giovedì 15 gennaio 2026

Giovedì 15 gennaio 2026: LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell’entre-deux - di Antonio Lattanzio

Una nuova alba s’appresta all’Umanità: amare senza differenze…

                          (Enzo Quarto)

Per addentrarmi nelle pagine di un Libro molto complesso e con molteplici percorsi di Fede mi piace partire dalla copertina e dal titolo, così chiaro e così misterioso allo stesso tempo. Così come anche il sottotitolo.

La copertina, rielaborazione della foto di Anna Paola Piacente da parte di Nicola Piacente, graphic-designer della SECOP edizioni, che ha pubblicato l’opera, che questa sera viene presentata per la prima volta presso l’Università di Bari, come da invito, è estremamente significativa e simbolica: si tratta di un’alba sul mare con una barca silenziosa e oscura in procinto di prendere il largo, ma su di essa è accesa una fiammella che si riverbera sull’acqua e scende nei fondali per illuminare nuovi tesori in questi nascosti o custoditi. Sullo sfondo una riva buia si distende sotto un cielo che, via via, si tinge di rosso e si slarga verso l’alto ad abbracciare un tramonto sempre più luminoso, prima che si faccia sera, prima che ci sfiori una nuova alba. E l’alba è sempre l’inizio di un nuovo giorno. Un nuovo inizio.

Sul retro-copertina, invece, le sorprendenti, attente, lucide, emotive parole del giornalista, scrittore e poeta di lungo corso Enzo Quarto.

Poi, leggo il Sommario e mi si dischiude tutta la Bellezza fascinosa di questo Saggio che è soprattutto Musica  e Armonia anche sinfonica come avviene (o avveniva) nelle grandi Opere liriche, con una Ouverture di inizio, per aprire gli animi alla gioia di “leggere” e “sentire” profondamente le parole nel loro intrecciarsi nella complessità delle voci chiamate in causa e nel loro distendersi nella coralità che ne deriva; e un Interludio, che è il momento della riflessione lenta, meditata, magica di quanto detto e assaporato in prima battuta.

Direttore d’Orchestra è l’Autore, don Antonio Lattanzio, “dottore in teologia e presbitero cattolico dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto dal 2017, dove è delegato per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e il Mediterraneo”, come leggo nel risvolto della quarta di copertina. Ma don Lattanzio è molto di più: “è docente presso l’Institut Chatolique de Paris e la Facoltà Teologica Pugliese, membro del Consiglio di amministrazione della Société Internazionale de Théologie Pratique (SITP) e tanto altro ancora…

Dunque, don Antonio è colui che, in questo Saggio, ha preso tra le mani la complessità del mondo contemporaneo per farne una “rete” di interconnessioni tra vari “attori” di alcune Fedi religiose affinché possano interagire e siano in grado di ambire ad affratellare l’umanità, oggi come sempre, divisa da odi, violenze, guerre, dolore, morte, distruzione. Non a caso c’è chi ha definito la società tra l’Ottocento e il Novecento dello scorso millennio “senza Dio e senza religione”. Un esempio per tutti? Nietzsche che, ne La gaia scienza (1882) e in Così parlò Zarathustra (1883-1885), afferma: “Dio è morto! (E noi lo abbiamo ucciso!)”. Senza mai concedere nulla al Cristianesimo neppure nel suo periodo estremo di estrema follia.

E ancora il Sommario mi offre in estrema sintesi quanto verrà dipanato della complessa matassa delle tante Fedi e dei tanti risvolti teologali, antropologici e culturali in dialogo tra loro nei quattro capitoli e un epilogo.

Ma, come è giusto che sia, si comincia con la PREFAZIONE, sapientemente stilata e sottoscritta dall’Imam Saifeddine Maaroufi (Moschea del Perdono - Lecce), in cui si parla essenzialmente che “Accogliere il prossimo nella sua diversità spirituale, senza pregiudizi ideologici, è di per sé un atto di fede che richiede da ciascuno di noi l’accettazione della saggezza divina” e che la divergenza tra gli uomini “non può che essere uno stimolo a un dialogo onesto tra uomini e donne di fede, partendo da ciò che si è, per accogliere ciò che Dio ha posto negli altri. Da tale incontro possono nascere scoperte di forme di spiritualità prima ignorate, e questo non solo potrebbe cambiare il primo approccio all’altro, ma anche elevare il proprio rapporto con Dio. Un dialogo autentico, però, non può avviarsi se non a partire da un ascolto sincero, capace di coinvolgere i sentimenti che non mentono” (p. 7).

Il tutto comporta non solo attenzione verso l’altro per una reciproca scoperta della persona e dei suoi valori, ma anche tanta umiltà, tanta “sapientia cordis”, tanta vera “accoglienza” dell’altro da sé che poi è lo stesso sé stesso ribaltato, come nella Teoria degli Specchi di Borges, da lui sapientemente riproposta come Teoria del Prisma, con tutte le innumerevoli sfaccettature di ciascuna persona nella sua umanità.

