martedì 13 ottobre 2026

Martedì 13 ottobre 2026: "Tutta la vita per lasciare ogni potere - Giovanni detto Francesco, il Santo più amato - di ENZO QUARTO...

“Vedo Dio in tutto ciò che canta”

         (Raoul Follereau)

È un Libro prezioso (pubblicato il 3 ottobre dalla SECOP edizioni di Peppino Piacente) di appena sessanta pagine, ma ricche del canto della spiritualità francescana, che coinvolge e sconvolge tanto ci abbacina lo splendore che la loro luce emana, eppure sono pagine che il talentuoso Graphic-Designer della SECOP edizioni, Nicola Piacente, ha “spalmato” di grigio per ricordare il saio del “poverello” di Assisi. E cosa oltremodo interessante e nuova, insolita, è che Francesco l’assisiate parla in prima persona di sé, della sua famiglia, del suo mondo e modo di vivere e vedere la vita. È giovane, bello, amato, da amare. Ne fanno fede le tavole pittoriche, che corredano sapientemente il Testo, della bravissima e giovanissima Nicole Ciannamea. Le tavole rendono visibile il cammino del Santo dalla nascita fino alla morte. Il cammino, dunque. Dapprima baldanzoso e ricco di aspettative terrene, poi, pian piano, sempre più irto di dubbi e ripensamenti, dovuti soprattutto alle guerre che in quegli anni insanguinarono interi secoli e contrade italiane e straniere. Si pensi alle Crociate e alle lotte fratricide tra gli stessi cristiani, che nulla avevano più da spartire con l’idea iniziale di riconquistare il “Santo Sepolcro”, controllato dai turchi selgiuchidi e di difendere l’Impero bizantino in difficoltà. L’obiettivo, dunque, era duplice: religioso e militare. Francesco non era fatto per la guerra, ma per la Pace. Inoltre, nella IV Crociata gli interessi economici prevalsero su quelli religiosi e militari. A maggior ragione Francesco non vi avrebbe mai partecipato.

Poi… un giorno… ha inizio il suo cammino verso la conversione con il primo abbraccio a un lebbroso, la cui lacrima di commozione “divenne il sorriso della mia anima gioiosa e da allora illuminò il mio volto e tutti poterono vederlo” (p. 18). Enzo Quarto qui si fa interprete non solo della letizia del giovane Francesco, ma soprattutto dei suoi dubbi, dei ripensamenti se pregare in solitudine o in mezzo alla gente e soprattutto della paura di amare che assale un cuore giovane. “Eppure l’amore è semplice. È in uno sguardo, nella parola grazie, in un sorriso, in un dono di sé. Gratuitamente. L’amore è come uno specchio, quando lo doni si riflette”. (p.20).

È quanto percepisce Francesco nel farsi egli stesso “straccione”, ultimo tra gli ultimi, per sentirsi finalmente in sintonia con gli “insegnamenti di Cristo” e con “le pagine più belle del Vangelo” (p. 20). È da qui che ha origine nel suo cuore la necessità di pregare con un “saio addosso”. E nel suo romitaggio si trovò ad un tratto a pregare nella chiesa di San Damiano in Assisi, come se vi fosse stato chiamato. Ed è in questa chiesetta, pregando ai piedi del Crocifisso, che avvenne qualcosa di prodigioso e di inspiegabili come tutto ciò che è avvolto, per gli occhi umani, dal mistero.

“Chiusi gli occhi nella preghiera.

Un caldo raggio di sole sembrò colpirmi in viso.

Per un attimo. Ad occhi chiusi Gesù mi parve uscire dal crocifisso e rivolgersi verso di me assorto in preghiera. Non mossi un dito, non aprii gli occhi, non aprii bocca, non sentivo più suoni attorno a me.

Solo la sua voce: “Francesco, ripara la mia casa, Và!” (pp.21-22)

E qui mi piace fare qualche annotazione, che mi sembra doverosa: mi colpisce profondamente la descrizione che Enzo Quarto fa per bocca di Francesco sul rapimento mistico, una sorta di estasi che subentra alla preghiera, come è accaduto nella vita di molti Santi. Francesco non è ancora santo, ma vibra di amore per Gesù, in una sequenza di gesti al rallentatore che è simile a un continuo fermo-immagine, che ci permette di penetrare nella scena. Di farne parte emotivamente. La stessa sapiente inquadratura ha usato Nicola Piacente con le tavole di Nicole Ciannamea per farci entrare nelle scene rappresentate, dilatandone a volte lo spazio a tutta pagina e creando una illusione ottica bellissima: siamo noi ad attraversare le strade con Francesco, a mescolarci con i poveri e gli straccioni, accompagnati dai loro animali (p.31).

