o dovrebbero applicare) quotidianamente. E le parole, per dirla con Ursula K. Le Guin, “rendono l’animo del lettore più forte, luminoso e profondo”. Annah Arendt definisce, nei suoi tanti scritti, “la libertà” come “potere di intraprendere qualcosa di nuovo”. E questo potere, secondo me, nasce nella famiglia in primis e si rafforza nella scuola, per poi sconfinare nella comunità di appartenenza attraverso il reciproco ascoltarsi, e guardarsi negli occhi, che parlano più di mille parole, per conoscersi, comprendersi, imparare ad agire insieme. Impregnarsi di conoscenza e di vita. Mai sostituirsi, ma sempre sostenersi, nelle reciproche scoperte di luoghi e di identità, di distanze e vicinanze, di consonanze e contraddizioni. Emotivamente. Empaticamente. Simone Weil parla appunto della necessità della contraddizione in ogni percorso di vita di ciascuno di noi. E leggere, leggere, leggere. E scrivere, scrivere, scrivere. Leggere da soli o in compagnia, leggere in piedi ad alta voce per ascoltarsi e farsi ascoltare anche con il corpo, come si diceva in passato, è un’avventura meravigliosa perché non sappiamo cosa succederà nelle nuove pagine. Scrivere significa guardare le parole e riconoscerle come giuste o sbagliate, accorgersi della importanza delle sfumature, scoprirsi dentro e confrontarsi con il “dentro” dei compagni (e “compagno” significa “condividere il pane” (e torniamo al “pane della conoscenza” da mangiare insieme), significa condivisione, scoperta di risorse reciproche, paure, sogni e bisogni, e ancora una volta “essere insieme”. Altrettanto importante è la scoperta dell’importanza delle parole e dei testi attraverso il Teatro, il Cinema, la Televisione. Significa diventare protagonisti di storie nostre e di quelle degli altri, entrare in sintonia, aspettare il giusto tempo della battuta nel rispetto di sé e di ogni altro da sé. Fare Teatro, come fa Francesco Martinelli, significa danzare col cuore tra testi e parole su un palcoscenico immaginario, nella scoperta di un legame sempre più ampio e profondo con la letteratura, che si realizza con le mani, la mente, il cuore di chi abilmente cuce e ricama insieme parole, versi, frasi di testi letterari, che fanno la differenza. I miei maestri sono stati nel lontano passato Don Lorenzo Milani, Gianni Rodari, il maestro Manzi. In maniera completamente diversa, ma con identici “lasciti” pedagogici, psicologici, letterari, umani, mi hanno insegnato ad essere un’insegnante che ha cercato di prendersi cura, negli anni, dei suoi studenti con Tenerezza, Amore, Ironia, e con tanta Poesia disseminata tra le parole di ogni giorno per scoprire insieme il “benessere di “Essere” e di “Esserci”, come Martin Heiddeger ci ha insegnato e come sicuramente e magistralmente sta facendo Gianluca Simonetta nel suo Laboratorio di Comunicazione presso l’Università di Firenze e non solo. Personalmente, spero di esserci riuscita. Ma mi fermo qui perché rischio di scrivere un trattato. Grazie a quanti sul nostro blog mi leggono ancora. Angela/lina  

                                                                     

 

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