Segue la prima “Ouverture” di Don Antonio, che parla di complessità come “mondializzazione”, facendo anche opportunamente riferimento al grande sociologo francese Edgar Morin, che alla fine del secolo scorso definì la complessità anche in termini di interdisciplinarità e transdisciplinarità. Del resto, complesso deriva dal participio passato latino cum-plexus che significa anche “mettere insieme, abbracciare, comprendere, intrecciare”. Sono verbi bellissimi che presuppongono interazioni che generano empatia, condivisione, qualcosa di nuovo e diverso che possiede una sua logica interna proprio perché è un incontro, uno scoprirsi o un ritrovarsi insieme, saldamente, proiettati magari verso uno stesso scopo, uno stesso fine. Infatti, l’Autore così scrive: “Il verbo latino si riferisce al lavoro del cestaio che intreccia i fili di vimini, curvandoli in maniera circolare. Il prodotto finale della tessitura, d’incomparabile solidità, riposa sulla tensione estrema realizzata dal solo intreccio dei fili di vimini tra loro. La complessità designa un tessuto di elementi dissimili, ma inseparabilmente associati” (p.10), nel cui interno troviamo Dio (“entre-deux”).

E, non a caso, “dissimili” ci riporta alle dissonanze puntualizzate dall’Imam di Lecce, come fonte di arricchimento e di solidarietà tra gli uomini. Don Lattanzio ci aggiunge qualcosa in più che è, a mio parere, fondamentale: “la complessità ha una doppia identità: cognitiva e sociale”. Quella cognitiva porta in sé inevitabilmente il germe della “molteplicità” (chi non ricorda del poeta Walt Whitman: “Mi contraddico? Ebbene sì. (Sono vasto contengo moltitudini)” nel senso della nostra identità molteplice e cangiante nelle diverse fasi della vita e nei diversi incontri con gli altri; l’identità sociale comporta “uno spazio generatore di processi unici nella loro diversità e capaci di lasciare una traccia significativa”, scrive l’Autore. Ma c’è di più perché ora si interroga e ci interroga: “Alla luce di tale lettura ‘complessa’ del nostro tempo, come possiamo comprendere e praticare le fedi religiose, in quanto fatti sociali e fenomeni culturali che incidono profondamente (consapevolmente o inconsapevolmente) nell’organizzazione dei gruppi sociali presenti nel mondo? E, nello specifico, per i cristiani cosa significa oggi confessare la fede nel Dio di Gesù Cristo?...” (pp. 10-11). Sono domande estremamente importanti nel tessuto sociale odierno e che, via via, trovano ampie risposte nel percorrere i vari capitoli.

Nel primo, per esempio, si parla dell’importanza in tal senso di Jacques Audinet (1928-2016), “un pioniere dimenticato” (p.21), il quale si prodiga molto in Francia per rinnovare la fede cristiana attraverso il confronto con altre autorevoli voci, tra cui mi piace riportare quella di padre Liégé, il quale scrive, tra l’altro, che “La Chiesa non ha uno scopo umanistico, né uno scopo di salvezza individuale, ma ha come scopo l’edificazione del Corpo di Cristo nella storia” (p.33).

Ma, ritornando all’opera di continuo rinnovamento della Chiesa francese da parte di Jacques Audinet, don Lattanzio ci ricorda che si deve a lui l’istituzione del “catecumenato”, che diventa “una pratica feconda per avviare una riflessione di teologia pratica che tocca in particolare tre questioni teologico-pastorali: la trasmissione della fede; l’appartenenza a un gruppo sociale ed ecclesiale; i linguaggi della fede” (p. 42).

Occorre precisare che Audinet partecipò al Concilio Vaticano II, aperto l’11 ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII e chiuso l’8 dicembre 1965, e per lui fu “un’esperienza fondamentale e determinante nella sua carriera di teologo” (pp. 65-66) e nel continuo rinnovamento a cui portò la Chiesa anche oltreoceano, in tutta l’America Latina, “reinserendo l’atto catechistico nella dinamica della rivelazione divina, cioè una dinamica di incontro e di dialogo con Dio e l’uomo di tutti i tempi, dinamica che si realizza pienamente in Cristo” (p.91).

Si giunge così all’“Interludio” che ci avvia al secondo capitolo. È un Interludio ricco di nuovi apporti oltre il Concilio fino a sconfinare negli scritti di Papa Francesco che Don Lattanzio cita più volte in tutto il suo Saggio perché Papa illuminato e illuminante, con i suoi scritti e i suoi comportamenti poco ortodossi ma ricchi di tanta umana comprensione e accoglienza dentro e fuori la Chiesa e che ancora oggi è nel cuore di tantissimi fedeli, nonostante la distanza siderale dalla sua figura di alcuni prelati e cardinali, spodestati dei loro inveterati poteri...

Altre voci, dunque, per “la compressione della fede della Chiesa” che trovano più ampio spazio nei capitoli seguenti, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso fino ai nostri giorni. L’artefice, come sostiene giustamente, ma anche umilmente e generosamente, don Antonio Lattanzio, è sempre il teologo Audinet.