Ormai la via della santità è iniziata e niente più può fermare Francesco, che si spoglia di tutto e veste un semplice saio di tela grezza, stretto da un cingolo “con tre nodi simbolo della schiavitù d’amore verso Cristo, nel vivere senza nulla di proprio, con impegno alla purezza del cuore e del corpo, e con la fraternità e l’obbedienza a Dio e alla Chiesa” (p. 32). Il patto con Dio è stipulato a vita. E comincia il contagio: “Ben presto fummo in tanti. Decine e decine di laici di ogni censo, insieme a qualche sacerdote, vollero iniziare a vivere da penitenti in povertà assoluta. (…). La Porziuncola, questa piccola chiesetta che ci concessero in uso perpetuo i benedettini del monte Subasio e che restaurammo con le nostre mani, dedicata a Santa Maria degli Angeli, ci accolse in protezione, Diveniva il cuore della nostra fraternità” (p. 33). Il Vangelo, invece, il cuore della regola francescana, anche se “Seguire la via di Gesù non era cosa facile” (p. 34). Enzo Quarto si avvale delle poesie e degli scritti di Francesco per testimoniare queste difficoltà e, via via, il loro superamento, con umiltà e coraggio, avvalendosi anche di quanti e quante divennero loro amici, e soprattutto dell’amicizia di Madonna Jacopa de’ Settesoli e della giovanissima Chiara che aveva seguito Francesco da tenera età.

Ma a soli quarantaquattro anni Francesco avverte segni sempre più penosi dei suoi malanni fisici, a cominciare dagli occhi che si avviavano alla completa cecità. Fu l’incentivo, prima di non poterlo più fare, per scrivere il meraviglioso Cantico delle Creature (p. 45). Ed ecco una tavola pittorica tra le più belle che personalmente interpreto come la malinconia di Francesco che ad occhi chiusi si tocca un piede che purtroppo non può più indicare ai suoi fratelli la via della salvezza. Ma, nella piega del ginocchio, la parte inferiore del suo saio forma una specie di copricapo da penitente che, per salvarsi, deve seguire l’obbedienza alla Chiesa e al Vangelo con “umiltà e amore incondizionato” (pp. 46-47).

Ormai tutto è compiuto e Francesco si dispone a incontrare “sorella morte” con semplicità, confidando nella presenza affettuosa e premurosa dell’amica Jacopa, che accorre al suo capezzale prodigiosamente, prima che la lettera di Francesco giunga nelle sue mani. E non c’è spazio per altre interpretazioni. Si tratta appunto di un prodigio!

Il resto è affidato alle sapienti mani del Regista Francesco Carrassi, che usa nella sua pagina straordinarie espressioni di alto lirismo poetico, e che parte dall’“ascolto” del testo di Enzo Quarto. Non dalla “lettura”, dunque, ma dall’ascolto. E qui ritorna il canto, quel ritmo interiore che tutto accende e vivifica. Ma l’ascolto ha anche un’accezione più ampia: fermarsi per prestare la propria attenzione a chi è altro da me e nello stesso tempo è me. “Per questo tutto avviene in un cerchio di sale”, sostiene il Regista, “Il sale è materia francescana: purifica e brucia, conserva e ferisce. È un confine sacro, tracciato a terra, che isola il protagonista dal mondo e al tempo stesso lo consegna al mondo. Al centro di quel cerchio. Solo, c’è Francesco. È insieme l’origine e il compimento del suo stesso cammino” (p. 55). Come non restare stupiti dalle parole attente, puntigliose, insostituibili per non cambiarne il senso e la prospettiva?

“attorno a lui, quattro presenze femminili” (e qui persino una virgola, che sembra superflua, fa la differenza, crea un’attesa). “Non sono personaggi nel senso tradizionale del termine, ma archetipi, soglie, memorie incarnate. Quattro donne che hanno segnato la sua carne prima che la sua leggenda (ancora p. 55). E tutto è senza una sbavatura. Luminoso esempio di scrittura che 

parte da “soglie”, in cui si entra e non si sa cosa la casa contiene, e da cui si esce per scoprire tutto il mondo altro da sé, che si fa esperienza, memoria dell’anima, conoscenza e mistero. Soprattutto   responsabilità nella scelta tra due rive opposte: conoscenza e mistero. E la parola di Enzo Quarto “asciutta, carnale, mai agiografica”, come Carrassi a giusta ragione sostiene, fa da sostegno a ogni scelta, sia del Regista, e sia della bravissima Coreografa, Giorgia Maddamma, che fissa con chiodi e martello le quattro figure femminili care a Francesco dalla nascita alla morte, e che hanno il peso-piuma della leggerezza e della danza: “LA MADRE”, “SANTA CHIARA”, “JACOPA”, “LA MORTE”, e tutte rappresentano un “passaggio dell’amore” sul suo corpo e sulla sua anima (pp. 57-58-59).  

Il Libro di Enzo si ferma qui, ma domani, mercoledì 14 ottobre, nella Basilica Santuario Santi Medici di Bitonto sarà presentato, in prima assoluta, alla presenza del Sindaco Francesco Paolo Ricci, che porterà i saluti istituzionali ai convenuti. Sarà presente anche l’Assessore alla Politiche Culturali Rocco Rino Mangini. Ma il benvenuto, come si conviene al padrone di casa, lo darà Don Gaetano Coviello, Parroco/Rettore del Santuario.