Si tratta soprattutto di conoscere, studiare, mettere in pratica un nuovo “paradigma teologico”. Entrano in gioco altri attori anche legati al Vecchio e al Nuovo Testamento, altri protagonisti della scena molto importanti (da Erasmo da Rotterdam a Paul Ricoeur), altre testimonianze, si ripercorrono tesi già approfondite e si fa spazio alle nuove nell’immane lavoro di ricerca e di approfondimento del nostro Autore fino a giungere ad un nuovo Interludio e al nuovo capitolo, il terzo. Audinet rimane, comunque, sempre il centro da cui si diramano tutte le periferie. Non a caso, l’Interludio si conclude con le seguenti parole: “… Infine questa visione di fede del reale legittimerebbe anche un approccio teologico transdisciplinare in grado di rendere possibile un dialogo tra differenti epistemologie, che colloca il teologo in un atteggiamento di apprendimento della pratica. Egli viene invitato senza sosta a una conversione dello sguardo sulla realtà e a una purificazione dei suoi pregiudizi, al fine di permettere al Vangelo di penetrare e di trasformare le mortali povertà dell’umano in opportunità di resurrezione” (pp. 183-184).

Ritengo, a questo punto, di dovermi fermare perché rischio di fare un trattato sul Trattato del nostro Autore e non sarebbe giusto né per il suo enorme e straordinario lavoro né per il lettore che vorrebbe scoprire e percorrere da solo il resto del prezioso cammino fatto fin qui, insieme. Anche perché si tratta di un terreno minato per chi, come me, sa poco e niente di Teologia. E sarebbe un bene per tutti esperire il cammino di conoscenza in tal senso. Anche se penso che alcune anticipazioni siano state già fatte.

Don Lattanzio, comunque, si pone e ci pone sempre delle domande a cui occorre rispondere dopo aver cercato con lui nuove testimonianze (tantissime, come sappiamo), che indicano nuovi percorsi per giungere al rinnovamento delle fedi che ci conducono a Cristo e alla salvezza dell’umanità nel suo Credo.

E così il Direttore d’Orchestra saluta i suoi orchestrali, fa con loro un rapido quanto fertile riepilogo e chiude il sipario, non prima di aver sollecitato tutti gli spettatoti/lettori a leggere, rileggere e reinterpretare tutto quanto esperito insieme “alla luce dei cambiamenti antropologici e socioculturali in corso. Per i teologi si tratta di elaborare un discorso all’interno della fede, coerente coi linguaggi del nostro tempo, affinché la Chiesa continui a esistere, fedele alla sua missione primaria che le è stata affidata dal suo Signore: trasmettere il messaggio di salvezza agli uomini di tutti i tempi fino al suo ritorno glorioso alla fine dei tempi (Mt 28, 18-20). Così conclude don Antonio Lattanzio a pagina 319.

Ma io sento la necessità di puntualizzare ancora qualcosa riguardo al contenuto e alla forma del suo Saggio. Riguardo al primo, vorrei puntualizzare il suo “valore irenico” in tutto il percorso perché ispiratore, promotore e costruttore di pace insieme a tutti gli altri attori incontrati in questo lungo cammino di domande, conoscenza, salvezza.

Per quanto attiene alla forma, invece, occorre precisare che il nostro Autore ha uno stile tutto suo: chiaro, lucido, attento ad ogni dettaglio, ma con una cifra in più: tutti i passaggi più importanti sono sottolineati in corsivo, ogni parola nuova viene spiegata nei minimi particolari per fugare ogni dubbio nel lettore, che egli tiene nella massima considerazione per agevolargli il cammino verso la conoscenza, e per lo stesso intento tutto viene documentato con innumerevoli note, anche in più lingue. Tantissime le citazioni in latino e tantissimi gli acronimi. Neologismi come “estrinsecismo” (p.161) o “paradigmatologico” (p.184). La discontinuità formale in elencazioni come “Primo” e “Secundo” e poi “Terzio” (p. 212) o anche qualche trasgressione linguistico-grammaticale messa fra parentesi (non a caso l’uso esplicativo delle parentesi, e non solo!) per risvegliare magari l’attenzione un po’ sopita del lettore. Sono strategie vincenti. Come vincente è la musica interna che seduce e convince quasi l’Autore seguisse il ritmo ancestrale del proprio cuore. E tutto, in realtà, si fa profonda testimonianza di Fede, ma anche Poesia.

Grazie per l’attenzione. Alla prossima. Angela/lina

(Antonio Lattanzio, LE FEDI RELIGIOSE AL TEMPO DELLA COMPLESSITÀ - Per una teologia dell'entre-deux-, SECOP edizioni, Corato-Bari, 2026, pp.341, € 16,00)

domenica 11 gennaio 2026

Domenica 11 gennaio 2026: 11 gennaio 1967 e la perdita di ogni altra perdita...

                                                                                  … torna

                                                                            o conterò le ore

                                                                            come canna vuota

                                                                            abbracciando il tuo nome

                                                                            perduto e cercando

                                                                            nel vento dei tuoi capelli.

                                                                      (Lino Angiuli, “Torna”, Ovvero, 2015)

Martedì 10 gennaio 1967: ultima sera vissuta accanto al mio meraviglioso “papà” in una corsia dell’ospedale di Bitonto… Poi, di notte, il tuo ritorno a casa, confortato “fino all’ultimo respiro” dalle mani di mamma e di Filippo, tuo amato figlio adottivo, sempre presente alla nostra vita, e dalle loro preghiere.