Dialogherà con l’Autore Mons Francesco Cacucci, Arcivescovo emerito di Bari-Bitonto, che già ha avuto sentite parole di elogio per il nostro caro Enzo Quarto e il suo Libro. Infine, le letture saranno interpretate dall’eccezionale Attore coratino Francesco Martinelli. A domani per fare testimonianza di un evento straordinario che ci vede in cammino, a ottocento anni dalla sua morte “corporale”, sulle orme di San Francesco d’Assisi…

Ma il suo e il nostro cammino non finisce qui: sabato 31 ottobre, nel favoloso Teatro Piccinni di Bari, il più antico Teatro della Città, in Corso Vittorio Emanuele II, n.84, si terrà un memorabile spettacolo, tratto dal Testo di Enzo Quarto, con la Regia del già citato Francesco Carrassi e la figura di San Francesco interpretata magistralmente dall’Attore coratino Francesco Martinelli (quanti Francesco ricorrono in questo imperdibile spettacolo, fortemente voluto dall’Autore, dall’Editore Peppino Piacente e dall’Associazione Culturale FOS). Così, al riguardo si è espresso, con grande umiltà, il carissimo Francesco Martinelli, che dirige a Corato il “Teatro delle Molliche”: “La mia città è una risorsa. Ci sono persone che dimostrano di operare con grande responsabilità e dedizione, realizzando progetti importanti apprezzati dovunque. L’abbiamo sempre pensato, infatti, abbiamo scelto, io e Mariangela, di non andare via, rimanere qui tra mille difficoltà insieme ad altri che con noi vivono le stesse nostre difficoltà”. Mariangela Graziano è la straordinaria moglie di Francesco Martinelli che da sempre condivide con lui la passione per il Teatro con un suo personale talento recitativo e non solo. Mariangela, infatti, sarà la Voce recitante di San Francesco e la curatrice dei costumi. Ma c’è anche un’altra bella testimonianza di Francesco Martinelli che mi piace riportare e riguarda il suo invito al Piccinni: “La strada della santità è l’unica che vale la pena percorrere. Nel giorno del mio onomastico il Cielo mi fa questo dono che io e mia moglie potremo utilizzare per testimoniare il nostro amore per Gesù e per richiamare alla vita santa. Lasciare ogni potere per sentire la grandezza immensa dell’essere liberi e amare. San Francesco mi aiuterà ad essere San Francesco… Sarò insieme a colleghi, professionisti, artisti, amici ai quali voglio bene. Vi aspettiamo follemente!”. Vale la pena di ricordare che Francesco Martinelli è un convertito e, come tale, è fermo nella sua Fede, coraggioso nell’affermarla e divulgarla, sostenuto costantemente da Mariangela sua compagna di vita, rigoroso senza mezzi termini, è ricco di carità cristiana che abbraccia il volto di Cristo e quello di tanti suoi fratelli.  

Ma è giusto anche ricordare che le splendide coreografie di Giorgia Maddama, interpretate dalle incantevoli danzatrici Sara Bizzoca e Ambra Berni Canani, daranno corpo alle quattro figure femminili che accompagnano il racconto: la Madre, Chiara, Jacopa e Sorella Morte.

Le musiche dal vivo saranno affidate a Spiff Onyuku… Per i non udenti, inoltre, è prevista la traduzione in LIS perché tutti siano partecipi al grande evento. Sarà davvero uno spettacolo da non perdere per sentirci in sintonia con “Giovanni detto Francesco, il santo più amato” (Enzo Quarto), che ci abbraccia tutti, ieri come oggi, con la sua Umiltà, la sua Letizia, il suo immenso Amore per il Creato, il suo Creatore con tutte le sue Creature…. Grazie per la lettura e la condivisione. A presto. Angela/lina

  

giovedì 8 ottobre 2026

Giovedì 8 ottobre 2026: La Fotografia e i Fotografi che hanno colmato e colmano di Bellezza la mia lunga vita...

Mi vedrai giungere

Sul finire della sera

Quando i lampioni

Aiutano a sognare.

      (a.d.l.)

Questi miei versi mi riportano a tutto ciò che è immaginifico, misterioso, bello a vedersi come un dipinto, un’alba o un tramonto, una notte stellata, una fotografia. Mi affascinano. Mi trasportano in un mondo dove la realtà si mescola con i sogni. Ed è già poesia.

Ma comincio dalla fine: la fotografia. Ero bambina quando l’ho scoperta.

Vivevo con i miei genitori e i miei fratellini più piccoli in un paesino sui monti della Daunia e un pomeriggio, andando con loro lungo l’unica strada che portava in paese, avevo scoperto il fotografo Nasillo, che ci aveva portato nella camera oscura dove avevo visto fiorire nell’acqua su cartoncini bianchi, lentamente, volti e case e alberi e profili di monti e sagome d’animali. E quel prodigio, che mi aveva esaltato, diventava, quando quelle foto venivano appese con le mollette a fili di zinco come fazzolettini che sventolavano da un treno lungo lungo, un addio o un arrivederci. Oppure, come me, erano colombe in cerca di libertà e di sole, ma trattenute da quelle mollette a tarparne il volo, in quella penombra semibuia rischiarata da caldi fari per agevolarne l’asciugatura.