11 gennaio 1967: perdita del cuore con la tua perdita, adorato “papà”, alle quattro del mattino. E fu sgomento. E furono lacrime senza fine… e suono di campane a festa ad inondare misteriosamente e miracolosamente il giardino senza più gelso e senza più rose. Tutto distrutto. Anche la mia anima… Anna Maria, invece, appena ventenne, si dimostrò coraggiosissima: attraversò la stanza, dove stavi morendo, per prendere l’abito che ti avrebbero fatto indossare. Io, da eterna vigliacca, non ebbi il coraggio neppure di scendere a salutarti, essendomi rifugiata al primo piano nell’appartamento di mamma e babbo. Solo dopo, quando la nonna mi mandò a chiamare per la terza volta ebbi la forza di scendere. E vidi il tuo sorriso. Dolcissimo. Ma già il cortile, inspiegabilmente (erano le 4 dell’alba) era carezza di campane a festa…  Io ero morta con te, “papà”. L’unico mio coraggio lo racchiusi in una poesia che infilai sotto la giacca, sul tuo cuore. E mi rifugiai vicino a nonna Angelina, sperduta e confusa senza il suo Sole, intorno a cui, satellite lunare, aveva ruotato per un’intera vita. E, a distanza di 59 anni, sei ancora nel cuore di tutti noi, con la tua Angelina, e ancora ci sorridi, raccontandoci una tua fiaba. Sempre la penultima…

            a Te che con parole di fiaba

            vegli ancora sui miei giorni                                                              

                                e

            a chi rende i miei giorni ricamati di speranza:

                 i miei figli e i figli dei miei figli,

            che domani ricorderanno una nonna

             in cerca di sogni di storie e di armonia

             e un vecchio meravigliosamente giovane

                       che le insegnò ad amare…

E i ricordi mi si affollano nella mente e giungono al cuore che mai mi dà tregua e tutto trasforma in parole già scritte per non dimenticare: <Eri in ospedale ormai ridotto ad un sacchetto di pelle e ossa sotto grigi laghi infossati di palude e ti trovai circondato da tutti i medici del tuo reparto. Mi spaventai, temendo un tuo peggioramento. Ma subito un dottore mi sorrise. Tu con un filo di voce stavi raccontando barzellette che riguardavano ormai il tuo “cacciulìnə”(cagnolino) che non abbaiava più. I dottori ridevano fino alle lacrime, dimenticando di trovarsi di fronte a un moribondo. Un giovane che, nel letto dirimpetto al tuo, urlava per dolori atroci alla pancia, mi chiamò e mi disse con rabbia e disperazione: “Signorì, vostro nonno tornerà a casa, non vi preoccupate. Sono io che farò una brutta fine. Come ve lo devo spiegare che lui sta bene? Non fa altro che scherzare e raccontare barzellette e i medici e gli infermieri, invece di venire da me, vanno a divertirsi con lui”. Neppure gli risposi, ben sapendo che te ne saresti andato sorridendo e raccontando storie così come eri sempre vissuto. Sì, te ne saresti andato con un sorriso. Durante la notte, mamma fu chiamata d’urgenza perché le tue condizioni si erano aggravate… Mamma chiamò Filippo e, insieme, vennero a prenderti. In ambulanza chiedesti di recitare il rosario. Mamma ti rassicurò. Era l’alba dell’11 gennaio e faceva freddo molto freddo. Babbo uscì nel cortile ad accendere il fuoco per riscaldare la tua stanza in attesa che arrivassi. La nonna era spaventata senza capire. Lizia ti tenne il capo ancora caldo mentre spiravi. Anna Maria e tutti gli altri erano già scesi a salutarti. Io rimasi nel mio letto, atterrita al pensiero della tua morte imminente. Mi disperavo.‘Non voglio vederlo’, mi dicevo. (E più tardi ne avrei risentito l’eco nel reiterato verso di Garcìa Lorca nel poema “Lamento per Ignacio Sancez Mejìas”).

Tu cominciasti a recitare il rosario - mi dissero poi - stringendo da un lato la mano di mamma e dall’altro quella di Filippo. Anna Maria attraversò la stanza e prese dall’armadio l’abito con cui ti avrebbero vestito. La seguisti, attento, con lo sguardo e chiudesti gli occhi per sempre. Ti rimase sul volto un sorriso. Lieve. Dolcissimo. Il tuo pendolo si fermò improvvisamente alle h. 4,20. Ed io, alle 4,20, sentii suonare nel cortile le campane a festa, senza rendermi conto che a quell’ora nessuna campana avrebbe potuto suonare. Primo uscì dalla sua camera e mi chiese perché stessero suonando le campane. “Le senti anche tu?”, gli chiesi sbalordita.“Certo che le sento. Mi hanno svegliato. Ma che ore sono? Cosa è successo?”.“Sono le quattro e mezzo... Papà non c’è più... Papà è morto”, dissi. Per convincermi. Quell’alba si spense anche con la mia fine. Ero morta con te.                    Ma, prima che morissimo in due, noi abbiamo vissuto insieme ancora parecchi anni che andrò a raccontare. Infatti, “Per ogni fine c’è un nuovo inizio (Antoine de Saint-Exupéry). Quasi…>