Pensai che Nasillo fosse un vero e proprio mago in carne ed ossa, tanto da far affiorare dal nulla quelle meravigliose immagini, prima riprese, con un semplice scatto, dalla macchina fotografica.

Questa era una grande scatola nera a fisarmonica, poggiata su un trepiedi pure nero in una saletta semibuia. Dietro la scatola c’era un panno nero, dove spariva la testa del fotografo, e una peretta che lui stringeva con la mano ogni volta che un lampo attraversava l’enorme occhio aperto sulle cose e le persone, che sembrava venissero mangiate come se quell’occhio, che si apriva e si chiudeva, diventasse una enorme bocca vorace. Improvvisamente quelle cose o persone, mangiate da quell’occhio-bocca, ricomparivano sui fazzoletti bianchi messi nell’acqua e stesi ad asciugare davanti alla lampada accesa. Un prodigio, che mi piaceva osservare ogni volta che ci capitava di passare dal suo studio fotografico.

Il fotografo Nasillo era un prestigiatore-illusionista da ammirare incondizionatamente.          

Fu allora forse che cominciai a non avere più paura del buio? Forse sì. O, quantomeno, cominciai a scoprire che era nel buio che avvenivano tanti prodigi, si compiva il mistero delle cose, si dischiudevano i sogni, germogliavano i bambini…

(IL SOGNO, LA REALTA’, E LA MIA RINNOVATA MERAVIGLIA).

Scoprii anche, facendo ricerche su Google e Wikipedia, che il primo fotografo conosciuto a livello internazionale fu Joseph Nicéphorr Niéoce con la sua fotografia la “Veduta della finestra a Le Gras” del 1826. Dopo di lui: Louis Daguerre, William Henry Fox Talbot, John Herschel e Hippolyte Bayard. Nomi famosi che, però, per me sono perfetti sconosciuti, mentre la mia lunga vita è costellata, da Nasillo in poi, di grandi e illustri fotografi, ma anche di tanti altri fotografi bravissimi più vicini al mio cuore.  

E parto proprio da questi ultimi, cioè da mio marito, Primo Leone, e da mio cognato, Nicola Parisi nei due brevi anni della sua abitazione nello stesso condominio a Bitonto. Entrambi pittori prima che fotografi ed entrambi innamorati della fotografia tanto da ricavarsi nel nostro sgabuzzino una camera oscura e vaschette dove immergere le pellicole scattate prima di entrarvi. Ne vennero fuori dei capolavori. Purtroppo l’incanto durò lo spazio di due anni appena per via della morte prematura di mio cognato che aveva solo trentatré anni. Ma i suoi quadri e le foto rimangono a imperituro ricordo della sua Arte. E che dire delle fotografie di mio fratello Pino de Leo, che attualmente tutti, di domenica in domenica, ammirano e commentano? Anche lui è nato prima come pittore di memorabili affreschi, sovvenzionati dalla Accademia delle Belle Arti, nella chiesa di San Francesco da Paola, molto probabilmente nel suo eremo silano oppure proprio a Paola, suo paese d’origine. Ma devo chiedere conferma a mio fratello, il quale a Bitonto, in Piazza Cattedrale, si confrontò con l’immenso Fotografo Giovanni Gastel della nobile famiglia dei Visconti. Ebbene il gigante Giovanni Gastel ebbe per lui parole di elogio. E di questo sono fiera. Peccato che anche Giovanni, mio prezioso e generoso amico sia rimasto poco tempo tra i vivi, divorato dal Covid 19 senza pietà. Di lui ci restano, nel sempre del per sempre, le sue meravigliose opere e le sue tenere e amare poesie, intrise di solitudine e di rimpianto. Ma il rimpianto più grande è di quanti/quante lo hanno seguito nei suoi capolavori, di quanti/quante si sono formati/formate, seguendo le sue lezioni, di quanti/quante hanno attraversato con lui il mondo intero, facendo tesoro di ogni suo scatto, di ogni sua parola. Un suo amico carissimo è stato Pio Tarantini, con cui ha condiviso il lavoro e il piacere di essere insieme. Anche Pio Meledandri ha cercato di fare tesoro dei suoi scatti memorabili. Altro allievo di Giovanni Gastel è stato il coratino Michele Mancano, che ha fatto tesoro dei suoi insegnamenti e oggi è un fotografo straordinario ed ha uno studio fotografico molto importante nel nostro paese, nonostante la sua giovane età.

E mentre la pittura attraversa millenni giungendo fino a noi intatta nella esaltazione dell’immagine e delle ombre già presenti nelle caverne degli uomini primitivi, fino a colmarsi di luce e di splendore nelle diverse fasi della sua storia (e le immagini sono davvero magiche perché chi le produce è mago di sé stesso: in me mago agere come alcuni sostengono e altri contestano?), la fotografia racchiude l’attimo in un istante e rende l’immagine eterna. Anche se per alcuni è una eternità provvisoria perché rimane bloccata a quell’istante e non evolve come la pittura. È un’affermazione su cui riflettere molto per contestarla o adottarla. Sta di fatto, comunque, che l’immagine è sempre fonte di meraviglia e di mistero perché implica la creatività che solo l’uomo possiede fra tutti gli esseri viventi. E nell’uomo vivono contemporaneamente tanti luoghi a fare grande la sua creatività: i luoghi della mente, del cuore e dell’anima. E c’è chi ha affermato, come l’antropologo francese Marc Augé, che sempre più ci appartengono anche i non-luoghi, cioè quei luoghi anonimi che si attraversano di tanto in tanto nella vita, nei quali ci sentiamo perduti e senza punti di riferimento amicali e valoriali, rischiando persino di perdere la propria identità. Personalmente sono affascinata dai luoghi, come si può desumere dal mio saggio sulla scrittura poetica del grande Vittorino Curci: I luoghi del cuore - una sola musicapoesia o il suo contrario -

Non a caso, parecchi anni fa ho scritto per il fotografo Marcello Carrozzo le mie “emozioni di rimando” al suo libro, pubblicato dalla SECOP edizioni 2008, UN NON LUOGO TANTI LUOGHI DENTRO L’UOMO. Sì, in noi coabitano tanti luoghi, che sono soprattutto le umbratili vie interne in un cammino che ha inizio con la nascita dell’umanità per concludersi con la sua perdita di ogni umanità, oggi più che mai presente alla nostra vita, in questi tempi bui e senza il respiro di una qualche certezza.

Di qui il luogo della Vita e della Memoria, quello della Bellezza e del Rimpianto per ciò che non è stato e il Rimorso per ciò che è stato senza poter porre rimedio agli errori. Il Dolore e l’Allegria. La Follia e la Saggezza. La Ricerca e la Conoscenza. La Fede e la Speranza… e tanto altro ancora.

Intanto, ecco un altro fotografo che io ammiro molto, Giuseppe Tricarico, che traduce quell’attimo apparentemente statico dell’immagine fotografica in movimento e tutto sembra avere un inizio che non ha mai una fine né temporale, né spaziale. Tutti i suoi reportage sono davvero unici e speciali, alcuni si vestono di silenzio, altri fanno il rumore assordante dei sentimenti e dei tumulti del cuore. Tantissimi i luoghi dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, in un volo continuo tra ombra e luce, tra mente e anima. Tra ciò che è, non è, potrebbe essere. La corsa e il fermarsi per vedere quella degli altri. Il tempo e lo spazio chiusi nel palmo della mano e aperti a mille venti, mille voli, volti, sguardi, conosciuti, sconosciuti, da conoscere. Per lui “la fotografia è talmente veloce nello scatto da anticipare il pensiero”. Come non stupirsi di fronte a queste sue riflessioni filosofiche e psicologiche insieme? Giuseppe sa cogliere l’attimo e davvero lo rende eterno nella “prima luce del mattino”, che ci affascina e ci entusiasma come una promessa, di cui si attende il compimento. È quanto avviene in FOTOSOFIA, SECOP edizioni 2021.

Altro fotografo che amo è Piero Meli, che è scrittore e poeta a tutto tondo. Suo pseudonimo è “Il tizio dell’alba” perché ama fotografare il tempo e lo spazio quando tutto tace e il giorno è appena un’idea già passata e una promessa ancora da vivere, con nel cuore mille progetti tutti da realizzare con un modo tutto suo di declinare l’amore in mille modi, che si risolvono in uno solo, quello per la sua donna, sua ispirazione e suo completamento. In Piero c’è sempre una duplice realtà da scoprire, conoscere, comprendere, a partire dal suo pseudonimo “il tizio” che indica una identità sconosciuta, ma immediatamente sconfessata da “dell’alba” che già la definisce e la riempie di luce e di aspettative. Ogni sua parola, infatti, si traduce in poesia. Sarebbe bellissimo analizzarla in tutta la sua portata poetica, frastagliata nei suoi innumerevoli significati che sono altrettanti luoghi che egli vive quotidianamente. Infaticabilmente. Sembra avere il dono dell’ubiquità. Anche lui ha pubblicato con la SECOP edizioni qualche anno fa AMOREAMARO, in cui vengono percorsi tutti i luoghi possibili di un sentimento così vasto e misterioso come l’amore.

Ma infiniti luoghi io scopro in tante fotografie di tantissime amiche e allieve di Giovanni Gastel, che occorre nuovamente citare perché nessuno è stato grande e generoso come lui nel fare spazio alle donne nei tanti “luoghi” del suo e del loro cuore...