<Ti ho conosciuto prima che le voci d’erba dei miei pochi anni si confondessero con le voci d’ombra della sera sulla nostra casa. Prima che il canto del gallo per la terza volta mi scoprisse statua di sale con occhi inermi di disperato stupore. Ti ho incontrato prima di ogni altro incontro. Prima di incontrare mia madre… Ho incontrato prima la tua voce

Le tue interminabili favole avevano il sapore breve della rosa appena colta, al primo imbrunire del cielo (ancora papà ancora e dai papà no no mə sìndə e sìndə l’hai raccontata tante volte raccontane un’altra dai papà racconta…) Le lunghe sere d'inverno si accendevano delle tue parole. Racconti fantastici, aneddoti, ricordi di guerra, filastrocche in dialetto illuminavano il buio delle nostre notti. (Il giornale radio, non ancora pausa breve di realtà da me ignorata). Fuori la neve vorticava silenziosa, posandosi incantata e leggera sui davanzali delle finestre, sui vasi dei balconi stretti in strette strade che dimenticavano il cielo alto su alti terrazzi quasi a toccarsi tra loro. E quel sogno bianco attraversò la tenerezza della mia infanzia quando vidi turbinare quelle farfalle luminose e candide come piume d’angeli per la prima volta in via Maggiore angolo via De Rossi, dove era di casa la mia prima casa. Ma già a sei anni andai via in un paesino sui monti del Gargano… e anche lì la neve fu prodigio da guardare con occhi grandi e cuore in tumulto… Anche in quel paesino, che si arrampicava fino al cielo, cadeva la neve. Tanta. A novembre quelle case da presepe, ed esposte a mille venti e all’incessante precipitare delle pietre lungo le scarpate, si vestivano di bianco e di silenzio. E del nostro stupore Io, mamma, Anna Maria, appollaiate dietro i vetri al tepore di maglioni indossati l’uno sull’altro e dei bracieri accesi nelle diverse stanze… la guardavamo cadere senza la tua voce il fuoco le scintille i tuoi racconti. Magia di un silenzio come di bianca preghiera, di sposa all’altare, di bianche lucciole fluttuanti a mezz’aria senza più le mie mani ad interrompere il loro lieve e incantato volo… E quelle vie sembravano inerpicarsi davvero fino al cielo, nell’imbroglio della tormenta che lo rendeva più sfumato e vicino, e con piccole sporgenze sul lastricato dove noi, se costrette ad uscire per andare in chiesa sulla cima più alta di quel nido di case, piantellavamo i piedi per avere maggior forza nell’attraversarle incolumi senza scivolare sul ghiaccio… E… meraviglia delle meraviglie! La bianca neve, da noi raccolta a piene mani e messa in grandi bicchieri fioriva di rosso per il vincotto che tu ci mandavi. Dolce delizia di acceso corallo in quell’abbagliante splendore... e non era più neve. Era nonno. Era nonna. Era carezza. Era amore. Lontananza. Breve ricordo… piccola nostalgia… Nell’aria trasognata/ intrisa di silenzi/ tra case di cristallo addormentate/ bianche farfalle di neve/ su vesti nere/ in fila lungo la scia di campane/ passere scure a punteggiare/ una fiaba di magico candore/ (la mia infanzia) (“La mia infanzia”, da il gelso e le rose, SECOP Edizioni, Corato-Bari 2004)

(Oggi non più. La neve è inquinata. E il vincotto è diventato una rarità. Né le vecchine vestite di nero affollano le chiese, che rimangono silenziose e prive di preghiere. Estranee al mondo.

Nonostante il rinnovamento della Chiesa con il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nel dicembre del '61, e la rinata speranza). E, più tardi, la neve morbida e bianca, che si posava sui rami spogli del gelso rosso senza più colore né nidi e bisbigli nelle sere del loro ultimo canto, si riprese la tua fiaba e ci restituì la tua voce, mentre s’addormentava sul tetto spiovente della tettoia degli attrezzi dei campi; sul grande camino al centro del cortile; sulla gabbietta intirizzita del nostro usignolo; sul bianco più bianco del nostro incanto. Tu, io, Lizia, la nonna, ancora insieme, si restava al buio. Per guardare quella coltre soffice come di luna a regalarci il silenzio delle cose e degli uomini. I volti rischiarati dalla penombra rossastra dei carboni accesi nel braciere e gli occhi persi su quel sognante volo, su cui fiorivano le immagini evanescenti che le tue parole accendevano davanti ai nostri occhi. Immensa rosa bianca il cielo/ sfilacciato di petali/in caduta trasognata/ e un lento volteggiare nel vento/ Ulula la bufera e stride/ Bussa impetuosa alle porte/della mia casa stretta nel suo scialle/ Nessuno va ad aprire/ incatenati gli occhi ai vetri lunari/ Bianche piume come di nido/