E mi piace ricordare Giulia Caminada, Francoise Sallé, ma soprattutto Caterina De Fusco che lo ha seguito per tutto il mondo, spianandogli la strada con la sua presenza attenta e costante. Presenza costante e disinteressata anche nel suo Studio Fotografico di Milano, senza appropriarsi minimamente dei suoi numerosi “segreti fotografici” e della sua “memoria immaginifica” per scopi personali, ma sempre nell’affettuoso rispetto di un grande, sincero e generoso amico. A lei va il mio abbraccio affettuoso nel comune ricordo di un fotografo straordinario e straordinario poeta…

Grata sempre a voi tutti, che mi seguite con affetto sul nostro blog e in tutti i miei “luoghi del cuore” che vi contengono. Angela/lina   

domenica 4 ottobre 2026

4 ottobre 2026: A DRAGAN MRAOVIC, amico di sempre, nel giorno del suo mancato compleanno...

Oggi Dragan Mraovic, mio carissimo amico serbo, per oltre quarant’anni, avrebbe compiuto 79 anni, se ho fatto bene i conti: 4 ottobre 1947-20 marzo 2022

Dragan, dopo lo sbigottimento, il nodo alla gola, il pianto e il rimpianto, anch’io, in questo giorno così difficile da vivere, voglio dedicarti un pensiero che ti riporti con velieri, “corde, àncore, bussole”, da noi in Italia. Almeno per un saluto, un abbraccio.

Ho cercato tra i tanti file delle tue traduzioni, a cui avrei dovuto fare l’adattamento alla lingua italiana, come di solito mi accadeva, e mi è venuta prodigiosamente incontro una poesia di 1 DRAGOSLAv ГраочанкићGRAOČANKIĆ, tradotta da te ma senza il mio adattamento. Rimasta in attesa, dunque, come tutto il resto. Eppure questo ritrovamento oggi, tra i mille file che imbrogliano e imbrigliano il mio desktop, ha senso e significato. È segno. È emozione e commozione. È poesia. È il tuo amore per l’Italia e per la nostra Puglia. Come sarà facile scoprire. Ed io ci credo ai segni. Niente accade per caso. Eccola così come l’hai tradotta:

 

1DRAGOSLAV Граочанкић GRAOČANKIĆ

 ДО ИТАЛИЈЕVERSO L’ITALIA

                                    a ПоштованомA Properzio con ossequi

Quale ветарvento, meglio degli altri,

porta verso l’Italiaдо?!

                    Јесмо Siamo così tanto

                     sfaccendati e sognatori,

                     perché in noi la voglia è grande

                     da far perfino дquesta domanda?!

 

ГдеDove sono намnatanti, vele,

ужад , котве , компаси ,corde, àncore, bussole?

бисмоRaggiungeremmo la одредишdestinazione

magari стиглиcol vento migliore?!

 

                    АкоSe aspettiamo che tutto accada da sé,

                    se насtutto ciò fiaccamente ci attrae,тоquesto ci cci млака

                    ci manca comunque qualcosa -

                    можда и миnoi сами . stessi forse.

 

Нашеle вештинеNon siamo abili lupi di mare,

али , штаma che ce ne importa!

КопноConosciamo la terrafermaје quanto l’alto mare

па  e ci sentiamo a nostro agio come a casa nostra.

 

                   МождаForse impareremo tutto lungo il nostro cammino

                    sulla nostra nave non ancora in vista,

                    eternamente giovane,

                    la maieutica,

                    che нас ci чека aspetta pronta, ора

                    e non confezionabile,

 

  саcon чудеснимleискуствима , esperienze meravigliose,

  својихdei suoi numerosi путовањаdei numerosi suoi ultimi viaggi

  иe изновних dei suoi sempre nuovi vari,

  којиessa che con il tu si rivolge  са

  Кином , Јапаном , Сомалијом –alla Cina, al Giappone, alla Somalia -

                  и        e сигурно per noi si strugge almeno

              quanto noi stessi per l'Italia каоper l'Italiaci struggiamo.

Mogadiscio, XII / 2017.  Драгослав

Traduzione dal serbo a cura di Dragan Mraovic)

Ed ora, Dragan, dopo essere tornato simbolicamente tra noi, ti so nuovamente in volo verso le rive venerate del tuo Danubio. Fai buon viaggio, amico di una vita! Porta con te il mio abbraccio a Mira, ai tuoi figli, ai tantissimi amici Serbi che mi porto nel cuore. Lina

Buona domenica a tutti con la PACE nel cuore come San FRANCESCO d'Assisi da ottocento anni ci va predicando con Letizia e Amore. Grata a tutti sempre. Angela/lina 

 

 

 

 

  

giovedì 1 ottobre 2026

Giovedì 1° ottobre 2026: SAN FRANCESCO D'ASSISI e il Saggio di GIOVAMBATTISTA DI NOI...

È un San Francesco giovane che guardo in copertina, ma porta già i segni del martirio di Cristo da lui tanto amato. Segni inconfondibili della sua totale unione al Crocifisso. Messaggio chiaro che ha attraversato i secoli per giungere intatto fino a noi, nella sua veridicità storica (i suoi scritti autografi e le fonti incrociate della sua biografia) e nella sua veridicità umana (il battesimo con il nome di Giovanni, il cambio del nome in Francesco, la prima giovinezza e le i suoi desideri di gloria, le sue ambizioni e tentazioni, cui cedeva volentieri, le sue fragilità e le sue malattie, dopo il sogno di una voce solenne che gli ordina di seguirlo). Uomo tra gli uomini: fragile e tormentato, ma titanico nella sua Fede. Notevole, poi, è la dedica che Di Noi pone in prima pagina: “A/ Andrea Di Noi e Giulio Isola,/ sorgenti d’amore/ in un cuore/ colmo di gioia per loro”, segno di profondo amore, di immensa gioia che gli affetti familiari donano, e di continuità nel tempo (l’esatto contrario di quanto avviene nella famiglia di Francesco d’Assisi?). E subito dopo il titolo: FRANCESCO D’ASSISI - Una luce inattesa nelle Tenebre del XIII secolo - ecco una pagina tratta dai Fioretti, cap.X .

Ma, nel risvolto di copertina ecco quanto il Prof. Giovanni Romano sintetizza della sua dotta, attenta, puntuale Prefazione: “Con uno stile sempre chiaro e preciso, l’Autore ci restituisce in pieno la complessità avvincente degli eventi di cui San Francesco fu protagonista, inquadrandoli perfettamente nel suo tempo. La forza tellurica del messaggio di Francesco era rendere Cristo presente, attuale, vivo, incarnato. Non un discorso ma una persona, una presenza che si poteva toccare, una esperienza che chiunque poteva fare. Il suo capolavoro fu l’aver comunicato con una semplicità senza uguali l’Amore da cui si sentiva amato, risvegliando la fede, la speranza e la carità in un’epoca che sembrava averle perdute”.

Ed è quanto l’Autore, il Prof. Giovambattista Di Noi, ci riporta con dovizia di particolari, dovuta alla sua naturale inclinazione alla ricerca per giungere alla conoscenza lungo un percorso di studi vari e compositi durati decenni, e la sua venerazione particolare per un santo, il cui “messaggio non è rivolto solo ai credenti ma a tutti indistintamente, poiché la sua è una visione dell’esistente che interessa ogni uomo come uomo, come soggetto capace di agire nella più completa libertà di saper distinguere un atto d’amore e di abnegazione da un atto ispirato dall’odio e dal profitto. ‘Il Signore ti dia pace’, questo è l’augurio che offre a chiunque, perché nella pace del cuore è possibile aprirsi agli altri, essere capaci di amore e datori di doni’…” (p. 16).

E questa venerazione permea di sé ogni pagina di questo Saggio voluminoso, che ama ripercorrere ogni dettaglio della vita del Santo, a partire dal secolo buio del Duecento, in cui era nato, nella congerie di una “società in affanno”, dovuta a una “realtà inquieta, disseminata da contrasti sociali di varia natura, segnata da una diffusa insicurezza del vivere, ma al contempo dall’anelito di una vita migliore e più autentica, dal desiderio di travalicare schemi consunti che legano ad un mondo stantio e ormai superato”. (p. 19)

“L’avventura umana di Francesco d’Assisi origina proprio in questo mondo, stranito dalla concomitanza di fenomeni sociali e culturali che nella loro complessa articolazione determinano pesantemente il quotidiano e talvolta scavano profondi fossati tra un uomo e l’altro. (…). Dopo Francesco d’Assisi il mondo non fu più lo stesso.”(p. 21)

Nel breve o lungo tempo della nostra vita, del resto, tutto cambia in maniera plateale o in sordina nel mondo che ci circonda. Ma avviene un cambiamento più silenzioso e profondo dentro di noi: nel nostro sguardo, nel nostro cuore, nella nostra anima.  Un cambiamento che non sempre avvertiamo quando avviene, ma che silenziosamente si fa strada lungo il percorso fiorito di rose e di spine della nostra esistenza terrena. Fino alla piena consapevolezza della nostra trasformazione. Accade sempre e da sempre. Niente è immutabile e immobile a questo mondo.

Accadde anche ottocento anni fa nel breve ma intenso percorso esistenziale di Giovanni, così chiamato da sua madre Donna Pica, ben presto commutato in Francesco da suo padre, il ricco mercante Pietro di Bernardone, che al momento della sua nascita era in Francia. Il rientro del padre ad Assisi decretò il primo notevole cambiamento: il nome, perché fosse chiaro a tutti che quel figlio sarebbe diventato un cavaliere ricco di denaro, di onori e di gloria. E in un primo momento i fatti sembrarono dargli ragione, fino a quando il giovane gaudente non sognò una voce che gli ordinava si lasciare i beni terreni e di seguirlo. Il resto è storia. Una storia che ancora oggi ci affascina e ci conforta. Credenti e non credenti. I primi hanno un motivo in più per avere fede e per sperare in una umanità migliore. I secondi hanno un motivo in meno di perdurare nel loro scetticismo che non illumina di certo la loro vita. Dio è Luce che squarcia le tenebre. È consolazione perché è Amore. Sembra una banalità, ma credo che non lo sia. Il buio a qualsiasi età fa paura perché nasconde la realtà delle cose. Come accade in una casa buia. E ciò mette ansia, timore, paura appunto. Sembra che ci sia solo vuoto dentro, ma basta un raggio di sole per illuminare una realtà piena di pulviscolo atmosferico, che riempie di luce la stanza. Noi siamo quel pulviscolo, un nulla assoluto, che diventa visibile e luminoso con un friccico di sole. È blasfemo paragonare tutto ciò San Francesco o, meglio, a Dio? Non credo. Infatti, continuando nella metafora, ma non troppo, ecco che con un po’ di semplice luce la casa vuota si riempie di Vita. Non siamo più soli. Siamo in tanti. E ci sentiamo più sicuri. Non abbiamo più paura. Ci sentiamo salvi. E scopriamo in noi una forza inaudita. Il coraggio di procedere. La gioia della condivisione, che annulla persino le distanze di tempo e di luogo. Soprattutto le distanze del cuore.