danzano leggere sfogliando/la rosa incantata/ che su merletti d’erba frana/ stranita/ Pigolio affamato di scriccioli/ in cerca di ciliegie infreddolite/ che di rosa fioriranno a primavera/ Spolvera di bianco il giorno/ questo gioco di ciglia/ dischiuse su strade d’antiche/ stagioni/ Incontro mi viene/ sul cocchio di bianco cristallo/ e fiocco di ghiaccio nel cuore/ la Regina delle Nevi/ Rabbrividisce la vecchia bambina/ai ricordi d’un tempo fioriti/ su labbra di parole ora in disuso/ Al rosso fuoco del braciere acceso/ il cuore di gelo della perfida sovrana/ si scioglieva in un lago incantato/ che rideva di bianchi cigni/sculture bianche di zucchero filato/ Briciole di tenerezza allora/che i fiocchi di neve erano farfalle/ da cullare tra mani di geloni/ e pane e olive nere sotto la cenere/ (noi vincevamo il sonno/ al tenero mormorio della sua voce…)/  (“Rosa bianca il cielo”, poesia inedita)/ (E il giornale radio ad interrompere l’incanto e la fantasia per darci scampoli di realtà). E anche oggi nevica... Sì, nevica. I lucernari cominciano a coprirsi di fiocchipiume e il giardino si fa candido parco d’argenteo lucore... Lara mi sorride, triste, in attesa di Zivago, il suo dottore poeta, e i girasoli del loro incontro sono ancora sepolti dalla neve... Il Tema di Lara riempie le mie stanze... (dove non so/ ma un giorno ti vedrò/ e fermerò/ il tempo su di noooi/ dove non so/ sarò vicino a teeee/… forse sarà domani o nooo/ forse lontano da qui o o o nooo…Allora la neve portava le tue fiabe su cavalli alati che entravano nella nostra casa e avevano un manto bianco e occhi di brace come ciocchi ardenti a riscaldarci... La tua voce ferma, che ascoltavo trasognata, era il nostro pane quotidiano. Mai spenta l'eco delle tue parole che, nel reiterato annuncio, dilatavano il tempo e lo stupore, il sogno e la magia (‘ngèjrə e ‘ngèjrə ‘na vóltəc’era e c’era una volta…)”> (da Il gelso e le rose, I vol., SECOP edizioni, Corato-Bari, 2022). 

Alla prossima. grazie. Angela/lina

  

giovedì 8 gennaio 2026

Dei tuoi versi che urlano al cielo
 
di Angela De Leo

Al mio fraterno amico d'anima e poesia, Gjeke Marinaj.

I giorni, che si moltiplicano sul nodo scorsoio della paura, mi lasciano dentro un'ansia di coraggio da ritrovare e così ritrovo i tuoi versi e quel tuo grido di dolore, e la tua coraggiosa poesia     "CAVALLI"
del 19 agosto di trent'anni fa, che si fece eco senza fine su <Drita>, il Quotidiano Albanese di cronaca a carattere nazionale. 
A una prima lettura, ai più sembrò una semplice poesia in difesa degli animali e, in particolare, degli stupendi cavalli dallo sguardo fiero e dalla cavalcata elegante e maestosa, purtroppo in cattività.
In realtà, si trattò di una feroce satira politico- socio-culturale da parte tua sulle condizioni del tuo popolo. Fu un coraggioso atto di ribellione al regime comunista da parte di un audace (e forse incosciente) venticinquenne,  poeta e giornalista non ancora famoso.
A distanza di trent'anni la tua poesia, fratello mio, è ancora forte e viva e si fa ancora canto di ribellione e preghiera allo stesso tempo.
La stralcio da quella meravigliosa silloge di poesie, Schizzi d'immaginazione, edita dalla Secop edizioni e te ne dedico le mie emozioni di rimando.
                CAVALLI 
Per tutta la nostra vita siamo in viaggio,
Guardando sempre avanti,
Quel che c’è dietro di noi abbiamo paura di saperlo.
Tutti noi non abbiamo un nome,
Cavalli, ecco come ci chiamano.
 Senza piangere,
 Senza ridere,
 In silenzio,
 Ascoltiamo,
 Mangiamo quel che ci danno,
 Andiamo dove ci dicono,
 E nessuno di noi è una gran testa.
Chi era il cavallo di un re
Aveva un grado più alto;
Chi era il cavallo di una principessa
Era sellato d’oro;
Chi era il cavallo d’un contadino
Era sellato di paglia;
Chi gli disobbediva
Dormiva sempre all’addiaccio:
Ma con gli umani, sempre cavalli restiamo!