È quanto è accaduto ottocento anni fa con la fiaccola ardente di Luce e di Calore del Santo di Assisi. Una Luce che ha attraversato secoli per giungere fino a noi e renderci più sicuri, più forti nella nostra fede. Più solidali con tutti, ma soprattutto con chi non ha nulla, con chi è sofferente, è malato. Come ha fatto Francesco nella sua breve illuminante vita.

Con chi ha bisogno di amorevoli cure: Francesco in punto di morte fu assistito con amore e tenerezza dalla sua amica Iacopa dei Sette sogli, a cui aveva mandato una lettera perché gli fosse vicino in punto di morte (pp. 459-460-461).

La cura! Il prendersi cura significa attenzione, costanza, premura in un tempo dilatato. E in questo tempo dilatato Iacopa rimase con lui. Ma nel tempo dilatato si dipana anche tutta la nostra Storia di ieri, di oggi, di domani nel tempo e nello spazio perché nasce da un sorgente che si fa fiume e che scorre entro argini sicuri, fino a sfociare nel mare e infine negli oceani che accolgono ogni goccia senza più alcuna distinzione. È quanto fa Francesco, entrando in ogni casa, dove porta Luce, Letizia e Pace, senza distinzione alcuna.

E ogni casa è Casa che si fa Parola. Nido di protezione e Nodo di incomprensioni ma anche di comunicazione, che via via si fa incontro d’amore e dialogo pacificato.

Non a caso San Francesco, entrando in ogni casa salutava dicendo “Sia pace a te”, come ci ricorda Giovambattista Di Noi. E tutti i frati francescani si salutavano e si salutano: “Pace e Bene, Fratelli” per rinascere ogni giorno in letizia, dialogo, amore, fratellanza. Per rinascere insieme in Cristo, fonte della vera Pace, di ogni letizia e della verdeggiante Speranza di ritrovare, soprattutto ai nostri giorni così difficili e controversi, l’auspicata Umanità nell’uomo.

Francesco, del resto, riassume in sé l’uomo di ieri, di oggi, di sempre. Grazie a lui, oltre le risapute rivalità tra il Papato e l’Impero, che occuparono a lungo i secoli bui del Medioevo, la storia della stessa Chiesa “mutò per sempre. Un santo grande, sì! Ma prima ancora di un grande uomo”. E in queste parole si evince non solo la venerazione di un Santo da parte dell’Autore, ma anche la sua ammirazione per l’uomo. E non solo. Andando avanti nelle pagine, di troviamo di fronte ad un altro scoglio di quei tempi così difficili da vivere, scoglio entro cui si incagliavano i tortuosi “labirinti dell’eresia”, in cui trovano posto “i catari” e “i valdesi”, contro i quali la Chiesa lottò strenuamente.

A questo punto, mi sembra giusto concludere queste mie riflessioni, sottolineando il puntuale, preciso, attento elenco di tutte le note a fine di ogni capitolo. Non è assolutamente un fatto scontato e di questo bisogna dare atto e merito al nostro Autore. Altro rilievo importante da fare riguarda lo stile della sua scrittura di Giovambattista Di Noi. Si tratta di una scrittura di notevole spessore stilistico, dove niente è affidato al caso: l’Autore adotta spesso parole dotte, richiami filosofici e reminiscenze greco-latine, ma allo stesso tempo esse risultano molto chiare perché il messaggio francescano possa arrivare a tutti. Ecco qualche esempio: “scavano profondi fossati” (p. 21), “relativizzazione delle conoscenze” (p. 75), “vita claustrale” (p. 201), “la febbre quartana è una di quelle febbri malariche, provocata dal Plasmodium malariae (p. 3884) e così via.

Vorrei, infine, focalizzare ancora una volta quanto ha ribadito più volte Giovambattista Di Noi: Si tratta di un Santo che trova spazio in tutti i cuori, credenti e non credenti. Ecco perché la sua storia ha attraversato ottocento secoli e rimane punto fermo nel tempo. Ieri come oggi, come sempre.

Non mi resta che augurare, ancora una volta, buona lettura a tutti. E a tutti i credenti con rinnovata Fede. Grazie. Angela/lina