Stupendo inizio con un "Per" che indica già di per sé un avvio in movimento, riguardante il "viaggio" di tutta "la nostra vita" con la determinazione a raggiungere una meta. Ognuno dovrebbe averne una propria, prefiggersi uno scopo, una missione che dia senso a tutto il viaggio. Ma la realtà è diversa. È possibile stabilire la meta se non si ha paura del passato, che è un possibile "futuro capovolto": è dalla esperienza vissuta da noi e dai nostri antenati che occorre ripartire per continuare sul loro esempio oppure per ribellarsi alla tradizione e al silenzio e rinascere e realizzare un futuro migliore. Il timore di ricordare un passato difficile diventa ostacolo alla costruzione di un futuro diverso.
Ed ecco il disvelamento: i protagonisti di questi versi, che urlano al cielo una storia amara di soprusi, non hanno un nome: sono semplicemente cavalli. Animali eleganti, nobili e fieri nel loro andare, ma non in questo caso. I due anaforici quanto suggestivi versi che seguono, brevi come uno sperdimento, definiscono un vuoto, una deprivazione: "Senza"
Senza piangere
Senza ridere.
A questi cavalli non è concesso avere lacrime o risate. Ossimoro meraviglioso ad indicare la gioia e il dolore: i punti estremi di ogni sentimento, in cui si snoda la vita della mente e del cuore di ciascun essere umano. 
Al nulla che il "Senza" definisce segue l'inevitabile silenzio dell'asservimento. Piegata/piagata è la volontà di reagire. Il silenzio, in questo caso, non prelude al rumore del mondo o alla parola di ribellione o al canto della sfida e della vittoria. E neppure alla preghiera di gratitudine e di ringraziamento. Qui  anche il silenzio è assenza di qualcosa di vitale che indica movimento e pensiero, libertà di essere e di andare per perseguire la meta e realizzarsi. 
Qui c'è solo un chinare la testa al volere altrui, del più forte, di chi esercita il Potere con coercizione e violenza. E impedisce di pensare. È concesso solo di eseguire compiti con mezzi e ruoli diversi, ma estraniandosi da sé per assecondare il potente di turno, fosse un re o una principessa. 
Ed ecco che improvvisamente i versi scoprono i verbi all'imperfetto. Il presente cede l'azione a un passato senza tempo, al "c'era" delle fiabe, che a volte sanno essere crudeli e non assicurano il lieto fine se non dopo la fuga e l'allontanamento del protagonista con relativa sfida e combattimento contro l'antagonista, fino alla sua morte. 
Il primo (il re) consentiva al cavallo di avere un "grado più alto" nella sua schiavitù, e la  seconda (la principessa) di mostrare "una sella d'oro" e fingere una ricchezza che non possedeva. Ma c'era anche il cavallo del contadino che era "sellato di paglia" e, se disubbidiva, veniva mandato fuori a morire al freddo e al gelo.
E qui d'improvviso il tempo del verbo cambia nuovamente: il "c'era" diventa presente e attualizza la condizione di schiavitù dei cavalli. Ma, se nelle fiabe la fine del combattimento, che decretava la morte dell'antagonista e il ritorno dell'eroe a casa, permetteva a l di  concludere la fiaba con il lieto fine, questa poesia non è una fiaba e non può avere il lieto fine se l'ultimo verso si copre di amara e spietata rassegnazione: "Ma con gli umani sempre cavalli restiamo!"
E il punto esclamativo sancisce il "grido di dolore" del poeta di fronte ad una realtà che urla la disumana condizione di asservimento dei "cavalli", suoi compatrioti, al potere del Regime comunista nella sua amatissima Patria, l'Albania. 
Gli Albanesi, allora, rimasero increduli, ma in poche ore comprarono tutte le copie del giornale. 
Molti si affrettarono a scrivere quei versi su pezzettini di carta per diffonderli dappertutto, fino a farne un inno di protesta durante le numerose manifestazioni antigovernative, che di lì a poco si accesero come fuoco controvento per incendiare cuori e volontà. 
E tu, mio caro Gieke, diventasti in brevissimo tempo l'eroe dell'Autonomia e della Libertà Albanese. Ma anche il ragazzo costretto (e determinato) a fuggire di notte per evitare il rischio tangibile di essere impiccato come altri poeti dissenzienti prima di te. Non più l'eroe di una fiaba a lieto fine, ma l'esule di una storia vera in un nuovo percorso, difficile e tortuoso quanto solitario e disperato, tra straniere genti. Qualche volta, però, anche la storia offre ai suoi ardimentosi protagonisti un lieto fine. 
Tu, Gjeke Marinaj, ne sei oggi la dimostrazione più bella e vera e gloriosa. E tutto il mondo ti applaude come Poeta raffinato, Ideatore della teoria filantropica e filosofica del Protonismo che fa di te, meritatamente, l'Ambasciatore di Pace tra tutti i Popoli del nostro Pianeta.
Grazie, mio caro, per il dono di tutto questo che oggi è per me un nuovo inno al mai sopito coraggio della Parola.

lunedì 5 gennaio 2026

Lunedì 5 gennaio 2026: CANTO PER VOCE SOLA E LE QUATTRO STAGIONI DELLA VITA...

Saluto questo Nuovo Anno così. Per essere vincente ancora…

E parto dell’infanzia, che è venuta a cercarmi in questi primi giorni per tingere il mio mondo di attese epifaniche, colme di calze colorate di allegria…

                … Cento bambini,

               la stessa canzone,

                un sogno intero

                e un aquilone…

               (Primo Leone)

SI RIPARTE

Da tutto ciò che sono e non sono

in questi primi giorni dell’anno

che mi lasciano

uno schizzo di risata

per farne un quadro nuovo di me,

di noi, certi di sopravvivere alla luna

del lupo, gigantesca LUNA,

che sovrasta nuvole e silenzi,

e il nostro chiacchiericcio ribelle,

che pacifica l’alba priva di stelle.

Siamo qui a sognare una LUNA

sempre più alta, bianca, distante

per ricavarci un cuore di panna

e zucchero filato

come da bambina sognavo

  per i miei bimbi che dovevano ancora

                           vibrarmi nell’anima…

… così venne il giorno nuovo

         delle infinite attese

         tra un silenzio di luce

         e un silenzio di nuove albe

       (occhi solari di bambina    

                       respirano cielo)

Nell’anima gli amori di ieri e di oggi, chiusi a doppia mandata per consegnare la chiave ai miei figli e nipoti che conoscono la mia pelle, i miei occhi, le mie mani, ma ignorano il taciuto, il non detto, i sentieri più profondi dei miei silenzi, fioriti nelle quattro stagioni della vita, già vissute e ancora da vivere fra crochi multicolori, nontiscordardimé, azzurri più del cielo e del Danubio blu, vissuto per tanti anni a Belgrado; tra grappoli di cielo in caduta libera nel mio giardino a primavera e gli allegri sorrisi dei rossi papaveri, gerani e gladioli petunie e rose, girasoli nei campi a distesa  e intrico di  lantane in estate. I miei silenzi vestiti d’autunno con settembrini, eriche e ciclamini. E poi astri come stelle fiorite per caso in zolle brulle senza più fili d’erba e crisantemi per ogni lacrima versata nei camposanti senza sorriso.

Infine, i miei silenzi di neve di un inverno che trema di attese e spera nel nuovo anno con stelle alpine, calendule, camelie e il canto dolente di Alfredo e Violetta e il loro disperato amore. Chi non ricorda “La Traviata” di Giuseppe Verdi o “la signora delle camelie” di Alessandro Dumas figlio?

In silenzio la voce della mia poesia e il suo mistero profondo come la follia della luna, la profondità del mare, lo scorrere dei fiumi, lo sciogliersi della neve baciata dal sole.

… nelle mani l’alba di corallo

per legare al dito il cielo

i ricordi dei grovigli del cuore

- rose e spine di penne consumate

e lettere mai spedite

all’indirizzo giusto. -

Allo specchio i sogni inventati.

La luna oltre il cancello

alle soglie lascia ogni dolore

con fiori colorati d’ogni stagione.

E vivo quello che dopo il tramonto

         oltre la sera ancora mi resta                                                                                             

   e a chi resta nel mio cuore,

             tra passato e presente,

 mentre mi specchio negli occhi

              di quanti

   di me vedranno il futuro

   (per essere sempre insieme…)

      Quando torna il silenzio

 È un silenzio nuovo del nuovo giorno

penombra di canto e silenzio di sorrisi

lasciano parlare il cuore i bambini

coltivando un amore grande

che sa di luce anche quando la sera ci sfiora

e accarezza la vita appena nata.

Prodigio del sogno accarezzato e preghiera

sussurro del giorno che comincia

e racconta il mistero della nascita

al canto della natura

che non teme la solitudine

dei balconi senza bimbi ad imbrigliare il cielo.

Fui bambina anch’io di riccioli e di baci

all’ombra di un’altra bimba e gli occhi tristi di mia madre

perduti dietro sirene e notturni rifugi di guerra

e rombo degli aerei a rendere viva l’assenza di mio padre

prigioniero e lontano per quattro anni e un solo amore.

Ero allegria di bianchi spruzzi nel silenzio del mare,

ero mare vela gabbiano tutto e niente nella fragilità

dei miei fragili anni in fiore…

(e sono canto di maggio vibrante di luce e di mistero)

I miei cieli d’infanzia

Si frantuma in zolle di quasi primavera

l’esile filo d’erba della bambina con le trecce

che fece nido in un germoglio di mandorlo

rosa come il vestito di foglie e di grano

nella casa dei gatti e delle tortorelle.

Gabbia d’usignoli e mani di nonno e pianto

di bambina al primo volo sull’albero rosso

che di rosso tinse piedini e lacrime.

Scarpe di seta con ricami di farfalle

e roselline di prato a innamorare cortile

e primi sogni d’allodola all’alba.

E fanfare in festa con gelato a cono tra le dita.

La cassa armonica suonava con la banda e i violini

e luminarie ad accendere occhi di mille colori

Verdi, Puccini Donizetti, voci del cuore

che ignoravo nei primi giorni dell’anno

e i fuochi d’artificio a illuminare

il cielo di mezzanotte e la carrozza di cristallo.

Principessa senza principe e un cavallo alato

-          Pegaso di bianco vestito e profumo di mare

prima che di alghe s’impregnasse il cuore -

e mi fermo qui per non rompere l’incanto di questi primi giorni del Nuovo Anno e dell’attesa della Befana e dei camini accesi e delle calze da riempire con tutti i nostri sogni da realizzare in nuovi progetti per continuare ancora a sognare… Grazie!!! Angela/lina